“Live Concert Commedia”: Cesare Pavese goes to Murubutu 0 678

“Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel terzo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Murubutu in compagnia di Cesare Pavese, poeta e scrittore italiano della prima metà del Novecento, nonché critico e traduttore letterario. A lui dobbiamo, tra le tante, l’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, pervenuto al pubblico italiano tramite la traduzione di Fernanda Pivano, amica e collaboratrice dello scrittore di Santo Stefano Belbo.

Cesare Pavese goes to Murubutu

Ovunque è il sacro. Dacché l’uomo conobbe l’uso del linguaggio, forse ancor prima del fiorentino e della Crusca, si usa dire che il sole risorge, come si suole indicare il ritorno di Nostro Signore. Così, mi piaceva pensare che il sole morisse e risorgesse ogni giorno, per cogliere gli attimi della mia vita come un dono per concessione divina. Ed ogni giorno sognavo di morire e risorgere anch’io, sebbene ciò non accadesse, e quel che nel buio della notte era svanito non tornava ad illuminare le grotte dei miei occhi. Poi un giorno fui io a non tornare per gli occhi di qualcuno. Spensi il lume e andai a dormire, per scoprire dove è sepolta la più grande delle stelle, sotto le coperte del cielo immenso; e quando in quell’istante pensai che sarebbe stata l’ultima, avevo scoperto cosa fosse l’eternità.

La folla si apre davanti a me come le acque del Mar Rosso e si richiude alle mie spalle, togliendomi dal campo visivo delle strade e dei palazzi che di giorno mi osservano camminare e sono soliti commentarmi il passo. L’entrata dà su un cortile illuminato solo in parte, e bisogna attraversare una sorta di passerella per raggiungere l’ingresso del locale, che assomiglia a quello di un magazzino. Un magazzino o una fabbrica di momenti speciali, per me quanto per gli altri, come quel concerto a cui a breve avrei assistito. La massa è in fermento: Murubutu è stato poco presente in queste zone, e nell’aria si susseguono come frequenze di ripetitori domande sulla scaletta, sull’eventuale comparsa di ospiti speciali o sulla sua performance dal vivo. Di certo, il dato che colpisce maggiormente è la compresenza di un pubblico abbastanza eterogeneo, che va dalle fasce dei più adulti, intorno alla trentina, fino ai giovanissimi, accompagnati dai propri genitori anche da posti più remoti, dove la musica come quella del Professore spesso fa fatica a suonare nei club e alle serate.
Nella calca che si appresta a prendere un posto privilegiato sotto palco, si scorge una figura dal passo incerto. Mentre cerca di smarcarsi a fatica dagli spintoni degli ultimi arrivati chiedendo permesso e facendo piroette per evitarne i flussi, l’uomo, evidentemente confuso, perde i suoi occhiali. Prima che si possano ridurre in un cumulo di silicio dalla forma della polvere, mi lancio nel salvataggio dell’oggetto sacro strappandolo alla suola calante di un ragazzo grande almeno il doppio di me, per restituirlo al legittimo proprietario impegnato ancora in una caccia al tesoro a tentoni nel buio.
«Grazie» dice Cesare, lapidario ma riconoscente in fondo alla voce.
«Non ci vedi proprio nulla senza?»
«Solo ansia ed inquietudine» replica.
«È un bene che non siano andati distrutti allora».
«Sarei perso senza. Con le lenti ci vedo così chiaro che all’ansia e l’inquietudine riesco a dargli anche un nome».
Sovente mi chiedo come ad un uomo dal dono di una così immensa autoironia e sarcasmo, che è uno scudo infrangibile contro le avversità della vita, sia stato riservato il più tragico epilogo possibile.

DJ T-Robb è il primo a salire sul palco, tra i suoni delle creature notturne che accompagnano le canzoni dell’album protagonista del tour. L’abilità del deejay nel taglio e nel graffio è rara nello scenario odierno, soprattutto laddove spesso è preferita la band per le esibizioni live: le mani di T-Robb, invece, raccontano della sua storia e della sua “scuola”, e al pubblico è chiaro subito che assisterà ad un concerto rap, che si suonerà rap e che gli artisti sono lì per fare rap.
U.G.O., membro della storica crew La Kattiveria, segue con un’impressionante strofa in extrabeat per riscaldare a dovere la folla prima dell’arrivo del suo compagno. La risposta è trepidante: tutti sono pronti. Meno che uno.
Cesare si volta verso l’uscita.
«Dove stai andando?» gli domando.
«Torno in albergo» mi risponde serissimo.
«Pavese, non fare il cretino» gli dico tenendogli il braccio, sicuro di non essere stato il primo a ricordarglielo. Mi guarda e tira un sospiro. Murubutu sta salendo sul palco.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

In un’esplosione di fumi e luci cremisi, il Professore incalza il motivo di Nyx, cadenzato come una marcia tra le urla degli spettatori che muovono le braccia su e giù a ritmo del beat. Io che ho atteso anni prima di assistere a questo spettacolo, finalmente posso dare una risposta alla mia immaginazione: a cantare sul palco c’è un artista vero fatto di princìpi e dedizione, un gigante buono dal cuore trasparente e l’animo ricolmo di passione. Con molta probabilità, ognuno dei presenti al concerto ha ricevuto la medesima impressione alla sua aspettativa di partenza. Rivolgo lo sguardo al mio compagno: il suo capo non è più chino, e nei suoi occhi riesco a leggere un velo di curiosità misto a soddisfazione nell’ascolto di quel racconto in versi.
«Allora esiste qualcosa che ti appassiona, oltre alle tue ossessioni escatologiche» ironizzo.
«Il mito è il sottobosco culturale di ogni generazione dell’essere umano» mi risponde serio. «È attraverso il mito che le passioni e gli istinti primordiali dell’uomo vengono tradotti e tramandati. La narrazione muta, di epoca in epoca, adattandosi nel tempo alle forme di linguaggio che più si prestano al compito di legato del messaggio…1»
«E Murubutu ha trovato nel rap quella più giusta per trasferirlo oggi».

Le luci si spengono e di colpo è Buio. Posso percepire la tensione di chi mi sta accanto salire nel dondolio caleidoscopico della base, per poi scoppiare prepotentemente tra le distorsioni del ritornello, fredda come l’urlo di un bambino nella sua culla davanti al suo incubo. Anche nelle tenebre, i contorni di quelle paure sono così nitidi che sembra di poterle toccare sotto la guida di quei versi. Allo stesso modo, giuro di aver sentito qualcuno fremere al termine del brano successivo, come se quello stesso bambino fosse stato salvato dalle braccia apprensive di una madre nel cuore del pianto. «E come scrisse Neruda: “delle stelle che ammirai, bagnate da fiumi e da rugiade differenti, io non scelsi che quella che amavo e da allora dormo con la notte2», recita il Professore introducendo La stella e il marinaio, con gli occhi persi in un orizzonte che nessun altro a parte lui riesce a vedere.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Se a questo punto vi state ancora chiedendo se Murubutu davvero si ricordi ogni singola parola dei suoi testi dal vivo, avreste dovuto assistere alla strofa a cappella de La bellissima Giulietta, veloce e stretta tanto da stare nello spazio della scia di una meteora.
«C’è qualcosa che va oltre l’idea di musica in questo» dice Cesare asciugandosi il palato da un sorso del vino rosso che ha appena preso.
«Che cosa non avresti scritto per tua figlia?». Sono in vena di domande retoriche.
«Non per sapere i fatti tuoi» dice guardandomi, «ma se tu ti sposassi, vorresti fare dei figli?»
«Tu ne hai fatti?» dico ridendo. «La gente si sposa per questo».
Ma lui non ride. «Chi fa figli» dice fissando il bicchiere, «accetta la vita. Tu accetti la vita?3»

Non rispondo a quella domanda che ha reso la conversazione evidentemente pesante. Nel frattempo, Murubutu performa Dafne sa contare e Omega man, accompagnato dagli scratch di T-Robb e le strofe in extrabeat di U.G.O., tra gli applausi della folla.
La tecnica è un lato imprescindibile della musica, anzi il motivo che spesso spinge l’ascoltatore a distinguere quella “buona” da tutto il resto. Il nostro Mariani appartiene senza dubbio al primo gruppo, ma personalmente, rispetto ai brani dalla complicatezza apollinea ho sempre apprezzato quelli più intimi e delicati, che sanno entrare nelle arterie e trovare la strada per il cuore. La notte di San Lorenzo è una di queste.
 «Questo è un pezzo a cui tengo particolarmente, che ho scritto per le persone che non ci sono più, ma ci sono ancora» dice stringendo forte il suo microfono.
Guardo Cesare come se fosse quel bambino.
«Non hai mai sentito la mancanza di Santo Stefano?»
«Un giorno mio cugino, che era marinaio, mi disse: “Tu che abiti a Torino…ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me, a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono4. Aveva ragione».
Mentre un bye-bye plana soave sulle teste, gli chiedo: «Hai viaggiato molto nella tua vita?»
«Quanto basta per non sentirsi mai nel posto giusto» replica lui.
Poi, lo spazio è dedicato alle collaborazioni dell’ultimo album. In particolare, quando è il turno di Wordsworth qualcuno spera fino all’ultimo che un ospite a sorpresa faccia la sua comparsa, ma nulla accade.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Mara e il maestrale è immancabile nella scaletta di Murubutu, essendo una delle sue canzoni preferite. Cesare è mosso da un fremito di compassione, ma non sono sicuro che abbia colto la dinamica della storia.
«È malata di Alzheimer»
«E nonostante tutto, sapeva di avere qualcuno da aspettare» dice lui. «Non credo che la malattia ti porti a dimenticare, piuttosto a ricordare solo ciò che vuoi ricordare»
«Saresti mai stato disposto ad aspettare qualcuno così a lungo?» gli chiedo.
«Frequentavo le lezioni del caro professor Monti al “Massimo D’Azeglio”» racconta lui. «Conobbi il mio amico Mario Sturani con cui, oltre alla passione per l’arte e la letteratura, condivisi l’intera vita mia. Lo ricordo come se fosse ieri: in un caffè-concerto di Torino vidi lei, una ballerina dai lunghi capelli scuri e il viso stellato. Aveva la grazia di una dea greca dipinta dalle mani del Botticelli5»
«Che cosa hai fatto?». La storia inizia ad incuriosirmi e dentro me prego per il lieto fine.
«Le ho dato un appuntamento. L’ho attesa dalle sei del pomeriggio fino a mezzanotte nel freddo e nella pioggia di Torino, mi sono beccato una pleurite e sono rimasto a casa per tre mesi»
«Come non detto»
«È stata la mia prima delusione sentimentale. Ora non ricordo il suo nome, ma ti posso assicurare che se avessi avuto l’Alzheimer avrei sicuramente vissuto più a lungo» conclude.

Il concerto si avvia verso la fine. Murubutu canta Scirocco, poi lancia un messaggio in riferimento al Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi nella stessa giornata a Verona.
«Oggi c’è stata una manifestazione a Verona. In questo mondo pieno d’odio, non dimenticatevi mai di raccogliere amore» dice, incontrando l’approvazione del pubblico. Cesare mi chiede di cosa si tratti, ed io gli spiego che il Congresso è un momento di “celebrazione” sostanzialmente politica della famiglia “tradizionale”, opposta alle altre idee di famiglia che non si compongano di padre, madre e figli uniti da un legame biologico.
«Come se l’omosessualità non fosse mai esistita prima d’ora» dice lo scrittore.
«A Verona poi, che paradosso. Proprio nella città che ha ispirato il più compiuto esempio di amore perfetto nella storia della tragedia» puntualizzo. «Avresti dovuto vedere il portachiavi a forma di aborto. Abominevole.»
«E pensare che fui censurato “per motivi morali”6. Per queste persone l’amore, come la poesia, non può aver valore se non è una menzogna».

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

Levante accende una luce sul pensiero confortevole della morte. So che il mio amico, grande poeta, ne è sempre stato affascinato. C’è un momento in cui intorno accadono cose tremende, e non si può fare altro che fermarsi e chiedersi se saremo pronti quando arriverà il nostro turno. Forse la fine non è altro che un sogno ricorrente che accomuna l’io e gli altri. Ho visto di frequente il dolore bagnare le guance dei miei amici più cari per una perdita incolmabile. Ed ogni volta ho pensato che prima o poi toccherà a me, che anche io siederò su quei banchi, e così via chi verrà dopo di me. Mi rende triste scoprire il mistero che ci lega assieme.
«Ho perso mio padre quando avevo sei anni, e la vita non fu meno ingiusta con i miei fratelli, di cui solo Maria restò per coprirmi di legno» dice Cesare rivolgendosi a me, quasi potesse leggermi nel pensiero. «È questo che scopri: che vivere è soltanto un ricordo della vita stessa, come lo è la notte nella calma del giorno al tuo risveglio, assorto e stupito7».
Murubutu ha lasciato il palco. DJ T-Robb ha mandato La vita dopo la notte.
«Cesare, com’è quando si va dall’altra parte?»
«Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda come il sole che nasce o che muore, e il vetro chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo. Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre, nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra sarà come il tepore. Empirà la stanza per la grande finestra un cielo più grande. Dalla scala salita un giorno per sempre non verranno più voci, né visi morti8».
Inizio a piangere perché so cos’è la paura, e in quelle parole riconosco cos’è il desiderio. Mi asciugo con la manica della giacca, e un attimo dopo Cesare non c’è più. Murubutu è tornato sul palco per cantare I marinai tornano tardi, quella canzone con cui l’ho scoperto e che tanto mi ha fatto innamorare. Il pubblico è diventato un coro di schiuma e di maree; io solo in mezzo agli altri, mi sento come una bottiglia che deve proteggere il suo messaggio. Quando metto la mano in tasca, trovo un bigliettino che sono sicuro non fosse lì prima di entrare nel magazzino. Da quel giorno lo porto con me ovunque vada, come la bussola il suo marinaio.
«For K.
Ripeness in all»9

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

1v. Dialoghi con Leucò, C. Pavese.
2Sonetto XLVII, P. Neruda.
3Dialogo ispirato a Tra donne sole, C. Pavese.
4Verso tratto da I mari del Sud, in Lavorare stanca, 1936-1943, C. Pavese.
5Fatto ispirato alla biografia dello scrittore di Santo Stefano Belbo. Monti e Sturani furono realmente amici di Pavese, il quale spesso condivise con loro i suoi lavori in rapporti epistolari. Lo stesso scenario ha probabilmente ispirato anche i versi di Alice di F. De Gregori, in cui “Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina”.
6Della raccolta Lavorare stanca furono censurate I pensieri di Dina, Il dio-caprone, Balletto e Paternità.
7Dialogo ispirato a La notte, in Lavorare stanca.
8Versi ivi riportati in prosa tratti dalla poesia Il paradiso sui tetti, in Lavorare stanca.
9La dedica a fronte de La luna e i falò di Pavese recita: “For C. Ripeness in all”. Il destinatario è Constance Dowling, attrice americana di cui lo scrittore fu innamorato fino al giorno in cui si tolse la vita. Per questione di coerenza con la storia raccontata, qui la dedica è a K., autore dell’articolo.

Murubutu_Live Concert Commedia_Pavese

SCALETTA (parziale)

Gli ammutinati del bouncin’
Nyx
Buio
La stella e il marinaio
La bellissima Giulietta
Dafne sa contare
Omega man
La notte di San Lorenzo
Le notti bianche
Wordsworth
Occhiali da luna
L’uomo senza sonno
Mari infiniti
Mara e il maestrale
Scirocco
Isola verde
Grecale
Levante
La vita dopo la notte
I marinai tornano tardi

Si ringraziano Casa delle Arti di Conversano (BA) e l’ufficio stampa Sfera cubica.
Le foto sono a cura di Vito Lauciello Photography.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Leggi anche l’intervista di Kragler a Murubutu.

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 148

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 157

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

quadrophenix intervista blunote music

Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

quadrophenix intervista blunote music copertina paraponzi

Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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