L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 172

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

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Doctor Sleep: il sequel di Shining che omaggia Kubrick e accontenta King 0 141

Certi film hanno la capacità di trasformare luoghi in personaggi o, ancor di più, in veri e propri protagonisti. È sicuramente il caso di “Shining” e del suo immortale Overlook Hotel, i cui corridoi, sale da ballo, stanze, bar, cucine, bagni, siepi e tappeti, riuscivano – grazie alla monumentale regia di Stanley Kubrick – quasi a parlare allo spettatore. Proprio come i membri della famiglia Torrance.

Lo sa bene Mike Flanagan, che in questo suo “Doctor Sleep”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del 2013 di Stephen King, non perde occasione per rivisitare quei luoghi intrisi di memoria e terrore che tanto hanno influenzato questi ultimi quarant’anni di cinema horror. Il tutto senza scontentare lo scrittore di Portland che, come molti sanno, non gradì per nulla l’adattamento cinematografico di Kubrick.

Mike Flanagan

È interessante capire, allora, come Mike Flanagan (che già aveva avuto modo di misurarsi con l’opera di King adattando per Netflix “Il gioco di Gerald”), abbia cercato di mediare tra le due parti. Perché se da un lato, in Doctor Sleep, si ricerca una continuità con il capolavoro di Kubrick (grazie al rifacimento minuzioso d’intere sequenze, al riutilizzo della colonna sonora originale e alla riproposizione dei suoi iconici personaggi), dall’altro c’è la volontà di rimanere quanto più possibile fedeli al sequel di King (dando risalto a temi centrali quali alcolismo e conflitti familiari), restituendogli inoltre quel finale che Kubrick stravolse con la sua versione cinematografica.

In questa sua opera di mediazione, però, Flanagan non rinuncia a un’estetica personale che già aveva avuto modo di mostrare con i suoi precedenti – apprezzabili – lavori (“Oculus – Il riflesso del male”, “Somnia”, “L’incubo di Hill House”). Ad esempio, tornano i suoi immancabili occhi dalla pupilla bianca alla Lucio Fulci e una certa resa estetica dei personaggi (Rebecca Ferguson, che qui interpreta la malvagia antagonista Rosie, ricorda in qualche modo la signora Crain della serie Hill House).

Quello che ne viene fuori è uno strano mix che si dimostra a tratti interessante, a tratti poco convincente. Ogni qual volta in cui Flanagan cita Kubrick – soprattutto quando non rimette in scena sequenze di “Shining”, ma ne ripropone movimenti di macchina e effetti sonori (come il battito del cuore) in contesti diversi da quello dell’Overlook Hotel – suscita emozioni ed esaltazione nostalgica nello spettatore (esempio di miglior fan service possibile). Mentre quando ricostruisce pedissequamente scene del prequel, con attori per forza di cose diversi, l’effetto è straniante e il confronto con l’originale, inevitabilmente, non regge.

Ma il vero problema di questo film è che, esclusi i rimandi a “Shining” e il buon finale, offre pochi spunti d’interesse. Colpa anche di una trama – quella del romanzo di riferimento – abbastanza ordinaria e non paragonabile a quella del suo prequel (e, infatti, il romanzo di King non venne accolto positivamente).

Una trama che ruota intorno all’ormai adulto Danny Torrance (Ewan McGregor) e ai suoi demoni quotidiani. Alcolista, senza soldi e tormentato dagli orrori vissuti in gioventù, Danny si trasferisce in un’isolata cittadina del New Hampshire, nel tentativo di rimettere la sua vita sui giusti binari. Qui, grazie all’aiuto della gente del posto riesce a liberarsi dai suoi vizi e a trovare uno scopo nella vita. Diventa un infermiere che, grazie alla sua mai del tutto sopita Luccicanza, dona conforto agli anziani pazienti di un ospizio, aiutandoli ad “addormentarsi” in serenità. Da qui il soprannome di Doctor Sleep. La Luccicanza lo porta a mettersi in contatto con Abra Stone (Kyliegh Curran), una bambina dagli straordinari poteri che gli chiederà aiuto nella lotta alla minaccia rappresentata dai demoniaci membri del Vero Nodo (creature sovrannaturali che si cibano di Luccicanza per vivere in eterno).

Per tutta la sua prima parte il (lungo) film di Flanagan soffre di una storia dispersiva e, soprattutto, di una scrittura fin troppo didascalica. I personaggi sembrano quasi voler spiegare a tutti costi allo spettatore costa sta succedendo e in che modo gli eventi di questa storia si ricollegano ai fatti narrati in “Shining”. Le riuscite interpretazioni di Ewan McGregor e Rebecca Ferguson tengono vivo l’interesse nello spettatore, in attesa che finalmente – solo verso il finale – si torni a far visita all’albergo maledetto situato sulle montagne innevate del Colorado.

Qui Flanagan è davvero bravo nel giocare con l’eredità culturale che il film di Kubrick ha lasciato nella nostra memoria, guidando lo spettatore in una sorta di giro turistico in quel parco dei divertimenti dell’orrore che l’Overlook Hotel rappresenta. Un’operazione non tanto diversa da quella che l’amico di Kubrick Steven Spielberg aveva compiuto in una sequenza del suo Ready Player One. Ed ecco che tra studio accurato e riproposizione intelligente della grammatica filmica kubrickiana, Flanagan trova il modo di tornare a parlare di quello su cui i suoi lavori si sono sempre concentrati: traumi rimossi e ricordi dolorosi all’interno di un ambiente domestico e di un contesto famigliare.

Danny avrà modo di confrontarsi, un’ultima volta, con un passato che per troppo tempo ha cercato di rifuggire. Per far sì che anche il Doctor Sleep possa trovare la maniera di “addormentarsi” con quella stessa serenità che ha saputo donare ai suoi pazienti, mettendo fine una volta per tutte ai suoi incubi e al luogo che li custodiva. Ma forse quegli stessi incubi non possono essere sconfitti definitivamente. Forse continueranno a esistere per qualcun altro. Forse verranno lasciati in eredità, così come le immortali sequenze del film di Kubrick. E allora l’unica cosa che resta da fare sarà conviverci, tenendoli a bada rinchiusi in una scatola nascosta nel labirinto della propria mente.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 113

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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