“Live Concert Commedia”: Albert Camus goes to MezzoSangue 0 865

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel primo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di MezzoSangue in compagnia di Albert Camus, filosofo dell’esistenzialismo

Albert Camus goes to MezzoSangue

Abbiamo inventato i calendari, dato dei nomi alle stagioni per poter mettere l’essere umano al centro di un ordine relativo del mondo, che gira e basta, senza dar conto davvero alle nostre aspettative. Così si sforza il sole di asciugare i marciapiedi nel pomeriggio di una giornata di mezza estate, dopo che la pioggia incessante di giugno li ha lavati e il pubblico è già lì in attesa che arrivi il suo momento, quando quel palcoscenico non sarà più una banale forma geometrica costruita tra le balaustre del porto. Nella rossa foschia orizzontale sta in piedi Albert Camus, alla foce del ponte, con lo sguardo perso su uno sfondo cianotico. Si volta al mio arrivo e risponde al mio cenno piuttosto reverenziale, poi incede verso me con andatura inconsistente.
«Le attese fanno parte della nostra vita tanto quanto le nostre azioni» mi dice, stringendomi la mano. «Non ci sono tempi morti; è anzi l’attesa la misura intrinseca di ciò che accade: scandisce i tempi, dà un senso a ciò che non abbiamo ancora realizzato». Per quanto le prime parole che pronunciasse non smentissero per nulla il personaggio, dargli torto era praticamente impossibile guardando quella folla che si gremiva minuto per minuto: ragazzi e ragazze, giovani e pieni di vita, sono tutti lì per lo stesso scopo. Qualcuno si conosce, molti ignorano l’identità di chi gli sta accanto; qualcuno sta da solo e fuma una sigaretta, altri si confrontano su quanto conoscano l’artista o fanno freestyle; alcuni sono vestiti di nero, altri sono coloratissimi; tutti, però, sono consapevoli nel profondo che c’è un filo che li tiene assieme.

Per il tour di “Tree – Roots & Crown”(2018), MezzoSangue conferma la formazione già in parte testata durante “Soul of a Superdrum”, in cui si è definito il sodalizio con l’ormai immancabile Luca “Thor” Martelli alla batteria (già batterista per i Litfiba). Dall’attimo in cui i tecnici lasciano spazio ai musicisti sul quadrato, il tempo scorre velocemente in timelapse sui cori del pubblico che chiama «Mezzo-Sangue!» e grida «fuck them fuck rap» in un gioco alternato di botta e risposta. Il buio si impadronisce progressivamente dell’aria, mentre le prove tecniche delle luci delineano i contorni dei palazzi e delle cupole dei teatri nel centro della città. Quando si abbassano, finalmente il mare si impadronisce della scena e il suo fondale diventa quello del palcoscenico. Il presentatore appare così piccolo, che forse a stento sopravvive all’energia che c’è nell’aria. Un momento dopo la sua uscita, un suggestivo “Nessun dorma” intonato da Pavarotti cavalca il suono delle maree e si disperde nel vento.
Poi un’incitazione, la città risponde come fosse il mondo intero: Thor scatena la grancassa ed esplodono le luci sul quel passamontagna per nascondere meglio ciò che c’è sotto, mentre MezzoSangue entra in scena sulla base di Sangue.

«Voilà l’étranger», disse, con un tono che mi fece dubitare di aver colto ciò che in realtà volesse dire.
«Ti riferisci al fatto che nessuno conosce il suo vero volto?»
«Sì, ma c’è di più. MezzoSangue è riuscito a rendersi straniero anche a se stesso. Noi non sappiamo chi c’è sotto la maschera, e teoricamente potrebbe esserci anche una persona completamente diversa da quella che ci immaginiamo».
«Su questo non ci piove, ma MezzoSangue è necessariamente legato alla persona che c’è sotto: è nato nella sua mente».
«Io invece non sono d’accordo su questo punto. MezzoSangue ha superato e annullato la sua dimensione fisica, e può benissimo farne a meno per continuare ad esistere».
«E se un giorno il suo corpo morisse?»
«Diventerà i suoi sogni e parleranno le sue idee».
È poi venuto il momento di Ned Kelly, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: il quarto muro tra il pubblico e il palco inizia a franare. Con orgoglio racconto la sua breve storia ad Albert, che ne ignorava l’identità.
«Insomma, un “fuorilegge”», ho concluso.
«Vuoi dire un eroe», risponde.
«Hanno anche prodotto un film con Mick Jagger nella sua parte».
«Non credo di conoscere quest’attore», dice ridendo. «Ma questo signore australiano mi ricorda un tale capitano John Brown».
Ho bypassato lo spunto del mio interlocutore per concentrarmi sull’adrenalina dei pezzi successivi. Quando MezzoSangue introduce Ologramma, il pubblico si eleva al quadrato: tutte le mani sono per aria, come se stessero cercando insieme il modo di sostenere un mondo che crolla lentamente su di loro. Alla citazione sul fisico Bohm, Albert reagisce con fare concorde, annotando solo che anche il dolore è una dimensione universale, perché se tutto è uno, allora il dolore del singolo è il dolore di tutti in un mondo ideale. Meno seria è la reazione al seguente Nichilismo.
«Forse saresti stato più a tuo agio se avesse scelto Esistenzialismo», gli dico provocandolo.
«Non mi appartiene», risponde risoluto, ma con un sorriso a mezza bocca.
Winter genera invece una situazione surreale che in alcun modo mi sarei aspettato. Durante l’intro del brano le luci sono basse e il silenzio generale. Solo il rumore di un fiammifero mi distrae. Albert accende il suo mezzo sigaro e ha una strana luce negli occhi.
«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate»(*) sussurra al termine. Sorrido e capisco che, in fondo, non siamo poi così diversi.
MezzoSangue riesce a tenere costante il tenore del concerto e, anzi, sa bene in che modo alimentare la fiamma e aumentare la temperatura. Diventa quello che sei è serve proprio a questo: l’artista scende dal palco a salutare la sua famiglia e ormai, più che cantare, sta parlando ad ognuno di loro. D’un tratto mi è più chiaro cosa intendeva Albert quando è iniziato il concerto.
Non manca il momento introspettivo del live. Parlami è cantata sul solo arpeggio di chitarra in una maniera così intima che pare provenga da una bolla di sapone. Ma breve quanto il tempo necessario a riprendere fiato, subito la calma apparente viene spazzata via dal trittico System Error, Touché, e Fuck Them Fuck Rap. MezzoSangue non si fa mancare davvero nulla: durante il secondo di questi sostituisce la voce registrata della versione studio citando l’intera terza strofa di Idee Stupide, mentre al terzo inscena anche la fuga in bagno, come da copione.
«C’est la révolte!» esclama Albert, contemplando con stupore e profonda stima ciò che il pubblico era diventato: un solo unico animale-massa, per dirla con Canetti.
«È questa la rivolta dell’arte, la vittoria dell’uomo e di tutti i suoi “no” sull’esistenza: il singolo, la massa e l’artista uniti in un unica entità. La missione dell’arte è compiuta se questa gente sarà consapevole, alla fine del concerto, che il messaggio di MezzoSangue ha superato l’incertezza delle possibilità; che può realizzarsi una realtà in cui gli esseri umani vivono in equilibrio nello stesso tempo per lo stesso scopo; che sta a loro soltanto la scelta di abbattere l’indifferenza di questo mondo. E di tutto questo ne saranno testimoni».
Si apre il Circus e con esso nuove faglie tra le nuvole provocate dai fulmini in lontananza. La natura offre la sua scenografia migliore al momento più alto del concerto: Armonia & Caos è il brano che in assoluto il pubblico sente più vicino a sé. «Questo mondo è diviso tra l’armonia e il caos. Ognuno è diviso tra armonia e caos», dice MezzoSangue sulla base alla fine della seconda strofa. Nel frattempo, il pubblico inizia a dividersi straordinariamente in due. «Da un parte c’è l’armonia, dall’altra il caos. Chi non se la sente, non è obbligato a partecipare. Tuttavia, arriverà il giorno in cui queste due forze si scontreranno, e diventeranno una cosa sola. Siete pronti?». All’attacco della base, Thor lancia i suoi martelli su cassa e rullante, accelerando i battiti: un incredibile wall of death dà inizio al pogo più intenso del live. La strada è in subbuglio e gli addetti alla sicurezza sono tutt’altro che quieti: qualche transenna si sfonda, qualcuno viene tirato fuori. Subito dopo, Soul of a Supertramp si mischia al vento e al cielo intermittente all’orizzonte. Conscio di essere quasi giunto alla fine, il pubblico chiama «Ne-ver-mind! Ne-ver-mind!». MezzoSangue sfida anche le previsioni avverse pur di completare il suo capolavoro, rispondendo che «arriverà il momento di fare luce».

Le luci sono spente, e in sottofondo sale progressivamente un ticchettio, poi dei colpi di rullante. Albert non si ripara dal vento, che anzi gli passa attraverso. Ora ha le mani nel suo inseparabile trench color sabbia e la testa alta, perché sa che è arrivato il momento di Destro, Sinistro, Montante. Avrei voluto dirgli qualcosa di intelligente prima che potesse anticiparmi. Nulla l’aveva mosso dentro più di quella personificazione, più del grande boxeur, che «ogni volta che ha messo le nocche sul mondo, ogni sfida che ha vinto, era contro la vita».
«Sisifo non aveva guantoni, tanto meno un nemico con cui lottare, è vero. Ma è possibile che il pugile non combatta tanto per sconfiggere il suo avversario: non deve saper tirare il colpo più forte, ma saper resistere a se stesso, alla voce in testa che gli suggerisce di cedere. Siamo il nostro più grande macigno e la nostra lotta da affrontare più dura. L’unica maniera che abbiamo per tornare alla vita, è accettare la nostra condizione. Io voglio averne piena coscienza, e forse grazie a questo, un giorno mi spingerò un po’ più in là».
Mi sorride e mi mette una mano sulla spalla; poi il suo sguardo mi supera, e si volge verso il mare. Fosco, si dirige verso il faro nel buio della notte tra i violini e il pianoforte della canzone in uscita. Non è forse anche Albert Camus un “mezzosangue”? Un figlio delle colonie francesi? Sicuramente, ma un uomo che aveva scelto cosa diventare. Anche se nel profondo, entrambi sappiamo che nella malinconia dei suoi discorsi muti verso il mare c’era qualcosa di più, una terra, un ricordo lontano.

«Siamo giunti al termine ragazzi. È arrivato il momento di fare luce», annuncia MezzoSangue. «E siate sempre padroni delle scelte che farete: perché solo così potrete avere bei ricordi, che sono la vera luce della vostra vita»
Never Mind è l’ultima canzone della scaletta. Sono solo, ma so nel profondo di non esserlo davvero. La musica sa insegnare, e parla anche alle orecchie di chi non vuol sentire. Assisto all’ultimo frammento di quello che, di fatto, è diventato un coro unisono. Le gocce di pioggia iniziano a scendere inarrestabili sulle nostre teste, il sottopalco è un via vai di tecnici che cercano di mettere in salvo la strumentazione. Quando il pezzo finisce la tempesta si abbatte impetuosa sul porto. Un fulmine squarcia il cielo, le luci si spengono, gli striscioni vengono giù strappati dal vento.
Il sipario è calato.

(*) citazione della poesia “Invincibile estate” di Albert Camus

SCALETTA

-Sangue
-Ned Kelly
-La mia famiglia
-Musica cicatrene
-Out of my mind
-Ologramma
-Nichilismo
-Crown
-Winter
-Tree
-Mi accompagni
-Diventa quello che sei
-Soliloquio
-Parlami
-System Error
-Touché
-Fuck Them Fuck Rap
-Io sono MezzoSangue
-Circus
-Umanista
-Piano A
-Armonia & Caos
-Benoit Lecomte
-Soul of a Supertramp
-Destro, Sinistro, Montante
-Never Mind

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Un ringraziamento all’A.T.S. “L’Acqua in testa”, organizzatrice dell’evento.
Gli scatti sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Intervista a Francesco Camin: “Con la mia musica pianto alberi in Africa e Sud America” 0 434

Il palindromo (dal greco antico πάλιν “di nuovo” e δρóμος “percorso”, col significato “che può essere percorso in entrambi i sensi”) è una sequenza di caratteri che, letta al contrario, rimane invariata.

Abbiamo voluto iniziare da questa citazione di Wikipedia, perché è qui che si racchiude l’intero significato del nuovo disco di Francesco Camin, cantautore veneto al suo primo LP. “Palindromi” è un disco che si discosta dalle recenti uscite di mercato, tutte più o meno molto legate al fenomeno crescente dell’indie italiano, affondando le sue radici nel vecchio cantautorato italiano con grande sorpresa di chi vi scrive. Perché trovare un disco del genere, di questo spessore, al giorno d’oggi risulta difficile come trovare il classico ago nel pagliaio. “Palindromi” rispolvera la vera musica italiana, quel “made in italy” che ormai pochi artisti riescono a portare avanti con fierezza nel mondo del mainstream (Silvestri, Gazzè), e lo fa nel modo migliore che ci possa essere, spronando l’ascoltatore ad esplorare quel lato magico della musica nostrana che va pian piano sparendo.
Non solo una questione musicale, per Francesco Camin, ma un vero e proprio messaggio che sfrutta la musica come un mezzo per qualcosa di molto più grande e nobile: ne abbiamo parlato con lui stesso, in un’intervista a 360°.

Ciao Francesco! Per iniziare quest’intervista direi di proporci una breve bio incentrata sulla tua musica. Raccontati!
Ciao a tutti, io sono Francesco Camin e ho ventinove anni – ancora per poco, a metà luglio sono in dirittura d’arrivo per i trenta (Ride, n.d.r.). Ho cominciato a suonare la chitarra a otto anni, continuando poi ad allenarmi tutti i giorni. Mi sono avvicinato alla scrittura delle canzoni dopo aver frequentato la scuola di musica di Mogol, in Umbria. Grazie a quell’esperienza ho imparato ad incanalare le energie nella scrittura, rendendo più efficace il modo di esprimere concetti attraverso le melodie. In realtà ho anche fatto un percorso di studi parallelo che non ha niente a che vedere con la musica: un percorso legato all’ambiente, con un diploma in un istituto agrario e una laurea in scienze ambientali, anche se poi non ho mai voluto intraprendere un percorso lavorativo in questo senso – per la gioia di mio padre (Tono ironico, n.d.r.). Vivendo in Trentino posso tranquillamente dire che questo amore per gli alberi e le piante mi ha sempre accompagnato sin da piccolo!

Sappiamo però che hai trovato un modo per intrecciare le tue più grandi passioni, quella per la musica e quella per la natura: parlacene
Sì, ho sostanzialmente messo al servizio della natura la mia musica: in pratica, con la mia musica pianto nuovi alberi in Africa e Sud America, nelle zone desertificate, per dare un contributo alla riforestazione della nostra Terra. Questo lavoro ha una duplice importanza per me: concretamente quella di piantare degli alberi, e filosoficamente quella di mandare avanti il mio messaggio di interconnessione con la natura e, soprattutto, con gli alberi, che vedo come delle entità spirituali, se vogliamo. Imparo dalla natura diversi insegnamenti, che cerco poi di rigirare alle persone attraverso un videoblog che ho creato.”

Beh, comunque hai dato un perché al tuo percorso di studi, quindi in fondo papà sarà felice!
“(Ride, n.d.r.) massì! È che io non ho mai voluto fare un percorso lavorativo in quella direzione, non so perchè. Ma se qualcuno mi chiedesse se fossi disposto a rifare da capo questo percorso accademico direi di sì, perché è parte di quello che sono oggi. Non voglio farlo di mestiere, ma sono comunque soddisfatto del mio percorso formativo.”

Una delle cose che siamo riusciti a carpire da internet è che fai il postino: è ancora così?
Sì, sì, faccio il postino qui sulle montagne, qua intorno nei paesi limitrofi. Per fortuna non in città. Lo trovo un lavoro molto divertente, stimolante, mi permette di stare all’aria aperta, a contatto con la natura.”

Concentriamoci ora sulla tua musica ed in particolare sul tuo nuovo disco: Palindromi è il tuo primo LP. Sappiamo cosa sono i palindromi, ma mi piacerebbe sapere se quelli a cui ti riferisci sono palindromi di lettere (i topi non avevano nipoti) o palindromi di parole (porta la sbarra e sbarra la porta).
Cominciamo dall’inizio: questo è il vero disco, vero nel senso che è nato da un vero processo di produzione tutto incentrato nella stesura di un album – mentre il precedente EP era solo una raccolta di canzoni confezionate negli ultimi anni che ho voluto racchiudere in un disco, per chiudere un cerchio. Questo disco, invece, è più strutturato: abbiamo iniziato a lavorarci qualche anno fa, e si è trattato di un processo lungo e non certo privo di ostacoli, che ha portato alla creazione di queste otto tracce. Si chiama Palindromi, che riconosco essere un titolo un po’ inusuale: mi è stato suggerito da Anna, una persona a me vicina con cui ho condiviso molto della mia vita, e si lega alla canzone che poi dà il titolo al disco: una canzone d’amore. Non sono bravo a spiegare le canzoni, ma il concetto di palindromi si sviluppa attorno a quello dell’amore fra due persone: quando queste sono molto unite è come se diventassero una cosa sola, nuova, che diventa un vero e proprio palindromo leggibile da un verso o dall’altro ma con lo stesso risultato. È un concetto che mi ha colpito favorevolmente, al punto da decidere di chiamare l’intero disco così!

“Palindromi”, senza scadere nel banale e nei cliché delle interviste, può essere considerato una vera e propria evoluzione rispetto al precedente EP, “Aria Fresca”, con delle sonorità che sono rimaste una costante anche a distanza di anni. Nessun cambio di direzione quindi, per un disco che risulta essere il vero inizio del tuo percorso.
Beh, che non sia uno stravolgimento è bello sentirlo dire, perché vuol dire che una sorta di cifra stilistica, di identità artistica, c’era prima e c’è anche adesso, ed è giusto che vada ad evolversi e non a stravolgersi. Anch’io sono molto soddisfatto di questo disco, perché sento dentro di me un’evoluzione, come è giusto che sia: contando che alcune delle canzoni dell’EP hanno cinque anni sarebbe stato problematico se fossero risultate simili alle nuove. È stata un’evoluzione in tutto e per tutto, sia nel concetto stesso di musica che nella composizione e nella produzione, nonostante abbia lavorato con lo stesso produttore dell’EP. In questo lavoro abbiamo deciso di sperimentare e osare un po’ di più. Non sono delle canzoni facilmente ascoltabili a primo acchito, sicuramente non molto radio-friendly, ma va bene così: abbiamo voluto giocare e sperimentare, e a me questo risultato piace molto. Speriamo anche che piaccia a qualcun altro!

Ascoltando il tuo disco ci hanno colpito favorevolmente due canzoni in particolare: la prima è “Le Cose Semplici”, classica hit estiva. La seconda, più profonda, è la final track “Un Gioco”, che rimanda molto alle sonorità espresse da Niccolò Fabi nel suo ultimo disco, in particolare in “Filosofia Agricola”. Da qui, vorrei chiederti a quali artisti ti sei ispirato per la produzione di questo tuo disco, e più in generale, per la tua musica.
Niccolò Fabi fa sicuramente parte della mia top ten di ascolti, anche se ultimamente mi ci sono un po’ allontanato, ma resta un artista che ho ascoltato e studiato per molto tempo, e che ha sicuramente influenzato in maniera profonda il mio modo di scrivere. Sto cercando di levarmelo tra i piedi (Ride, n.d.r.), di trovare una mia via di espressione. È giusto, secondo me, prendere ispirazione da vari artisti, ma solo nell’ottica di intraprendere un proprio percorso, una propria strada. Altrimenti si rischia di diventare lo scimmiottatore di turno. Comunque, oltre Fabi, c’è sicuramente il restante panorama musicale romano ad avermi influenzato parecchio: Silvestri, De Gregori, i Tiromancino e quella scuola lì. Un altro artista fondamentale per me è Bon Iver, che a mio parere ha cambiato un po’ le sorti delle sonorità mondiali con il suo approccio pionieristico – non a caso ha vinto dei Grammy Awards coi suoi dischi.

Se avessi la possibilità di collaborare con qualcuno in futuro, chi sarebbe? Un nome italiano e uno straniero
Straniero sicuramente Bon Iver. In Italia mi piacerebbe lavorare con Giorgia, e neanche in un duetto quanto più con un lavoro d’autore, scrivendogli dei testi. Mi piace moltissimo come cantante

Dove possiamo venirti a vedere suonare? C’è un tour in programma?
Le date sono ancora in fase di programmazione, ma molto presto saranno fuori. In questo tour suonerò da solo, con un set solista, e penso si concentrerà nel centro-nord Italia, tra Veneto e Lombardia.

Va bene Francesco, ti ringraziamo tantissimo per il tempo dedicatoci!
Grazie a voi!

Cinzella Festival, intervista a Gianni Raimondi: “location fantastica, valorizziamo il territorio. Nothing But Thieves?…” 0 452

Torna anche quest’anno il “Cinzella Festival – Suoni e Immagini fra i Due Mari”, l’evento che l’anno scorso ha portato alla Masseria Carmine di Taranto artisti come Levante, Sick Tamburo, Gomma e Go!Zilla, e lo fa in una cornice completamente rinnovata, quella delle Cave di Fantiano a Grottaglie. Cartellone eccezionale per il neo-festival alla seconda edizione: ospiti internazionali come Peter Murphy e Nothing But Thieves calcheranno infatti il palco principale dell’evento, nelle quattro date selezionate che andranno dal 16 al 19 Agosto. A raccontarci le novità di questa nuova edizione del Cinzella Festival sarà Gianni Raimondi, organizzatore assieme all’associazione AFO6 dell’evento.

Ciao Gianni! Partiamo dalle novità: per questa seconda edizione del Cinzella avete deciso di cambiare location: ci si sposta infatti dalla Masseria Carmine di Vincenzo Fornaro alle suggestive Cave di Fantiano a Grottaglie. Come mai?
Quest’anno purtroppo non è stato possibile replicare alla fantastica dimora di Vincenzo Fornaro, che ringrazio calorosamente per la disponibilità, per questioni tecniche: la capienza della masseria purtroppo era stata omologata dalla commissione per mille spettatori; quest’anno avevamo delle necessità logistiche che ci hanno imposto il cambio: oltre ad un’aspettativa di afflusso maggiore, c’è la parte del cinema che necessita di più spazio per essere allestita, così ci siamo guardati un po’ in giro e a Grottaglie abbiamo trovato questo posto bellissimo nel nostro territorio, assolutamente da valorizzare; una cornice fantastica per queste quattro serate!

L’anno scorso le serate su cui era spalmato il Cinzella erano tre, quest’anno siamo a quattro…
Sì, abbiamo aumentato a quattro serate, che poi in realtà saranno cinque: alle Cave di Fantiano ci saremo il 16,17, 18 e 19, ma poi, come l’anno scorso, faremo una serata in gemellaggio coi ragazzi di Vicoli Corti, il festival di Massafra, quidni la serata conclusiva del 20 sarà a Massafra.”

Passiamo al programma adesso: il 16 ci sarà Frah Quintale, il 17 Peter Murphy nell’unica data italiana e il 18 gli ultimi annunciati, i Nothing But Thieves, reduci da un global tour sold out che li ha visti protagonisti di festival importantissimi come il Lollapalooza: insomma, la band di Mason è sicuramente un colpaccio!
Vero, fino a qualche giorno fa Peter Murphy era la freccia nel nostro arco: ora le frecce sono due, i Nothing But Thieves fanno sold out ovunque e hanno calcato i palchi dei più importanti festival internazionali. Noi siamo felicissimi di averli qui al Cinzella!

Frah Quintale
Peter Murphy
Nothing But Thieves

Cosa dobbiamo aspettarci invece per l’ultimo giorno alle Cave, il 19?
Il 19 sarà una serata dedicata quasi esclusivamente al cinema: lo slogan del Cinzella è ‘suoni e immagini fra i due mari’. Le prime tre serate terremo queste due componenti separate, ci sarà infatti un’area musica e un’area cinema. Nella serata conclusiva, invece, le uniremo in un evento molto suggestivo: proietteremo ‘Suspiria’ di Dario Argento sonorizzata dal vivo dai Goblin, che suoneranno quindi in diretta la colonna sonora del film. Sarà un’occasione particolare e siamo ben felici di aver avuto quest’idea: i Goblin hanno sonorizzato qualche volta in live Profondo Rosso, ma mai Suspiria!

Si aggiungeranno altri artisti a quelli già annunciati per le tre date musicali?
Avremo dei dj set e degli artisti in chiusura, con cui stiamo ultimando i contatti in questi giorni e che annunceremo in conferenza stampa a giorni assieme ai prezzi dei biglietti e degli abbonamenti. Al momento i biglietti disponibili sono quelli di queste tre date, poi a brevissimo usciranno i biglietti per i goblin e molto probabilmente ci sarà a disposizione un abbonamento per tutte le serate. Avremo delle band di apertura che suoneranno in un’area apposita, non quindi sul main stage, che selezioneremo dai contest dei festival con cui siamo gemellati, l’Arezzo Wave e il KeepOn Live. Per quanto riguarda i Dj Set avremo degli ospiti internazionali molto interessanti, che suoneranno in chiusura.

Tralasciamo un attimo l’aspetto tecnico del festival e concentriamoci su ciò che c’è dietro: Il Cinzella, diversamente dall’Uno Maggio Taranto, non nasce da un vero movimento di protesta, ma sicuramente tende a schierarsi politicamente dalla parte di chi combatte contro l’Ilva – e ciò che ne deriva – ogni giorno: un esempio lampante era la stessa location dell’anno scorso, alla Masseria Carmine, dove l’Ilva stessa faceva da sfondo alle spalle del palco, senza poi contare le vicende legate alla persona di Vincenzo Fornaro. Con la nuova location forse viene un po’ a mancare questa componente?
È un’ottima riflessione; ad esempio, il discorso legato alla location con l’Ilva alle spalle è stato colto da molti degli spettatori, anche da chi veniva da fuori Taranto: questo segnale di lasciarsi un attimino l’Ilva e il passato alle spalle, guardando avanti. Tutto quello che facciamo è politica, e la politica che cerchiamo di portare avanti con questa associazione (AFO 6, n.d.r.) è quella della valorizzazione del territorio: il forte segnale lanciato dalla masseria di Vincenzo adesso si sta riconvertendo, costruendo un futuro differente. Il messaggio politico dell’anno scorso era quello della riconversione, del guardare avanti. Quest’anno invece puntiamo decisamente sulla valorizzazione delle nostre risorse, partendo dalla più importante: il nostro territorio, con le nostre risorse naturali e architettoniche. Cerchiamo, col nostro lavoro, come associazione, di portare avanti questo messaggio: quest’anno, in inverno, abbiamo organizzato e contribuito a tanti altri eventi, ultimo fra tutti il Medimex, tutto per promuovere le nostre risorse: il pre-Medimex era tutto incentrato a Taranto Vecchia; abbiamo valorizzato le masserie in occasione di altri eventi; a questo giro puntiamo a concentrarci sulla provincia, dove abbiamo stretto questo forte rapporto di collaborazione anche e soprattutto con le associazioni presenti come i già citati ragazzi di Vicoli Corti, o Pelagonia che si occupa di musica. Valorizzare anche la provincia per noi è un aspetto importante: Taranto ha un territorio immenso, pieno di peculiarità da scoprire e da cui trarre beneficio.

Va bene Gianni, ti ringrazio tantissimo per la disponibilità!
Grazie a te!

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