“Live Concert Commedia”: Cesare Pavese goes to Murubutu 0 1038

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel terzo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Murubutu in compagnia di Cesare Pavese, poeta e scrittore italiano della prima metà del Novecento, nonché critico e traduttore letterario. A lui dobbiamo, tra le tante, l’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, pervenuto al pubblico italiano tramite la traduzione di Fernanda Pivano, amica e collaboratrice dello scrittore di Santo Stefano Belbo.

Cesare Pavese goes to Murubutu

Ovunque è il sacro. Dacché l’uomo conobbe l’uso del linguaggio, forse ancor prima del fiorentino e della Crusca, si usa dire che il sole risorge, come si suole indicare il ritorno di Nostro Signore. Così, mi piaceva pensare che il sole morisse e risorgesse ogni giorno, per cogliere gli attimi della mia vita come un dono per concessione divina. Ed ogni giorno sognavo di morire e risorgere anch’io, sebbene ciò non accadesse, e quel che nel buio della notte era svanito non tornava ad illuminare le grotte dei miei occhi. Poi un giorno fui io a non tornare per gli occhi di qualcuno. Spensi il lume e andai a dormire, per scoprire dove è sepolta la più grande delle stelle, sotto le coperte del cielo immenso; e quando in quell’istante pensai che sarebbe stata l’ultima, avevo scoperto cosa fosse l’eternità.

La folla si apre davanti a me come le acque del Mar Rosso e si richiude alle mie spalle, togliendomi dal campo visivo delle strade e dei palazzi che di giorno mi osservano camminare e sono soliti commentarmi il passo. L’entrata dà su un cortile illuminato solo in parte, e bisogna attraversare una sorta di passerella per raggiungere l’ingresso del locale, che assomiglia a quello di un magazzino. Un magazzino o una fabbrica di momenti speciali, per me quanto per gli altri, come quel concerto a cui a breve avrei assistito. La massa è in fermento: Murubutu è stato poco presente in queste zone, e nell’aria si susseguono come frequenze di ripetitori domande sulla scaletta, sull’eventuale comparsa di ospiti speciali o sulla sua performance dal vivo. Di certo, il dato che colpisce maggiormente è la compresenza di un pubblico abbastanza eterogeneo, che va dalle fasce dei più adulti, intorno alla trentina, fino ai giovanissimi, accompagnati dai propri genitori anche da posti più remoti, dove la musica come quella del Professore spesso fa fatica a suonare nei club e alle serate.
Nella calca che si appresta a prendere un posto privilegiato sotto palco, si scorge una figura dal passo incerto. Mentre cerca di smarcarsi a fatica dagli spintoni degli ultimi arrivati chiedendo permesso e facendo piroette per evitarne i flussi, l’uomo, evidentemente confuso, perde i suoi occhiali. Prima che si possano ridurre in un cumulo di silicio dalla forma della polvere, mi lancio nel salvataggio dell’oggetto sacro strappandolo alla suola calante di un ragazzo grande almeno il doppio di me, per restituirlo al legittimo proprietario impegnato ancora in una caccia al tesoro a tentoni nel buio.
«Grazie» dice Cesare, lapidario ma riconoscente in fondo alla voce.
«Non ci vedi proprio nulla senza?»
«Solo ansia ed inquietudine» replica.
«È un bene che non siano andati distrutti allora».
«Sarei perso senza. Con le lenti ci vedo così chiaro che all’ansia e l’inquietudine riesco a dargli anche un nome».
Sovente mi chiedo come ad un uomo dal dono di una così immensa autoironia e sarcasmo, che è uno scudo infrangibile contro le avversità della vita, sia stato riservato il più tragico epilogo possibile.

DJ T-Robb è il primo a salire sul palco, tra i suoni delle creature notturne che accompagnano le canzoni dell’album protagonista del tour. L’abilità del deejay nel taglio e nel graffio è rara nello scenario odierno, soprattutto laddove spesso è preferita la band per le esibizioni live: le mani di T-Robb, invece, raccontano della sua storia e della sua “scuola”, e al pubblico è chiaro subito che assisterà ad un concerto rap, che si suonerà rap e che gli artisti sono lì per fare rap.
U.G.O., membro della storica crew La Kattiveria, segue con un’impressionante strofa in extrabeat per riscaldare a dovere la folla prima dell’arrivo del suo compagno. La risposta è trepidante: tutti sono pronti. Meno che uno.
Cesare si volta verso l’uscita.
«Dove stai andando?» gli domando.
«Torno in albergo» mi risponde serissimo.
«Pavese, non fare il cretino» gli dico tenendogli il braccio, sicuro di non essere stato il primo a ricordarglielo. Mi guarda e tira un sospiro. Murubutu sta salendo sul palco.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

In un’esplosione di fumi e luci cremisi, il Professore incalza il motivo di Nyx, cadenzato come una marcia tra le urla degli spettatori che muovono le braccia su e giù a ritmo del beat. Io che ho atteso anni prima di assistere a questo spettacolo, finalmente posso dare una risposta alla mia immaginazione: a cantare sul palco c’è un artista vero fatto di princìpi e dedizione, un gigante buono dal cuore trasparente e l’animo ricolmo di passione. Con molta probabilità, ognuno dei presenti al concerto ha ricevuto la medesima impressione alla sua aspettativa di partenza. Rivolgo lo sguardo al mio compagno: il suo capo non è più chino, e nei suoi occhi riesco a leggere un velo di curiosità misto a soddisfazione nell’ascolto di quel racconto in versi.
«Allora esiste qualcosa che ti appassiona, oltre alle tue ossessioni escatologiche» ironizzo.
«Il mito è il sottobosco culturale di ogni generazione dell’essere umano» mi risponde serio. «È attraverso il mito che le passioni e gli istinti primordiali dell’uomo vengono tradotti e tramandati. La narrazione muta, di epoca in epoca, adattandosi nel tempo alle forme di linguaggio che più si prestano al compito di legato del messaggio…1»
«E Murubutu ha trovato nel rap quella più giusta per trasferirlo oggi».

Le luci si spengono e di colpo è Buio. Posso percepire la tensione di chi mi sta accanto salire nel dondolio caleidoscopico della base, per poi scoppiare prepotentemente tra le distorsioni del ritornello, fredda come l’urlo di un bambino nella sua culla davanti al suo incubo. Anche nelle tenebre, i contorni di quelle paure sono così nitidi che sembra di poterle toccare sotto la guida di quei versi. Allo stesso modo, giuro di aver sentito qualcuno fremere al termine del brano successivo, come se quello stesso bambino fosse stato salvato dalle braccia apprensive di una madre nel cuore del pianto. «E come scrisse Neruda: “delle stelle che ammirai, bagnate da fiumi e da rugiade differenti, io non scelsi che quella che amavo e da allora dormo con la notte2», recita il Professore introducendo La stella e il marinaio, con gli occhi persi in un orizzonte che nessun altro a parte lui riesce a vedere.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Se a questo punto vi state ancora chiedendo se Murubutu davvero si ricordi ogni singola parola dei suoi testi dal vivo, avreste dovuto assistere alla strofa a cappella de La bellissima Giulietta, veloce e stretta tanto da stare nello spazio della scia di una meteora.
«C’è qualcosa che va oltre l’idea di musica in questo» dice Cesare asciugandosi il palato da un sorso del vino rosso che ha appena preso.
«Che cosa non avresti scritto per tua figlia?». Sono in vena di domande retoriche.
«Non per sapere i fatti tuoi» dice guardandomi, «ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?»
«Tu ne hai fatti?» dico ridendo. «La gente si sposa per questo».
Ma lui non ride. «Chi fa figli» dice fissando il bicchiere, «accetta la vita. Tu accetti la vita?3»

Non rispondo a quella domanda che ha reso la conversazione evidentemente pesante. Nel frattempo, Murubutu performa Dafne sa contare e Omega man, accompagnato dagli scratch di T-Robb e le strofe in extrabeat di U.G.O., tra gli applausi della folla.
La tecnica è un lato imprescindibile della musica, anzi il motivo che spesso spinge l’ascoltatore a distinguere quella “buona” da tutto il resto. Il nostro Mariani appartiene senza dubbio al primo gruppo, ma personalmente, rispetto ai brani dalla complicatezza apollinea ho sempre apprezzato quelli più intimi e delicati, che sanno entrare nelle arterie e trovare la strada per il cuore. La notte di San Lorenzo è una di queste.
 «Questo è un pezzo a cui tengo particolarmente, che ho scritto per le persone che non ci sono più, ma ci sono ancora» dice stringendo forte il suo microfono.
Guardo Cesare come se fosse quel bambino.
«Non hai mai sentito la mancanza di Santo Stefano?»
«Un giorno mio cugino, che era marinaio, mi disse: “Tu che abiti a Torino…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me, a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono4. Aveva ragione».
Mentre un bye-bye plana soave sulle teste, gli chiedo: «Hai viaggiato molto nella tua vita?»
«Quanto basta per non sentirsi mai nel posto giusto» replica lui.
Poi, lo spazio è dedicato alle collaborazioni dell’ultimo album. In particolare, quando è il turno di Wordsworth qualcuno spera fino all’ultimo che un ospite a sorpresa faccia la sua comparsa, ma nulla accade.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Mara e il maestrale è immancabile nella scaletta di Murubutu, essendo una delle sue canzoni preferite. Cesare è mosso da un fremito di compassione, ma non sono sicuro che abbia colto la dinamica della storia.
«È malata di Alzheimer»
«E nonostante tutto, sapeva di avere qualcuno da aspettare» dice lui. «Non credo che la malattia ti porti a dimenticare, piuttosto a ricordare solo ciò che vuoi ricordare»
«Saresti mai stato disposto ad aspettare qualcuno così a lungo?» gli chiedo.
«Frequentavo le lezioni del caro professor Monti al “Massimo D’Azeglio”» racconta lui. «Conobbi il mio amico Mario Sturani con cui, oltre alla passione per l’arte e la letteratura, condivisi l’intera vita mia. Lo ricordo come se fosse ieri: in un caffè-concerto di Torino vidi lei, una ballerina dai lunghi capelli scuri e il viso stellato. Aveva la grazia di una dea greca dipinta dalle mani del Botticelli5»
«Che cosa hai fatto?». La storia inizia ad incuriosirmi e dentro me prego per il lieto fine.
«Le ho dato un appuntamento. L’ho attesa dalle sei del pomeriggio fino a mezzanotte nel freddo e nella pioggia di Torino, mi sono beccato una pleurite e sono rimasto a casa per tre mesi»
«Come non detto»
«È stata la mia prima delusione sentimentale. Ora non ricordo il suo nome, ma ti posso assicurare che se avessi avuto l’Alzheimer avrei sicuramente vissuto più a lungo» conclude.

Il concerto si avvia verso la fine. Murubutu canta Scirocco, poi lancia un messaggio in riferimento al Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi nella stessa giornata a Verona.
«Oggi c’è stata una manifestazione a Verona. In questo mondo pieno d’odio, non dimenticatevi mai di raccogliere amore» dice, incontrando l’approvazione del pubblico. Cesare mi chiede di cosa si tratti, ed io gli spiego che il Congresso è un momento di “celebrazione” sostanzialmente politica della famiglia “tradizionale”, opposta alle altre idee di famiglia che non si compongano di padre, madre e figli uniti da un legame biologico.
«Come se l’omosessualità non fosse mai esistita prima d’ora» dice lo scrittore.
«A Verona poi, che paradosso. Proprio nella città che ha ispirato il più compiuto esempio di amore perfetto nella storia della tragedia» puntualizzo. «Avresti dovuto vedere il portachiavi a forma di aborto. Abominevole.»
«E pensare che fui censurato “per motivi morali”6. Per queste persone l’amore, come la poesia, non può aver valore se non è una menzogna».

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Levante accende una luce sul pensiero confortevole della morte. So che il mio amico, grande poeta, ne è sempre stato affascinato. C’è un momento in cui intorno accadono cose tremende, e non si può fare altro che fermarsi e chiedersi se saremo pronti quando arriverà il nostro turno. Forse la fine non è altro che un sogno ricorrente che accomuna l’io e gli altri. Ho visto di frequente il dolore bagnare le guance dei miei amici più cari per una perdita incolmabile. Ed ogni volta ho pensato che prima o poi toccherà a me, che anche io siederò su quei banchi, e così via chi verrà dopo di me. Mi rende triste scoprire il mistero che ci lega assieme.
«Ho perso mio padre quando avevo sei anni, e la vita non fu meno ingiusta con i miei fratelli, di cui solo Maria restò per coprirmi di legno» dice Cesare rivolgendosi a me, quasi potesse leggermi nel pensiero. «È questo che scopri: che vivere è soltanto un ricordo della vita stessa, come lo è la notte nella calma del giorno al tuo risveglio, assorto e stupito7».
Murubutu ha lasciato il palco. DJ T-Robb ha mandato La vita dopo la notte.
«Cesare, com’è quando si va dall’altra parte?»
«Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda come il sole che nasce o che muore, e il vetro chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo. Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre, nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra sarà come il tepore. Empirà la stanza per la grande finestra un cielo più grande. Dalla scala salita un giorno per sempre non verranno più voci, né visi morti8».
Inizio a piangere perché so cos’è la paura, e in quelle parole riconosco cos’è il desiderio. Mi asciugo con la manica della giacca, e un attimo dopo Cesare non c’è più. Murubutu è tornato sul palco per cantare I marinai tornano tardi, quella canzone con cui l’ho scoperto e che tanto mi ha fatto innamorare. Il pubblico è diventato un coro di schiuma e di maree; io solo in mezzo agli altri, mi sento come una bottiglia che deve proteggere il suo messaggio. Quando metto la mano in tasca, trovo un bigliettino che sono sicuro non fosse lì prima di entrare nel magazzino. Da quel giorno lo porto con me ovunque vada, come la bussola il suo marinaio.
«For K.
Ripeness in all»9

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

1v. Dialoghi con Leucò, C. Pavese.
2Sonetto XLVII, P. Neruda.
3Dialogo ispirato a Tra donne sole, C. Pavese.
4Verso tratto da I mari del Sud, in Lavorare stanca, 1936-1943, C. Pavese.
5Fatto ispirato alla biografia dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Monti e Sturani furono realmente amici di Pavese, il quale spesso condivise con loro i suoi lavori in rapporti epistolari. Lo stesso scenario ha probabilmente ispirato anche i versi di Alice di F. De Gregori, in cui “Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”.
6Della raccolta Lavorare stanca furono censurate I pensieri di Dina, Il dio-caprone, Balletto e Paternità.
7Dialogo ispirato a La notte, in Lavorare stanca.
8Versi ivi riportati in prosa tratti dalla poesia Il paradiso sui tetti, in Lavorare stanca.
9La dedica a fronte de La luna e i falò di Pavese recita: “For C. Ripeness in all”. Il destinatario è Constance Dowling, attrice americana di cui lo scrittore fu innamorato fino al giorno in cui si tolse la vita. Per questione di coerenza con la storia raccontata, qui la dedica è a K., autore dell’articolo.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

SCALETTA (parziale)

Gli ammutinati del bouncin’
Nyx
Buio
La stella e il marinaio
La bellissima Giulietta
Dafne sa contare
Omega man
La notte di San Lorenzo
Le notti bianche
Wordsworth
Occhiali da luna
L’uomo senza sonno
Mari infiniti
Mara e il maestrale
Scirocco
Isola verde
Grecale
Levante
La vita dopo la notte
I marinai tornano tardi

Si ringraziano Casa delle Arti di Conversano (BA) e l’ufficio stampa Sfera cubica.
Le foto sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Leggi anche l’intervista di Kragler a Murubutu.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 148

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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