“Live Concert Commedia”: Pino Daniele goes to Liberato 0 1285

Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel secondo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Liberato in compagnia di Pino Daniele, musicista e cantautore italiano, nonché icona del blues e della tradizione napoletana nel nostro Paese e nel mondo.

Pino Daniele goes to Liberato


Se avessi qualcosa da nascondere, di certo non lo direi a qualcuno con la premura di non raccontarlo ai quattro venti. Un segreto è segreto in quanto tale, e confidarlo a terzi non lo renderebbe più un segreto. Inoltre, le persone sono spesso poco affidabili quando si tratta di rispettare un patto, un silenzio, ed è per questo che tocca rimettersi ad altri interlocutori. Cose che abbiano mille occhi per vedere tutto, che conoscano le storie di chiunque, ma che non le diranno mai: la Luna, ad esempio.

Raggiungere la location del concerto significa attraversare chilometri di preromantiche lande selvatiche, distese di uliveti e riserve di ginestre, lecci e pungitopi. Questo immenso dipinto di Caspar David Friedrich nella sua versione macchiata di Mediterraneo costeggia le lingue d’asfalto che percorriamo, a volte audaci scivoli da risalire, in altri casi strade a strapiombo nella depressione carsica. Alla fine del viaggio è come trovarsi in un imbuto rovesciato, uscire dal cunicolo più stretto di una galleria, lanciarsi in un tuffo ad estuario nel mare: la vallata si estende fin dove gli occhi ormai non trovano confini, ad eccezione della porzione muraria che cinge la città in un eterno verde abbraccio.

Non molto distante dal palcoscenico, che si erge al centro della pianura, c’è un carrubo isolato, dimenticato come un ombrellone aperto sulla spiaggia. Nel cercare un po’ di ombra e di pace, mi avvicino al suo tronco per fargli compagnia, lasciando le impronte del mio passaggio sulla terra riarsa. Tecnici, addetti e collaboratori dell’evento si muovono come formiche mentre l’orchestra di cicale già provvede all’apertura con il suo preconcerto: è un attimo che chiudo gli occhi e mi lascio andare alla stanchezza del viaggio. Dopo un tempo che non so dire se fosse breve o lungo, le mie orecchie sono le prime a svegliarsi al suono di una chitarra e di un timbro di voce a dir poco inconfondibile.
«Ma basta ‘na jurnata ‘e sole / e quaccheduno ca te vene a piglià / ma basta ‘na jurnata ‘e sole / pe’ pote’ parla’».(*)

Ancora avvolto nella sonnolenza, mi accorgo che Pino è lì seduto accanto a me.

«Pino, ma non ce l’hai un altro spazio per suonare?» gli dico con tono ironico.
«Me’ guaglione, te vo’ passa’ ‘a jurnata ‘cca o andiamo a sentire sto concerto? Il sole mo’ si gira e se ne va senza salutarti, e tu stai morto sotto a un albero»,
mi rimprovera. «Li vide chille là? Tutti Liberato stanno aspettando».
Il festival era iniziato e la folla era gremita. Il sole sta voltando le spalle al mondo e lascia tutti nella penombra. Davanti a me, Pino mi fa strada e pare che nessuno lo riconosca. Indossa un cappello di paglia ed emana una luce candida, quasi angelica. Era tornato così come se n’é andato: di nascosto, gentile, solitario.

Il palco ospita diversi artisti prima del main stage. Leggere l’attesa negli occhi degli spettatori è come assistere allo spettacolo di un bambino che intrepido non vede l’ora di scartare i suoi regali nel giorno del suo compleanno. Nessuno sa ancora cosa aspettarsi dalla performance di Liberato, nonostante sia già comparso dal vivo in altre occasioni in giro per lo stivale: una scaletta che al massimo può contenere sei brani non potrebbe, infatti, mantenere le promesse di un live completo, mediamente lungo, che ripaghi le aspettative. D’altro canto, però, bisogna ricordarsi che si parla di uno dei più vincenti progetti musicali indipendenti degli ultimi anni, studiato punto per punto, e di certo l’idea di assistere ad un concerto deludente è solo una costruzione mentale causata dalle incertezze sulla sua identità.

Quando il buio cala sulla folla, provo ad attaccare bottone con il mio compagno di viaggio.
«Sta per entrare in scena».
«Non ne sono convinto: manca ancora una spettatrice importante, e Liberato non inizierà senza di lei».
«Mi stai dicendo che ha anche una fidanzata e che nessuno conosce nemmeno la sua identità?»
«Ma quale zita! T’ par’ a ‘tte che Liberato son’ senz’ ‘a Lùna
Senz’ombra di dubbio, Pino ha ragione: l’unica a conoscere il suo segreto non può essere che Lei. E l’unica a non poter mancare, non può essere che Lei.
Lentamente mette indosso il suo vestito bianco più bello, poi si volta di profilo e fa il suo ingresso accanto all’Ariete sulla passerella astrale. Il cielo non è più così buio quando ondeggia i suoi fianchi lisci tra le stelle: gli tende la mano, le invita in una danza circolare e fa un inchino. Poi, la musica evade dalle grate delle casse e si insidia tra le persone, gli alberi, inonda la piana. In un attimo, i fari sono puntati su di Lei, che appare sul fondo del palco in una visual spettacolare di luccichii e piccole esplosioni di luce sincronizzate con i battiti della base.

La formazione prevede tre musicisti, ovvero l’ “uomo incappucciato” per voce, tastiera e mixer, e due “incappucciati” ai pad. Il primo di questi fa il suo ingresso in una vellutata nebbia blu tra le urla del pubblico e gli effetti in delay della base. Invita la folla a tenere il tempo battendo le mani, la accompagna portando su le sue bacchette, poi tende il braccio destro in aria come se aspettasse un segnale. È in questo istante che la sirena si fa incalzante sulla base, e quando il paddista lancia il drop con un tocco della sua bacchetta, i bassi rimbalzano sulle teste in un’onda d’urto sonora. Non sentivo più niente. Sembrava che fossimo tutti quanti in una scena da film, dove oltre il labiale, non c’è altro che un costante e inarrestabile fischio nelle orecchie. La Luna sul fondo si deforma, cambia stato, dimensione, poi scompare nel buio. La voce di un bambino irrompe in un momento di silenzio tanto sonoro quanto visivo, e quando le luci si riaccendono, i paddisti sul palco sono due. Le grafiche disegnano ora geometrie e luminosi segmenti minimalisti.
«Quanto si farà aspettare ancora, secondo te?», chiesi a Pino.
«Non molto ancora».
Il concerto si preannuncia come un grande spettacolo di effetti ottici, luci e soprattutto di musica (per gran parte elettronica).

Quando finalmente arriva la prima canzone, NOVE MAGGIO, il pubblico sfoga tutta la tensione accumulata in un urlo delirante. Una silhouette viene fuori dalla nebbia colorata che si è condensata sul palco, prende posto tra gli altri due musicisti, saluta la folla e le porge il microfono lasciando che canti la prima strofa della canzone.
«Secondo te, perché lo amano così tanto?»
chiedo al mio Virgilio.
«Pcché vul’ fa schitt’ museca, nun ‘nge futt’ niend’ d’at tarandelle»,
mi risponde lui.
«Certo, ma dev’esserci qualcos’altro».
Dopo un breve momento di esitazione, risponde: «Avrai visto sicuramente i suoi videoclip. La gente si riconosce nelle storie qualunque che racconta: si intrecciano, si dividono, ma alla fine tutto è ciclico».
Nel frattempo, sul fondo appaiono segmenti luminosi a volte paralleli, a volte incrociati, alternati ad un grande cerchio multicromatico.
«L’ascoltatore comune si sente protagonista»,
continua «sente che si sta parlando di lui, di cose che fondamentalmente sono capitate a chiunque almeno una volta nella vita. A volte è più regista che musicista.»
«E a te sono mai capitate storie del genere, Pì?»
dico sogghignando.
«Ué uaglio’, nun esse’ stupidu. Agg’ stat’ musicante pur’ ije»,
risponde lui, con un sorriso.
Seguono poi INTOSTREET e JE TE VOGLIO BENE ASSAJE, scelta che tende a confermare la teoria secondo cui alcuni brani siano tra loro collegati e seguano un preciso filo cronologico. I musicisti sembrano ombre cinesi proiettate su un muro: si fanno sempre più fluide e inconsistenti, danzano a ritmo di musica, sfruttano il privilegio dei fumi e dei faretti per fare del palco la loro comfort zone. Quando però si alza il vento e le luci diventano fredde, Liberato appare in difficoltà con il suo cappuccio: sotto la sua corazza, è visibile soltanto una bandana.
«Cosa ne pensi invece di questa cosa del napoletano?»
«Dico che per farlo oggi ci vuole fegato. La gente ha accostato per troppo tempo la “napoletanità” a qualcosa di grezzo o di cattivo gusto, senza sforzarsi di arrivare alla radice e cogliere il significato di una cultura»,
risponde Pino.
«Credi gli abbia restituito una certa dignità?»
«Napoli non ha bisogno né di Pino Daniele, tanto meno di Liberato per esprimere la sua bellezza».
Tutto ad un tratto la voce di Pino mi appare più saggia del solito. Con un gesto si aggiusta il cappello in maniera quasi speculare al cantante, e con occhio analitico, mi offre le sue riflessioni.
«Le ha sicuramente prestato un canale di comunicazione diverso dal solito, questo è innegabile. Pensa, ad esempio, a come mischia il dialetto all’inglese: sembra slang, una lingua del tutto nuova. E poi, una volta si mischiava il blues alla tarantella; oggi, Liberato utilizza la lingua della tradizione nell’era degli effetti vocali e della nuova sperimentazione elettronica».

Pino mi ha dato la possibilità di prestare attenzione a dettagli tutt’altro che scontati. Eppure c’era una cosa che facevo difficoltà a spiegarmi, prima di quella conversazione. Perché proprio Liberato? Altri artisti prima di lui hanno sfruttato l’anonimato per accrescere la curiosità dei fan, il mainstream e la rete per raggiungere più velocemente una grande fetta di pubblico, e basterebbe semplicemente un po’ di impegno per fare ciò che fa lui. In fondo, è indubbio che non ci sia molto da dire sui contenuti dei suoi brani, per scelta facili da assorbire. E perché proprio Napoli? Liberato non sarebbe mai potuto essere nato altrove. È questo il punto: nessun’altra città più di Napoli è capace di trasformare un fenomeno in culto. Non Milano, non Torino, forse nemmeno Roma. È un’ipotesi valida per un ampio ventaglio di ambiti culturali, dalla religione alla cucina, dallo sport alla comicità, e anche per la musica. Ciò che si vede da fuori non è un semplice stereotipo.
GAIOLA PORTAFORTUNA irrompe come un soffio di vento sul castello di carta che stavo cercando di costruire nella mia testa. La Luna è tornata sul palco più grande e splendente che mai. È impossibile addirittura per me restare impalato e non ballare. A questa, segue ME STAJE APPENNENN’ AMÒ che, a mio parere, è il suo vero asso nella manica: il pezzo migliore del live, soprattutto per quanto riguarda la parte strumentale. Alla fine della canzone, le tre sagome lasciano il palco per l’encore. Una ragazza davanti a noi li saluta unendo le mani a forma di cuore.
«Un’ultima cosa me la devi dire però.»
Mi rivolgo al mio interlocutore con lo sguardo di chi si aspetta una risposta onesta.
«Quando uscivi tu, non c’era così tanta speculazione mediatica.»
«Mio caro, è pop. È chiaro che molti si chiedano se Liberato abbia cavalcato una grande ondata mediatica. È chiaro che oggi, quando pensano a Napoli, a molti ragazzi venga in mente prima Gomorra e poi Liberato, nonostante tutto quello che c’è da scoprire sulla città. Molti di loro non ci sono mai nemmeno stati, probabilmente. E chi lo sa, magari Liberato non è nemmeno napoletano.»
Liberato sta rientrando sul palco per l’ultima canzone.
«Per questo non c’è per forza una spiegazione, certe volte», continua Pino. «Non esiste necessariamente un motivo valido per cui le persone siano attratte in massa da qualcosa. A volte lo sono e basta. D’altronde, credo che porsi queste domande oggi sia utile solo relativamente: avremmo dovuto pensarci quando abbiamo inventato la prima televisione.»

TU T’ E SCURDAT ‘E ME è iniziata e mentre Pino mi parla, noto qualcosa a cui ormai per abitudine non avevo nemmeno fatto caso: il pubblico è un oceano di cellulari alzati verso il palco. Tutt’intorno è giorno, perché la nebbia che aleggia sulla massa rifrange la luce di quei flash, amplificandone il raggio. È una visione allo stesso tempo incredibile e inquietante: visti da dentro, probabilmente sembriamo degli automi; se qualcuno ci vedesse invece da un altro pianeta, probabilmente penserebbe che è nata una nuova stella nella galassia.
Il live volge al termine. Mi rivolgo a Pino per l’ennesima ultima domanda.
«Secondo te, sotto quel cappuccio si nasconde un grande musicista?»
Ma è vuoto lo spazio accanto a me. Pino se n’è andato senza lasciare traccia. Un po’ più in là, però, qualcosa accade: un ragazzo si piega sulle ginocchia e raccoglie un cappello di paglia caduto sulla breccia. Lo pulisce, guarda dritto negli occhi la sua ragazza, appoggia il cimelio sul suo capo e le da un bacio. Un gesto dalla portata rivoluzionaria nel mezzo di quelle braccia alzate; una macchia nera vista al telescopio sulla superficie della nostra grande nuova stella; una scena a cui ormai addirittura stenti a credere che sia accaduta per l’emozione del momento, e non per quella smania di sentirsi diversi, speciali, in un film. L’unica cosa che posso sapere, è che quel cappello sarebbe stato un’eterna benedizione per quei due.
Il concerto è durato più o meno quarantacinque minuti. Dopo TU T’ E SCURDAT ‘E ME non c’è nient’altro da aspettarsi. Liberato ringrazia e saluta i suoi fan con i pugni in alto; dopo le tre ombre spariscono nei fumi del palcoscenico. Sono inutili le richieste di un bis gridate a squarciagola. Il pubblico intona anche l’inizio di una canzone sperando che sbuchi un’altra volta, ma niente: Liberato non tornerà mai sul palco.
Mi incammino verso il carrubo mentre l’organizzazione e i tecnici lavorano per mandare avanti il festival. Quando alzo lo sguardo verso il cielo, mi accorgo che la Luna si è nascosta tra le nuvole: anche l’ultima speranza di conoscere l’identità di Liberato si è oscurata nel cielo notturno. Però una cosa non me la spiego, pensando a quando Pino mi ha lasciato solo: che io una luce diversa l’ho vista sul palco quando i tre stavano chiudendo il pezzo, e che qualcosa luccicare in modo strano sotto quel cappuccio l’ho notato. Ma che cosa o chi fosse, lo sa soltanto la Luna.

 

(*)verso della canzone “basta ‘na jurnata ‘e sole dall’ album “Pino Daniele” (1979).

 

SCALETTA

NOVE MAGGIO

INTOSTREET

JE TE VOGLIO BENE ASSAJE

GAIOLA PORTAFORTUNA

ME STAJE APPENNENN’ AMÒ

TU T’E SCURDAT ‘E ME

 

Si ringraziano l’area stampa del “Viva Festival” e tutta l’organizzazione di “ClubToClub”.
Un ringraziamento speciale ai nostri collaboratori Vito Lauciello e Alfredo De Vincenzo.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 894

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 787

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: