Litigi, droga e rock ‘n’ roll: Bowie ed Elton John 0 1958

U2 vs Duran Duran, Oasis contro Blur (ma anche Gallagher contro Gallagher, Gallagher contro il mondo…), Mustaine vs Hetfield, David Bowie contro Elton John; di costa sto parlando? Delle famose faide che hanno segnato il mondo della musica e che potrebbero benissimo modificare il classico mantra che tutti conosciamo in “litigi, droga e rock ‘n’ roll”. Faide nate principalmente tra amici stretti, parenti, membri di lunga data di band internazionali – un po’a conferma del detto siciliano: “ad amici e parenti, ‘un cattari e ‘un ci vinniri nenti”. Quasi tutte queste faide, in un modo o nell’altro, hanno permesso ai singoli “personaggi” di addentrarsi in fortuite strade diverse dalle precedenti: vedi i percorsi da solista di Liam e Noel o la nascita dei Megadeth.

L’ultima disputa citata, quella tra Elton John e il Duca Bianco, è una delle più note e discusse. Tant’è che nonostante tutto, sui principali siti di informazione, il loro legame vede sempre la parola “rivale” di mezzo; anche a distanza di anni, anche in articoli su Bowie usciti postumi. Nonostante ci sia effettivamente stato, da parte di John, un perdono nei confronti di quell’artista che, grazie al suo carisma e alla sua arte, lo influenzò così tanto da permettergli di trasformarsi dal fighettino Elton dai brani mediocri all’Elton John che tutti noi conosciamo oggi.

Cosa è successo?

Elton e David erano migliori amici: un’amicizia che si consumava tra club gay, sbronze e divertimento in compagnia di altri artisti, come il cantante dei T-Rex Marc Bolan. Si stimavano a vicenda, sia musicalmente che personalmente. Entrambi, parlando della loro amicizia, amavano apprezzarsi a vicenda con complimenti che suonano più o meno come “lo apprezzo soprattutto per la sua dignità”. Ma come sempre, nella vita, qualcosa va storto e spesso anche una sola frase può distruggere un muro di fiducia creato con tanta fatica nel corso degli anni.

Le tensioni iniziali tra i due

La leggenda narra che tutto nacque intorno al 1976, nel periodo di “L’Uomo che Cadde sulla Terra” e della famosa intervista al Duca su “Playboy. In quell’intervista Bowie si lascia andare ad un attacco gratuito verso il collega, parandosi dietro la scusa del “vero o falso che sia, lei lo riporterà lo stesso” (lei, il giornalista, n.d.r.).


“Posso considerarmi responsabile per la nuova scuola di impostori che è nata con me. Loro sanno chi sono, non è vero, Elton? Sto scherzando… anzi non scherzo.”

Si tratta di uno dei periodi più bui del cantante, all’epoca schiavo della cocaina, in preda ad improvvisi attacchi di rabbia ed incapace di controllare la sua dipendenza – con tutto ciò che ne deriva. La rivalità era reciproca, gli insulti arrivavano da entrambe le parti: “il bambino di Warhol”, lo definì Sir E.J.

David Bowie Elton John Playboy

Ma, a differenza sua, Bowie andava sul pesante; sarà stato a causa delle sue condizioni, forse delle pressioni per una carriera che prendeva il decollo o di quelle che arrivavano dagli ambienti musicali: David Bowie ed Elton John erano, musicalmente parlando, gli opposti, e Bowie era la figura controversa del periodo: nel ’68 la Decca Records bocciò una possibile collaborazione col cantante e Geoffrey Heath della Essex Records lo definì un cafone. Anzi, precisamente disse, riferendosi alla Decca: “volevano una star per registrare il disco, non quel cafone di Bromley”. Difatti, per quel progetto venne ingaggiato Frank Sinatra e il brano è oggi la famosissima My Way.

Token Queen.

L’affondo finale arrivò proprio da Bowie.
Nel mondo gay c’è una frase molto odiata che viene spesso usata come espressione di disprezzo: token queen. Queste due parole, molto in voga negli anni ‘60/’70, usate per riferirsi a chi si farebbe pagare anche il gettone della metropolitana, nel corso degli anni hanno acquisito una forte connotazione offensiva, e contribuirono a scatenare la definitiva rottura dei rapporti tra i due. Soprattutto perché furono pronunciante nel corso di un’intervista a Rolling Stone, il più conosciuto magazine musicale a livello mondiale, da una persona che di notorietà ne aveva già tanta.

Quarant’anni di rivalità.

Elton John, almenoinizialmente, non parlò mai pubblicamente di questa situazione. Nella comunità gay, dopo le parole di Bowie, si creò molto sconforto: in quel periodo molti non si dichiaravano omosessuali e sentire determinante storie su figure di spicco che dovrebbero essere dei “portavoce” della comunità faceva male, molto male. In quel periodo, in un contesto del genere, serviva molto coraggio per andare avanti; servivano “eroi” che parlassero per delle persone emarginate ingiustamente da una società bigotta. E infatti, quei mesi furono segnati da una tragedia che portò, nelle settimane successive, Elton John a parlare pubblicamente del caso “omosessualità”. La tragedia in questione è quella del calciatore inglese Justin Fashanu e del suicidio avvenuto in seguito a un’accusa di stupro e alla sua dichiarazione di essere omosessuale. Il ragazzo fu inserito al 99esimo posto nella classifica dei top 500 tra gli eroi gay e lesbiche su the Pink Paper del ’97. (Riporto la notizia della classifica solo per far capire l’importanza della questione, ma sono contro la loro compilazione; non può esserci un primo posto, un terzo, un quarto, in situazioni del genere. Questi elenchi dovrebbero essere illegali, n.d.r.)

Il caso, come detto prima, spinse Elton John a rilasciare un’intervista all’Evening Standard, all’interno della quale parlò anche del suo rapporto con il Duca. I giornalisti non poterono non introdurre un argomento così scottante e pieno di gossip come quello del litigio, gli chiesero se avesse voluto un registratore spento, ma il Sir non ebbe problemi a parlarne e con molta eleganza raccontò l’accaduto, sostenendo che nell’ultimo periodo non furono i migliori amici di sempre e che una semplice frase sbagliata, pronunciata da David, cambiò il suo modo di vederlo. La delusione del momento fu molta, non si aspettava una tale caduta di stile e, soprattutto, mai avrebbe immaginato che a dire determinate cose nei suoi confronti sarebbe stata una persona così importante della sua vita.

E poi come finì?

La tensione tra i due durò quarant’anni, nel mezzo le storie da riportare sono infinite: Bowie non digerì mai Rocket Man, ad esempio, ritenuta una scopiazzatura della precedente Space Oddity in quanto ad argomenti, e sfortuna volle che venne pubblicata proprio poche settimane prima di Starman – con quest’ultima che, alla fine, perse il confronto, visto che non riuscì mai a raggiungere Rocket Man classificata seconda in Inghilterra. Intervenuto sulla radio della BBC, Bowie inserì all’interno di Starman la frase “I’m just a Rocket Man” come presa in giro. O ancora, pare che Benny and the Jets sia una completa presa in giro a Changes, uscita due anni prima, soprattutto per la parte che riguarda il ritornello (“B-B-B-Benny and the Jets” vs “C-C-C-Changes”).

Comunque stiano le cose, il loro rapporto cambiò nettamente ma, in fondo, entrambi continuavano a volersi bene l’un l’altro. La realtà è che l’amicizia tra Elton John e David Bowie nacque nel periodo adolescenziale: un giorno i due si diedero appuntamento al Gioconda Café di Soho per parlare di musica, e da quel momento non smisero di stimarsi, di apprezzarsi a vicenda, di trarre l’un l’altro dell’ispirazione per la propria musica. Il primo album di Elton John nacque proprio grazie a questa amicizia, e fu Space Oddity il disco che diede ispirazione ad Elton John per scrivere Honky Château e dare il La ad una carriera ricca di successi.

Si trovava a Los Angeles – racconta – quando ricevette la chiamata del marito. “David è morto, aveva il cancro”. Rimase sconvolto, non riuscì a dormire, non sapeva nemmeno che avesse il cancro. Due giorni dopo, durante un concerto, fu proprio Space Oddity a venir introdotto di colpo. Era un momento molto triste, era passato poco tempo – solo due giorni, e sul volto di Reginald Kenneth Dwight si notava lo sconforto. Un sentimento che prese il sopravvento di colpo e lo portò a interrompere la sua scaletta per suonare il brano che più simboleggiava il rapporto controverso col Duca Bianco. Per l’ultimo saluto all’amico-nemico di sempre.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 226

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 418

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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