L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 221

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

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“Labirinti umani”: l’esordio di Mattia Previdi in bilico tra mainstream e solido songrwiting 0 220

S’intitola “Labirinti umani” il disco che segna l’esordio del modenese Mattia Previdi. Un lavoro autoprodotto che, con le sue 9 tracce (cifra inconsueta per una tracklist, ma scelta deliberatamente dal cantautore in quanto simbolo del compimento di un ciclo) si concentra su tematiche universali quali relazioni umane e amore. Un amore declinato secondo diverse prospettive: si parla di relazioni tossiche, di vizi e tentazioni, di amicizia, della forza di una madre che perde un figlio, di tradimenti, dell’abbandono e infine della dolcezza di un amore romantico e platonico. Il tutto senza farsi mancare un’ironica e allo stesso tempo amara considerazione nei confronti di una società che tende a privarci di quella stessa umanità che si pone come fulcro tematico di questo lavoro.

Da un punto di vista sonoro i riferimenti sono freschi e attuali, anche se non particolarmente originali. I testi di Previdi si vestono di arrangiamenti perfettamente in linea con un certo pop da classifica (Marco Mengoni, Michele Bravi, Francesca Michielin, Annalisa), nonostante la produzione – come detto, “fai da te” – non sempre riesca a replicare gli stessi standard di pulizia e precisione.

Si parte con “Labirinti umani”, brano che racconta la logorante ricerca di se stessi nell’altro che ognuno di noi porta avanti mentre s’inoltra nell’intricato dedalo di rapporti, conquiste, perdite, abbandoni e conflitti della nostra esistenza. Le atmosfere malinconiche e le melodie dirette ed efficaci si pongono come una dichiarazione d’intenti chiara e precisa che anticipa il canovaccio seguito con i brani successivi.

Come, ad esempio, in “Resta come sei”: ballata guidata dal pianoforte elettrico e da un cadenzato beat di drum machine che rimanda, anche per il cantato delle strofe, ai più recenti successi di Coez.

Segue la suadente “Siamo in due o siamo in tre”, con la quale il cantautore racconta il lento sgretolarsi di un rapporto precario e vulnerabile, minato dall’infiltrarsi subdolo di vizi e tentazioni di vario genere.

Ma è con “Diana” che le ottime capacità di narratore di Mattia escono allo scoperto, in un brano dall’animo contrastante: ballabile e immediato per melodia e sonorità, tragico e disperato per contenuti.

E dopo aver raccontato la storia di una madre che cerca di farsi forza e ripartire dopo la perdita di un figlio suicida, Mattia torna a parlare di se con un brano intimo e personale dal titolo “Crolla il tetto”. Altra ballad dal ritornello orecchiabile e dall’arrangiamento attuale e moderno.

Nella successiva “Forse un altro uomo” si affronta il tema dell’incomprensione e dell’attesa perpetua di un ritorno che, in fondo, si è consapevoli  non avverrà.

“Tieni il resto se vuoi” è un brano elettro pop che alza il ritmo e strizza l’occhio alla dance anni ’90, pur mantenendosi ben saldo all’interno di uno contesto sonoro che non vuole mai perdere d’attualità.

Una parentesi più movimentata che traghetta l’ascoltatore verso un’altra ballata: “Distante”, la prima canzone scritta e arrangiata da Previdi.

La chiusura del disco è affidata alla convincente “Nella mischia”, canzone dall’abito elettro-dance che con amara ironia riflette sulla mancanza di autenticità, di libertà e d’identità in una società ormai schiava dell’apparire.

“Labirinti umani” è un lavoro onesto e diretto, senza particolari pretese artistiche o chissà quale voglia di sperimentare, ma con una profonda conoscenza delle tendenze commerciali del momento. Con l’intento chiaro e preciso di dar vita a una raccolta di potenziali hit radiofoniche (ed effettivamente ciascuno dei brani ha tutte le carte in regola per esserlo), Previdi realizza un disco che scorre veloce e godibile, consegnando melodie di sicura efficacia e capaci di insinuarsi nella testa dell’ascoltatore anche solo dopo un primo, rapido, ascolto. Sicuramente un punto di forza per un artista che imbocca dichiaratamente la strada del pop (anche perché, contemporaneamente, la scrittura si dimostra solida e non banale). Tuttavia andrebbe aggiunto che un album, che non sia un greatest hits, non consiste in una mera collezione di singoli. Ed è questa la critica principale che si può muovere a quella che, comunque, nel complesso si può considerare una piacevole opera prima. 

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 170

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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