“Live Concert Commedia”: Albert Camus goes to MezzoSangue 0 584

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel primo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di MezzoSangue in compagnia di Albert Camus, filosofo dell’esistenzialismo

Albert Camus goes to MezzoSangue

Abbiamo inventato i calendari, dato dei nomi alle stagioni per poter mettere l’essere umano al centro di un ordine relativo del mondo, che gira e basta, senza dar conto davvero alle nostre aspettative. Così si sforza il sole di asciugare i marciapiedi nel pomeriggio di una giornata di mezza estate, dopo che la pioggia incessante di giugno li ha lavati e il pubblico è già lì in attesa che arrivi il suo momento, quando quel palcoscenico non sarà più una banale forma geometrica costruita tra le balaustre del porto. Nella rossa foschia orizzontale sta in piedi Albert Camus, alla foce del ponte, con lo sguardo perso su uno sfondo cianotico. Si volta al mio arrivo e risponde al mio cenno piuttosto reverenziale, poi incede verso me con andatura inconsistente.
«Le attese fanno parte della nostra vita tanto quanto le nostre azioni» mi dice, stringendomi la mano. «Non ci sono tempi morti; è anzi l’attesa la misura intrinseca di ciò che accade: scandisce i tempi, dà un senso a ciò che non abbiamo ancora realizzato». Per quanto le prime parole che pronunciasse non smentissero per nulla il personaggio, dargli torto era praticamente impossibile guardando quella folla che si gremiva minuto per minuto: ragazzi e ragazze, giovani e pieni di vita, sono tutti lì per lo stesso scopo. Qualcuno si conosce, molti ignorano l’identità di chi gli sta accanto; qualcuno sta da solo e fuma una sigaretta, altri si confrontano su quanto conoscano l’artista o fanno freestyle; alcuni sono vestiti di nero, altri sono coloratissimi; tutti, però, sono consapevoli nel profondo che c’è un filo che li tiene assieme.

Per il tour di “Tree – Roots & Crown”(2018), MezzoSangue conferma la formazione già in parte testata durante “Soul of a Superdrum”, in cui si è definito il sodalizio con l’ormai immancabile Luca “Thor” Martelli alla batteria (già batterista per i Litfiba). Dall’attimo in cui i tecnici lasciano spazio ai musicisti sul quadrato, il tempo scorre velocemente in timelapse sui cori del pubblico che chiama «Mezzo-Sangue!» e grida «fuck them fuck rap» in un gioco alternato di botta e risposta. Il buio si impadronisce progressivamente dell’aria, mentre le prove tecniche delle luci delineano i contorni dei palazzi e delle cupole dei teatri nel centro della città. Quando si abbassano, finalmente il mare si impadronisce della scena e il suo fondale diventa quello del palcoscenico. Il presentatore appare così piccolo, che forse a stento sopravvive all’energia che c’è nell’aria. Un momento dopo la sua uscita, un suggestivo “Nessun dorma” intonato da Pavarotti cavalca il suono delle maree e si disperde nel vento.
Poi un’incitazione, la città risponde come fosse il mondo intero: Thor scatena la grancassa ed esplodono le luci sul quel passamontagna per nascondere meglio ciò che c’è sotto, mentre MezzoSangue entra in scena sulla base di Sangue.

«Voilà l’étranger», disse, con un tono che mi fece dubitare di aver colto ciò che in realtà volesse dire.
«Ti riferisci al fatto che nessuno conosce il suo vero volto?»
«Sì, ma c’è di più. MezzoSangue è riuscito a rendersi straniero anche a se stesso. Noi non sappiamo chi c’è sotto la maschera, e teoricamente potrebbe esserci anche una persona completamente diversa da quella che ci immaginiamo».
«Su questo non ci piove, ma MezzoSangue è necessariamente legato alla persona che c’è sotto: è nato nella sua mente».
«Io invece non sono d’accordo su questo punto. MezzoSangue ha superato e annullato la sua dimensione fisica, e può benissimo farne a meno per continuare ad esistere».
«E se un giorno il suo corpo morisse?»
«Diventerà i suoi sogni e parleranno le sue idee».
È poi venuto il momento di Ned Kelly, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: il quarto muro tra il pubblico e il palco inizia a franare. Con orgoglio racconto la sua breve storia ad Albert, che ne ignorava l’identità.
«Insomma, un “fuorilegge”», ho concluso.
«Vuoi dire un eroe», risponde.
«Hanno anche prodotto un film con Mick Jagger nella sua parte».
«Non credo di conoscere quest’attore», dice ridendo. «Ma questo signore australiano mi ricorda un tale capitano John Brown».
Ho bypassato lo spunto del mio interlocutore per concentrarmi sull’adrenalina dei pezzi successivi. Quando MezzoSangue introduce Ologramma, il pubblico si eleva al quadrato: tutte le mani sono per aria, come se stessero cercando insieme il modo di sostenere un mondo che crolla lentamente su di loro. Alla citazione sul fisico Bohm, Albert reagisce con fare concorde, annotando solo che anche il dolore è una dimensione universale, perché se tutto è uno, allora il dolore del singolo è il dolore di tutti in un mondo ideale. Meno seria è la reazione al seguente Nichilismo.
«Forse saresti stato più a tuo agio se avesse scelto Esistenzialismo», gli dico provocandolo.
«Non mi appartiene», risponde risoluto, ma con un sorriso a mezza bocca.
Winter genera invece una situazione surreale che in alcun modo mi sarei aspettato. Durante l’intro del brano le luci sono basse e il silenzio generale. Solo il rumore di un fiammifero mi distrae. Albert accende il suo mezzo sigaro e ha una strana luce negli occhi.
«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate»(*) sussurra al termine. Sorrido e capisco che, in fondo, non siamo poi così diversi.
MezzoSangue riesce a tenere costante il tenore del concerto e, anzi, sa bene in che modo alimentare la fiamma e aumentare la temperatura. Diventa quello che sei è serve proprio a questo: l’artista scende dal palco a salutare la sua famiglia e ormai, più che cantare, sta parlando ad ognuno di loro. D’un tratto mi è più chiaro cosa intendeva Albert quando è iniziato il concerto.
Non manca il momento introspettivo del live. Parlami è cantata sul solo arpeggio di chitarra in una maniera così intima che pare provenga da una bolla di sapone. Ma breve quanto il tempo necessario a riprendere fiato, subito la calma apparente viene spazzata via dal trittico System Error, Touché, e Fuck Them Fuck Rap. MezzoSangue non si fa mancare davvero nulla: durante il secondo di questi sostituisce la voce registrata della versione studio citando l’intera terza strofa di Idee Stupide, mentre al terzo inscena anche la fuga in bagno, come da copione.
«C’est la révolte!» esclama Albert, contemplando con stupore e profonda stima ciò che il pubblico era diventato: un solo unico animale-massa, per dirla con Canetti.
«È questa la rivolta dell’arte, la vittoria dell’uomo e di tutti i suoi “no” sull’esistenza: il singolo, la massa e l’artista uniti in un unica entità. La missione dell’arte è compiuta se questa gente sarà consapevole, alla fine del concerto, che il messaggio di MezzoSangue ha superato l’incertezza delle possibilità; che può realizzarsi una realtà in cui gli esseri umani vivono in equilibrio nello stesso tempo per lo stesso scopo; che sta a loro soltanto la scelta di abbattere l’indifferenza di questo mondo. E di tutto questo ne saranno testimoni».
Si apre il Circus e con esso nuove faglie tra le nuvole provocate dai fulmini in lontananza. La natura offre la sua scenografia migliore al momento più alto del concerto: Armonia & Caos è il brano che in assoluto il pubblico sente più vicino a sé. «Questo mondo è diviso tra l’armonia e il caos. Ognuno è diviso tra armonia e caos», dice MezzoSangue sulla base alla fine della seconda strofa. Nel frattempo, il pubblico inizia a dividersi straordinariamente in due. «Da un parte c’è l’armonia, dall’altra il caos. Chi non se la sente, non è obbligato a partecipare. Tuttavia, arriverà il giorno in cui queste due forze si scontreranno, e diventeranno una cosa sola. Siete pronti?». All’attacco della base, Thor lancia i suoi martelli su cassa e rullante, accelerando i battiti: un incredibile wall of death dà inizio al pogo più intenso del live. La strada è in subbuglio e gli addetti alla sicurezza sono tutt’altro che quieti: qualche transenna si sfonda, qualcuno viene tirato fuori. Subito dopo, Soul of a Supertramp si mischia al vento e al cielo intermittente all’orizzonte. Conscio di essere quasi giunto alla fine, il pubblico chiama «Ne-ver-mind! Ne-ver-mind!». MezzoSangue sfida anche le previsioni avverse pur di completare il suo capolavoro, rispondendo che «arriverà il momento di fare luce».

Le luci sono spente, e in sottofondo sale progressivamente un ticchettio, poi dei colpi di rullante. Albert non si ripara dal vento, che anzi gli passa attraverso. Ora ha le mani nel suo inseparabile trench color sabbia e la testa alta, perché sa che è arrivato il momento di Destro, Sinistro, Montante. Avrei voluto dirgli qualcosa di intelligente prima che potesse anticiparmi. Nulla l’aveva mosso dentro più di quella personificazione, più del grande boxeur, che «ogni volta che ha messo le nocche sul mondo, ogni sfida che ha vinto, era contro la vita».
«Sisifo non aveva guantoni, tanto meno un nemico con cui lottare, è vero. Ma è possibile che il pugile non combatta tanto per sconfiggere il suo avversario: non deve saper tirare il colpo più forte, ma saper resistere a se stesso, alla voce in testa che gli suggerisce di cedere. Siamo il nostro più grande macigno e la nostra lotta da affrontare più dura. L’unica maniera che abbiamo per tornare alla vita, è accettare la nostra condizione. Io voglio averne piena coscienza, e forse grazie a questo, un giorno mi spingerò un po’ più in là».
Mi sorride e mi mette una mano sulla spalla; poi il suo sguardo mi supera, e si volge verso il mare. Fosco, si dirige verso il faro nel buio della notte tra i violini e il pianoforte della canzone in uscita. Non è forse anche Albert Camus un “mezzosangue”? Un figlio delle colonie francesi? Sicuramente, ma un uomo che aveva scelto cosa diventare. Anche se nel profondo, entrambi sappiamo che nella malinconia dei suoi discorsi muti verso il mare c’era qualcosa di più, una terra, un ricordo lontano.

«Siamo giunti al termine ragazzi. È arrivato il momento di fare luce», annuncia MezzoSangue. «E siate sempre padroni delle scelte che farete: perché solo così potrete avere bei ricordi, che sono la vera luce della vostra vita»
Never Mind è l’ultima canzone della scaletta. Sono solo, ma so nel profondo di non esserlo davvero. La musica sa insegnare, e parla anche alle orecchie di chi non vuol sentire. Assisto all’ultimo frammento di quello che, di fatto, è diventato un coro unisono. Le gocce di pioggia iniziano a scendere inarrestabili sulle nostre teste, il sottopalco è un via vai di tecnici che cercano di mettere in salvo la strumentazione. Quando il pezzo finisce la tempesta si abbatte impetuosa sul porto. Un fulmine squarcia il cielo, le luci si spengono, gli striscioni vengono giù strappati dal vento.
Il sipario è calato.

(*) citazione della poesia “Invincibile estate” di Albert Camus

SCALETTA

-Sangue
-Ned Kelly
-La mia famiglia
-Musica cicatrene
-Out of my mind
-Ologramma
-Nichilismo
-Crown
-Winter
-Tree
-Mi accompagni
-Diventa quello che sei
-Soliloquio
-Parlami
-System Error
-Touché
-Fuck Them Fuck Rap
-Io sono MezzoSangue
-Circus
-Umanista
-Piano A
-Armonia & Caos
-Benoit Lecomte
-Soul of a Supertramp
-Destro, Sinistro, Montante
-Never Mind

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Un ringraziamento all’A.T.S. “L’Acqua in testa”, organizzatrice dell’evento.
Gli scatti sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 348

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

Intervista a Rancore: “Musica per bambini” per ricordarsi che i mostri sotto al letto non scompaiono, ma si nascondono altrove 0 2694

Al tempo, molti si sono chiesti cosa sarebbe successo dopo “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015). La preoccupazione era legittima, perché si parlava dell’artista che, negli ultimi anni di aridità artistica generalizzata, ha rappresentato lo zenit del rap italiano per metrica, contenuti e tecnica. E dopo il punto più alto, è ammissibile che segua un fisiologico ciclo di tramonto. Qualche folle lo ha dato anche per spacciato. Ma per qualche ragione, il cielo di Rancore non è quello terrestre. Appartiene ad un altro universo, o magari a molti universi, e in quanto tale, non rispetta le logiche delle stagioni.

Dopo la breve parentesi di “Segui Me / Remind 2006” (2016), servita più che altro a confermare la presenza sul palcoscenico della GusBumps Orquestra durante i live, lo abbiamo visto collaborare con: Murubutu in “Scirocco” (“L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”, 2016); Danno, Mic Handz e Rock degli Heltah Skeltah in “Poeti estinti” (“Dead Poets”, mixtape di Dj Fastcut, 2016); Claver Gold in “Il meglio di me” (“Requiem”, 2017); KenKode dei Cyberpunkers in “Specchio”; Giancane in “Ipocondria” (“Ansia e disagio”, 2017); Mezzosangue in “Upside-Down” (“Tree – Roots&Crown”, 2018).

Il 1 giugno 2018 esce “Musica per bambini”, un titolo a cui è stato difficile trovare un’immediata interpretazione. Ma ripercorrendo anche tutte le collaborazioni effettuate nel periodo subito precedente, si intuisce come Rancore non stesse facendo altro che mettere insieme i pezzi; come il linguaggio, le tematiche e i contenuti di quei tasselli preannunciassero cosa sarebbe venuto dopo; come il video di “Ipocondria” realizzato da ZeroCalcare non fosse un caso, così come “Upside-Down”  avrebbe potuto prestarsi perfettamente come undicesima traccia dell’album. In poche parole, “Musica per bambini” è solo l’ultimo dei numeri che il mago ha estratto dalla sua grande manica, e che ci ha raccontato con alcuni retroscena in una piacevole chiacchierata.

La copertina di “Musica per Bambini”, il nuovo disco di Rancore.

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”, diceva Picasso. Hai iniziato a fare musica a quindici anni: come sei approdato a “Musica per bambini”(2018)? Raccontaci.
“Mi piacerebbe dirti che ho effettuato la stessa operazione di Picasso, ma non essendo Picasso, dell’affermazione posso solo condividere il fatto che più una persona cresce più ritrova se stesso; quindi, per assurdo più cresce, più diventa bambino, nel senso che si riunisce a se stesso. A volte penso che solo nell’attimo in cui si nasce una persona è veramente presente a se stessa. Dopo quel momento, è continuamente bombardata da un mondo che lo schiaccia, e fondamentalmente tende a dividere se stesso (ad esempio tra madre e padre, tra le prime cose). Ora, sicuramente Picasso aveva i suoi motivi per dire questa cosa. È un po’ simile a quello che ho detto io se ci si riferisce al fatto che ho iniziato molto presto e solo successivamente (a più di dieci anni dal primo) esce un disco dal titolo “Musica per bambini”, che è il primo lavoro ufficialmente mio, almeno dal punto di vista musicale. Sembra quasi un tentativo di dire che quando avevo quindici anni cercavo di scrivere come un adulto, mentre adesso mi riscopro un bambino come persona, avendo in un certo senso capito già tutto della scrittura. Ho deciso di chiamarlo “Musica per bambini” perché la crescita (e non solo) è uno dei temi fondamentali del disco; d’altro canto, il titolo si distacca dai contenuti e si sovrappone a questi, per cui lo definirei un “disco-ossimoro”. Lo ritengo il più importante del mio percorso, almeno dal punto di vista musicale.”

Underman” è il brano che ha anticipato l’uscita dell’album. Il testo è colmo di significato e richiede più ascolti per coglierne il più profondo. Penso che si tratti di un dialogo con te stesso, ovvero la tua coscienza, se preferiamo. La canzone ruota attorno al senso di colpa, ma non mi è chiaro se la consapevolezza che la sottende sia una sorta di obiezione di coscienza piuttosto che l’accettazione di un martirio.
“Direi che assomiglia molto di più alla seconda ipotesi; e d’altronde anche il video, dove porto una ragazza che ha nel cuore una bomba dietro alla macchina che guido, ne è una testimonianza. È sicuramente un modo per dire che ho accettato la mia condizione. Parlo con la mia coscienza, quella che sta sotto (quindi “underman”), cerco di aprirmi a lei e accettarne anche i lati oscuri. Questo è, in definitiva, quel gesto per così dire di martirio a cui ti riferisci, e sicuramente l’espressione massima del rancore in quanto tale, che negli altri brani del disco non si percepisce così tanto. “Underman” era la canzone con cui volevo iniziare l’album, e infatti si apre con “tu forse non mi senti bene perché devo alzare un po’ la voce”: è la voce di dentro che sto alzando, dicendo quello che penso senza preoccuparmene troppo. Non ho rinnegato assolutamente la mia posizione, anzi volevo rispettarla e che fosse rispettata all’interno di un sistema più complesso, dove nel momento in cui mi sento schiacciato o bombardato, a mia volta cerco di bombardarlo con la mia voce. È sicuramente il pezzo più forte e violento dell’album, però allo stesso tempo anche il più diretto. Ho deciso di uscire con quel singolo proprio perché raccontava tanto di me, del rap italiano, della musica italiana in generale, e proprio della situazione che stiamo vivendo tutti quanti.”

Come me, si saranno commossi molti altri ascoltatori (soprattutto le “femminucce”) con “Giocattoli”, la seconda traccia dell’album. Il testo, dalla matrice a mio parere delicatamente freudiana, lega insieme tre oggetti che fanno parte della crescita di una donna, dimostrando come i giocattoli non abbandonino mai veramente la vita di una persona, ma cambino forma a seconda dell’età. Potresti dirci di più a riguardo? Se la chiave di lettura è corretta, qual è il “perturbante” relativo al mondo dell’infanzia più ricorrente nella tua vita?
“Il giocattolo utilizzato da me è sempre stata la fantasia, che poi sfociava nell’utilizzo della penna o dei colori per dare vita a nuove cose. Questo è stato sicuramente il filo conduttore della mia vita, sia quand’ero piccolo e impiegavo la fantasia su carta, sia quando crescendo ho deciso di utilizzare la penna e il foglio come giocattoli, appunto, per uscire da situazioni forse un po’ meno giocose. L’interpretazione che dai del pezzo è molto corretta: nella prima strofa si tratta di un giocattolo, quindi un elemento chiave nello sviluppo della fantasia di una persona; nella seconda si tratta di un rossetto, che rappresenta il punto in cui osare significa giocare con l’estetica (forse il lato più presente ai giorni nostri); poi si aggiunge la sigaretta nella terza strofa, in cui il lato autodistruttivo della crescita viene sottolineato. Quindi fantasia-estetica-autodistruzione, che a mio modo di vedere le cose, è un po’ la maniera in cui è cresciuto il mondo. Purtroppo, il mondo di oggi.. o meglio come il mondo ha cresciuto le persone, si riflette in questi tre stadi: da piccolo ti vendono un giocattolo; quando cresci provano a venderti qualcosa che ti renda esteticamente più adeguato ai canoni; e poi quando arrivi al punto in cui hai già sperimentato diverse cose, arriva il momento di andarsene, o almeno si avvicina il momento in cui si inizia a pensare ad una serie di problemi, da come si è cresciuti fino alla ricerca di cose che non ci servono. Il mondo di oggi è basato su tante cose che non ci servono. In teoria, anche il giocattolo della prima strofa è inutile se non funzionale alla fantasia, ma serve ad andare avanti. Ne rimane solo la malinconia del gioco, ma la fantasia è finita. Tutto il disco è pervaso da quest’atmosfera, sebbene siano presenti anche molti lati ironici. Ciò che emerge è questa sorta di tragicommedia persistente. Nel caso di “Giocattoli” ti accorgi solo dopo diversi ascolti che è un gioco di punti di vista, un continuo cambio di regia, ma fondamentalmente la trama è sempre la stessa. Per quanto riguarda me, non posso fare altro che confermare il ruolo del foglio e della penna nella mia vita, che mi hanno permesso di raggiungere un altro step, quello in cui la musica si scrive. Sperando che non sia quello autodistruttivo (ride, ndr.).”

Alcune voci dicono che sei stato anche nel futuro. Cos’hai visto? È previsto un lieto fine?
“Il futuro non è né positivo né negativo. Il futuro è la conseguenza del presente. Come vivrai il futuro dipende solo da come vivi il presente. I viaggi nel futuro sono sempre stati una costante nel rap che faccio io e anche della mia persona, al di là del fatto che li abbia compiuti realmente o li abbia solo raccontati. Nel caso di questo disco ho avuto la possibilità di raccontare di alcune lettere accumulate in questi viaggi, mentre altre me le sono tenute per me (ride, ndr.). Due di queste sono “Sangue di drago” e “Quando piove”, che come si è ben capito, non sono collocate in un tempo preciso, o meglio non si evince l’epoca in cui sono ambientati gli storytelling. Sono realtà cinematografiche messe in rima. Non si capisce in che tempo siamo, perché può essere un passato così passato da diventare futuro, o un futuro così futuro da diventare passato. Nei viaggi che ho fatto sono finito esattamente in epoche di questo genere, in cui passato e futuro non si comprendono più ai nostri occhi (poi se ci sei arrivato con la macchina del tempo lo sai dove stai ovviamente, dipende se ti sei portato il navigatore o no)(ride, ndr.). Sicuramente “Sangue di drago” è dedicata a un amico, mentre “Quando piove” è dedicata alla propria tribù. Sono ovviamente metafore per raccontare altro, perché ogni storia non è mai fine a se stessa. La storia è una metafora per raccontare qualcosa dei giorni nostri, prima di tutto, e magari complessa da raccontare con parole non-metaforiche.”

Depressissimo” è una canzone “profondissimissima”, costruita su un’autoanalisi individuale che si riversa su un piano universalistico. Penso che il messaggio abbia un duplice carattere, ossia sociale e teologico-esistenziale. Riguardo al primo, mi piacerebbe sottoporti “una teoria della giustizia” di John Rawls e il suo “velo di ignoranza”. Secondo lui, è vero che alla base della struttura di una società esiste un accordo tra le parti: le condizioni poste sono la piena conoscenza di come questa sarà in futuro e, di contro, l’impossibilità di conoscere quale ruolo svolgerà il singolo all’interno di essa. Questa dimensione “embrionale” è una garanzia del fatto che nessuno proporrà norme volte a creare uno squilibrio di interessi, perché nessuno può sapere se ne sarebbe avvantaggiato o svantaggiato. Se avessi la possibilità di cambiare alla base il sistema che ti deprime stando a queste condizioni, quali regole proporresti e perché?
“Sicuramente non proporrei una differenziazione tra il mondo materiale e non materiale. Non darei un taglio tra quello che è il livello pratico delle cose e quello spirituale, ma cercherei di vedere tutto abbastanza unito, indiviso, in modo tale da alleggerire un po’ questo senso materialistico estremizzato esistente oggi, arrotondandolo con un’attenzione particolare allo spirito. Questa è la prima cosa che farei. Non lascerei insomma lo spirito chiuso in una nicchia, come si fa oggi, ma tenderei ad educare un minimo meglio le persone o i ragazzi allo spirito. Un po’ come facevano gli alchimisti: questi non erano semplici chimici, ma non erano nemmeno dei religiosi. Erano entrambe le cose. Riuscivano a vedere i movimenti della chimica fuori dalle sue composizioni e i movimenti della nostra chimica interna. Di conseguenza, trovare un elemento non è “trovare l’oro”, che può avere il valore che vogliamo e lo si può trovare in natura, ma è trovarlo prima dentro (altrimenti come faccio solo a pensare di cercarlo fuori?). Questo direbbe un alchimista. E questa filosofia, questo modo di approcciarsi alle cose unite, è stato tendenzialmente dimenticato. Ogni movimento in natura è semplicemente un movimento: che sia materiale, che sia spirituale, presta movimento. E per ogni movimento materiale ce n’è uno spirituale, e viceversa. Cercherei di fare questo, sensibilizzare le persone a quanto tutto, comprese loro stesse, è più unito di quanto pensiamo e vogliono farci credere.”

John Rawls, autore della “Teoria della Giustizia”

La “fede”, invece, a volte è una limitazione, altre volte è una ragione per continuare a seguire la propria vocazione. Credi, in un certo senso, in una sorta di “ascesi intramondana”, ossia che svolgere fedelmente il proprio ruolo non solo ci dia un posto nel mondo, ma ci trasmetta segnali sulla nostra direzione dopo il soggiorno terreno?
“Penso che nella vita un po’ tutti passino attraverso fasi alterne, in cui un giorno ti sembra di aver capito pienamente il tuo ruolo e a cosa sei destinato, e altri invece pare che tutto sia irrazionale e nulla abbia un senso. Riguardo alla religione, posso dirti in primo luogo che non sono battezzato. Ciò non significa che io non creda in nulla, ma significa che non sono stato iniziato, in un certo senso, ad una specifica fede religiosa. Ciò che intendiamo per fede ovviamente non sta scritta solo nei libri, e sebbene io non sia stato indirizzato a monte da qualcuno, non è affatto detto che io non creda in nulla. Semplicemente, ciò in cui credo è qualcosa di strettamente personale, e come tale credo che debba essere esercitato. Questo al fine anche di evitare derive dei gruppi, e in questo rientra la figura di Gesù Cristo. Nel brano parlo con Lui non perché abbia una particolare simpatia per il cristianesimo rispetto ad altre religioni, ma perché Gesù è da tutti riconosciuto come simbolo del sacrificio, e in questo mi ci rivedo. Quando mi riferisco a lui come “ribelle”, mi riferisco al fatto che fuori da ogni accezione religiosa, Gesù entrò nel tempio dove sedevano i saggi fondamentalmente a rompere i […]. Immagina se oggi Gesù si presentasse in chiesa magari durante una messa facendo la stessa cosa. Inoltre, ho capito che nella mia vita sono sempre stato un fan dei personaggi in un certo senso “boicottati”, e lo stesso vale anche per Gesù. È evidente che negli ultimi tempi questa figura sia stata progressivamente accantonata dalle persone e, ancora una volta, non dico questo perché penso che il cristianesimo debba riacquistare centralità: guardo a Gesù come identificazione del divino in sé. La divinità, e quindi la spiritualità, l’abbiamo sostituita sempre più con altre cose ai giorni nostri, e questo non è un nemmeno un male. Sostituire Dio andrebbe anche bene, ma guarda il mondo in cui viviamo: abbiamo tolto il posto a Lui per rimpiazzarlo con il nulla, il niente, cose che non hanno nessun valore.”

 “Centro asociale” ha alimentato molti dubbi che serbo da un po’: ogni giorno che passa, infatti,  mi rendo conto di essere circondato da grandi “capiscitori” di musica, i quali spesso puntano il dito contro gli altri, ritenendo quasi che sia necessario un certo livello di “cultura” per poter ascoltare un determinato genere musicale o artista. Sono confuso: la cultura serve alla musica o è la musica che genera cultura? Ad esempio, io che non capisco molto di musica classica, posso andare ad ascoltare un concerto sinfonico in teatro, oppure ho bisogno di uno specifico diploma per poter entrare?
“Quanto alla prima domanda, propenderei per la seconda ipotesi, e cioè che la musica genera cultura. Non credo ci sia molto da discutere a riguardo. La musica è parte di un concetto più ampio, che è quello di “cultura”, e quindi non può che essere propedeutica ad essa, in un certo senso. Poi, un po’ come dicevo prima, bisogna tendere a guardare le cose in maniera unita, e forse questi “capiscitori” sono quelle persone che, al contrario, vedono la musica e la cultura come due cose autonome e distinte. Io credo che la scoperta debba avvenire prima dentro, e poi fuori. Nessun libro, ad esempio, potrà spiegarti il livello o la misura dell’emozione che proverai ascoltando una canzone. Così, ad esempio, sicuramente non hai bisogno di nessuna qualifica specifica per poter assistere ad un concerto di musica classica, ed anzi ti dirò di più: forse il sogno, se non l’obiettivo, di ogni maestro d’orchestra è quello di avere davanti a sé un pubblico di persone “inesperte” sul genere. Un pubblico di bambini, ad esempio; fare intrattenimento; creare un movimento. A onor del vero, però, a una fase legata ai sensi può seguirne una legata alla ragione. Se si ha voglia di capire meglio un genere bisogna interessarsene e capire come è strutturato: bisogna imparare a capire le “regole del gioco”, in poche parole, altrimenti posso dirti come sono le carte di “Magic”, o magari quali sono i personaggi di “Dungeons&Dragons”, ma come ci gioco se non conosco i regolamenti? Allo stesso modo, Rancore crea un mondo attorno a sé che ha uno specifico significato, una specifica terminologia, uno specifico simbolismo, e sei costretto a seguirlo, entrare in quel mondo, se vuoi capirci qualcosa. Magari è anche in funzione di questo che spesso in passato hanno parlato del mio rap come “ermetico”.”

Il giorno che non c’è” è arrivato, e ora l’albero è diventato una foresta. “Quando piove” si può considerare un “mito della caverna” platonico 2.0?
“Sì, secondo me sì, perché la storia è esattamente quella. Nel mito si tratta di un gruppo di uomini reclusi; uno di questi vede qualcosa fuori e crede che ci sia qualcosa; quest’uomo, dopo la scoperta di ciò che sta all’esterno della caverna, tenta di tornare nella caverna per convincere gli altri che fuori il mondo è diverso da come l’hanno sempre immaginato. L’unica differenza sta nel fatto che se nel mito l’uomo rischia addirittura di essere ucciso dai suoi antichi compagni porgendogli la verità che non vogliono vedere, in “Quando piove” lui non torna più. Siccome “quando piove sotto gli alberi non piove/quando fuori smette è sotto gli alberi che piove”, lui tenta di convincere la tribù che fuori abbia ormai smesso, e che anzi ci sia il rischio che inizi a piovere sotto gli alberi. Nessuno gli crede, lui decide di uscire fuori per spogliarsi di quella protezione fittizia che l’opinione comune e la sua educazione gli hanno dato, e abbandona la tribù senza mai più fare ritorno (perché essendo nel futuro, il “mito della caverna” di Platone l’aveva già studiato, e quindi sapeva che non avrebbe dovuto fare l’errore di tornare nella foresta!)(ride, ndr.). Pur sapendo che tornando gli altri non l’avrebbero riconosciuto più e l’avrebbero visto come un’anomalia (qualcuno lo darà anche per morto), egli sceglie di perdere tutto, dagli amici all’amore, rischiando la propria vita per uscire e vedere finalmente il cielo. E una volta rischiata la propria vita, è cosciente che non si potrà mai stabilire una comunicazione con chi la propria vita non l’ha mai rischiata.”

Il disco si chiude con un verso che recita “non capisco mezza parola di ciò che dici”, ma da quello che so, forse proprio i bambini sono i veri destinatari del tuo messaggio: partecipi e tieni spesso laboratori all’interno delle scuole, in cui cerchi di sensibilizzarli alla scrittura. Quali metodi utilizzi? C’è qualcosa che ti accomuna a loro?
“Beh, così su due piedi non so dirti se c’è qualcosa che mi accomuna a loro, se non il fatto di essere stato anch’io bambino. Quanto ai metodi, in realtà, non faccio nulla in particolare. Porto la mia esperienza, la racconto, e se sento di dover sputare fuori qualche rima, la sputo. Lo faccio in primo luogo perché il rap è divulgazione, o meglio, ha sempre svolto la funzione di divulgare un messaggio, qualunque esso fosse; in secondo luogo, perché so che posso farlo e quindi devo, in un certo senso, mentre se non avessi potuto farlo, non avrei dovuto in nessun caso. Inoltre, ho notato che il rap oggi è seguito molto dai ragazzi, anche a scuola. Magari tra di loro ce n’è qualcuno che scrive o che vorrebbe utilizzarlo un domani per veicolare il proprio messaggio, far sentire la loro voce. È giusto che sappiano che esistono diversi modi di farlo (e non solo quello di strada o autocelebrativo), e che tra questi scelgano liberamente a cosa approcciarsi.”

Penso che l’ascoltatore si impossessi di una parte dell’artista ascoltando le sue canzoni. La domanda è: in che misura i tuoi ascoltatori ti appartengono?
“È una domanda difficile, e se dovessi risponderti a rigor di logica dovrei dire “zero”, ma probabilmente stabilire una misura è impossibile. Per questo tornerei a riconsiderare l’affermazione, almeno per quanto riguarda me. È vero che loro conoscono il mio volto o la mia voce, ma è anche vero che porto dei segreti che nessuno conosce, che appartengono a me e sono soltanto miei, e che non passano attraverso le canzoni. Ne risulta che la voce sulla traccia è quella di un’altra persona, e non del vero me; una persona che racconta storie, mondi ed epoche mai viste, ma mai di se stesso. “Depressissimo” è un’eccezione a riguardo, ma comunque è articolata per metafore. Forse un giorno racconterò il vero me stesso, forse mai. Tornando alla domanda, direi quindi che siamo pari, zero a zero.”

Prendo spunto da “Digging New York”(2016) per la prossima domanda. Come si definisce la linea di demarcazione tra “underground” e “commerciale”? L’idea generalizzata è che “underground” sia sinonimo di qualità, e “commerciale” sia sinonimo di mediocrità, anche se esistono esperienze come i The Roots che sono all’unanimità considerati tutt’altro che mediocri.
“Appunto, queste esperienze sono la dimostrazione che “underground” e “commerciale” non esistono. Ancora una volta ci troviamo davanti ad un’operazione di divisione della materia, e se l’operazione viene effettuata, significa che c’è qualcuno alle spalle che ha i propri interessi. Possono certamente esistere realtà “underground” che non hanno alcunché da dire. Rinchiudere la musica in concetti che non la riguardano geneticamente, che nascono all’esterno e non all’interno di essa, altro non è che un ennesimo modo ordinato di farsi la guerra. Scegliere da che parte stare, cosa vendere, cosa comprare, cosa va a destra e cosa a sinistra, rende tutto meno confusionario, e probabilmente proprio chi suggerisce la divisione è il primo a farci i soldi.”

Uno sguardo concettuale al passato prima dell’ultima domanda. “Acustico” (2010) è come il suono nasce; “Elettrico” (2011) è come il suono si evolve; “Silenzio” (2012) è dove il suono ritorna. Questo processo è irreversibile? Pensi che tornando indietro avresti potuto effettuarlo al contrario?
“Anzitutto, l’invito è sempre quello di non guardare questi percorsi solo come album concettuali. La trilogia racchiude un percorso che Dj Myke e Rancore hanno fatto insieme e l’apporto che loro come singoli hanno dato al lavoro svolto. Per quanto mi riguarda, sarebbe molto difficile teorizzare un processo inverso. Pensaci: è come se ti chiedessi di scrivere un diario dalla fine. Inoltre, sono seguiti da “S.U.N.S.H.I.N.E.” (2015), che se proprio vogliamo, è il suono che si fa luce. Anche come singolo, è quello che ha girato di più, e questo forse ha permesso di guardarlo come “un pezzo unico” rispetto agli altri. Credo che la volontà di fare il percorso al contrario sia rimessa sicuramente all’ascoltatore, fermo restando che secondo me ogni disco ha la sua specificità.”

Grazie per il tuo tempo, Rancore. Per chiudere l’intervista con freschezza, volevo che esaudissi una mia personale curiosità: ma qual è il tuo personaggio preferito di “Romanzo Criminale”?
“(ride, ndr.) Beh dai, “Er Bufalo” è il più matto di tutti! E poi è il primo a comparire e l’ultimo a scomparire!”

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