L’angolo della poesia: Jacques Prévert 0 386

Prima puntata della rubrica atematica di Blunote dedicata alla poesia. Per inaugurare questa nuova esperienza, abbiamo deciso di proporvi un importante poeta francese del Novecento, Jacques Prévert, ed in ogni occasione i versi dei poeti famosi o sconosciuti saranno accompagnati da una nostra riflessione, auspicando di scatenarne ulteriori nei nostri lettori. L’obiettivo sarà bivalente: da un lato si cercherà di riapprezzare la poesia (spesso) passivamente subita fra i banchi di scuola, dall’altro si vorranno promuovere nuovi poeti, anche sconosciuti, selezionati a discrezione della redazione.

 

Tempo perso – Jacques Prévert

 

Davanti alla porta dell’officina
l’operaio s’arresta di scatto
il bel tempo l’ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
strizza l’occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone?

 

Un uomo si reca a lavoro come ogni giorno, e sull’uscio della porta d’ingresso, si volta: un solleone lo attenderebbe; splendida la giornata sarà all’esterno della fabbrica nella quale egli dovrà consumare le sue ore, per potersi permettere il danaro necessario a sopravvivere nello spietato mondo fondato sull’economia. Avrebbe bisogno di godersi quanto la natura ebbe in serbo per lui alla nascita, come la semplice e squisita bellezza di una giornata di sole; ma non può. La domanda che l’operaio pone al sole “forse non trovi/che è piuttosto una coglionata/offrire una simile giornata/a un padrone?” racchiude in sé il sentimento di angoscia che pervade l’uomo all’ottemperamento dei doveri sociali, il quale è costretto, a causa d’essi, a rinunziare ai dilettevoli piaceri della vita. L’uomo moderno e contemporaneo ha svenduto il suo tempo, dedicandolo al lavoro anziché al piacere: i più fortunati potrebbero ravvedere congruità fra i due elementi, ma dovremmo domandarci fino a che punto sia giusto questo sistema economico basato sulla produzione estrema. Alcuni studiosi dicono che in un futuro non troppo lontano, gran parte delle mansioni lavorative, come sta già accadendo, saranno espletate dai robot: l’uomo non vivrà più di stipendio. Che sarà l’alba di un’era che rivedrà al centro degli interessi della comunità il pensiero, nelle sue forme artistiche e scientifiche, od il totale disfacimento degli equilibri umani? Se da un lato è impensabile tornare al baratto, è altrettanto faticoso immaginare una società che non si regga sull’asservimento ad un “padrone”. Sfida principale dell’umanità, è oggi quella di disegnare un mondo nel quale la nostra specie possa contemporaneamente: vivere con dignità, poter fruire dei servizi ai quali è già abituata, e poter godere di una giornata di sole senza doverla cedere in cambio del salario. Magari, non dovendo lavorare fino a 70 anni.

Uno stipendio medio per quarant’anni vale quanto l’evocatività di un singolo tramonto? A nostro avviso, no. Ma l’uomo dovrà mettersi nelle condizioni di poter rendere quest’opinione, un fatto.

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La poesia nel “mare di troppo” di Joy Musaj 0 1992

Siamo abituati a vederli un po’ tristi, incurvati su uno sgabello all’interno di qualche pub nei vicoli di Città Vecchia mentre raccontano del loro nuovo lavoro raccolto in una trentina di pagine, sorseggiando della birra avanzata da un bicchiere di plastica, raccogliendo sporadici applausi di un pubblico stipato tra i tavolini. Sono questi i poeti come la gente li immagina, tra qualche aforisma e una donna di troppo. Oggi invece, abbiamo con noi tutto il contrario di quest’immagine. Sempre di poeta – anzi poetessa – si tratta, ma con uno spiglio diverso, più gioioso, come suggerisce il suo nome. Stiamo parlando di Joy Musaj, scrittrice e poetessa a metà tra l’Albania e l’Italia, vincitrice di molti premi, che si racconta in un’intervista esclusiva.

Ciao Joy, come prima cosa, facci una panoramica su di te. Di dove sei? Cosa fai adesso? Come ti sei avvicinata alla scrittura? Raccontati!
Sono nata a Durazzo, in Albania. A nove anni mi sono trasferita assieme alla mia famiglia a Crispiano, in provincia di Taranto. Le mie due case – quella in cui sono nata e quella in cui sono cresciuta – sono esattamente ad un mare di distanza. Da qui deriva anche il nome “il mare di troppo”, il mio blog personale. Ora vivo da sola a Torino e studio psicologia. Ho incominciato a scrivere all’età di quindici anni; ad un certo punto le parole degli altri non mi bastavano più: volevo le mie parole. All’inizio scrivevo pensieri del tutto personali, senza una struttura. Ho iniziato a scrivere racconti brevi solo dopo aver letto “la grammatica di Dio” di Stefano Benni. I suoi lavori mi hanno sempre affascinato, rimanendo una costante ispirazione. È stato lui ad alimentare la mia passione per la scrittura.

 

Sappiamo che hai pubblicato dei libri e che hai vinto dei premi. Parlaci di quest’esperienza.
A diciassette anni partecipai ad un concorso intitolato “il primo amore non si scorda mai” di una piccola casa editrice. Con grande sorpresa vinsi il primo premio con il racconto “Favole d’Oggi”. Successivamente partecipai ad altri progetti, tra cui “Oltre Mare” e “Donne d’Inchiostro”, quest’ultimo della Gemma Edizioni. Con la Gemma Edizioni pubblicai anche un racconto, “I Segni dei Baci”, che venne letto a Frosinone in occasione della giornata contro la violenza. Lo stesso racconto, ma tradotto in albanese, ha vinto il premio come miglior racconto sulla violenza, questa volta in Albania. È stato importante per me pubblicare anche nella mia lingua madre.

 

Quale rapporto ti lega alla poesia? Di cosa scrivi, e in quali momenti lo fai?
Ho iniziato a scrivere poesie solo recentemente. Amo la poesia, l’ho sempre vista come una forma d’arte che si avvicina alla spontaneità dell’anima umana. Una volta che inizi a scrivere il primo verso, è la poesia che ti guida. L’unica fatica che fa il poeta è prendere la penna in mano, poi lei si scrive da sé. Per questo motivo, per molti anni, non mi sono sentita all’altezza di scriverne una. Ma come ho già detto, la poesia è spontanea e in modo del tutto naturale mi sono ritrovata a scrivere la mia prima poesia. Da quel momento, non ho più smesso. Ho sentito dire svariate volte che per scrivere bisogna soffrire. Io trovo abbastanza triste associare ad una cosa così pura come la poesia, la parola “sofferenza”. Io le assocerei la parola “libertà”. La scrittura è libertà e per scrivere basta avere qualcosa da comunicare. Quando la sera, da sola, apro il mio diario e scrivo, per me quella è la libertà e anche la mia salvezza. Mi sento più leggera dopo aver chiuso quel diario.

 

 Prima hai accennato al tuo blog. Ti segue parecchia gente? Quanti sono legati alle tue poesie?
Sono ormai quattro anni che scrivo su un blog intitolato “Il mare di troppo”. Quando l’ho creato non avrei mai immaginato che mi avrebbero seguita più di 120.000 persone. È anche grazie a loro se ho continuato a scrivere. Molte di quelle persone hanno visto crescere la mia passione per la scrittura. Ho anche avuto l’opportunità di incontrarli di persona, mi è persino capitata di essere fermata per strada e sentirmi dire “amo ciò che scrivi”. Dopo una lunga e pesante giornata, quelle parole trasmettono una gioia infinita.

 

Sappiamo che fra i tuoi progetti futuri c’è un libro con una casa editrice. Vuoi parlarcene?
Da qualche mese ho firmato un contratto con la casa editrice “Aletti Editore”. Pubblicherò il mio primo libro di racconti brevi intitolato “I fiori appassiti”, nel quale ci saranno anche i racconti pubblicati precedentemente nei vari libri. Questo lavoro è più personale di quanto voglia ammettere. Dentro di esso ci sono i miei pensieri notturni, tutti i tramonti che ho visto; c’è quel mare di troppo, tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita, le emozioni. Connesso che sono spaventata, ma nello stesso tempo il pensiero di poter comunicare tutto questo mi rende estremamente felice. Uno dei miei progetti per il momento è tradurre questo libro in albanese e pubblicarlo anche nel Paese in cui sono nata. “I fiori appassiti” parla molto dell’Albania e mi piacerebbe che i miei coetanei lo leggessero.

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