“Live Concert Commedia”: Cesare Pavese goes to Murubutu 0 597

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel terzo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Murubutu in compagnia di Cesare Pavese, poeta e scrittore italiano della prima metà del Novecento, nonché critico e traduttore letterario. A lui dobbiamo, tra le tante, l’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, pervenuto al pubblico italiano tramite la traduzione di Fernanda Pivano, amica e collaboratrice dello scrittore di Santo Stefano Belbo.

Cesare Pavese goes to Murubutu

Ovunque è il sacro. Dacché l’uomo conobbe l’uso del linguaggio, forse ancor prima del fiorentino e della Crusca, si usa dire che il sole risorge, come si suole indicare il ritorno di Nostro Signore. Così, mi piaceva pensare che il sole morisse e risorgesse ogni giorno, per cogliere gli attimi della mia vita come un dono per concessione divina. Ed ogni giorno sognavo di morire e risorgere anch’io, sebbene ciò non accadesse, e quel che nel buio della notte era svanito non tornava ad illuminare le grotte dei miei occhi. Poi un giorno fui io a non tornare per gli occhi di qualcuno. Spensi il lume e andai a dormire, per scoprire dove è sepolta la più grande delle stelle, sotto le coperte del cielo immenso; e quando in quell’istante pensai che sarebbe stata l’ultima, avevo scoperto cosa fosse l’eternità.

La folla si apre davanti a me come le acque del Mar Rosso e si richiude alle mie spalle, togliendomi dal campo visivo delle strade e dei palazzi che di giorno mi osservano camminare e sono soliti commentarmi il passo. L’entrata dà su un cortile illuminato solo in parte, e bisogna attraversare una sorta di passerella per raggiungere l’ingresso del locale, che assomiglia a quello di un magazzino. Un magazzino o una fabbrica di momenti speciali, per me quanto per gli altri, come quel concerto a cui a breve avrei assistito. La massa è in fermento: Murubutu è stato poco presente in queste zone, e nell’aria si susseguono come frequenze di ripetitori domande sulla scaletta, sull’eventuale comparsa di ospiti speciali o sulla sua performance dal vivo. Di certo, il dato che colpisce maggiormente è la compresenza di un pubblico abbastanza eterogeneo, che va dalle fasce dei più adulti, intorno alla trentina, fino ai giovanissimi, accompagnati dai propri genitori anche da posti più remoti, dove la musica come quella del Professore spesso fa fatica a suonare nei club e alle serate.
Nella calca che si appresta a prendere un posto privilegiato sotto palco, si scorge una figura dal passo incerto. Mentre cerca di smarcarsi a fatica dagli spintoni degli ultimi arrivati chiedendo permesso e facendo piroette per evitarne i flussi, l’uomo, evidentemente confuso, perde i suoi occhiali. Prima che si possano ridurre in un cumulo di silicio dalla forma della polvere, mi lancio nel salvataggio dell’oggetto sacro strappandolo alla suola calante di un ragazzo grande almeno il doppio di me, per restituirlo al legittimo proprietario impegnato ancora in una caccia al tesoro a tentoni nel buio.
«Grazie» dice Cesare, lapidario ma riconoscente in fondo alla voce.
«Non ci vedi proprio nulla senza?»
«Solo ansia ed inquietudine» replica.
«È un bene che non siano andati distrutti allora».
«Sarei perso senza. Con le lenti ci vedo così chiaro che all’ansia e l’inquietudine riesco a dargli anche un nome».
Sovente mi chiedo come ad un uomo dal dono di una così immensa autoironia e sarcasmo, che è uno scudo infrangibile contro le avversità della vita, sia stato riservato il più tragico epilogo possibile.

DJ T-Robb è il primo a salire sul palco, tra i suoni delle creature notturne che accompagnano le canzoni dell’album protagonista del tour. L’abilità del deejay nel taglio e nel graffio è rara nello scenario odierno, soprattutto laddove spesso è preferita la band per le esibizioni live: le mani di T-Robb, invece, raccontano della sua storia e della sua “scuola”, e al pubblico è chiaro subito che assisterà ad un concerto rap, che si suonerà rap e che gli artisti sono lì per fare rap.
U.G.O., membro della storica crew La Kattiveria, segue con un’impressionante strofa in extrabeat per riscaldare a dovere la folla prima dell’arrivo del suo compagno. La risposta è trepidante: tutti sono pronti. Meno che uno.
Cesare si volta verso l’uscita.
«Dove stai andando?» gli domando.
«Torno in albergo» mi risponde serissimo.
«Pavese, non fare il cretino» gli dico tenendogli il braccio, sicuro di non essere stato il primo a ricordarglielo. Mi guarda e tira un sospiro. Murubutu sta salendo sul palco.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

In un’esplosione di fumi e luci cremisi, il Professore incalza il motivo di Nyx, cadenzato come una marcia tra le urla degli spettatori che muovono le braccia su e giù a ritmo del beat. Io che ho atteso anni prima di assistere a questo spettacolo, finalmente posso dare una risposta alla mia immaginazione: a cantare sul palco c’è un artista vero fatto di princìpi e dedizione, un gigante buono dal cuore trasparente e l’animo ricolmo di passione. Con molta probabilità, ognuno dei presenti al concerto ha ricevuto la medesima impressione alla sua aspettativa di partenza. Rivolgo lo sguardo al mio compagno: il suo capo non è più chino, e nei suoi occhi riesco a leggere un velo di curiosità misto a soddisfazione nell’ascolto di quel racconto in versi.
«Allora esiste qualcosa che ti appassiona, oltre alle tue ossessioni escatologiche» ironizzo.
«Il mito è il sottobosco culturale di ogni generazione dell’essere umano» mi risponde serio. «È attraverso il mito che le passioni e gli istinti primordiali dell’uomo vengono tradotti e tramandati. La narrazione muta, di epoca in epoca, adattandosi nel tempo alle forme di linguaggio che più si prestano al compito di legato del messaggio…1»
«E Murubutu ha trovato nel rap quella più giusta per trasferirlo oggi».

Le luci si spengono e di colpo è Buio. Posso percepire la tensione di chi mi sta accanto salire nel dondolio caleidoscopico della base, per poi scoppiare prepotentemente tra le distorsioni del ritornello, fredda come l’urlo di un bambino nella sua culla davanti al suo incubo. Anche nelle tenebre, i contorni di quelle paure sono così nitidi che sembra di poterle toccare sotto la guida di quei versi. Allo stesso modo, giuro di aver sentito qualcuno fremere al termine del brano successivo, come se quello stesso bambino fosse stato salvato dalle braccia apprensive di una madre nel cuore del pianto. «E come scrisse Neruda: “delle stelle che ammirai, bagnate da fiumi e da rugiade differenti, io non scelsi che quella che amavo e da allora dormo con la notte2», recita il Professore introducendo La stella e il marinaio, con gli occhi persi in un orizzonte che nessun altro a parte lui riesce a vedere.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Se a questo punto vi state ancora chiedendo se Murubutu davvero si ricordi ogni singola parola dei suoi testi dal vivo, avreste dovuto assistere alla strofa a cappella de La bellissima Giulietta, veloce e stretta tanto da stare nello spazio della scia di una meteora.
«C’è qualcosa che va oltre l’idea di musica in questo» dice Cesare asciugandosi il palato da un sorso del vino rosso che ha appena preso.
«Che cosa non avresti scritto per tua figlia?». Sono in vena di domande retoriche.
«Non per sapere i fatti tuoi» dice guardandomi, «ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?»
«Tu ne hai fatti?» dico ridendo. «La gente si sposa per questo».
Ma lui non ride. «Chi fa figli» dice fissando il bicchiere, «accetta la vita. Tu accetti la vita?3»

Non rispondo a quella domanda che ha reso la conversazione evidentemente pesante. Nel frattempo, Murubutu performa Dafne sa contare e Omega man, accompagnato dagli scratch di T-Robb e le strofe in extrabeat di U.G.O., tra gli applausi della folla.
La tecnica è un lato imprescindibile della musica, anzi il motivo che spesso spinge l’ascoltatore a distinguere quella “buona” da tutto il resto. Il nostro Mariani appartiene senza dubbio al primo gruppo, ma personalmente, rispetto ai brani dalla complicatezza apollinea ho sempre apprezzato quelli più intimi e delicati, che sanno entrare nelle arterie e trovare la strada per il cuore. La notte di San Lorenzo è una di queste.
 «Questo è un pezzo a cui tengo particolarmente, che ho scritto per le persone che non ci sono più, ma ci sono ancora» dice stringendo forte il suo microfono.
Guardo Cesare come se fosse quel bambino.
«Non hai mai sentito la mancanza di Santo Stefano?»
«Un giorno mio cugino, che era marinaio, mi disse: “Tu che abiti a Torino…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me, a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono4. Aveva ragione».
Mentre un bye-bye plana soave sulle teste, gli chiedo: «Hai viaggiato molto nella tua vita?»
«Quanto basta per non sentirsi mai nel posto giusto» replica lui.
Poi, lo spazio è dedicato alle collaborazioni dell’ultimo album. In particolare, quando è il turno di Wordsworth qualcuno spera fino all’ultimo che un ospite a sorpresa faccia la sua comparsa, ma nulla accade.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Mara e il maestrale è immancabile nella scaletta di Murubutu, essendo una delle sue canzoni preferite. Cesare è mosso da un fremito di compassione, ma non sono sicuro che abbia colto la dinamica della storia.
«È malata di Alzheimer»
«E nonostante tutto, sapeva di avere qualcuno da aspettare» dice lui. «Non credo che la malattia ti porti a dimenticare, piuttosto a ricordare solo ciò che vuoi ricordare»
«Saresti mai stato disposto ad aspettare qualcuno così a lungo?» gli chiedo.
«Frequentavo le lezioni del caro professor Monti al “Massimo D’Azeglio”» racconta lui. «Conobbi il mio amico Mario Sturani con cui, oltre alla passione per l’arte e la letteratura, condivisi l’intera vita mia. Lo ricordo come se fosse ieri: in un caffè-concerto di Torino vidi lei, una ballerina dai lunghi capelli scuri e il viso stellato. Aveva la grazia di una dea greca dipinta dalle mani del Botticelli5»
«Che cosa hai fatto?». La storia inizia ad incuriosirmi e dentro me prego per il lieto fine.
«Le ho dato un appuntamento. L’ho attesa dalle sei del pomeriggio fino a mezzanotte nel freddo e nella pioggia di Torino, mi sono beccato una pleurite e sono rimasto a casa per tre mesi»
«Come non detto»
«È stata la mia prima delusione sentimentale. Ora non ricordo il suo nome, ma ti posso assicurare che se avessi avuto l’Alzheimer avrei sicuramente vissuto più a lungo» conclude.

Il concerto si avvia verso la fine. Murubutu canta Scirocco, poi lancia un messaggio in riferimento al Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi nella stessa giornata a Verona.
«Oggi c’è stata una manifestazione a Verona. In questo mondo pieno d’odio, non dimenticatevi mai di raccogliere amore» dice, incontrando l’approvazione del pubblico. Cesare mi chiede di cosa si tratti, ed io gli spiego che il Congresso è un momento di “celebrazione” sostanzialmente politica della famiglia “tradizionale”, opposta alle altre idee di famiglia che non si compongano di padre, madre e figli uniti da un legame biologico.
«Come se l’omosessualità non fosse mai esistita prima d’ora» dice lo scrittore.
«A Verona poi, che paradosso. Proprio nella città che ha ispirato il più compiuto esempio di amore perfetto nella storia della tragedia» puntualizzo. «Avresti dovuto vedere il portachiavi a forma di aborto. Abominevole.»
«E pensare che fui censurato “per motivi morali”6. Per queste persone l’amore, come la poesia, non può aver valore se non è una menzogna».

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Levante accende una luce sul pensiero confortevole della morte. So che il mio amico, grande poeta, ne è sempre stato affascinato. C’è un momento in cui intorno accadono cose tremende, e non si può fare altro che fermarsi e chiedersi se saremo pronti quando arriverà il nostro turno. Forse la fine non è altro che un sogno ricorrente che accomuna l’io e gli altri. Ho visto di frequente il dolore bagnare le guance dei miei amici più cari per una perdita incolmabile. Ed ogni volta ho pensato che prima o poi toccherà a me, che anche io siederò su quei banchi, e così via chi verrà dopo di me. Mi rende triste scoprire il mistero che ci lega assieme.
«Ho perso mio padre quando avevo sei anni, e la vita non fu meno ingiusta con i miei fratelli, di cui solo Maria restò per coprirmi di legno» dice Cesare rivolgendosi a me, quasi potesse leggermi nel pensiero. «È questo che scopri: che vivere è soltanto un ricordo della vita stessa, come lo è la notte nella calma del giorno al tuo risveglio, assorto e stupito7».
Murubutu ha lasciato il palco. DJ T-Robb ha mandato La vita dopo la notte.
«Cesare, com’è quando si va dall’altra parte?»
«Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda come il sole che nasce o che muore, e il vetro chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo. Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre, nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra sarà come il tepore. Empirà la stanza per la grande finestra un cielo più grande. Dalla scala salita un giorno per sempre non verranno più voci, né visi morti8».
Inizio a piangere perché so cos’è la paura, e in quelle parole riconosco cos’è il desiderio. Mi asciugo con la manica della giacca, e un attimo dopo Cesare non c’è più. Murubutu è tornato sul palco per cantare I marinai tornano tardi, quella canzone con cui l’ho scoperto e che tanto mi ha fatto innamorare. Il pubblico è diventato un coro di schiuma e di maree; io solo in mezzo agli altri, mi sento come una bottiglia che deve proteggere il suo messaggio. Quando metto la mano in tasca, trovo un bigliettino che sono sicuro non fosse lì prima di entrare nel magazzino. Da quel giorno lo porto con me ovunque vada, come la bussola il suo marinaio.
«For K.
Ripeness in all»9

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

1v. Dialoghi con Leucò, C. Pavese.
2Sonetto XLVII, P. Neruda.
3Dialogo ispirato a Tra donne sole, C. Pavese.
4Verso tratto da I mari del Sud, in Lavorare stanca, 1936-1943, C. Pavese.
5Fatto ispirato alla biografia dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Monti e Sturani furono realmente amici di Pavese, il quale spesso condivise con loro i suoi lavori in rapporti epistolari. Lo stesso scenario ha probabilmente ispirato anche i versi di Alice di F. De Gregori, in cui “Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”.
6Della raccolta Lavorare stanca furono censurate I pensieri di Dina, Il dio-caprone, Balletto e Paternità.
7Dialogo ispirato a La notte, in Lavorare stanca.
8Versi ivi riportati in prosa tratti dalla poesia Il paradiso sui tetti, in Lavorare stanca.
9La dedica a fronte de La luna e i falò di Pavese recita: “For C. Ripeness in all”. Il destinatario è Constance Dowling, attrice americana di cui lo scrittore fu innamorato fino al giorno in cui si tolse la vita. Per questione di coerenza con la storia raccontata, qui la dedica è a K., autore dell’articolo.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

SCALETTA (parziale)

Gli ammutinati del bouncin’
Nyx
Buio
La stella e il marinaio
La bellissima Giulietta
Dafne sa contare
Omega man
La notte di San Lorenzo
Le notti bianche
Wordsworth
Occhiali da luna
L’uomo senza sonno
Mari infiniti
Mara e il maestrale
Scirocco
Isola verde
Grecale
Levante
La vita dopo la notte
I marinai tornano tardi

Si ringraziano Casa delle Arti di Conversano (BA) e l’ufficio stampa Sfera cubica.
Le foto sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Leggi anche l’intervista di Kragler a Murubutu.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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