“Live Concert Commedia”: Albert Camus goes to MezzoSangue 0 963

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel primo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di MezzoSangue in compagnia di Albert Camus, filosofo dell’esistenzialismo

Albert Camus goes to MezzoSangue

Abbiamo inventato i calendari, dato dei nomi alle stagioni per poter mettere l’essere umano al centro di un ordine relativo del mondo, che gira e basta, senza dar conto davvero alle nostre aspettative. Così si sforza il sole di asciugare i marciapiedi nel pomeriggio di una giornata di mezza estate, dopo che la pioggia incessante di giugno li ha lavati e il pubblico è già lì in attesa che arrivi il suo momento, quando quel palcoscenico non sarà più una banale forma geometrica costruita tra le balaustre del porto. Nella rossa foschia orizzontale sta in piedi Albert Camus, alla foce del ponte, con lo sguardo perso su uno sfondo cianotico. Si volta al mio arrivo e risponde al mio cenno piuttosto reverenziale, poi incede verso me con andatura inconsistente.
«Le attese fanno parte della nostra vita tanto quanto le nostre azioni» mi dice, stringendomi la mano. «Non ci sono tempi morti; è anzi l’attesa la misura intrinseca di ciò che accade: scandisce i tempi, dà un senso a ciò che non abbiamo ancora realizzato». Per quanto le prime parole che pronunciasse non smentissero per nulla il personaggio, dargli torto era praticamente impossibile guardando quella folla che si gremiva minuto per minuto: ragazzi e ragazze, giovani e pieni di vita, sono tutti lì per lo stesso scopo. Qualcuno si conosce, molti ignorano l’identità di chi gli sta accanto; qualcuno sta da solo e fuma una sigaretta, altri si confrontano su quanto conoscano l’artista o fanno freestyle; alcuni sono vestiti di nero, altri sono coloratissimi; tutti, però, sono consapevoli nel profondo che c’è un filo che li tiene assieme.

Per il tour di “Tree – Roots & Crown”(2018), MezzoSangue conferma la formazione già in parte testata durante “Soul of a Superdrum”, in cui si è definito il sodalizio con l’ormai immancabile Luca “Thor” Martelli alla batteria (già batterista per i Litfiba). Dall’attimo in cui i tecnici lasciano spazio ai musicisti sul quadrato, il tempo scorre velocemente in timelapse sui cori del pubblico che chiama «Mezzo-Sangue!» e grida «fuck them fuck rap» in un gioco alternato di botta e risposta. Il buio si impadronisce progressivamente dell’aria, mentre le prove tecniche delle luci delineano i contorni dei palazzi e delle cupole dei teatri nel centro della città. Quando si abbassano, finalmente il mare si impadronisce della scena e il suo fondale diventa quello del palcoscenico. Il presentatore appare così piccolo, che forse a stento sopravvive all’energia che c’è nell’aria. Un momento dopo la sua uscita, un suggestivo “Nessun dorma” intonato da Pavarotti cavalca il suono delle maree e si disperde nel vento.
Poi un’incitazione, la città risponde come fosse il mondo intero: Thor scatena la grancassa ed esplodono le luci sul quel passamontagna per nascondere meglio ciò che c’è sotto, mentre MezzoSangue entra in scena sulla base di Sangue.

«Voilà l’étranger», disse, con un tono che mi fece dubitare di aver colto ciò che in realtà volesse dire.
«Ti riferisci al fatto che nessuno conosce il suo vero volto?»
«Sì, ma c’è di più. MezzoSangue è riuscito a rendersi straniero anche a se stesso. Noi non sappiamo chi c’è sotto la maschera, e teoricamente potrebbe esserci anche una persona completamente diversa da quella che ci immaginiamo».
«Su questo non ci piove, ma MezzoSangue è necessariamente legato alla persona che c’è sotto: è nato nella sua mente».
«Io invece non sono d’accordo su questo punto. MezzoSangue ha superato e annullato la sua dimensione fisica, e può benissimo farne a meno per continuare ad esistere».
«E se un giorno il suo corpo morisse?»
«Diventerà i suoi sogni e parleranno le sue idee».
È poi venuto il momento di Ned Kelly, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: il quarto muro tra il pubblico e il palco inizia a franare. Con orgoglio racconto la sua breve storia ad Albert, che ne ignorava l’identità.
«Insomma, un “fuorilegge”», ho concluso.
«Vuoi dire un eroe», risponde.
«Hanno anche prodotto un film con Mick Jagger nella sua parte».
«Non credo di conoscere quest’attore», dice ridendo. «Ma questo signore australiano mi ricorda un tale capitano John Brown».
Ho bypassato lo spunto del mio interlocutore per concentrarmi sull’adrenalina dei pezzi successivi. Quando MezzoSangue introduce Ologramma, il pubblico si eleva al quadrato: tutte le mani sono per aria, come se stessero cercando insieme il modo di sostenere un mondo che crolla lentamente su di loro. Alla citazione sul fisico Bohm, Albert reagisce con fare concorde, annotando solo che anche il dolore è una dimensione universale, perché se tutto è uno, allora il dolore del singolo è il dolore di tutti in un mondo ideale. Meno seria è la reazione al seguente Nichilismo.
«Forse saresti stato più a tuo agio se avesse scelto Esistenzialismo», gli dico provocandolo.
«Non mi appartiene», risponde risoluto, ma con un sorriso a mezza bocca.
Winter genera invece una situazione surreale che in alcun modo mi sarei aspettato. Durante l’intro del brano le luci sono basse e il silenzio generale. Solo il rumore di un fiammifero mi distrae. Albert accende il suo mezzo sigaro e ha una strana luce negli occhi.
«Ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate»(*) sussurra al termine. Sorrido e capisco che, in fondo, non siamo poi così diversi.
MezzoSangue riesce a tenere costante il tenore del concerto e, anzi, sa bene in che modo alimentare la fiamma e aumentare la temperatura. Diventa quello che sei è serve proprio a questo: l’artista scende dal palco a salutare la sua famiglia e ormai, più che cantare, sta parlando ad ognuno di loro. D’un tratto mi è più chiaro cosa intendeva Albert quando è iniziato il concerto.
Non manca il momento introspettivo del live. Parlami è cantata sul solo arpeggio di chitarra in una maniera così intima che pare provenga da una bolla di sapone. Ma breve quanto il tempo necessario a riprendere fiato, subito la calma apparente viene spazzata via dal trittico System Error, Touché, e Fuck Them Fuck Rap. MezzoSangue non si fa mancare davvero nulla: durante il secondo di questi sostituisce la voce registrata della versione studio citando l’intera terza strofa di Idee Stupide, mentre al terzo inscena anche la fuga in bagno, come da copione.
«C’est la révolte!» esclama Albert, contemplando con stupore e profonda stima ciò che il pubblico era diventato: un solo unico animale-massa, per dirla con Canetti.
«È questa la rivolta dell’arte, la vittoria dell’uomo e di tutti i suoi “no” sull’esistenza: il singolo, la massa e l’artista uniti in un unica entità. La missione dell’arte è compiuta se questa gente sarà consapevole, alla fine del concerto, che il messaggio di MezzoSangue ha superato l’incertezza delle possibilità; che può realizzarsi una realtà in cui gli esseri umani vivono in equilibrio nello stesso tempo per lo stesso scopo; che sta a loro soltanto la scelta di abbattere l’indifferenza di questo mondo. E di tutto questo ne saranno testimoni».
Si apre il Circus e con esso nuove faglie tra le nuvole provocate dai fulmini in lontananza. La natura offre la sua scenografia migliore al momento più alto del concerto: Armonia & Caos è il brano che in assoluto il pubblico sente più vicino a sé. «Questo mondo è diviso tra l’armonia e il caos. Ognuno è diviso tra armonia e caos», dice MezzoSangue sulla base alla fine della seconda strofa. Nel frattempo, il pubblico inizia a dividersi straordinariamente in due. «Da un parte c’è l’armonia, dall’altra il caos. Chi non se la sente, non è obbligato a partecipare. Tuttavia, arriverà il giorno in cui queste due forze si scontreranno, e diventeranno una cosa sola. Siete pronti?». All’attacco della base, Thor lancia i suoi martelli su cassa e rullante, accelerando i battiti: un incredibile wall of death dà inizio al pogo più intenso del live. La strada è in subbuglio e gli addetti alla sicurezza sono tutt’altro che quieti: qualche transenna si sfonda, qualcuno viene tirato fuori. Subito dopo, Soul of a Supertramp si mischia al vento e al cielo intermittente all’orizzonte. Conscio di essere quasi giunto alla fine, il pubblico chiama «Ne-ver-mind! Ne-ver-mind!». MezzoSangue sfida anche le previsioni avverse pur di completare il suo capolavoro, rispondendo che «arriverà il momento di fare luce».

Le luci sono spente, e in sottofondo sale progressivamente un ticchettio, poi dei colpi di rullante. Albert non si ripara dal vento, che anzi gli passa attraverso. Ora ha le mani nel suo inseparabile trench color sabbia e la testa alta, perché sa che è arrivato il momento di Destro, Sinistro, Montante. Avrei voluto dirgli qualcosa di intelligente prima che potesse anticiparmi. Nulla l’aveva mosso dentro più di quella personificazione, più del grande boxeur, che «ogni volta che ha messo le nocche sul mondo, ogni sfida che ha vinto, era contro la vita».
«Sisifo non aveva guantoni, tanto meno un nemico con cui lottare, è vero. Ma è possibile che il pugile non combatta tanto per sconfiggere il suo avversario: non deve saper tirare il colpo più forte, ma saper resistere a se stesso, alla voce in testa che gli suggerisce di cedere. Siamo il nostro più grande macigno e la nostra lotta da affrontare più dura. L’unica maniera che abbiamo per tornare alla vita, è accettare la nostra condizione. Io voglio averne piena coscienza, e forse grazie a questo, un giorno mi spingerò un po’ più in là».
Mi sorride e mi mette una mano sulla spalla; poi il suo sguardo mi supera, e si volge verso il mare. Fosco, si dirige verso il faro nel buio della notte tra i violini e il pianoforte della canzone in uscita. Non è forse anche Albert Camus un “mezzosangue”? Un figlio delle colonie francesi? Sicuramente, ma un uomo che aveva scelto cosa diventare. Anche se nel profondo, entrambi sappiamo che nella malinconia dei suoi discorsi muti verso il mare c’era qualcosa di più, una terra, un ricordo lontano.

«Siamo giunti al termine ragazzi. È arrivato il momento di fare luce», annuncia MezzoSangue. «E siate sempre padroni delle scelte che farete: perché solo così potrete avere bei ricordi, che sono la vera luce della vostra vita»
Never Mind è l’ultima canzone della scaletta. Sono solo, ma so nel profondo di non esserlo davvero. La musica sa insegnare, e parla anche alle orecchie di chi non vuol sentire. Assisto all’ultimo frammento di quello che, di fatto, è diventato un coro unisono. Le gocce di pioggia iniziano a scendere inarrestabili sulle nostre teste, il sottopalco è un via vai di tecnici che cercano di mettere in salvo la strumentazione. Quando il pezzo finisce la tempesta si abbatte impetuosa sul porto. Un fulmine squarcia il cielo, le luci si spengono, gli striscioni vengono giù strappati dal vento.
Il sipario è calato.

(*) citazione della poesia “Invincibile estate” di Albert Camus

SCALETTA

-Sangue
-Ned Kelly
-La mia famiglia
-Musica cicatrene
-Out of my mind
-Ologramma
-Nichilismo
-Crown
-Winter
-Tree
-Mi accompagni
-Diventa quello che sei
-Soliloquio
-Parlami
-System Error
-Touché
-Fuck Them Fuck Rap
-Io sono MezzoSangue
-Circus
-Umanista
-Piano A
-Armonia & Caos
-Benoit Lecomte
-Soul of a Supertramp
-Destro, Sinistro, Montante
-Never Mind

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Un ringraziamento all’A.T.S. “L’Acqua in testa”, organizzatrice dell’evento.
Gli scatti sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 894

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 787

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

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