L’estetica comunista nel cinema italiano 0 2078

Il comunismo ha accompagnato la storia del nostro Paese dagli anni ’20 del secolo scorso fino a poco più di trent’anni fa e la sua eco è viva e risuona ancora oggi: appare quindi piuttosto logico che, nel corso dell’evoluzione della settima arte in Italia, un posto non da poco nella ricerca estetica sia stato riservato al comunismo, specialmente nei riguardi di commedia e film neorealisti. Un’ideologia che da sola muoveva dai due ai quattro milioni di elettori ha ben donde di essere esplorata e indagata nei suoi aspetti e nei suoi effetti sulla società, soprattutto se si tratta di una società come quella italiana, da sempre soggetta a forti scontri sociali e politici, sia all’interno delle aule del parlamento che fuori, soprattutto in televisione.

Il motivo per cui tale ideologia sia tanto legata alla prima Repubblica è ancor oggi oggetto di dibattito presso ambienti – anche piuttosto affermati e prestigiosi – di studio sociologico e storico, che hanno il compito di sviscerare in senso tecnico la compatibilità del marxismo con gli usi e i costumi di un Paese industriale e fortemente polarizzato in senso politico quale era l’Italia in tutto il Novecento (fatta eccezione per l’ultimo decennio, in cui Tangentopoli e il crollo dell’URSS causarono la fine delle cosiddette “ideologie forti”); in sintesi si può affermare che la ricerca di un’alternativa alla destra (in un mondo all’epoca bipolare, diviso fra liberismo e socialismo, Stati Uniti e Unione Sovietica) abbia portato all’epoca i lavoratori verso posizione ideologiche affini a quelle del Partito Comunista Italiano in modo piuttosto logico e “naturale”, tenendo anche conto del fatto che alcuni dei più grandi ideologi mondiali comunisti erano proprio italiani, come Secchia, Gramsci e Nilde Iotti; di Togliatti parleremo un’altra volta, così come di Berlinguer.

Un simile fenomeno di natura sociale, ma che riguardava anche il costume, non poteva esimersi da un’analisi e una rappresentazione artistica, specialmente in un periodo in cui la ricerca e l’evoluzione artistica erano indissolubilmente legate al disagio, alle aspirazioni ed al progressivo decadimento della società occidentale: basti pensare alla pop art americana di Andy Wharol o alla scuola della Bauhaus, in Germania. Nel cinema, appunto, uno degli esempi più celebri è “La classe operaia va in paradiso“, datato 1971 e diretto da Elio Petri, in cui uno straordinario Gian Maria Volonté interpreta Ludovico Massa, detto Lulù, operaio di 31 anni con due famiglie da mantenere (una composta dalla ex moglie e il loro figlio, l’altra dalla sua nuova compagna e il figlio di lei) e con alle spalle già 15 anni di lavoro in fabbrica, due intossicazioni da vernice e un’ulcera. Un piccolo borghese a cottimo (un tipo di retribuzione comminata in base ai giorni di lavoro e quindi non fissa) che lotta tra un movimento studentesco che non condivide le istanze dei lavoratori, una situazione familiare frustrante e un lavoro che assomiglia più ad una condizione di schiavitù. Destreggiarsi in una vita che non asseconda le sue aspirazioni è per lui mortalmente frustrante e ciò lo porta ad essere, da fedele sostenitore del cottimo (in quanto garanzia della possibilità di permettersi beni di consumo a prezzo di turni massacranti) a fervente attivista comunista che abbraccia le istanze radicali, anche se deluso sia dai sindacati che dai movimenti studenteschi. Una pellicola struggente, sofferta e attuale ancor oggi, nel suo realismo crudo e duro. Il film da una parte entra nella fabbrica italiana degli anni settanta per raccontare il rapporto totale e morboso degli operai con la macchina e dall’altra al contempo esce al di fuori, per accusare sia il movimento studentesco, spesso troppo distante e ‘astratto’ dai reali problemi degli operai, che i sindacati, spesso invece collusi con i padroni con cui concertano e decidono della vita degli operai stessi, per arrivare fin dentro le case, evidenziando come l’alienazione dell’uomo-macchina continui anche nella vita di tutti giorni, contaminando i rapporti personali.

Altro illustre esempio è “Roma città aperta“, forse il film più celebre della corrente neorealista e primo capitolo della cosiddetta “trilogia della guerra antifascista”, seguito da “Paisà” (1946) e “Germania Anno Zero” (1948). In questo magistrale e drammatico ritratto dal maestro Rossellini, i partigiani collaborano con un prete locale (tale don Pellegrini) per passare messaggi alla resistenza attiva a nord di Roma, all’epoca ancora sotto il giogo nazifascista repubblichino. Tanto si è parlato delle magistrali interpretazioni di Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Marcello Pagliero e Nando Bruno, ma anche dell’essenza stessa del film, drammatico resoconto di una guerra devastante per la nostra nazione. Rossellini dipinge una città eroica, tutta coinvolta nella resistenza contro il gigante nazista, una sublimazione biblica di un conflitto che in realtà fu molto meno campale e ben più contenuto, ma che dà lustro all’Italia e al suo popolo come fiero combattente della libertà. Vero anche che la storia non andò così e, anzi, secondo Aurelio Lepre, storico di fama internazionale: “Il Rossellini di Roma città aperta faceva dimenticare il regista dell’Uomo della Croce (film propagandistico fascista, ndr), prodotto nel 1942 e presentato nel gennaio 1943 a Roma, in una solenne manifestazione, alla presenza dei dirigenti del clero castrense e delle organizzazioni d’arma. […] Il protagonista dell’Uomo della Croce era stato un sacerdote, un cappellano militare sul fronte russo, simbolo dell’ideale cristiano contrapposto alla barbarie comunista. Anche il protagonista di Roma città aperta era un sacerdote, un parroco di un rione popolare, ma la continuità era data soltanto dall’abito; per il resto il capovolgimento era completo”. Al di là delle accuse di trasformismo e di revisionismo, il film “Roma città aperta” resta uno dei più bei ritratti corali mai prodotti in Italia e un film dalla carica dirompente e devastante, capace di emozionare anche a distanza di decenni.

Una foto del maestro Roberto Rossellini

Memorabile anche Pier Paolo Pasolini, al giorno d’oggi citato spesso e volentieri a sproposito, e che nelle sue pellicole analizza a volte problemi sociali, a volte perversioni dell’animo umano. Uno dei suoi film più belli è “Uccellacci e uccellini“, del 1966, in cui un vecchio e stanco Totò impersona se stesso, come fa anche Nino Davoli, in un film a metà tra il comico e il surreale (palese l’influenza di Ingmar Bergman e i suoi “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo“) che descrive le avventure di due proletari di infimo livello che vivono le loro vite in modo noncurante, fin quando non incontrano un corvo, il quale è, come dice lo stesso film: “Un giovane intellettuale di estrema sinistra, diciamo… di prima della morte di Togliatti”. L’incessante parlare alto ed astratto di tematiche filosofiche marxiste è motivo di noia per i due uomini, che non sono minimamente interessati a simili disquisizioni e alla fine si mangeranno il povero corvo. Non manca un richiamo, quasi un’autocitazione, al Vangelo secondo Matteo, del 1964, anche se qui l’elemento religioso è parodiato, con Totò e Nino che insegnano, in veste di frati in un flashback improbabile in cui loro sono seguaci di san Francesco, ai falchi e ai passerotti le più elementari norme cristiane, come amore, compassione e perdono.

Risultato? I falchi comunque continuano a mangiarsi i passerotti e in questo Pasolini vuol far capire al pubblico che, nella sua visione della società, i messaggi cattolici, in apparenza egualitari e pacifisti, non eliminano il contrasto tra le classi sociali, che rimangono saldamente divise e in lotta tra loro. Il corvo, nel presente del film, rappresenta la sinistra filosofica, da salotto, incapace di comunicare col popolo e lontana da esso anni luce; il regista bolognese “naturalizzato” romano esprime tutto il proprio estro nel raccontare una storia che viaggia su due binari: nel presente, Nino e Totò rappresentano la piccola borghesia proletarizzata, egoista e frustrata, che non è in grado di preoccuparsi di altro se non della propria sopravvivenza, mentre nel passato essi sono due francescani e in tale frangente Pasolini mette alla berlina l’incapacità della chiesa di far fronte alla dinamica della lotta di classe, per via della sua fondamentale inadeguatezza. E il corvo? Già, a momenti stava per essere dimenticato: esso è un feticcio che incarna l’autocritica pasoliniana verso il comunismo, che rischia spesso di diventare troppo tecnico per le persone comuni, fallendo nel proprio intento originario, ossia essere vicino alle masse in difficoltà. Ci si trova di fronte a un film colossale nella propria semplicità e nel proprio cinismo verso la realtà sociale e politica dell’epoca; indubbiamente, uno dei più bei film della storia della cinematografia italiana, in cui Pasolini è consapevole analista e lucido studioso della realtà contemporanea. Questa sua caratteristica traspare in varie interviste in cui prese parte, in cui denunciava il pericolo dello schermo come fondamento di un assetto antidemocratico in cui chi era nello schermo dominava e influenzava chi guardava. La sua capacità di indagine e la sua lungimiranza (espressa anche dalla sua famosa frase: “I proletari imitano i borghesi che vedono in TV” ) rendono i suoi film attuali e vivi ancor oggi, pertanto senza dubbio è bene affrontarne la visione.

Una scena – purtroppo in bassa definizione – di “Uccellacci e Uccellini”

Non tutti i film sul comunismo italiano sono però drammatici: famose e apprezzate anche alcune commedie legate al marxismo, come “Berlinguer ti voglio bene“, del 1977 e diretta da Giuseppe Bertolucci, in cui Roberto Benigni, prima di interpretare assai liberamente la storia contemporanea in “La vita è bella“, veste i panni di Mario Cioni, un sottoproletario fiorentino comunista affetto da un grave complesso edipico, i cui risvolti nel finale della pellicola saranno grotteschi e spiazzanti, per lui tanto quanto per il pubblico. L’uomo comune (penosamente normale, per citare Fantozzi) alle prese con un’ideologia che non capisce del tutto, forse anche a causa di un’eccessiva astrazione dell’ideale compiuta dal P.C.I. berlingueriano a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Certo, il montaggio e i tempi molto lenti, uniti alla logorrea di Benigni, lo rendono forse un po’ pesante, ma il messaggio surreale e la delicatezza con cui viene affrontato il complesso di Mario, malgrado la crudezza del linguaggio e degli sviluppi narrativi, creano un nuovo modo di intendere la commedia, che ne rende interessante la visione.

Meritevole di menzione è “I 2 deputati“, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nei panni l’uno di un candidato comunista e l’altro democristiano, sceneggiato agrodolce e irresistibile che mostra l’avventura di due uomini comuni in un meccanismo – quello della politica – mostruosamente più grande di loro e che molto spesso li trascina. In un periodo in cui la coppia Franchi/Ingrassia viveva un momento di grave rallentamento artistico e di ripetitività, questo film è un lampo di luce e ha delle trovate comiche spesso azzeccate: il film è lontano dall’ingenuità consueta del duo e a tratti mostra anche giuochi di potere e manovre politiche dietro alle candidature locali. Ci si poteva dimenticare di Fantozzi? È vero che non si tratta di una serie di film sul comunismo, ma l’esaltazione (e l’amichevole presa in giro) della minuscola borghesia impiegatizia è senz’altro un’ottima opera di satira, che permette a chiunque di trovare il proprio livello comico. Ce ne sono tre, per essere precisi: la comicità fisica, slapstick, che fa ridere i bambini e i ragazzini; poi la riflessione sulle relazioni personali e le scene di comicità più mature (come la caccia nel “Secondo tragico Fantozzi” o il film porno in “Fantozzi va in pensione“); e, infine, il terzo livello, quello dei grandi, con Fantozzi che deve “correggere” la scritta in cielo “Il megapresidente è uno stronzo”, che partecipa alla tribuna politica, destreggiandosi tra sigle e candidati, che deve subire il tradimento della moglie con un panettiere. Il terzo livello strappa una risata amara, che non fa ridere, bensì riflettere.

Il genio di Paolo Villaggio nella scrittura e nel cinema – soprattutto – ha regalato al nostro cinema comico un ritratto grottesco e iperbolico di una società piccola, prezzolata e guidata esclusivamente dai propri interessi personali, nel tentativo di non venire schiacciati dal peso del potere che grava su di loro e che comanda le loro vite. Il meccanismo dello straniamento rovesciato verghiano, utilizzato da Villaggio, vuole svegliare le coscienze in modo delicato, quasi paterno, e purtroppo tende a perdere questo intento sociale man mano che si prosegue nella serie, con pellicole sempre più ripetitive e stanche: non si tornerà mai più ai fasti dell’incontro tra Fantozzi e Folagra nel primo film, o del varo della turbonave aziendale del secondo, e in fondo è giusto così. Solo i primi due film sono rimasti davvero epocali e sono quelli in cui si sente maggiormente la vena sociale di Villaggio, dichiaratamente ed orgogliosamente schierato “Ancora più a sinistra di Mao”, come diceva spesso nelle sue interviste.

Un frame del film”Novecento” di Bertolucci

Tocca ora a Nanni Moretti e alla sua geniale verve attoriale di stampo comunista, spesso lampante in film come “Il Portaborse” (non diretto da lui, bensì da Daniele Luchetti nel 1991, e di stampo drammatico), che racconta le avventura di Luciano, professore di latino che per arrotondare fa il ghostwriter, venendo notato da Cesare Botero, ministro delle partecipazioni statali del partito socialista, che lo ingaggia. Si scopriranno macchinazioni gigantesche, giro di soldi sporchi per milioni di lire e totale disinteresse della politica per i reali problemi del Paese. La perla comica più brillante e ispirata è decisamente “Palombella Rossa”, del 1989 e diretto dallo stesso Moretti, in cui la crisi profonda del comunismo di fine anni ’80 è tinteggiata con una sferzante e perfettamente bilanciata ironia; descrivere tale crisi è un compito gravoso e difficile, ma il comico romano (che aveva fatto del comunismo la sua fede fin dai tempi di Ecce Bombo) non poteva certo esimersi. Nasce così “Palombella rossa”, metafora sul sistema politico dell’Italia della prima Repubblica, in cui Nanni rende il suo personaggio storico, Michele Apicella, il più possibile simile a sé, rendendo questa forse la più autobiografica delle sue pellicole; non a caso il plot ruota attorno a una infinita partita di pallanuoto, sport che Moretti ha sempre amato e praticato, anche a livello agonistico, arrivando in serie A. Apicella è preda di tormenti, traumi infantili, entra ed esce dall’acqua e tenta di comunicare con un mister – Mario, portato sullo schermo da un irresistibile Silvio Orlando, stesso attore che interpreta Luciano nel succitato “Il Portaborse” – che non ne capisce nulla di strategia e di pressing, una figlia che lo considera noioso (Asia Argento), avversari politici che lo tormentano. Si crea un quadro surreale ma attendibile, che ricorda Polanski nel suo “Rosemary’s Baby” o “L’inquilino del terzo piano“, pur eliminando completamente l’angoscia che si respirava in quei film, sostituendola con una scanzonata e nostalgica ironia, che non vuole far la morale a nessuno. Lo scopo è raccontare la fine di un’era e la lotta ormai persa contro una società che rema contro il protagonista e le sue idee. La durata è di appena ottanta minuti, ma (proprio come il Dottor Živago, continuamente citato nel film) sembra durare tantissimo, ma è proprio quella l’intenzione: non annoia, perché è costruito per essere lento, come una ninna nanna che dà la buonanotte al Partito Comunista Italiano e all’ideologia che ha guidato metà del mondo per settant’anni.

Recente è invece “Cosmonauta”, del 2009, per la regia di Susanna Nicchiarelli, che racconta la storia a tratti comica e a tratti drammatica di Luciana, giovane militante comunista attiva negli anni ’60, decennio bollente del secolo scorso anche a causa delle lotte giovanili. Schiacciata da un partito ancora maschilista e da comuni turbe adolescenziali, all’epoca particolarmente forti per una generazione certamente molto più “ingessata” di quella attuale. Il conflitto tra la madre e la figlia (che rifiuta la prima comunione a dieci anni per la sua orgogliosa appartenenza politica, manifestata fin dalla tenerissima età), la presentazione di un tema ancora oggi scottante e, forse, troppo spesso dimenticato, ossia il poliamore, l’attrito con i piani alti del partito, all’epoca ancora maschilisti e omofobi… queste ed altre tematiche rendono “Cosmonauta”, distribuito in Italia da Fandango, una vera chicca del cinema d’autore, da recuperare assolutamente. Certo, è ingenuo e senza la pretesa di raccontare fedelmente le vicende politiche dell’Italia del boom economico, ma nella sua semplicità ricorda un po’ lo stile di Moretti, anche se molto, molto meno dissacrante e surreale.

Una scena di “Cosmonauta”, a cui è dedicata anche la copertina di quest’articolo

Per concludere, nel cinema italiano il comunismo e il suo legame con la società e la cultura del Bel Paese sono stati abbondantemente analizzati e i film in cui tale leitmotiv è presente sono – nel bene e nel male – manifesti di un’epoca che non c’è più. Insegnamenti da donarci ne ha ancora, come la lotta contro la prepotenza del più forte, il ribellarsi alla logica del profitto, ma il bello della settima arte è proprio che, anche nei film più schierati, ognuno può trovare la propria interpretazione personale e assolutamente unica, anche se naturalmente non è possibile attribuire al film contenuti e schieramenti che non ha: bisogna conservare un occhio critico nell’approcciarsi a film che sono nati in un clima completamente diverso da quello attuale, in cui la politica non era scontro senza esclusione di colpi, ma confronto, analisi e dibattito. I film sulla società e sul comunismo sono film non sempre agili, a volte pesanti per chi di politica si disinteressa, ma sono anche e soprattutto documenti e indagini su una filosofia socioeconomica che, sempre nel bene e nel male, ha cambiato la storia dell’umanità in modo non del tutto irreversibile, purtroppo.

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina.

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L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 179

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

Cinzella Festival: ritorna la mitica pecorella 0 261

L’Associazione Culturale AFO6 – Convertitori di idee in collaborazione con RADARConcerti e con il patrocinio di APULIA film Commission, annuncia i protagonisti del Cinzella Festival, il festival dedicato a musica e cinema che si terrà dal 17 al 20 agosto a Grottaglie (TA), nell’incantevole e unico scenario delle Cave di Fantiano, per la direzione artistica dell’attore Michele Riondino.

Cinzella è il festival dedicato alla musica e al cinema che lo scorso anno è diventato un autentico polo di attrazione artistica e culturale tra le splendide colline murgiane e i profondi lembi di mare della penisola jonico-salentina. Una scommessa vinta grazie a una line up di eccellenze musicali e alle rassegne cinematografiche d’autore legate a musica e arte. Questa nuova edizione avrà luogo alle Cave di Fantiano di Grottaglie, location dall’inestimabile valore paesaggistico, costellata di scenari mozzafiato: una ex cava di tufo ora divenuta un parco naturale dalle caratteristiche uniche, palcoscenico di eventi e manifestazioni culturali di rilievo nazionale. 

Cinzella Festival deve il suo nome a una figura molto nota alla cultura popolare tarantina. Cinzella, infatti, è stata una celebre “accompagnatrice” di uomini e di adolescenti, una donna così speciale da rimanere impressa nella memoria collettiva. Il logo del festival è la pecora, un tributo a un fatto di cronaca legato alla prima culla del festival, la Masseria Carmine di Taranto, divenuto simbolo dell’inquinamento dopo che, tra il 2008 e il 2010, sono stati abbattuti 600 ovini contaminati dalla diossina. Proprio lì, nel 2017, è nato il Cinzella Festival, in una splendida masseria persa in una valle di ulivi e diventata la speranza di una rinascita, di una “ventata” di cambiamento per la città e per l’intera provincia.

17 AGOSTO – BATTLES, I HATE MY VILLAGE, DIGITALISM dj set

BATTLES, ovvero la Networked Band: un progetto capace di combinare arte, sperimentazione e tecnologia nella musica, in un’unica esclusiva data italiana per presentare in anteprima il nuovo album in uscita in autunno per Warp Records. Nato nel 2002 dalle menti del batterista John Stanier (Helmet e Tomahawk), del chitarrista e tastierista Ian Williams (Don Caballero e Storm & Stress) e del chitarrista David Konopka (Lynx), il (super)gruppo unisce avanzi prog al rock più sperimentale, per sonorità segnate dall’era post industriale e computerizzata.

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Battles

Gli special guest della serata saranno gli I HATE MY VILLAGE. Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) presentano questo loro nuovo progetto che testimonia l’amore viscerale dei due per la musica africanaun amore nato sui palchi – accompagnando maestri quali Bombino e Rokia Traoré – e poi cresciuto in sala prove con la curiosità di chi ha costantemente voglia di contaminarsi e divertirsi nell’ampliare il proprio orizzonte. Alberto Ferrari (Verdena) si inserisce con la sua inconfondibile vocalità donando all’amalgama strumentale un ulteriore elemento capace di unire mondi – apparentemente lontani – che in I Hate My Village sembrano coesistere da sempre.

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I Hate My Village

Seguirà DIGITALISM dj set, i re del clubbing mondiale fin dalla fondazione nel 2004, in console per chiudere all’insegna delle danze la serata di inaugurazione del Cinzella Festival.

18 AGOSTO – WHITE LIES, MARLENE KUNTZ

White Lies presenteranno dal vivo il nuovo album Five, uscito il 1° febbraio per PIAS Recordings, che festeggia i dieci anni della band. Il disco vede un’energia rinnovata nella creatività del trio londinese, ancora una volta capace di allargare i suoi territori sonori dall’electro rock al synth pop. Il risultato è un album importante e ambizioso, che segna il capitolo più maturo della discografia dei White Lies, nei testi e nella sperimentazione musicale.

Marlene Kuntz festeggeranno sia i trent’anni di attività che il ventennale del loro terzo disco Ho Ucciso ParanoiaUn viaggio a ritroso ricco di emozioni che per qualcuno potranno anche trasformarsi in nostalgia, ma densa di vitalità positiva e rigenerante: lo faranno con 10 concerti doppi (da cui 30-20-10MK al quadrato), un primo tutto acustico e un secondo elettrico, per un totale di quasi tre ore di spettacolo. 

“Abbiamo deciso di portare avanti l’esperimento fatto lo scorso ottobre a Milano, quando un pubblico attento ed emozionato ci seguì in queste due nostre dimensioni. Allora fu un esperimento, ora sarà una conferma, assecondando il desiderio di portare in giro per l’Italia la doppia anima che è insita nel nostro stesso nome.”

(Marlene Kuntz)
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19 AGOSTO – AFTERHOURS

A sorpresa, dopo poco più di un anno dalla memorabile e ormai storica data del 10 Aprile 2018 al Forum di Assago da cui, lo ricordiamo, è stato tratto un CD/DVD live dal titolo “NOI SIAMO AFTERHOURS” la band capitanata da MANUEL AGNELLI ha recentemente annunciato la partecipazione al Sonic Park Festival di Bologna, il 18 Luglio. Oggi, a distanza di qualche settimana, gli Afterhours ci sorprendono di nuovo dando notizia di una seconda, ultima ed esclusiva data per il 2019.
Saranno le sole due opportunità per vedere su un palco la band milanese che ha scelto, dopo il Forum, di prendersi un lungo periodo di lontananza dalle scene.
La location scelta è il Cinzella Festival di Grottaglie (TA) nell’incantevole scenario delle Cave di Fantiano, e la data è fissata per il 19 Agosto.

“Abbiamo scelto Taranto perchè negli ultimi anni ci siamo particolarmente legati a questa città. Taranto vive di grandi contraddizioni ma negli ultimi anni grazie anche al lavoro di molti artisti ed operatori culturali liberi si sta rilanciando alla grande e noi siamo felici di fare parte in qualche modo di questo rilancio”, dice la band. “Ci sembrava inoltre un gesto rispettoso e affettuoso nei confronti di tutti i fan del sud Italia che avranno così modo di vederci dal vivo dopo un lungo periodo di assenza”.

(Afterhours)
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20 AGOSTO – FRANZ FERDINAND

Pietra miliare dell’indie pop, Franz Ferdinand hanno pubblicato il 9 febbraio 2018 Always Ascending.
Prodotto da Philippe Zdar dei Cassius
, il disco rinnova ma non tradisce le radici indie pop/rock dei FF e fa innamorare di sé pubblico e critica.  “Always Ascending is, everywhere you look, a record driven by vim, vigour and ideas, and plenty of Kapranos’ idiosyncratic way with a lyric.” (NME) Always Ascending è solo l’ultimo tassello di una carriera iniziata con l’indimenticabile esordio discografico Franz Ferdinand (2004) che ha portato la band a essere considerata oggi un’istituzione della musica alternative e uno dei progetti più illuminanti del nuovo millennio musicale

Come ogni anno, il Cinzella avrà poi una sezione dedicata al cinema d’autore. Verranno presto annunciati nuovi nomi in cartellone musica. Per info e aggiornamenti vi rimandiamo alla pagina Facebook e Instagram dell’evento.

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