Litigi, droga e rock ‘n’ roll: Bowie ed Elton John 0 354

U2 vs Duran Duran, Oasis contro Blur (ma anche Gallagher contro Gallagher, Gallagher contro il mondo…), Mustaine vs Hetfield, David Bowie contro Elton John; di costa sto parlando? Delle famose faide che hanno segnato il mondo della musica e che potrebbero benissimo modificare il classico mantra che tutti conosciamo in “litigi, droga e rock ‘n’ roll”. Faide nate principalmente tra amici stretti, parenti, membri di lunga data di band internazionali – un po’a conferma del detto siciliano: “ad amici e parenti, ‘un cattari e ‘un ci vinniri nenti”. Quasi tutte queste faide, in un modo o nell’altro, hanno permesso ai singoli “personaggi” di addentrarsi in fortuite strade diverse dalle precedenti: vedi i percorsi da solista di Liam e Noel o la nascita dei Megadeth.

L’ultima disputa citata, quella tra Elton John e il Duca Bianco, è una delle più note e discusse. Tant’è che nonostante tutto, sui principali siti di informazione, il loro legame vede sempre la parola “rivale” di mezzo; anche a distanza di anni, anche in articoli su Bowie usciti postumi. Nonostante ci sia effettivamente stato, da parte di John, un perdono nei confronti di quell’artista che, grazie al suo carisma e alla sua arte, lo influenzò così tanto da permettergli di trasformarsi dal fighettino Elton dai brani mediocri all’Elton John che tutti noi conosciamo oggi.

Cosa è successo?

Elton e David erano migliori amici: un’amicizia che si consumava tra club gay, sbronze e divertimento in compagnia di altri artisti, come il cantante dei T-Rex Marc Bolan. Si stimavano a vicenda, sia musicalmente che personalmente. Entrambi, parlando della loro amicizia, amavano apprezzarsi a vicenda con complimenti che suonano più o meno come “lo apprezzo soprattutto per la sua dignità”. Ma come sempre, nella vita, qualcosa va storto e spesso anche una sola frase può distruggere un muro di fiducia creato con tanta fatica nel corso degli anni.

Le tensioni iniziali tra i due

La leggenda narra che tutto nacque intorno al 1976, nel periodo di “L’Uomo che Cadde sulla Terra” e della famosa intervista al Duca su “Playboy. In quell’intervista Bowie si lascia andare ad un attacco gratuito verso il collega, parandosi dietro la scusa del “vero o falso che sia, lei lo riporterà lo stesso” (lei, il giornalista, n.d.r.).


“Posso considerarmi responsabile per la nuova scuola di impostori che è nata con me. Loro sanno chi sono, non è vero, Elton? Sto scherzando… anzi non scherzo.”

Si tratta di uno dei periodi più bui del cantante, all’epoca schiavo della cocaina, in preda ad improvvisi attacchi di rabbia ed incapace di controllare la sua dipendenza – con tutto ciò che ne deriva. La rivalità era reciproca, gli insulti arrivavano da entrambe le parti: “il bambino di Warhol”, lo definì Sir E.J.

David Bowie Elton John Playboy

Ma, a differenza sua, Bowie andava sul pesante; sarà stato a causa delle sue condizioni, forse delle pressioni per una carriera che prendeva il decollo o di quelle che arrivavano dagli ambienti musicali: David Bowie ed Elton John erano, musicalmente parlando, gli opposti, e Bowie era la figura controversa del periodo: nel ’68 la Decca Records bocciò una possibile collaborazione col cantante e Geoffrey Heath della Essex Records lo definì un cafone. Anzi, precisamente disse, riferendosi alla Decca: “volevano una star per registrare il disco, non quel cafone di Bromley”. Difatti, per quel progetto venne ingaggiato Frank Sinatra e il brano è oggi la famosissima My Way.

Token Queen.

L’affondo finale arrivò proprio da Bowie.
Nel mondo gay c’è una frase molto odiata che viene spesso usata come espressione di disprezzo: token queen. Queste due parole, molto in voga negli anni ‘60/’70, usate per riferirsi a chi si farebbe pagare anche il gettone della metropolitana, nel corso degli anni hanno acquisito una forte connotazione offensiva, e contribuirono a scatenare la definitiva rottura dei rapporti tra i due. Soprattutto perché furono pronunciante nel corso di un’intervista a Rolling Stone, il più conosciuto magazine musicale a livello mondiale, da una persona che di notorietà ne aveva già tanta.

Quarant’anni di rivalità.

Elton John, almenoinizialmente, non parlò mai pubblicamente di questa situazione. Nella comunità gay, dopo le parole di Bowie, si creò molto sconforto: in quel periodo molti non si dichiaravano omosessuali e sentire determinante storie su figure di spicco che dovrebbero essere dei “portavoce” della comunità faceva male, molto male. In quel periodo, in un contesto del genere, serviva molto coraggio per andare avanti; servivano “eroi” che parlassero per delle persone emarginate ingiustamente da una società bigotta. E infatti, quei mesi furono segnati da una tragedia che portò, nelle settimane successive, Elton John a parlare pubblicamente del caso “omosessualità”. La tragedia in questione è quella del calciatore inglese Justin Fashanu e del suicidio avvenuto in seguito a un’accusa di stupro e alla sua dichiarazione di essere omosessuale. Il ragazzo fu inserito al 99esimo posto nella classifica dei top 500 tra gli eroi gay e lesbiche su the Pink Paper del ’97. (Riporto la notizia della classifica solo per far capire l’importanza della questione, ma sono contro la loro compilazione; non può esserci un primo posto, un terzo, un quarto, in situazioni del genere. Questi elenchi dovrebbero essere illegali, n.d.r.)

Il caso, come detto prima, spinse Elton John a rilasciare un’intervista all’Evening Standard, all’interno della quale parlò anche del suo rapporto con il Duca. I giornalisti non poterono non introdurre un argomento così scottante e pieno di gossip come quello del litigio, gli chiesero se avesse voluto un registratore spento, ma il Sir non ebbe problemi a parlarne e con molta eleganza raccontò l’accaduto, sostenendo che nell’ultimo periodo non furono i migliori amici di sempre e che una semplice frase sbagliata, pronunciata da David, cambiò il suo modo di vederlo. La delusione del momento fu molta, non si aspettava una tale caduta di stile e, soprattutto, mai avrebbe immaginato che a dire determinate cose nei suoi confronti sarebbe stata una persona così importante della sua vita.

E poi come finì?

La tensione tra i due durò quarant’anni, nel mezzo le storie da riportare sono infinite: Bowie non digerì mai Rocket Man, ad esempio, ritenuta una scopiazzatura della precedente Space Oddity in quanto ad argomenti, e sfortuna volle che venne pubblicata proprio poche settimane prima di Starman – con quest’ultima che, alla fine, perse il confronto, visto che non riuscì mai a raggiungere Rocket Man classificata seconda in Inghilterra. Intervenuto sulla radio della BBC, Bowie inserì all’interno di Starman la frase “I’m just a Rocket Man” come presa in giro. O ancora, pare che Benny and the Jets sia una completa presa in giro a Changes, uscita due anni prima, soprattutto per la parte che riguarda il ritornello (“B-B-B-Benny and the Jets” vs “C-C-C-Changes”).

Comunque stiano le cose, il loro rapporto cambiò nettamente ma, in fondo, entrambi continuavano a volersi bene l’un l’altro. La realtà è che l’amicizia tra Elton John e David Bowie nacque nel periodo adolescenziale: un giorno i due si diedero appuntamento al Gioconda Café di Soho per parlare di musica, e da quel momento non smisero di stimarsi, di apprezzarsi a vicenda, di trarre l’un l’altro dell’ispirazione per la propria musica. Il primo album di Elton John nacque proprio grazie a questa amicizia, e fu Space Oddity il disco che diede ispirazione ad Elton John per scrivere Honky Château e dare il La ad una carriera ricca di successi.

Si trovava a Los Angeles – racconta – quando ricevette la chiamata del marito. “David è morto, aveva il cancro”. Rimase sconvolto, non riuscì a dormire, non sapeva nemmeno che avesse il cancro. Due giorni dopo, durante un concerto, fu proprio Space Oddity a venir introdotto di colpo. Era un momento molto triste, era passato poco tempo – solo due giorni, e sul volto di Reginald Kenneth Dwight si notava lo sconforto. Un sentimento che prese il sopravvento di colpo e lo portò a interrompere la sua scaletta per suonare il brano che più simboleggiava il rapporto controverso col Duca Bianco. Per l’ultimo saluto all’amico-nemico di sempre.

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Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 108

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 121

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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