“L’Isola dei Cani”, Wes Anderson ci regala un piccolo capolavoro indipendente 0 465

Nuovo film di Wes Anderson, la pellicola è ambientata nella terra del Sol Levante e ha una sinossi molto semplice, senza perdersi per questo motivo nella banalità: nella città di Megasaki, in Giappone, i cani si sono ammalati di una misteriosa influenza simile ad una febbre malarica; non vi è rischio di trasmissione interspecie (animale-uomo), ma il partito reazionario guidato dal sindaco Kobayashi, in carica da sette mandati, fa leva sull’ignoranza e sul sensazionalismo mediatico per condurre una campagna di odio sistematico verso i cani. Il clan Kobayashi era durante il periodo Edo – come viene raccontato all’inizio del film – una nobile famiglia di dignitari che condusse una guerra contro i cani selvatici, per sottometterli.
Sarà compito del pupillo di Kobayashi, suo nipote Atari – il quale si schianterà sull’isola/discarica usata per il confino dei cani – far cambiare idea alla popolazione e sventare il complotto, assieme ai ragazzi di un collettivo studentesco metropolitano pro-cani, prima che il sindaco dia l’ordine di sterminarli tutti.

Da un punto di vista tecnico, il film è ineccepibile, perfetto nella sua semplicità registica, la quale lascia comunque spazio a pennellate autoriali di stile; la sceneggiatura è solida e non si lancia in rocamboleschi intrecci di tarantiniana memoria, bensì si mantiene pulita e chiara, senza tuttavia peccare di essere didascalica. La tecnica espositiva usata non è il live-action, ma uno stop-motion dal sapore rétro e nostalgico, che ben si sposa con l’atmosfera narrativa e conferisce delicatezza e serietà alla pellicola; essa, infatti, sembra possedere in ogni momento – perfino quelli comici – la consapevolezza di star metaforizzando una tematica molto importante e di starne parlando col pubblico in modo intimo e dolce.

La metafora è infatti quella del razzismo e della segregazione: una tematica difficile che tuttavia viene trattata con una delicatezza quasi paterna da parte del regista, il quale adopera uno stile asciutto e ben impostato, senza sbavature e senza esagerazioni, pur sperimentando diverse soluzioni visive e scenografiche; il risultato è un’opera scorrevole, valorizzata nei concetti e nell’approfondimento dei personaggi, che non risulta pesante o di difficile digestione in nessun momento. L’attenzione alla sfera emotiva e personale dei personaggi mostrati, l’aria di familiarità e di dolce nostalgia che il film riesce a creare, assieme ad un’interessante quanto essenziale colonna sonora rendono “L’Isola Dei Cani” un film godibile, profondo e dolce nella sua dissacrante quanto scanzonata e sottile schiettezza; ciò rende la visione fruibile ad un pubblico piuttosto ampio, anche se il ritmo posato e riflessivo e l’azione dosata e ben contestualizzata (scordatevi Michael Bay, quindi) potrebbero scoraggiare piccini e adulti facilmente annoiabili.

Un po’ thriller, un po’ fantapolitica, Wes Anderson fa l’occhiolino dietro la cinepresa, citando opere divenute miti senza tempo (il Piccolo Principe, il Signore degli Anelli, 1997: Fuga da New York e tanti altri) e stabilendo un contatto personale e quasi intimo con ciascuno spettatore in sala, raccontando una storia agrodolce nella sua atmosfera nostalgica ma speranzosa; assieme ad intuizioni e spunti innovativi e ad una accuratezza fedele e rispettosa al mondo nipponico, ciò lo rende un piccolo capolavoro indipendente che merita senza dubbio alcuno la visione.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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