“Live Concert Commedia”: Pino Daniele goes to Liberato 0 1614

Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel secondo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Liberato in compagnia di Pino Daniele, musicista e cantautore italiano, nonché icona del blues e della tradizione napoletana nel nostro Paese e nel mondo.

Pino Daniele goes to Liberato


Se avessi qualcosa da nascondere, di certo non lo direi a qualcuno con la premura di non raccontarlo ai quattro venti. Un segreto è segreto in quanto tale, e confidarlo a terzi non lo renderebbe più un segreto. Inoltre, le persone sono spesso poco affidabili quando si tratta di rispettare un patto, un silenzio, ed è per questo che tocca rimettersi ad altri interlocutori. Cose che abbiano mille occhi per vedere tutto, che conoscano le storie di chiunque, ma che non le diranno mai: la Luna, ad esempio.

Raggiungere la location del concerto significa attraversare chilometri di preromantiche lande selvatiche, distese di uliveti e riserve di ginestre, lecci e pungitopi. Questo immenso dipinto di Caspar David Friedrich nella sua versione macchiata di Mediterraneo costeggia le lingue d’asfalto che percorriamo, a volte audaci scivoli da risalire, in altri casi strade a strapiombo nella depressione carsica. Alla fine del viaggio è come trovarsi in un imbuto rovesciato, uscire dal cunicolo più stretto di una galleria, lanciarsi in un tuffo ad estuario nel mare: la vallata si estende fin dove gli occhi ormai non trovano confini, ad eccezione della porzione muraria che cinge la città in un eterno verde abbraccio.

Non molto distante dal palcoscenico, che si erge al centro della pianura, c’è un carrubo isolato, dimenticato come un ombrellone aperto sulla spiaggia. Nel cercare un po’ di ombra e di pace, mi avvicino al suo tronco per fargli compagnia, lasciando le impronte del mio passaggio sulla terra riarsa. Tecnici, addetti e collaboratori dell’evento si muovono come formiche mentre l’orchestra di cicale già provvede all’apertura con il suo preconcerto: è un attimo che chiudo gli occhi e mi lascio andare alla stanchezza del viaggio. Dopo un tempo che non so dire se fosse breve o lungo, le mie orecchie sono le prime a svegliarsi al suono di una chitarra e di un timbro di voce a dir poco inconfondibile.
«Ma basta ‘na jurnata ‘e sole / e quaccheduno ca te vene a piglià / ma basta ‘na jurnata ‘e sole / pe’ pote’ parla’».(*)

Ancora avvolto nella sonnolenza, mi accorgo che Pino è lì seduto accanto a me.

«Pino, ma non ce l’hai un altro spazio per suonare?» gli dico con tono ironico.
«Me’ guaglione, te vo’ passa’ ‘a jurnata ‘cca o andiamo a sentire sto concerto? Il sole mo’ si gira e se ne va senza salutarti, e tu stai morto sotto a un albero»,
mi rimprovera. «Li vide chille là? Tutti Liberato stanno aspettando».
Il festival era iniziato e la folla era gremita. Il sole sta voltando le spalle al mondo e lascia tutti nella penombra. Davanti a me, Pino mi fa strada e pare che nessuno lo riconosca. Indossa un cappello di paglia ed emana una luce candida, quasi angelica. Era tornato così come se n’é andato: di nascosto, gentile, solitario.

Il palco ospita diversi artisti prima del main stage. Leggere l’attesa negli occhi degli spettatori è come assistere allo spettacolo di un bambino che intrepido non vede l’ora di scartare i suoi regali nel giorno del suo compleanno. Nessuno sa ancora cosa aspettarsi dalla performance di Liberato, nonostante sia già comparso dal vivo in altre occasioni in giro per lo stivale: una scaletta che al massimo può contenere sei brani non potrebbe, infatti, mantenere le promesse di un live completo, mediamente lungo, che ripaghi le aspettative. D’altro canto, però, bisogna ricordarsi che si parla di uno dei più vincenti progetti musicali indipendenti degli ultimi anni, studiato punto per punto, e di certo l’idea di assistere ad un concerto deludente è solo una costruzione mentale causata dalle incertezze sulla sua identità.

Quando il buio cala sulla folla, provo ad attaccare bottone con il mio compagno di viaggio.
«Sta per entrare in scena».
«Non ne sono convinto: manca ancora una spettatrice importante, e Liberato non inizierà senza di lei».
«Mi stai dicendo che ha anche una fidanzata e che nessuno conosce nemmeno la sua identità?»
«Ma quale zita! T’ par’ a ‘tte che Liberato son’ senz’ ‘a Lùna
Senz’ombra di dubbio, Pino ha ragione: l’unica a conoscere il suo segreto non può essere che Lei. E l’unica a non poter mancare, non può essere che Lei.
Lentamente mette indosso il suo vestito bianco più bello, poi si volta di profilo e fa il suo ingresso accanto all’Ariete sulla passerella astrale. Il cielo non è più così buio quando ondeggia i suoi fianchi lisci tra le stelle: gli tende la mano, le invita in una danza circolare e fa un inchino. Poi, la musica evade dalle grate delle casse e si insidia tra le persone, gli alberi, inonda la piana. In un attimo, i fari sono puntati su di Lei, che appare sul fondo del palco in una visual spettacolare di luccichii e piccole esplosioni di luce sincronizzate con i battiti della base.

La formazione prevede tre musicisti, ovvero l’ “uomo incappucciato” per voce, tastiera e mixer, e due “incappucciati” ai pad. Il primo di questi fa il suo ingresso in una vellutata nebbia blu tra le urla del pubblico e gli effetti in delay della base. Invita la folla a tenere il tempo battendo le mani, la accompagna portando su le sue bacchette, poi tende il braccio destro in aria come se aspettasse un segnale. È in questo istante che la sirena si fa incalzante sulla base, e quando il paddista lancia il drop con un tocco della sua bacchetta, i bassi rimbalzano sulle teste in un’onda d’urto sonora. Non sentivo più niente. Sembrava che fossimo tutti quanti in una scena da film, dove oltre il labiale, non c’è altro che un costante e inarrestabile fischio nelle orecchie. La Luna sul fondo si deforma, cambia stato, dimensione, poi scompare nel buio. La voce di un bambino irrompe in un momento di silenzio tanto sonoro quanto visivo, e quando le luci si riaccendono, i paddisti sul palco sono due. Le grafiche disegnano ora geometrie e luminosi segmenti minimalisti.
«Quanto si farà aspettare ancora, secondo te?», chiesi a Pino.
«Non molto ancora».
Il concerto si preannuncia come un grande spettacolo di effetti ottici, luci e soprattutto di musica (per gran parte elettronica).

Quando finalmente arriva la prima canzone, NOVE MAGGIO, il pubblico sfoga tutta la tensione accumulata in un urlo delirante. Una silhouette viene fuori dalla nebbia colorata che si è condensata sul palco, prende posto tra gli altri due musicisti, saluta la folla e le porge il microfono lasciando che canti la prima strofa della canzone.
«Secondo te, perché lo amano così tanto?»
chiedo al mio Virgilio.
«Pcché vul’ fa schitt’ museca, nun ‘nge futt’ niend’ d’at tarandelle»,
mi risponde lui.
«Certo, ma dev’esserci qualcos’altro».
Dopo un breve momento di esitazione, risponde: «Avrai visto sicuramente i suoi videoclip. La gente si riconosce nelle storie qualunque che racconta: si intrecciano, si dividono, ma alla fine tutto è ciclico».
Nel frattempo, sul fondo appaiono segmenti luminosi a volte paralleli, a volte incrociati, alternati ad un grande cerchio multicromatico.
«L’ascoltatore comune si sente protagonista»,
continua «sente che si sta parlando di lui, di cose che fondamentalmente sono capitate a chiunque almeno una volta nella vita. A volte è più regista che musicista.»
«E a te sono mai capitate storie del genere, Pì?»
dico sogghignando.
«Ué uaglio’, nun esse’ stupidu. Agg’ stat’ musicante pur’ ije»,
risponde lui, con un sorriso.
Seguono poi INTOSTREET e JE TE VOGLIO BENE ASSAJE, scelta che tende a confermare la teoria secondo cui alcuni brani siano tra loro collegati e seguano un preciso filo cronologico. I musicisti sembrano ombre cinesi proiettate su un muro: si fanno sempre più fluide e inconsistenti, danzano a ritmo di musica, sfruttano il privilegio dei fumi e dei faretti per fare del palco la loro comfort zone. Quando però si alza il vento e le luci diventano fredde, Liberato appare in difficoltà con il suo cappuccio: sotto la sua corazza, è visibile soltanto una bandana.
«Cosa ne pensi invece di questa cosa del napoletano?»
«Dico che per farlo oggi ci vuole fegato. La gente ha accostato per troppo tempo la “napoletanità” a qualcosa di grezzo o di cattivo gusto, senza sforzarsi di arrivare alla radice e cogliere il significato di una cultura»,
risponde Pino.
«Credi gli abbia restituito una certa dignità?»
«Napoli non ha bisogno né di Pino Daniele, tanto meno di Liberato per esprimere la sua bellezza».
Tutto ad un tratto la voce di Pino mi appare più saggia del solito. Con un gesto si aggiusta il cappello in maniera quasi speculare al cantante, e con occhio analitico, mi offre le sue riflessioni.
«Le ha sicuramente prestato un canale di comunicazione diverso dal solito, questo è innegabile. Pensa, ad esempio, a come mischia il dialetto all’inglese: sembra slang, una lingua del tutto nuova. E poi, una volta si mischiava il blues alla tarantella; oggi, Liberato utilizza la lingua della tradizione nell’era degli effetti vocali e della nuova sperimentazione elettronica».

Pino mi ha dato la possibilità di prestare attenzione a dettagli tutt’altro che scontati. Eppure c’era una cosa che facevo difficoltà a spiegarmi, prima di quella conversazione. Perché proprio Liberato? Altri artisti prima di lui hanno sfruttato l’anonimato per accrescere la curiosità dei fan, il mainstream e la rete per raggiungere più velocemente una grande fetta di pubblico, e basterebbe semplicemente un po’ di impegno per fare ciò che fa lui. In fondo, è indubbio che non ci sia molto da dire sui contenuti dei suoi brani, per scelta facili da assorbire. E perché proprio Napoli? Liberato non sarebbe mai potuto essere nato altrove. È questo il punto: nessun’altra città più di Napoli è capace di trasformare un fenomeno in culto. Non Milano, non Torino, forse nemmeno Roma. È un’ipotesi valida per un ampio ventaglio di ambiti culturali, dalla religione alla cucina, dallo sport alla comicità, e anche per la musica. Ciò che si vede da fuori non è un semplice stereotipo.
GAIOLA PORTAFORTUNA irrompe come un soffio di vento sul castello di carta che stavo cercando di costruire nella mia testa. La Luna è tornata sul palco più grande e splendente che mai. È impossibile addirittura per me restare impalato e non ballare. A questa, segue ME STAJE APPENNENN’ AMÒ che, a mio parere, è il suo vero asso nella manica: il pezzo migliore del live, soprattutto per quanto riguarda la parte strumentale. Alla fine della canzone, le tre sagome lasciano il palco per l’encore. Una ragazza davanti a noi li saluta unendo le mani a forma di cuore.
«Un’ultima cosa me la devi dire però.»
Mi rivolgo al mio interlocutore con lo sguardo di chi si aspetta una risposta onesta.
«Quando uscivi tu, non c’era così tanta speculazione mediatica.»
«Mio caro, è pop. È chiaro che molti si chiedano se Liberato abbia cavalcato una grande ondata mediatica. È chiaro che oggi, quando pensano a Napoli, a molti ragazzi venga in mente prima Gomorra e poi Liberato, nonostante tutto quello che c’è da scoprire sulla città. Molti di loro non ci sono mai nemmeno stati, probabilmente. E chi lo sa, magari Liberato non è nemmeno napoletano.»
Liberato sta rientrando sul palco per l’ultima canzone.
«Per questo non c’è per forza una spiegazione, certe volte», continua Pino. «Non esiste necessariamente un motivo valido per cui le persone siano attratte in massa da qualcosa. A volte lo sono e basta. D’altronde, credo che porsi queste domande oggi sia utile solo relativamente: avremmo dovuto pensarci quando abbiamo inventato la prima televisione.»

TU T’ E SCURDAT ‘E ME è iniziata e mentre Pino mi parla, noto qualcosa a cui ormai per abitudine non avevo nemmeno fatto caso: il pubblico è un oceano di cellulari alzati verso il palco. Tutt’intorno è giorno, perché la nebbia che aleggia sulla massa rifrange la luce di quei flash, amplificandone il raggio. È una visione allo stesso tempo incredibile e inquietante: visti da dentro, probabilmente sembriamo degli automi; se qualcuno ci vedesse invece da un altro pianeta, probabilmente penserebbe che è nata una nuova stella nella galassia.
Il live volge al termine. Mi rivolgo a Pino per l’ennesima ultima domanda.
«Secondo te, sotto quel cappuccio si nasconde un grande musicista?»
Ma è vuoto lo spazio accanto a me. Pino se n’è andato senza lasciare traccia. Un po’ più in là, però, qualcosa accade: un ragazzo si piega sulle ginocchia e raccoglie un cappello di paglia caduto sulla breccia. Lo pulisce, guarda dritto negli occhi la sua ragazza, appoggia il cimelio sul suo capo e le da un bacio. Un gesto dalla portata rivoluzionaria nel mezzo di quelle braccia alzate; una macchia nera vista al telescopio sulla superficie della nostra grande nuova stella; una scena a cui ormai addirittura stenti a credere che sia accaduta per l’emozione del momento, e non per quella smania di sentirsi diversi, speciali, in un film. L’unica cosa che posso sapere, è che quel cappello sarebbe stato un’eterna benedizione per quei due.
Il concerto è durato più o meno quarantacinque minuti. Dopo TU T’ E SCURDAT ‘E ME non c’è nient’altro da aspettarsi. Liberato ringrazia e saluta i suoi fan con i pugni in alto; dopo le tre ombre spariscono nei fumi del palcoscenico. Sono inutili le richieste di un bis gridate a squarciagola. Il pubblico intona anche l’inizio di una canzone sperando che sbuchi un’altra volta, ma niente: Liberato non tornerà mai sul palco.
Mi incammino verso il carrubo mentre l’organizzazione e i tecnici lavorano per mandare avanti il festival. Quando alzo lo sguardo verso il cielo, mi accorgo che la Luna si è nascosta tra le nuvole: anche l’ultima speranza di conoscere l’identità di Liberato si è oscurata nel cielo notturno. Però una cosa non me la spiego, pensando a quando Pino mi ha lasciato solo: che io una luce diversa l’ho vista sul palco quando i tre stavano chiudendo il pezzo, e che qualcosa luccicare in modo strano sotto quel cappuccio l’ho notato. Ma che cosa o chi fosse, lo sa soltanto la Luna.

 

(*)verso della canzone “basta ‘na jurnata ‘e sole dall’ album “Pino Daniele” (1979).

 

SCALETTA

NOVE MAGGIO

INTOSTREET

JE TE VOGLIO BENE ASSAJE

GAIOLA PORTAFORTUNA

ME STAJE APPENNENN’ AMÒ

TU T’E SCURDAT ‘E ME

 

Si ringraziano l’area stampa del “Viva Festival” e tutta l’organizzazione di “ClubToClub”.
Un ringraziamento speciale ai nostri collaboratori Vito Lauciello e Alfredo De Vincenzo.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 69

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

Segui i PJP | Pijama Party:

https://www.facebook.com/pijamapartyband/

https://www.instagram.com/pijamapartyband/?hl=it

‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 170

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: