“Live Concert Commedia”: Albert Camus goes to MezzoSangue 0 1061

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel primo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di MezzoSangue in compagnia di Albert Camus, filosofo dell’esistenzialismo

Albert Camus goes to MezzoSangue

Abbiamo inventato i calendari, dato dei nomi alle stagioni per poter mettere l’essere umano al centro di un ordine relativo del mondo, che gira e basta, senza dar conto davvero alle nostre aspettative. Così si sforza il sole di asciugare i marciapiedi nel pomeriggio di una giornata di mezza estate, dopo che la pioggia incessante di giugno li ha lavati e il pubblico è già lì in attesa che arrivi il suo momento, quando quel palcoscenico non sarà più una banale forma geometrica costruita tra le balaustre del porto. Nella rossa foschia orizzontale sta in piedi Albert Camus, alla foce del ponte, con lo sguardo perso su uno sfondo cianotico. Si volta al mio arrivo e risponde al mio cenno piuttosto reverenziale, poi incede verso me con andatura inconsistente.
«Le attese fanno parte della nostra vita tanto quanto le nostre azioni» mi dice, stringendomi la mano. «Non ci sono tempi morti; è anzi l’attesa la misura intrinseca di ciò che accade: scandisce i tempi, dà un senso a ciò che non abbiamo ancora realizzato». Per quanto le prime parole che pronunciasse non smentissero per nulla il personaggio, dargli torto era praticamente impossibile guardando quella folla che si gremiva minuto per minuto: ragazzi e ragazze, giovani e pieni di vita, sono tutti lì per lo stesso scopo. Qualcuno si conosce, molti ignorano l’identità di chi gli sta accanto; qualcuno sta da solo e fuma una sigaretta, altri si confrontano su quanto conoscano l’artista o fanno freestyle; alcuni sono vestiti di nero, altri sono coloratissimi; tutti, però, sono consapevoli nel profondo che c’è un filo che li tiene assieme.

Per il tour di “Tree – Roots & Crown”(2018), MezzoSangue conferma la formazione già in parte testata durante “Soul of a Superdrum”, in cui si è definito il sodalizio con l’ormai immancabile Luca “Thor” Martelli alla batteria (già batterista per i Litfiba). Dall’attimo in cui i tecnici lasciano spazio ai musicisti sul quadrato, il tempo scorre velocemente in timelapse sui cori del pubblico che chiama «Mezzo-Sangue!» e grida «fuck them fuck rap» in un gioco alternato di botta e risposta. Il buio si impadronisce progressivamente dell’aria, mentre le prove tecniche delle luci delineano i contorni dei palazzi e delle cupole dei teatri nel centro della città. Quando si abbassano, finalmente il mare si impadronisce della scena e il suo fondale diventa quello del palcoscenico. Il presentatore appare così piccolo, che forse a stento sopravvive all’energia che c’è nell’aria. Un momento dopo la sua uscita, un suggestivo “Nessun dorma” intonato da Pavarotti cavalca il suono delle maree e si disperde nel vento.
Poi un’incitazione, la città risponde come fosse il mondo intero: Thor scatena la grancassa ed esplodono le luci sul quel passamontagna per nascondere meglio ciò che c’è sotto, mentre MezzoSangue entra in scena sulla base di Sangue.

«Voilà l’étranger», disse, con un tono che mi fece dubitare di aver colto ciò che in realtà volesse dire.
«Ti riferisci al fatto che nessuno conosce il suo vero volto?»
«Sì, ma c’è di più. MezzoSangue è riuscito a rendersi straniero anche a se stesso. Noi non sappiamo chi c’è sotto la maschera, e teoricamente potrebbe esserci anche una persona completamente diversa da quella che ci immaginiamo».
«Su questo non ci piove, ma MezzoSangue è necessariamente legato alla persona che c’è sotto: è nato nella sua mente».
«Io invece non sono d’accordo su questo punto. MezzoSangue ha superato e annullato la sua dimensione fisica, e può benissimo farne a meno per continuare ad esistere».
«E se un giorno il suo corpo morisse?»
«Diventerà i suoi sogni e parleranno le sue idee».
È poi venuto il momento di Ned Kelly, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: il quarto muro tra il pubblico e il palco inizia a franare. Con orgoglio racconto la sua breve storia ad Albert, che ne ignorava l’identità.
«Insomma, un “fuorilegge”», ho concluso.
«Vuoi dire un eroe», risponde.
«Hanno anche prodotto un film con Mick Jagger nella sua parte».
«Non credo di conoscere quest’attore», dice ridendo. «Ma questo signore australiano mi ricorda un tale capitano John Brown».
Ho bypassato lo spunto del mio interlocutore per concentrarmi sull’adrenalina dei pezzi successivi. Quando MezzoSangue introduce Ologramma, il pubblico si eleva al quadrato: tutte le mani sono per aria, come se stessero cercando insieme il modo di sostenere un mondo che crolla lentamente su di loro. Alla citazione sul fisico Bohm, Albert reagisce con fare concorde, annotando solo che anche il dolore è una dimensione universale, perché se tutto è uno, allora il dolore del singolo è il dolore di tutti in un mondo ideale. Meno seria è la reazione al seguente Nichilismo.
«Forse saresti stato più a tuo agio se avesse scelto Esistenzialismo», gli dico provocandolo.
«Non mi appartiene», risponde risoluto, ma con un sorriso a mezza bocca.
Winter genera invece una situazione surreale che in alcun modo mi sarei aspettato. Durante l’intro del brano le luci sono basse e il silenzio generale. Solo il rumore di un fiammifero mi distrae. Albert accende il suo mezzo sigaro e ha una strana luce negli occhi.
«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate»(*) sussurra al termine. Sorrido e capisco che, in fondo, non siamo poi così diversi.
MezzoSangue riesce a tenere costante il tenore del concerto e, anzi, sa bene in che modo alimentare la fiamma e aumentare la temperatura. Diventa quello che sei è serve proprio a questo: l’artista scende dal palco a salutare la sua famiglia e ormai, più che cantare, sta parlando ad ognuno di loro. D’un tratto mi è più chiaro cosa intendeva Albert quando è iniziato il concerto.
Non manca il momento introspettivo del live. Parlami è cantata sul solo arpeggio di chitarra in una maniera così intima che pare provenga da una bolla di sapone. Ma breve quanto il tempo necessario a riprendere fiato, subito la calma apparente viene spazzata via dal trittico System Error, Touché, e Fuck Them Fuck Rap. MezzoSangue non si fa mancare davvero nulla: durante il secondo di questi sostituisce la voce registrata della versione studio citando l’intera terza strofa di Idee Stupide, mentre al terzo inscena anche la fuga in bagno, come da copione.
«C’est la révolte!» esclama Albert, contemplando con stupore e profonda stima ciò che il pubblico era diventato: un solo unico animale-massa, per dirla con Canetti.
«È questa la rivolta dell’arte, la vittoria dell’uomo e di tutti i suoi “no” sull’esistenza: il singolo, la massa e l’artista uniti in un unica entità. La missione dell’arte è compiuta se questa gente sarà consapevole, alla fine del concerto, che il messaggio di MezzoSangue ha superato l’incertezza delle possibilità; che può realizzarsi una realtà in cui gli esseri umani vivono in equilibrio nello stesso tempo per lo stesso scopo; che sta a loro soltanto la scelta di abbattere l’indifferenza di questo mondo. E di tutto questo ne saranno testimoni».
Si apre il Circus e con esso nuove faglie tra le nuvole provocate dai fulmini in lontananza. La natura offre la sua scenografia migliore al momento più alto del concerto: Armonia & Caos è il brano che in assoluto il pubblico sente più vicino a sé. «Questo mondo è diviso tra l’armonia e il caos. Ognuno è diviso tra armonia e caos», dice MezzoSangue sulla base alla fine della seconda strofa. Nel frattempo, il pubblico inizia a dividersi straordinariamente in due. «Da un parte c’è l’armonia, dall’altra il caos. Chi non se la sente, non è obbligato a partecipare. Tuttavia, arriverà il giorno in cui queste due forze si scontreranno, e diventeranno una cosa sola. Siete pronti?». All’attacco della base, Thor lancia i suoi martelli su cassa e rullante, accelerando i battiti: un incredibile wall of death dà inizio al pogo più intenso del live. La strada è in subbuglio e gli addetti alla sicurezza sono tutt’altro che quieti: qualche transenna si sfonda, qualcuno viene tirato fuori. Subito dopo, Soul of a Supertramp si mischia al vento e al cielo intermittente all’orizzonte. Conscio di essere quasi giunto alla fine, il pubblico chiama «Ne-ver-mind! Ne-ver-mind!». MezzoSangue sfida anche le previsioni avverse pur di completare il suo capolavoro, rispondendo che «arriverà il momento di fare luce».

Le luci sono spente, e in sottofondo sale progressivamente un ticchettio, poi dei colpi di rullante. Albert non si ripara dal vento, che anzi gli passa attraverso. Ora ha le mani nel suo inseparabile trench color sabbia e la testa alta, perché sa che è arrivato il momento di Destro, Sinistro, Montante. Avrei voluto dirgli qualcosa di intelligente prima che potesse anticiparmi. Nulla l’aveva mosso dentro più di quella personificazione, più del grande boxeur, che «ogni volta che ha messo le nocche sul mondo, ogni sfida che ha vinto, era contro la vita».
«Sisifo non aveva guantoni, tanto meno un nemico con cui lottare, è vero. Ma è possibile che il pugile non combatta tanto per sconfiggere il suo avversario: non deve saper tirare il colpo più forte, ma saper resistere a se stesso, alla voce in testa che gli suggerisce di cedere. Siamo il nostro più grande macigno e la nostra lotta da affrontare più dura. L’unica maniera che abbiamo per tornare alla vita, è accettare la nostra condizione. Io voglio averne piena coscienza, e forse grazie a questo, un giorno mi spingerò un po’ più in là».
Mi sorride e mi mette una mano sulla spalla; poi il suo sguardo mi supera, e si volge verso il mare. Fosco, si dirige verso il faro nel buio della notte tra i violini e il pianoforte della canzone in uscita. Non è forse anche Albert Camus un “mezzosangue”? Un figlio delle colonie francesi? Sicuramente, ma un uomo che aveva scelto cosa diventare. Anche se nel profondo, entrambi sappiamo che nella malinconia dei suoi discorsi muti verso il mare c’era qualcosa di più, una terra, un ricordo lontano.

«Siamo giunti al termine ragazzi. È arrivato il momento di fare luce», annuncia MezzoSangue. «E siate sempre padroni delle scelte che farete: perché solo così potrete avere bei ricordi, che sono la vera luce della vostra vita»
Never Mind è l’ultima canzone della scaletta. Sono solo, ma so nel profondo di non esserlo davvero. La musica sa insegnare, e parla anche alle orecchie di chi non vuol sentire. Assisto all’ultimo frammento di quello che, di fatto, è diventato un coro unisono. Le gocce di pioggia iniziano a scendere inarrestabili sulle nostre teste, il sottopalco è un via vai di tecnici che cercano di mettere in salvo la strumentazione. Quando il pezzo finisce la tempesta si abbatte impetuosa sul porto. Un fulmine squarcia il cielo, le luci si spengono, gli striscioni vengono giù strappati dal vento.
Il sipario è calato.

(*) citazione della poesia “Invincibile estate” di Albert Camus

SCALETTA

-Sangue
-Ned Kelly
-La mia famiglia
-Musica cicatrene
-Out of my mind
-Ologramma
-Nichilismo
-Crown
-Winter
-Tree
-Mi accompagni
-Diventa quello che sei
-Soliloquio
-Parlami
-System Error
-Touché
-Fuck Them Fuck Rap
-Io sono MezzoSangue
-Circus
-Umanista
-Piano A
-Armonia & Caos
-Benoit Lecomte
-Soul of a Supertramp
-Destro, Sinistro, Montante
-Never Mind

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Un ringraziamento all’A.T.S. “L’Acqua in testa”, organizzatrice dell’evento.
Gli scatti sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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