L’estetica comunista nel cinema italiano 0 1363

Il comunismo ha accompagnato la storia del nostro Paese dagli anni ’20 del secolo scorso fino a poco più di trent’anni fa e la sua eco è viva e risuona ancora oggi: appare quindi piuttosto logico che, nel corso dell’evoluzione della settima arte in Italia, un posto non da poco nella ricerca estetica sia stato riservato al comunismo, specialmente nei riguardi di commedia e film neorealisti. Un’ideologia che da sola muoveva dai due ai quattro milioni di elettori ha ben donde di essere esplorata e indagata nei suoi aspetti e nei suoi effetti sulla società, soprattutto se si tratta di una società come quella italiana, da sempre soggetta a forti scontri sociali e politici, sia all’interno delle aule del parlamento che fuori, soprattutto in televisione.

Il motivo per cui tale ideologia sia tanto legata alla prima Repubblica è ancor oggi oggetto di dibattito presso ambienti – anche piuttosto affermati e prestigiosi – di studio sociologico e storico, che hanno il compito di sviscerare in senso tecnico la compatibilità del marxismo con gli usi e i costumi di un Paese industriale e fortemente polarizzato in senso politico quale era l’Italia in tutto il Novecento (fatta eccezione per l’ultimo decennio, in cui Tangentopoli e il crollo dell’URSS causarono la fine delle cosiddette “ideologie forti”); in sintesi si può affermare che la ricerca di un’alternativa alla destra (in un mondo all’epoca bipolare, diviso fra liberismo e socialismo, Stati Uniti e Unione Sovietica) abbia portato all’epoca i lavoratori verso posizione ideologiche affini a quelle del Partito Comunista Italiano in modo piuttosto logico e “naturale”, tenendo anche conto del fatto che alcuni dei più grandi ideologi mondiali comunisti erano proprio italiani, come Secchia, Gramsci e Nilde Iotti; di Togliatti parleremo un’altra volta, così come di Berlinguer.

Un simile fenomeno di natura sociale, ma che riguardava anche il costume, non poteva esimersi da un’analisi e una rappresentazione artistica, specialmente in un periodo in cui la ricerca e l’evoluzione artistica erano indissolubilmente legate al disagio, alle aspirazioni ed al progressivo decadimento della società occidentale: basti pensare alla pop art americana di Andy Wharol o alla scuola della Bauhaus, in Germania. Nel cinema, appunto, uno degli esempi più celebri è “La classe operaia va in paradiso“, datato 1971 e diretto da Elio Petri, in cui uno straordinario Gian Maria Volonté interpreta Ludovico Massa, detto Lulù, operaio di 31 anni con due famiglie da mantenere (una composta dalla ex moglie e il loro figlio, l’altra dalla sua nuova compagna e il figlio di lei) e con alle spalle già 15 anni di lavoro in fabbrica, due intossicazioni da vernice e un’ulcera. Un piccolo borghese a cottimo (un tipo di retribuzione comminata in base ai giorni di lavoro e quindi non fissa) che lotta tra un movimento studentesco che non condivide le istanze dei lavoratori, una situazione familiare frustrante e un lavoro che assomiglia più ad una condizione di schiavitù. Destreggiarsi in una vita che non asseconda le sue aspirazioni è per lui mortalmente frustrante e ciò lo porta ad essere, da fedele sostenitore del cottimo (in quanto garanzia della possibilità di permettersi beni di consumo a prezzo di turni massacranti) a fervente attivista comunista che abbraccia le istanze radicali, anche se deluso sia dai sindacati che dai movimenti studenteschi. Una pellicola struggente, sofferta e attuale ancor oggi, nel suo realismo crudo e duro. Il film da una parte entra nella fabbrica italiana degli anni settanta per raccontare il rapporto totale e morboso degli operai con la macchina e dall’altra al contempo esce al di fuori, per accusare sia il movimento studentesco, spesso troppo distante e ‘astratto’ dai reali problemi degli operai, che i sindacati, spesso invece collusi con i padroni con cui concertano e decidono della vita degli operai stessi, per arrivare fin dentro le case, evidenziando come l’alienazione dell’uomo-macchina continui anche nella vita di tutti giorni, contaminando i rapporti personali.

Altro illustre esempio è “Roma città aperta“, forse il film più celebre della corrente neorealista e primo capitolo della cosiddetta “trilogia della guerra antifascista”, seguito da “Paisà” (1946) e “Germania Anno Zero” (1948). In questo magistrale e drammatico ritratto dal maestro Rossellini, i partigiani collaborano con un prete locale (tale don Pellegrini) per passare messaggi alla resistenza attiva a nord di Roma, all’epoca ancora sotto il giogo nazifascista repubblichino. Tanto si è parlato delle magistrali interpretazioni di Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Marcello Pagliero e Nando Bruno, ma anche dell’essenza stessa del film, drammatico resoconto di una guerra devastante per la nostra nazione. Rossellini dipinge una città eroica, tutta coinvolta nella resistenza contro il gigante nazista, una sublimazione biblica di un conflitto che in realtà fu molto meno campale e ben più contenuto, ma che dà lustro all’Italia e al suo popolo come fiero combattente della libertà. Vero anche che la storia non andò così e, anzi, secondo Aurelio Lepre, storico di fama internazionale: “Il Rossellini di Roma città aperta faceva dimenticare il regista dell’Uomo della Croce (film propagandistico fascista, ndr), prodotto nel 1942 e presentato nel gennaio 1943 a Roma, in una solenne manifestazione, alla presenza dei dirigenti del clero castrense e delle organizzazioni d’arma. […] Il protagonista dell’Uomo della Croce era stato un sacerdote, un cappellano militare sul fronte russo, simbolo dell’ideale cristiano contrapposto alla barbarie comunista. Anche il protagonista di Roma città aperta era un sacerdote, un parroco di un rione popolare, ma la continuità era data soltanto dall’abito; per il resto il capovolgimento era completo”. Al di là delle accuse di trasformismo e di revisionismo, il film “Roma città aperta” resta uno dei più bei ritratti corali mai prodotti in Italia e un film dalla carica dirompente e devastante, capace di emozionare anche a distanza di decenni.

Una foto del maestro Roberto Rossellini

Memorabile anche Pier Paolo Pasolini, al giorno d’oggi citato spesso e volentieri a sproposito, e che nelle sue pellicole analizza a volte problemi sociali, a volte perversioni dell’animo umano. Uno dei suoi film più belli è “Uccellacci e uccellini“, del 1966, in cui un vecchio e stanco Totò impersona se stesso, come fa anche Nino Davoli, in un film a metà tra il comico e il surreale (palese l’influenza di Ingmar Bergman e i suoi “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo“) che descrive le avventure di due proletari di infimo livello che vivono le loro vite in modo noncurante, fin quando non incontrano un corvo, il quale è, come dice lo stesso film: “Un giovane intellettuale di estrema sinistra, diciamo… di prima della morte di Togliatti”. L’incessante parlare alto ed astratto di tematiche filosofiche marxiste è motivo di noia per i due uomini, che non sono minimamente interessati a simili disquisizioni e alla fine si mangeranno il povero corvo. Non manca un richiamo, quasi un’autocitazione, al Vangelo secondo Matteo, del 1964, anche se qui l’elemento religioso è parodiato, con Totò e Nino che insegnano, in veste di frati in un flashback improbabile in cui loro sono seguaci di san Francesco, ai falchi e ai passerotti le più elementari norme cristiane, come amore, compassione e perdono.

Risultato? I falchi comunque continuano a mangiarsi i passerotti e in questo Pasolini vuol far capire al pubblico che, nella sua visione della società, i messaggi cattolici, in apparenza egualitari e pacifisti, non eliminano il contrasto tra le classi sociali, che rimangono saldamente divise e in lotta tra loro. Il corvo, nel presente del film, rappresenta la sinistra filosofica, da salotto, incapace di comunicare col popolo e lontana da esso anni luce; il regista bolognese “naturalizzato” romano esprime tutto il proprio estro nel raccontare una storia che viaggia su due binari: nel presente, Nino e Totò rappresentano la piccola borghesia proletarizzata, egoista e frustrata, che non è in grado di preoccuparsi di altro se non della propria sopravvivenza, mentre nel passato essi sono due francescani e in tale frangente Pasolini mette alla berlina l’incapacità della chiesa di far fronte alla dinamica della lotta di classe, per via della sua fondamentale inadeguatezza. E il corvo? Già, a momenti stava per essere dimenticato: esso è un feticcio che incarna l’autocritica pasoliniana verso il comunismo, che rischia spesso di diventare troppo tecnico per le persone comuni, fallendo nel proprio intento originario, ossia essere vicino alle masse in difficoltà. Ci si trova di fronte a un film colossale nella propria semplicità e nel proprio cinismo verso la realtà sociale e politica dell’epoca; indubbiamente, uno dei più bei film della storia della cinematografia italiana, in cui Pasolini è consapevole analista e lucido studioso della realtà contemporanea. Questa sua caratteristica traspare in varie interviste in cui prese parte, in cui denunciava il pericolo dello schermo come fondamento di un assetto antidemocratico in cui chi era nello schermo dominava e influenzava chi guardava. La sua capacità di indagine e la sua lungimiranza (espressa anche dalla sua famosa frase: “I proletari imitano i borghesi che vedono in TV” ) rendono i suoi film attuali e vivi ancor oggi, pertanto senza dubbio è bene affrontarne la visione.

Una scena – purtroppo in bassa definizione – di “Uccellacci e Uccellini”

Non tutti i film sul comunismo italiano sono però drammatici: famose e apprezzate anche alcune commedie legate al marxismo, come “Berlinguer ti voglio bene“, del 1977 e diretta da Giuseppe Bertolucci, in cui Roberto Benigni, prima di interpretare assai liberamente la storia contemporanea in “La vita è bella“, veste i panni di Mario Cioni, un sottoproletario fiorentino comunista affetto da un grave complesso edipico, i cui risvolti nel finale della pellicola saranno grotteschi e spiazzanti, per lui tanto quanto per il pubblico. L’uomo comune (penosamente normale, per citare Fantozzi) alle prese con un’ideologia che non capisce del tutto, forse anche a causa di un’eccessiva astrazione dell’ideale compiuta dal P.C.I. berlingueriano a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Certo, il montaggio e i tempi molto lenti, uniti alla logorrea di Benigni, lo rendono forse un po’ pesante, ma il messaggio surreale e la delicatezza con cui viene affrontato il complesso di Mario, malgrado la crudezza del linguaggio e degli sviluppi narrativi, creano un nuovo modo di intendere la commedia, che ne rende interessante la visione.

Meritevole di menzione è “I 2 deputati“, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nei panni l’uno di un candidato comunista e l’altro democristiano, sceneggiato agrodolce e irresistibile che mostra l’avventura di due uomini comuni in un meccanismo – quello della politica – mostruosamente più grande di loro e che molto spesso li trascina. In un periodo in cui la coppia Franchi/Ingrassia viveva un momento di grave rallentamento artistico e di ripetitività, questo film è un lampo di luce e ha delle trovate comiche spesso azzeccate: il film è lontano dall’ingenuità consueta del duo e a tratti mostra anche giuochi di potere e manovre politiche dietro alle candidature locali. Ci si poteva dimenticare di Fantozzi? È vero che non si tratta di una serie di film sul comunismo, ma l’esaltazione (e l’amichevole presa in giro) della minuscola borghesia impiegatizia è senz’altro un’ottima opera di satira, che permette a chiunque di trovare il proprio livello comico. Ce ne sono tre, per essere precisi: la comicità fisica, slapstick, che fa ridere i bambini e i ragazzini; poi la riflessione sulle relazioni personali e le scene di comicità più mature (come la caccia nel “Secondo tragico Fantozzi” o il film porno in “Fantozzi va in pensione“); e, infine, il terzo livello, quello dei grandi, con Fantozzi che deve “correggere” la scritta in cielo “Il megapresidente è uno stronzo”, che partecipa alla tribuna politica, destreggiandosi tra sigle e candidati, che deve subire il tradimento della moglie con un panettiere. Il terzo livello strappa una risata amara, che non fa ridere, bensì riflettere.

Il genio di Paolo Villaggio nella scrittura e nel cinema – soprattutto – ha regalato al nostro cinema comico un ritratto grottesco e iperbolico di una società piccola, prezzolata e guidata esclusivamente dai propri interessi personali, nel tentativo di non venire schiacciati dal peso del potere che grava su di loro e che comanda le loro vite. Il meccanismo dello straniamento rovesciato verghiano, utilizzato da Villaggio, vuole svegliare le coscienze in modo delicato, quasi paterno, e purtroppo tende a perdere questo intento sociale man mano che si prosegue nella serie, con pellicole sempre più ripetitive e stanche: non si tornerà mai più ai fasti dell’incontro tra Fantozzi e Folagra nel primo film, o del varo della turbonave aziendale del secondo, e in fondo è giusto così. Solo i primi due film sono rimasti davvero epocali e sono quelli in cui si sente maggiormente la vena sociale di Villaggio, dichiaratamente ed orgogliosamente schierato “Ancora più a sinistra di Mao”, come diceva spesso nelle sue interviste.

Un frame del film”Novecento” di Bertolucci

Tocca ora a Nanni Moretti e alla sua geniale verve attoriale di stampo comunista, spesso lampante in film come “Il Portaborse” (non diretto da lui, bensì da Daniele Luchetti nel 1991, e di stampo drammatico), che racconta le avventura di Luciano, professore di latino che per arrotondare fa il ghostwriter, venendo notato da Cesare Botero, ministro delle partecipazioni statali del partito socialista, che lo ingaggia. Si scopriranno macchinazioni gigantesche, giro di soldi sporchi per milioni di lire e totale disinteresse della politica per i reali problemi del Paese. La perla comica più brillante e ispirata è decisamente “Palombella Rossa”, del 1989 e diretto dallo stesso Moretti, in cui la crisi profonda del comunismo di fine anni ’80 è tinteggiata con una sferzante e perfettamente bilanciata ironia; descrivere tale crisi è un compito gravoso e difficile, ma il comico romano (che aveva fatto del comunismo la sua fede fin dai tempi di Ecce Bombo) non poteva certo esimersi. Nasce così “Palombella rossa”, metafora sul sistema politico dell’Italia della prima Repubblica, in cui Nanni rende il suo personaggio storico, Michele Apicella, il più possibile simile a sé, rendendo questa forse la più autobiografica delle sue pellicole; non a caso il plot ruota attorno a una infinita partita di pallanuoto, sport che Moretti ha sempre amato e praticato, anche a livello agonistico, arrivando in serie A. Apicella è preda di tormenti, traumi infantili, entra ed esce dall’acqua e tenta di comunicare con un mister – Mario, portato sullo schermo da un irresistibile Silvio Orlando, stesso attore che interpreta Luciano nel succitato “Il Portaborse” – che non ne capisce nulla di strategia e di pressing, una figlia che lo considera noioso (Asia Argento), avversari politici che lo tormentano. Si crea un quadro surreale ma attendibile, che ricorda Polanski nel suo “Rosemary’s Baby” o “L’inquilino del terzo piano“, pur eliminando completamente l’angoscia che si respirava in quei film, sostituendola con una scanzonata e nostalgica ironia, che non vuole far la morale a nessuno. Lo scopo è raccontare la fine di un’era e la lotta ormai persa contro una società che rema contro il protagonista e le sue idee. La durata è di appena ottanta minuti, ma (proprio come il Dottor Živago, continuamente citato nel film) sembra durare tantissimo, ma è proprio quella l’intenzione: non annoia, perché è costruito per essere lento, come una ninna nanna che dà la buonanotte al Partito Comunista Italiano e all’ideologia che ha guidato metà del mondo per settant’anni.

Recente è invece “Cosmonauta”, del 2009, per la regia di Susanna Nicchiarelli, che racconta la storia a tratti comica e a tratti drammatica di Luciana, giovane militante comunista attiva negli anni ’60, decennio bollente del secolo scorso anche a causa delle lotte giovanili. Schiacciata da un partito ancora maschilista e da comuni turbe adolescenziali, all’epoca particolarmente forti per una generazione certamente molto più “ingessata” di quella attuale. Il conflitto tra la madre e la figlia (che rifiuta la prima comunione a dieci anni per la sua orgogliosa appartenenza politica, manifestata fin dalla tenerissima età), la presentazione di un tema ancora oggi scottante e, forse, troppo spesso dimenticato, ossia il poliamore, l’attrito con i piani alti del partito, all’epoca ancora maschilisti e omofobi… queste ed altre tematiche rendono “Cosmonauta”, distribuito in Italia da Fandango, una vera chicca del cinema d’autore, da recuperare assolutamente. Certo, è ingenuo e senza la pretesa di raccontare fedelmente le vicende politiche dell’Italia del boom economico, ma nella sua semplicità ricorda un po’ lo stile di Moretti, anche se molto, molto meno dissacrante e surreale.

Una scena di “Cosmonauta”, a cui è dedicata anche la copertina di quest’articolo

Per concludere, nel cinema italiano il comunismo e il suo legame con la società e la cultura del Bel Paese sono stati abbondantemente analizzati e i film in cui tale leitmotiv è presente sono – nel bene e nel male – manifesti di un’epoca che non c’è più. Insegnamenti da donarci ne ha ancora, come la lotta contro la prepotenza del più forte, il ribellarsi alla logica del profitto, ma il bello della settima arte è proprio che, anche nei film più schierati, ognuno può trovare la propria interpretazione personale e assolutamente unica, anche se naturalmente non è possibile attribuire al film contenuti e schieramenti che non ha: bisogna conservare un occhio critico nell’approcciarsi a film che sono nati in un clima completamente diverso da quello attuale, in cui la politica non era scontro senza esclusione di colpi, ma confronto, analisi e dibattito. I film sulla società e sul comunismo sono film non sempre agili, a volte pesanti per chi di politica si disinteressa, ma sono anche e soprattutto documenti e indagini su una filosofia socioeconomica che, sempre nel bene e nel male, ha cambiato la storia dell’umanità in modo non del tutto irreversibile, purtroppo.

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina.

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Dogman: un ritorno alle origini in grande stile per Matteo Garrone 0 470

A tre anni di distanza dal pluripremiato (7 David di Donatello) “Il racconto dei racconti”, ambizioso adattamento dell’omonima raccolta di fiabe di Giambattista Basile, arriva nelle sale Dogman, l’atteso ritorno sul grande schermo di Matteo Garrone.

Presentato in concorso al festival di Cannes 2018, dove è stato accolto in maniera positiva da critica e pubblico (vincendo tra l’altro il premio per la migliore interpretazione maschile grazie alla performance del protagonista Marcello Fonte), il nuovo film del regista romano si pone, sotto diversi punti di vista, in netta contrapposizione rispetto al lavoro precedente. Dalle fantasiose trame favolistiche si passa ora a un iperrealismo asciutto e rigoroso, dal nutrito ensemble di stelle internazionali si vira su un ristretto cast di attori (in alcuni casi neanche professionisti), dai maestosi paesaggi e dai castelli medievali si torna a una provincia povera e isolata di “Gomorriana” memoria.

D’altronde, con Dogman, Garrone ha voluto rivisitare le stesse location nelle quali aveva ambientato alcuni dei suoi vecchi cult, quali “L’imbalsamatore” e – per l’appunto – “Gomorra”. I paesaggi desolati sono quelli di Pinetamare, frazione della provincia di Caserta, simbolo di abusivismo edilizio e degrado sociale. La storia, invece, è quella di Marcello (Marcello Fonte), un tenero e impacciato “toilettatore” per cani, vittima degli abusi di Simoncino (Edoardo Pesce), un ex pugile violento e prevaricatore.

Per atmosfere e ambientazioni Garrone ritorna, dunque, al cinema delle sue origini e lo fa con una regia diretta ed essenziale. Una regia che, senza inutili svolazzi e ostentati tecnicismi, si mette perfettamente al servizio della storia e dei suoi protagonisti.

Infatti Dogman, la cui trama si ispira solo lontanamente ai truculenti fatti di cronaca di fine anni ’80 (il c.d. delitto del “canaro della Magliana”), ha il grande pregio di essere un film che vive e si alimenta dei suoi personaggi, così dettagliatamente caratterizzati e meticolosamente scavati nella loro psicologia da riuscire a provocare nello spettatore sentimenti tanto forti, quanto polarizzanti.

Da una parte troviamo Marcello, un uomo mite e cordiale, con uno sconfinato amore per i cani, dei quali si prende premurosamente cura con passione e dedizione, e per la figlioletta Alida, con la quale adora passare il tempo libero (spesso facendo immersioni subacquee). Dall’altra abbiamo invece Simoncino, un criminale brutale e prepotente, fonte continua di soprusi e disagi per l’intero quartiere.

Tuttavia la banale dicotomia buono/cattivo non è propria di questa storia.

A dimostrazione di quanto ognuno di noi sia portatore di profonde contraddizioni e vittima impotente di fronte all’imprevedibilità del corso degli eventi, Marcello ci viene presentato come un personaggio caratterizzato da una forte conflittualità interna. Egli è un sostanzialmente un buono, una persona dal cuore gentile. Ma essere buoni, all’interno di un contesto feroce e disumano come quello in cui si ritrova, equivale ad essere deboli. In un mondo del genere, dove i pitbull feroci azzannano i cani più docili, per sopravvivere è necessario sporcarsi le mani. Ed ecco che, in aggiunta alla sua piccola attività, Marcello si guadagna da vivere spacciando cocaina e aiutando l’”amico” Simoncino, uno dei suoi più affezionati clienti, in furti occasionali.

A ben vedere, però, il vero protagonista del film risulta essere proprio lo squallido quartiere popolare che fa da spettrale cornice alla vicenda. Un luogo di frontiera, indefinito nello spazio e sospeso nel tempo, la cui brutalità selvaggia e il cui silenzioso isolamento si fanno essenza stessa della narrazione. Un luogo abbandonato e dimenticato da tutti, all’interno del quale si trascinano le stanche vite di una piccola comunità, perennemente confinata nei soliti quattro posti che Garrone torna puntualmente a mostrarci (il fatiscente negozio di Marcello, il Compro Oro adiacente, i campi di calcetto, la sala giochi, il ristorante). Un villaggio che richiama atmosfere western (con la sabbia del deserto sostituita da quella del litorale sul quale si affacciano le mostruose palazzine di cemento) e che, nella sua emarginazione, restituisce perfettamente allo spettatore una sensazione di totale disinteresse e impassibilità da parte del mondo esterno per le vite dei personaggi che agiscono in questo sperduto microcosmo.

A sorreggere la pellicola ci pensa l’ambiguo rapporto che lega Marcello a Simoncino. Il timido canaro, pur essendo totalmente succube delle vessazioni del prepotente, non sembra sottomettersi alla volontà di quest’ultimo solo per timore e sudditanza, ma anche per una sorta di fascinazione provata nei confronti della sua forza e della sua autorevolezza (che, in fondo, vorrebbe possedere). Inoltre Marcello, che si dimostra spasmodicamente desideroso di farsi voler bene da tutti nel quartiere (Simoncino incluso), sembra esser mosso da un labile, ma comunque percepibile, affetto nei confronti del suo spregiudicato perseguitore. Tanto da esser pronto a sacrificare la sua stessa libertà per lui.

Ma sarà proprio questo gesto di inusuale umanità, in maniera tragicamente ironica, a fargli perdere l’affetto dei suoi amici, facendolo così sprofondare in un abisso di isolamento e alienazione che toglierebbe ossigeno anche a un abituale sommozzatore come lui. Da qui il desiderio di farsi riaccettare. Da qui il desiderio di rivalsa, di reazione, di riappropriazione di una dignità perduta sotto il peso di soprusi non più tollerabili.

Una vendetta che però, in linea con il candore e la purezza dell’animo di Marcello, non vuole essere violenta. Sono, ancora una volta, gli eventi a trascinare il canaro alla deriva, come il mare in tempesta farebbe con uno spaesato sommozzatore. Sono gli stessi eventi ad azionare un inesorabile meccanismo di violenza nel quale Marcello, suo malgrado, finisce per trovarsi incastrato, pur essendone estraneo. Sono sempre questi eventi a condurre la vicenda verso un brutale epilogo, racchiuso in tutta la sua tragicità nello straziante primo piano finale.

Dogman è un film che parla, con impressionante lucidità e rigorosa semplicità, della lotta quotidiana per la sopravvivenza in luoghi violenti, della complessità nel gestire le relazioni umane, della salvaguardia della propria dignità in risposta alla sopraffazione e alle prepotenze altrui. Il tutto confezionato in una “fiaba realistica”, scura e contemporanea, dai contorni teneri e commoventi (le scene in cui ci viene mostrato il rapporto dolce e amorevole che Marcello ha con i cani e con sua figlia) e dai risvolti tragici e violenti. Un film che si dimostra un riuscito ritorno alle origini per uno degli autori più importanti del nostro cinema.

 

“L’Isola dei Cani”, Wes Anderson ci regala un piccolo capolavoro indipendente 0 285

Nuovo film di Wes Anderson, la pellicola è ambientata nella terra del Sol Levante e ha una sinossi molto semplice, senza perdersi per questo motivo nella banalità: nella città di Megasaki, in Giappone, i cani si sono ammalati di una misteriosa influenza simile ad una febbre malarica; non vi è rischio di trasmissione interspecie (animale-uomo), ma il partito reazionario guidato dal sindaco Kobayashi, in carica da sette mandati, fa leva sull’ignoranza e sul sensazionalismo mediatico per condurre una campagna di odio sistematico verso i cani. Il clan Kobayashi era durante il periodo Edo – come viene raccontato all’inizio del film – una nobile famiglia di dignitari che condusse una guerra contro i cani selvatici, per sottometterli.
Sarà compito del pupillo di Kobayashi, suo nipote Atari – il quale si schianterà sull’isola/discarica usata per il confino dei cani – far cambiare idea alla popolazione e sventare il complotto, assieme ai ragazzi di un collettivo studentesco metropolitano pro-cani, prima che il sindaco dia l’ordine di sterminarli tutti.

Da un punto di vista tecnico, il film è ineccepibile, perfetto nella sua semplicità registica, la quale lascia comunque spazio a pennellate autoriali di stile; la sceneggiatura è solida e non si lancia in rocamboleschi intrecci di tarantiniana memoria, bensì si mantiene pulita e chiara, senza tuttavia peccare di essere didascalica. La tecnica espositiva usata non è il live-action, ma uno stop-motion dal sapore rétro e nostalgico, che ben si sposa con l’atmosfera narrativa e conferisce delicatezza e serietà alla pellicola; essa, infatti, sembra possedere in ogni momento – perfino quelli comici – la consapevolezza di star metaforizzando una tematica molto importante e di starne parlando col pubblico in modo intimo e dolce.

La metafora è infatti quella del razzismo e della segregazione: una tematica difficile che tuttavia viene trattata con una delicatezza quasi paterna da parte del regista, il quale adopera uno stile asciutto e ben impostato, senza sbavature e senza esagerazioni, pur sperimentando diverse soluzioni visive e scenografiche; il risultato è un’opera scorrevole, valorizzata nei concetti e nell’approfondimento dei personaggi, che non risulta pesante o di difficile digestione in nessun momento. L’attenzione alla sfera emotiva e personale dei personaggi mostrati, l’aria di familiarità e di dolce nostalgia che il film riesce a creare, assieme ad un’interessante quanto essenziale colonna sonora rendono “L’Isola Dei Cani” un film godibile, profondo e dolce nella sua dissacrante quanto scanzonata e sottile schiettezza; ciò rende la visione fruibile ad un pubblico piuttosto ampio, anche se il ritmo posato e riflessivo e l’azione dosata e ben contestualizzata (scordatevi Michael Bay, quindi) potrebbero scoraggiare piccini e adulti facilmente annoiabili.

Un po’ thriller, un po’ fantapolitica, Wes Anderson fa l’occhiolino dietro la cinepresa, citando opere divenute miti senza tempo (il Piccolo Principe, il Signore degli Anelli, 1997: Fuga da New York e tanti altri) e stabilendo un contatto personale e quasi intimo con ciascuno spettatore in sala, raccontando una storia agrodolce nella sua atmosfera nostalgica ma speranzosa; assieme ad intuizioni e spunti innovativi e ad una accuratezza fedele e rispettosa al mondo nipponico, ciò lo rende un piccolo capolavoro indipendente che merita senza dubbio alcuno la visione.

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