Litigi, droga e rock ‘n’ roll: Bowie ed Elton John 0 131

U2 vs Duran Duran, Oasis contro Blur (ma anche Gallagher contro Gallagher, Gallagher contro il mondo…), Mustaine vs Hetfield, David Bowie contro Elton John; di costa sto parlando? Delle famose faide che hanno segnato il mondo della musica e che potrebbero benissimo modificare il classico mantra che tutti conosciamo in “litigi, droga e rock ‘n’ roll”. Faide nate principalmente tra amici stretti, parenti, membri di lunga data di band internazionali – un po’a conferma del detto siciliano: “ad amici e parenti, ‘un cattari e ‘un ci vinniri nenti”. Quasi tutte queste faide, in un modo o nell’altro, hanno permesso ai singoli “personaggi” di addentrarsi in fortuite strade diverse dalle precedenti: vedi i percorsi da solista di Liam e Noel o la nascita dei Megadeth.

L’ultima disputa citata, quella tra Elton John e il Duca Bianco, è una delle più note e discusse. Tant’è che nonostante tutto, sui principali siti di informazione, il loro legame vede sempre la parola “rivale” di mezzo; anche a distanza di anni, anche in articoli su Bowie usciti postumi. Nonostante ci sia effettivamente stato, da parte di John, un perdono nei confronti di quell’artista che, grazie al suo carisma e alla sua arte, lo influenzò così tanto da permettergli di trasformarsi dal fighettino Elton dai brani mediocri all’Elton John che tutti noi conosciamo oggi.

Cosa è successo?

Elton e David erano migliori amici: un’amicizia che si consumava tra club gay, sbronze e divertimento in compagnia di altri artisti, come il cantante dei T-Rex Marc Bolan. Si stimavano a vicenda, sia musicalmente che personalmente. Entrambi, parlando della loro amicizia, amavano apprezzarsi a vicenda con complimenti che suonano più o meno come “lo apprezzo soprattutto per la sua dignità”. Ma come sempre, nella vita, qualcosa va storto e spesso anche una sola frase può distruggere un muro di fiducia creato con tanta fatica nel corso degli anni.

Le tensioni iniziali tra i due

La leggenda narra che tutto nacque intorno al 1976, nel periodo di “L’Uomo che Cadde sulla Terra” e della famosa intervista al Duca su “Playboy. In quell’intervista Bowie si lascia andare ad un attacco gratuito verso il collega, parandosi dietro la scusa del “vero o falso che sia, lei lo riporterà lo stesso” (lei, il giornalista, n.d.r.).


“Posso considerarmi responsabile per la nuova scuola di impostori che è nata con me. Loro sanno chi sono, non è vero, Elton? Sto scherzando… anzi non scherzo.”

Si tratta di uno dei periodi più bui del cantante, all’epoca schiavo della cocaina, in preda ad improvvisi attacchi di rabbia ed incapace di controllare la sua dipendenza – con tutto ciò che ne deriva. La rivalità era reciproca, gli insulti arrivavano da entrambe le parti: “il bambino di Warhol”, lo definì Sir E.J.

David Bowie Elton John Playboy

Ma, a differenza sua, Bowie andava sul pesante; sarà stato a causa delle sue condizioni, forse delle pressioni per una carriera che prendeva il decollo o di quelle che arrivavano dagli ambienti musicali: David Bowie ed Elton John erano, musicalmente parlando, gli opposti, e Bowie era la figura controversa del periodo: nel ’68 la Decca Records bocciò una possibile collaborazione col cantante e Geoffrey Heath della Essex Records lo definì un cafone. Anzi, precisamente disse, riferendosi alla Decca: “volevano una star per registrare il disco, non quel cafone di Bromley”. Difatti, per quel progetto venne ingaggiato Frank Sinatra e il brano è oggi la famosissima My Way.

Token Queen.

L’affondo finale arrivò proprio da Bowie.
Nel mondo gay c’è una frase molto odiata che viene spesso usata come espressione di disprezzo: token queen. Queste due parole, molto in voga negli anni ‘60/’70, usate per riferirsi a chi si farebbe pagare anche il gettone della metropolitana, nel corso degli anni hanno acquisito una forte connotazione offensiva, e contribuirono a scatenare la definitiva rottura dei rapporti tra i due. Soprattutto perché furono pronunciante nel corso di un’intervista a Rolling Stone, il più conosciuto magazine musicale a livello mondiale, da una persona che di notorietà ne aveva già tanta.

Quarant’anni di rivalità.

Elton John, almenoinizialmente, non parlò mai pubblicamente di questa situazione. Nella comunità gay, dopo le parole di Bowie, si creò molto sconforto: in quel periodo molti non si dichiaravano omosessuali e sentire determinante storie su figure di spicco che dovrebbero essere dei “portavoce” della comunità faceva male, molto male. In quel periodo, in un contesto del genere, serviva molto coraggio per andare avanti; servivano “eroi” che parlassero per delle persone emarginate ingiustamente da una società bigotta. E infatti, quei mesi furono segnati da una tragedia che portò, nelle settimane successive, Elton John a parlare pubblicamente del caso “omosessualità”. La tragedia in questione è quella del calciatore inglese Justin Fashanu e del suicidio avvenuto in seguito a un’accusa di stupro e alla sua dichiarazione di essere omosessuale. Il ragazzo fu inserito al 99esimo posto nella classifica dei top 500 tra gli eroi gay e lesbiche su the Pink Paper del ’97. (Riporto la notizia della classifica solo per far capire l’importanza della questione, ma sono contro la loro compilazione; non può esserci un primo posto, un terzo, un quarto, in situazioni del genere. Questi elenchi dovrebbero essere illegali, n.d.r.)

Il caso, come detto prima, spinse Elton John a rilasciare un’intervista all’Evening Standard, all’interno della quale parlò anche del suo rapporto con il Duca. I giornalisti non poterono non introdurre un argomento così scottante e pieno di gossip come quello del litigio, gli chiesero se avesse voluto un registratore spento, ma il Sir non ebbe problemi a parlarne e con molta eleganza raccontò l’accaduto, sostenendo che nell’ultimo periodo non furono i migliori amici di sempre e che una semplice frase sbagliata, pronunciata da David, cambiò il suo modo di vederlo. La delusione del momento fu molta, non si aspettava una tale caduta di stile e, soprattutto, mai avrebbe immaginato che a dire determinate cose nei suoi confronti sarebbe stata una persona così importante della sua vita.

E poi come finì?

La tensione tra i due durò quarant’anni, nel mezzo le storie da riportare sono infinite: Bowie non digerì mai Rocket Man, ad esempio, ritenuta una scopiazzatura della precedente Space Oddity in quanto ad argomenti, e sfortuna volle che venne pubblicata proprio poche settimane prima di Starman – con quest’ultima che, alla fine, perse il confronto, visto che non riuscì mai a raggiungere Rocket Man classificata seconda in Inghilterra. Intervenuto sulla radio della BBC, Bowie inserì all’interno di Starman la frase “I’m just a Rocket Man” come presa in giro. O ancora, pare che Benny and the Jets sia una completa presa in giro a Changes, uscita due anni prima, soprattutto per la parte che riguarda il ritornello (“B-B-B-Benny and the Jets” vs “C-C-C-Changes”).

Comunque stiano le cose, il loro rapporto cambiò nettamente ma, in fondo, entrambi continuavano a volersi bene l’un l’altro. La realtà è che l’amicizia tra Elton John e David Bowie nacque nel periodo adolescenziale: un giorno i due si diedero appuntamento al Gioconda Café di Soho per parlare di musica, e da quel momento non smisero di stimarsi, di apprezzarsi a vicenda, di trarre l’un l’altro dell’ispirazione per la propria musica. Il primo album di Elton John nacque proprio grazie a questa amicizia, e fu Space Oddity il disco che diede ispirazione ad Elton John per scrivere Honky Château e dare il La ad una carriera ricca di successi.

Si trovava a Los Angeles – racconta – quando ricevette la chiamata del marito. “David è morto, aveva il cancro”. Rimase sconvolto, non riuscì a dormire, non sapeva nemmeno che avesse il cancro. Due giorni dopo, durante un concerto, fu proprio Space Oddity a venir introdotto di colpo. Era un momento molto triste, era passato poco tempo – solo due giorni, e sul volto di Reginald Kenneth Dwight si notava lo sconforto. Un sentimento che prese il sopravvento di colpo e lo portò a interrompere la sua scaletta per suonare il brano che più simboleggiava il rapporto controverso col Duca Bianco. Per l’ultimo saluto all’amico-nemico di sempre.

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 129

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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