Le mille destinazioni degli Orange8 in un solo live 0 173

Metti un bicchiere di Montenegro, un palco intimo come quello del Catomes Tot, l’Emilia e gli Orange8; il risultato sarà sicuramente ottimo. Ed è stato proprio così, specialmente perché mi son ritrovato per l’ennesima volta in un locale con un’acustica perfetta e un live che avrebbe preso da lì a poco le sembianze di un viaggio mistico/psichedelico e, soprattutto, introspettivo. Un lungo cammino verso mondi inesplorati, pieno di sfumature diverse; di suoni che non facevano altro che unirsi tra di loro dando vita ad atmosfere pazzesche. Nel loro caso l’alchimia perfetta nasce dalla fusione di due sound; quello della diavoletto di Sergio Ferrari con l’acustica di Valentina Criscimanni (e viceversa). E in più, a dare quel tocco di carisma e personalità, quel senso distintivo che ogni band dovrebbe avere, ci hanno pensato tanti altri strumenti come l’organetto o lo scacciapensieri (o “marranzano”, da buon siciliano).

Il duo romano ha sfruttato la tappa emiliana per presentare live per la prima volta l’ultimo lavoro in studio: Leafolution, uscito lo scorso 28 febbraio. Ne hanno approfittato anche per far “assaggiare” qualche brano dei loro precedenti lavori, come Ghost Road; pezzo d’apertura estrapolato da “Let the Forest Sing” (2016). Salgono sul palco, imbracciano le loro chitarre e danno vita al viaggio partendo da questa strada dei fantasmi; un percorso che proprio come nella copertina dell’album, inizia dalla tastiera della chitarra fino ad arrivare alla luna, con un riff country style e una voce ipnotica che farà spalancare gli occhi e vagare con la mente per i prossimi minuti. Il brano successivo Chamomiel Field è il primo pezzo proposto del nuovo album; una traccia definita dagli stessi – soprattutto in relazione al video uscito il 28 febbraio – come “psicomagica”: un sound e uno stile che rimandano a Nico e Lou Reed, e pensandoci l’associazione ci potrebbe anche stare; la diavoletto rossa c’è e il resto pure. Finita questa parte di viaggio che rimanda al lontano ’67, si passa al blues di Dirty Grate Blues; è tempo dello slide, dello stompbox e soprattutto dei botta e risposta tra gli assoli di Sergio e la graffiante voce di Valentina.

Arrivati in questo punto devo fermarmi un attimo e far partire un altro paragrafo, per far risaltare ancora di più il brano successivo: Lesno Brdo. Lesno è un paesino sloveno di circa 280 abitanti, ma è anche la traccia che unisce una chitarra in grado di rimandare al sound dei Pink Floyd del ’95 (PULSE) con una voce che ricorda Elisabeth Fraser, aggiungendo al tutto il loro personale e distintivo stile; stile che si riscontra soprattutto nel loro primo lavoro: Turtle Bubble (2013), in cui è contenuta l’omonima traccia riproposta dopo essere passati dalla Slovenia. Qui ci troviamo in un mondo magico, delle fiabe direi, con qualcosa che rimanda al “primitivismo musicale” (sarà il marranzano), fatto di sogni, speranze e good vibes.

A Turtle Bubble ho tirato le somme, ho pensato al percorso fatto dalla strada dei fantasmi fino al mondo delle fiabe, passando per il ’67 e la Slovenia psichedelica; non volevo fermarmi, volevo continuare a vagare con la mente, soprattutto perché stavo notando che molti tavoli davanti a me erano vuoti, e quindi mi sentivo privilegiato ad assistere a uno spettacolo unico fatto da una band “nostrana”. Non si sono fermati, non hanno parcheggiato il loro furgoncino e sono partiti per il Giappone, verso Japanese Room. Un brano caratterizzato da una chitarra distorta che introduce, attraverso uno stile orientaleggiante e moderno, una voce che ancora una volta rimanda alla Fraser periodo Mezzanine.

Dopodiché abbiamo tutti lasciato la stanza, loro hanno preso l’ukulele e ci hanno portati tra gli alberi, nelle foreste, attraverso Tree Branch. I’m a tree branch”, ci siamo sentiti tutti un ramo di un albero, una piccola parte di qualcosa di grande, e questa cosa forse è stata la più bella. Loro sul palco, noi seduti ad ascoltarli, ci sentivamo tutti un’unica cosa; diversi, come ogni ramo, ma appartenenti ad un unico albero. Il tutto arricchito da quel cazzo di pedale Wah-wah che stava benissimo ovunque, in ogni brano, anche nel mio ennesimo Montenegro.

Rami, alberi, frutti, Italia, Sicilia, arance; perdonatemi la successione nosense ma attualmente appare l’unica per introdurre l’unico brano in italiano della scaletta: Arancio. In realtà avrei potuto far riferimento ai pantaloni arancioni di Sergio, ma la successione di parole quale sarebbe dovuta essere? Comunque…
Definito da loro come “il nostro manifesto”, è caratterizzato ovviamente da un wah-wah di cui sopra, un ukulele, e tante altre cose; tante altre belle cose che non elencherò, perché per apprezzarla ancor di più bisogna andare su Youtube, guardare il video e ascoltare attentamente le parole.

Abbiamo mangiato le arance, non ci siamo accontentati e siamo andati in Estonia a mangiare le fragole; “le maasike“, come il brano successivo: Maasika, traccia che fa parte dell’EP “Hobo Sessioni #1”. Un mix di positività, emanata dall’ukulele, da una voce angelica, da uno slide che con la mente ti fa pensare al mare; vi giuro che poi son andato a vedere il video ufficiale: è girato soprattutto in spiaggia.

Il mood cambia con A tick in time; lei si prende la scena, ci ipnotizza, nessuno vorrebbe far finire quel momento, quel brano, ma giusto il tempo di un tick in time arriva la successiva traccia: Quite Sure: un pezzo dell’ultimo album chem per fortunma non si è allontanato molto dal mood creato dalla precedente, e che vede forse il miglior assolo di chitarra della serata. Chapeau.

Questo è in parte il riassunto del live di una band italiana molto molto valida, unica, con un proprio stile e dotata di forte personalità; che ha saputo amalgamare diverse influenze musicali, dal blues al rock psichedelico, buttandoci in mezzo – magari anche inconsapevolmente – del trip-hop e del post-rock. Due chitarre che non facevano altro che parlare tra di loro, perfette e indispensabili l’una per l’altra, con la giusta dose d’acustico e d’elettrico, hanno creato, grazie a un sound pieno di sperimentazioni, un’atmosfera pazzesca e un’ottima alchimia tra il pubblico e gli esecutori. Gli Orange8 hanno mostrato una forte empatia tra di loro, regalando a ognuno di noi le emozioni che occorrevano al momento, sfruttando gli sguardi e i sorrisi che si scambiavano durante e alla fine di ogni canzone, per farci capire che le cose belle nella vita esistono. Come questo live.

Ah, si, hanno fatto anche delle cover. Belle eh.


Foto di Rosy Romano.

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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