l’Heavy Metal degli Overkhaos in un debutto da sogno 0 669

Se dovessimo scommettere centro euro su una band che da qui a dieci anni avrà ribaltato il panorama nazionale del Metal non ci sarebbero dubbi, gli Overkhaos ci farebbero diventare milionari. Il gruppo tarantino infatti, fresco di debutto col suo primo album “Beware of Truth”, sta raccogliendo sempre più critiche e recensioni più che positive, guadagnandosi l’appellativo di astro nascente del metal italiano. La band nasce dall’unione di Davide Giancane (Chitarra solista), Giuliano Zarcone (Chitarra ritmica), Anna Digiovanni (Basso), Andrea Mariani (batteria) e Mimmo D’Oronzo (Voce) e si presenta come una delle promesse musicali più promettenti del panorama tarantino. In quest’intervista esclusiva per Blunote Web la band si racconta partendo dalle sue origini, passando per il nuovo album, il tour in programma e un piccolo sguardo al futuro.

Per iniziare, parliamo di Overkhaos. Come nasce la band e a quali artisti vi ispirate?

Davide: La Line-up ha origini molto “antiche” che affondano le proprie radici nel 2013. Io e Giuliano siamo i fondatori del gruppo, partendo da un’ideale di Heavy trash metal, come Metallica, Pantera, Iron Maiden ecc.
Con i vari cambi di formazione nel corso degli anni abbiamo scoperto vari generi musicali da integrare nel nostro sound, come il Progressive, e con l’aiuto di Andrea e Mimmo siamo riusciti a fondere tutti i generi che ci piacevano con l’obbiettivo di creare un sound nostro, unico, che non ci facesse sembrare – come spesso accade – il clone di qualche band più conosciuta. Quello che ci siamo prefissati è di prediligere originalità, melodicità e composizioni non banali, soffermandoci sui dettagli e dedicando più tempo alla nostra musica.
Per quanto riguarda il nome, quello iniziale era “Imperium”, un nome che ci ha portato fortuna nei primi tempi. Abbiamo deciso di cambiarlo in Overkhaos anche per non rimandare il nome “Imperium” all’omonima canzone dei Machine Head ed assecondare la nostra costante ricerca di unicità (ride, n.d.r.).

Da poco è uscito il vostro primo album, “Beware of Truth” che, nel vostro settore, ha riscontrato parecchio successo, ricevendo un sacco di critiche positive ed ottime recensioni. Parlatemi di questo vostro lavoro.

Davide: L’album è stato concepito da tre anni a questa parte quando siamo giunti ad una stabilizzazione della formazione. Per tre anni ci siamo messi a studiare i pezzi, comporre, suonare assieme e creare qualcosa di innovativo. Prima di quest’album, nel 2015, abbiamo fatto uscire un’EP. Avendo riscontrato un buon successo siamo andati in cerca di un’etichetta ed abbiamo avuto la fortuna di entrare nella Rockshot, una delle migliori nel panorama italiano. Un grosso impatto ha avuto la collaborazione con Derek Sherinian, l’ex tastierista dei Dream Theater, con cui abbiamo registrato il primo pezzo in studio. Com’è nata questa collaborazione? Quasi per caso in realtà: lui cercava, attraverso un tweet, band da produrre. Noi gli abbiamo mandato del nostro materiale e gli è piaciuto, così ci siamo trovati a registrare una canzone con lui, cosa che ci rende parecchio orgogliosi. A distanza di un anno abbiamo pubblicato l’intero album con incluso questo pezzo.
Giuliano: Questo lavoro è in realtà un concept album nato ai tempi dell’EP, visto che praticamente all’epoca era quasi tutto pronto. L’Ep è stato una sorta di anticipazione, un modo per lanciare la nostra musica e avere i primi riscontri. Siamo rimasti parecchio soddisfatti delle reazioni a quel lavoro, così ci siamo fatti coraggio per far uscire questi 10 brani.

Il vostro successo è stato confermato dalla costante presenza degli Overkhaos sui palchi di parecchi festival. Qual è stata l’esperienza migliore?

Giuliano: Il primo festival è stato un contest ad Alberobello, dove debuttammo col nome di Imperium, e penso sia quello a cui siamo più legati. Fu una grandissima emozione esibirsi per la prima volta dal vivo. Dopo quel live cambiammo nome, partecipando al Rock Metal Fest di Pulsano, allo Spongstock di Spongano ed al Distraction di Bari. Siamo stati anche a Potenza in occasione del Woody Groove, esperienza molto importante per noi, la prima fuori dalla Puglia.

Con il nuovo album fuori avrete sicuramente il bisogno di portarlo in giro: avete già un’idea di tour?

Anna: Per adesso siamo sicuri di rimanere in Italia, avendo contatti per Napoli, Roma e Torino, la città dell’etichetta. L’idea è comunque quella di uscire dalla Puglia, essendoci in primis pochi festival e occasioni per suonare, ed avendo il bisogno di cambiare pubblica, visto che qui siamo abbastanza conosciuti. Vogliamo portare la nostra musica all’attenzione di più persone possibili, forti del fatto che ovunque siamo andati abbiamo sempre avuto un riscontro positivo.

Ora vi pongo una domanda più complicata: Vi augurate il successo o la realizzazione musicale?

Mimmo: Proprio oggi stavamo ascoltando l’ultimo singolo di una band che ci piace, e ci siamo accorti di quanto il successo comporti delle scelte, alcune volte infelici, dal punto di vista dell’estro creativo. La questione ruota attorno al pubblico: più persone cerchi di raggiungere, più devi diluire i contenuti per rendere l’ascolto più leggero. Noi abbiamo scelto un genere non molto facile da ascoltare e che non ha un grosso seguito di persone, però c’è una cosa positiva: l’attaccamento dei fan a questa musica. Chi ascolta musica di nicchia è più affezionato ai suoi gruppi preferiti. Qualora dovesse arrivare il successo, sicuramente cercheremo di farci limitare il meno possibile la nostra creatività, avendo inoltre la fortuna di suonare un genere libero da mode e da strumentalizzazioni pubblicitarie. Io mi auguro solo di avere ciò che ci meritiamo e di fare buona musica.

Grazie per essere stati con noi ragazzi!
Tutti: Grazie a te!

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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