“Live Concert Commedia”: Pino Daniele goes to Liberato 0 1173

Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel secondo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Liberato in compagnia di Pino Daniele, musicista e cantautore italiano, nonché icona del blues e della tradizione napoletana nel nostro Paese e nel mondo.

Pino Daniele goes to Liberato


Se avessi qualcosa da nascondere, di certo non lo direi a qualcuno con la premura di non raccontarlo ai quattro venti. Un segreto è segreto in quanto tale, e confidarlo a terzi non lo renderebbe più un segreto. Inoltre, le persone sono spesso poco affidabili quando si tratta di rispettare un patto, un silenzio, ed è per questo che tocca rimettersi ad altri interlocutori. Cose che abbiano mille occhi per vedere tutto, che conoscano le storie di chiunque, ma che non le diranno mai: la Luna, ad esempio.

Raggiungere la location del concerto significa attraversare chilometri di preromantiche lande selvatiche, distese di uliveti e riserve di ginestre, lecci e pungitopi. Questo immenso dipinto di Caspar David Friedrich nella sua versione macchiata di Mediterraneo costeggia le lingue d’asfalto che percorriamo, a volte audaci scivoli da risalire, in altri casi strade a strapiombo nella depressione carsica. Alla fine del viaggio è come trovarsi in un imbuto rovesciato, uscire dal cunicolo più stretto di una galleria, lanciarsi in un tuffo ad estuario nel mare: la vallata si estende fin dove gli occhi ormai non trovano confini, ad eccezione della porzione muraria che cinge la città in un eterno verde abbraccio.

Non molto distante dal palcoscenico, che si erge al centro della pianura, c’è un carrubo isolato, dimenticato come un ombrellone aperto sulla spiaggia. Nel cercare un po’ di ombra e di pace, mi avvicino al suo tronco per fargli compagnia, lasciando le impronte del mio passaggio sulla terra riarsa. Tecnici, addetti e collaboratori dell’evento si muovono come formiche mentre l’orchestra di cicale già provvede all’apertura con il suo preconcerto: è un attimo che chiudo gli occhi e mi lascio andare alla stanchezza del viaggio. Dopo un tempo che non so dire se fosse breve o lungo, le mie orecchie sono le prime a svegliarsi al suono di una chitarra e di un timbro di voce a dir poco inconfondibile.
«Ma basta ‘na jurnata ‘e sole / e quaccheduno ca te vene a piglià / ma basta ‘na jurnata ‘e sole / pe’ pote’ parla’».(*)

Ancora avvolto nella sonnolenza, mi accorgo che Pino è lì seduto accanto a me.

«Pino, ma non ce l’hai un altro spazio per suonare?» gli dico con tono ironico.
«Me’ guaglione, te vo’ passa’ ‘a jurnata ‘cca o andiamo a sentire sto concerto? Il sole mo’ si gira e se ne va senza salutarti, e tu stai morto sotto a un albero»,
mi rimprovera. «Li vide chille là? Tutti Liberato stanno aspettando».
Il festival era iniziato e la folla era gremita. Il sole sta voltando le spalle al mondo e lascia tutti nella penombra. Davanti a me, Pino mi fa strada e pare che nessuno lo riconosca. Indossa un cappello di paglia ed emana una luce candida, quasi angelica. Era tornato così come se n’é andato: di nascosto, gentile, solitario.

Il palco ospita diversi artisti prima del main stage. Leggere l’attesa negli occhi degli spettatori è come assistere allo spettacolo di un bambino che intrepido non vede l’ora di scartare i suoi regali nel giorno del suo compleanno. Nessuno sa ancora cosa aspettarsi dalla performance di Liberato, nonostante sia già comparso dal vivo in altre occasioni in giro per lo stivale: una scaletta che al massimo può contenere sei brani non potrebbe, infatti, mantenere le promesse di un live completo, mediamente lungo, che ripaghi le aspettative. D’altro canto, però, bisogna ricordarsi che si parla di uno dei più vincenti progetti musicali indipendenti degli ultimi anni, studiato punto per punto, e di certo l’idea di assistere ad un concerto deludente è solo una costruzione mentale causata dalle incertezze sulla sua identità.

Quando il buio cala sulla folla, provo ad attaccare bottone con il mio compagno di viaggio.
«Sta per entrare in scena».
«Non ne sono convinto: manca ancora una spettatrice importante, e Liberato non inizierà senza di lei».
«Mi stai dicendo che ha anche una fidanzata e che nessuno conosce nemmeno la sua identità?»
«Ma quale zita! T’ par’ a ‘tte che Liberato son’ senz’ ‘a Lùna
Senz’ombra di dubbio, Pino ha ragione: l’unica a conoscere il suo segreto non può essere che Lei. E l’unica a non poter mancare, non può essere che Lei.
Lentamente mette indosso il suo vestito bianco più bello, poi si volta di profilo e fa il suo ingresso accanto all’Ariete sulla passerella astrale. Il cielo non è più così buio quando ondeggia i suoi fianchi lisci tra le stelle: gli tende la mano, le invita in una danza circolare e fa un inchino. Poi, la musica evade dalle grate delle casse e si insidia tra le persone, gli alberi, inonda la piana. In un attimo, i fari sono puntati su di Lei, che appare sul fondo del palco in una visual spettacolare di luccichii e piccole esplosioni di luce sincronizzate con i battiti della base.

La formazione prevede tre musicisti, ovvero l’ “uomo incappucciato” per voce, tastiera e mixer, e due “incappucciati” ai pad. Il primo di questi fa il suo ingresso in una vellutata nebbia blu tra le urla del pubblico e gli effetti in delay della base. Invita la folla a tenere il tempo battendo le mani, la accompagna portando su le sue bacchette, poi tende il braccio destro in aria come se aspettasse un segnale. È in questo istante che la sirena si fa incalzante sulla base, e quando il paddista lancia il drop con un tocco della sua bacchetta, i bassi rimbalzano sulle teste in un’onda d’urto sonora. Non sentivo più niente. Sembrava che fossimo tutti quanti in una scena da film, dove oltre il labiale, non c’è altro che un costante e inarrestabile fischio nelle orecchie. La Luna sul fondo si deforma, cambia stato, dimensione, poi scompare nel buio. La voce di un bambino irrompe in un momento di silenzio tanto sonoro quanto visivo, e quando le luci si riaccendono, i paddisti sul palco sono due. Le grafiche disegnano ora geometrie e luminosi segmenti minimalisti.
«Quanto si farà aspettare ancora, secondo te?», chiesi a Pino.
«Non molto ancora».
Il concerto si preannuncia come un grande spettacolo di effetti ottici, luci e soprattutto di musica (per gran parte elettronica).

Quando finalmente arriva la prima canzone, NOVE MAGGIO, il pubblico sfoga tutta la tensione accumulata in un urlo delirante. Una silhouette viene fuori dalla nebbia colorata che si è condensata sul palco, prende posto tra gli altri due musicisti, saluta la folla e le porge il microfono lasciando che canti la prima strofa della canzone.
«Secondo te, perché lo amano così tanto?»
chiedo al mio Virgilio.
«Pcché vul’ fa schitt’ museca, nun ‘nge futt’ niend’ d’at tarandelle»,
mi risponde lui.
«Certo, ma dev’esserci qualcos’altro».
Dopo un breve momento di esitazione, risponde: «Avrai visto sicuramente i suoi videoclip. La gente si riconosce nelle storie qualunque che racconta: si intrecciano, si dividono, ma alla fine tutto è ciclico».
Nel frattempo, sul fondo appaiono segmenti luminosi a volte paralleli, a volte incrociati, alternati ad un grande cerchio multicromatico.
«L’ascoltatore comune si sente protagonista»,
continua «sente che si sta parlando di lui, di cose che fondamentalmente sono capitate a chiunque almeno una volta nella vita. A volte è più regista che musicista.»
«E a te sono mai capitate storie del genere, Pì?»
dico sogghignando.
«Ué uaglio’, nun esse’ stupidu. Agg’ stat’ musicante pur’ ije»,
risponde lui, con un sorriso.
Seguono poi INTOSTREET e JE TE VOGLIO BENE ASSAJE, scelta che tende a confermare la teoria secondo cui alcuni brani siano tra loro collegati e seguano un preciso filo cronologico. I musicisti sembrano ombre cinesi proiettate su un muro: si fanno sempre più fluide e inconsistenti, danzano a ritmo di musica, sfruttano il privilegio dei fumi e dei faretti per fare del palco la loro comfort zone. Quando però si alza il vento e le luci diventano fredde, Liberato appare in difficoltà con il suo cappuccio: sotto la sua corazza, è visibile soltanto una bandana.
«Cosa ne pensi invece di questa cosa del napoletano?»
«Dico che per farlo oggi ci vuole fegato. La gente ha accostato per troppo tempo la “napoletanità” a qualcosa di grezzo o di cattivo gusto, senza sforzarsi di arrivare alla radice e cogliere il significato di una cultura»,
risponde Pino.
«Credi gli abbia restituito una certa dignità?»
«Napoli non ha bisogno né di Pino Daniele, tanto meno di Liberato per esprimere la sua bellezza».
Tutto ad un tratto la voce di Pino mi appare più saggia del solito. Con un gesto si aggiusta il cappello in maniera quasi speculare al cantante, e con occhio analitico, mi offre le sue riflessioni.
«Le ha sicuramente prestato un canale di comunicazione diverso dal solito, questo è innegabile. Pensa, ad esempio, a come mischia il dialetto all’inglese: sembra slang, una lingua del tutto nuova. E poi, una volta si mischiava il blues alla tarantella; oggi, Liberato utilizza la lingua della tradizione nell’era degli effetti vocali e della nuova sperimentazione elettronica».

Pino mi ha dato la possibilità di prestare attenzione a dettagli tutt’altro che scontati. Eppure c’era una cosa che facevo difficoltà a spiegarmi, prima di quella conversazione. Perché proprio Liberato? Altri artisti prima di lui hanno sfruttato l’anonimato per accrescere la curiosità dei fan, il mainstream e la rete per raggiungere più velocemente una grande fetta di pubblico, e basterebbe semplicemente un po’ di impegno per fare ciò che fa lui. In fondo, è indubbio che non ci sia molto da dire sui contenuti dei suoi brani, per scelta facili da assorbire. E perché proprio Napoli? Liberato non sarebbe mai potuto essere nato altrove. È questo il punto: nessun’altra città più di Napoli è capace di trasformare un fenomeno in culto. Non Milano, non Torino, forse nemmeno Roma. È un’ipotesi valida per un ampio ventaglio di ambiti culturali, dalla religione alla cucina, dallo sport alla comicità, e anche per la musica. Ciò che si vede da fuori non è un semplice stereotipo.
GAIOLA PORTAFORTUNA irrompe come un soffio di vento sul castello di carta che stavo cercando di costruire nella mia testa. La Luna è tornata sul palco più grande e splendente che mai. È impossibile addirittura per me restare impalato e non ballare. A questa, segue ME STAJE APPENNENN’ AMÒ che, a mio parere, è il suo vero asso nella manica: il pezzo migliore del live, soprattutto per quanto riguarda la parte strumentale. Alla fine della canzone, le tre sagome lasciano il palco per l’encore. Una ragazza davanti a noi li saluta unendo le mani a forma di cuore.
«Un’ultima cosa me la devi dire però.»
Mi rivolgo al mio interlocutore con lo sguardo di chi si aspetta una risposta onesta.
«Quando uscivi tu, non c’era così tanta speculazione mediatica.»
«Mio caro, è pop. È chiaro che molti si chiedano se Liberato abbia cavalcato una grande ondata mediatica. È chiaro che oggi, quando pensano a Napoli, a molti ragazzi venga in mente prima Gomorra e poi Liberato, nonostante tutto quello che c’è da scoprire sulla città. Molti di loro non ci sono mai nemmeno stati, probabilmente. E chi lo sa, magari Liberato non è nemmeno napoletano.»
Liberato sta rientrando sul palco per l’ultima canzone.
«Per questo non c’è per forza una spiegazione, certe volte», continua Pino. «Non esiste necessariamente un motivo valido per cui le persone siano attratte in massa da qualcosa. A volte lo sono e basta. D’altronde, credo che porsi queste domande oggi sia utile solo relativamente: avremmo dovuto pensarci quando abbiamo inventato la prima televisione.»

TU T’ E SCURDAT ‘E ME è iniziata e mentre Pino mi parla, noto qualcosa a cui ormai per abitudine non avevo nemmeno fatto caso: il pubblico è un oceano di cellulari alzati verso il palco. Tutt’intorno è giorno, perché la nebbia che aleggia sulla massa rifrange la luce di quei flash, amplificandone il raggio. È una visione allo stesso tempo incredibile e inquietante: visti da dentro, probabilmente sembriamo degli automi; se qualcuno ci vedesse invece da un altro pianeta, probabilmente penserebbe che è nata una nuova stella nella galassia.
Il live volge al termine. Mi rivolgo a Pino per l’ennesima ultima domanda.
«Secondo te, sotto quel cappuccio si nasconde un grande musicista?»
Ma è vuoto lo spazio accanto a me. Pino se n’è andato senza lasciare traccia. Un po’ più in là, però, qualcosa accade: un ragazzo si piega sulle ginocchia e raccoglie un cappello di paglia caduto sulla breccia. Lo pulisce, guarda dritto negli occhi la sua ragazza, appoggia il cimelio sul suo capo e le da un bacio. Un gesto dalla portata rivoluzionaria nel mezzo di quelle braccia alzate; una macchia nera vista al telescopio sulla superficie della nostra grande nuova stella; una scena a cui ormai addirittura stenti a credere che sia accaduta per l’emozione del momento, e non per quella smania di sentirsi diversi, speciali, in un film. L’unica cosa che posso sapere, è che quel cappello sarebbe stato un’eterna benedizione per quei due.
Il concerto è durato più o meno quarantacinque minuti. Dopo TU T’ E SCURDAT ‘E ME non c’è nient’altro da aspettarsi. Liberato ringrazia e saluta i suoi fan con i pugni in alto; dopo le tre ombre spariscono nei fumi del palcoscenico. Sono inutili le richieste di un bis gridate a squarciagola. Il pubblico intona anche l’inizio di una canzone sperando che sbuchi un’altra volta, ma niente: Liberato non tornerà mai sul palco.
Mi incammino verso il carrubo mentre l’organizzazione e i tecnici lavorano per mandare avanti il festival. Quando alzo lo sguardo verso il cielo, mi accorgo che la Luna si è nascosta tra le nuvole: anche l’ultima speranza di conoscere l’identità di Liberato si è oscurata nel cielo notturno. Però una cosa non me la spiego, pensando a quando Pino mi ha lasciato solo: che io una luce diversa l’ho vista sul palco quando i tre stavano chiudendo il pezzo, e che qualcosa luccicare in modo strano sotto quel cappuccio l’ho notato. Ma che cosa o chi fosse, lo sa soltanto la Luna.

 

(*)verso della canzone “basta ‘na jurnata ‘e sole dall’ album “Pino Daniele” (1979).

 

SCALETTA

NOVE MAGGIO

INTOSTREET

JE TE VOGLIO BENE ASSAJE

GAIOLA PORTAFORTUNA

ME STAJE APPENNENN’ AMÒ

TU T’E SCURDAT ‘E ME

 

Si ringraziano l’area stampa del “Viva Festival” e tutta l’organizzazione di “ClubToClub”.
Un ringraziamento speciale ai nostri collaboratori Vito Lauciello e Alfredo De Vincenzo.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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Cinzella Festival, intervista a Gianni Raimondi: “location fantastica, valorizziamo il territorio. Nothing But Thieves?…” 0 448

Torna anche quest’anno il “Cinzella Festival – Suoni e Immagini fra i Due Mari”, l’evento che l’anno scorso ha portato alla Masseria Carmine di Taranto artisti come Levante, Sick Tamburo, Gomma e Go!Zilla, e lo fa in una cornice completamente rinnovata, quella delle Cave di Fantiano a Grottaglie. Cartellone eccezionale per il neo-festival alla seconda edizione: ospiti internazionali come Peter Murphy e Nothing But Thieves calcheranno infatti il palco principale dell’evento, nelle quattro date selezionate che andranno dal 16 al 19 Agosto. A raccontarci le novità di questa nuova edizione del Cinzella Festival sarà Gianni Raimondi, organizzatore assieme all’associazione AFO6 dell’evento.

Ciao Gianni! Partiamo dalle novità: per questa seconda edizione del Cinzella avete deciso di cambiare location: ci si sposta infatti dalla Masseria Carmine di Vincenzo Fornaro alle suggestive Cave di Fantiano a Grottaglie. Come mai?
Quest’anno purtroppo non è stato possibile replicare alla fantastica dimora di Vincenzo Fornaro, che ringrazio calorosamente per la disponibilità, per questioni tecniche: la capienza della masseria purtroppo era stata omologata dalla commissione per mille spettatori; quest’anno avevamo delle necessità logistiche che ci hanno imposto il cambio: oltre ad un’aspettativa di afflusso maggiore, c’è la parte del cinema che necessita di più spazio per essere allestita, così ci siamo guardati un po’ in giro e a Grottaglie abbiamo trovato questo posto bellissimo nel nostro territorio, assolutamente da valorizzare; una cornice fantastica per queste quattro serate!

L’anno scorso le serate su cui era spalmato il Cinzella erano tre, quest’anno siamo a quattro…
Sì, abbiamo aumentato a quattro serate, che poi in realtà saranno cinque: alle Cave di Fantiano ci saremo il 16,17, 18 e 19, ma poi, come l’anno scorso, faremo una serata in gemellaggio coi ragazzi di Vicoli Corti, il festival di Massafra, quidni la serata conclusiva del 20 sarà a Massafra.”

Passiamo al programma adesso: il 16 ci sarà Frah Quintale, il 17 Peter Murphy nell’unica data italiana e il 18 gli ultimi annunciati, i Nothing But Thieves, reduci da un global tour sold out che li ha visti protagonisti di festival importantissimi come il Lollapalooza: insomma, la band di Mason è sicuramente un colpaccio!
Vero, fino a qualche giorno fa Peter Murphy era la freccia nel nostro arco: ora le frecce sono due, i Nothing But Thieves fanno sold out ovunque e hanno calcato i palchi dei più importanti festival internazionali. Noi siamo felicissimi di averli qui al Cinzella!

Frah Quintale
Peter Murphy
Nothing But Thieves

Cosa dobbiamo aspettarci invece per l’ultimo giorno alle Cave, il 19?
Il 19 sarà una serata dedicata quasi esclusivamente al cinema: lo slogan del Cinzella è ‘suoni e immagini fra i due mari’. Le prime tre serate terremo queste due componenti separate, ci sarà infatti un’area musica e un’area cinema. Nella serata conclusiva, invece, le uniremo in un evento molto suggestivo: proietteremo ‘Suspiria’ di Dario Argento sonorizzata dal vivo dai Goblin, che suoneranno quindi in diretta la colonna sonora del film. Sarà un’occasione particolare e siamo ben felici di aver avuto quest’idea: i Goblin hanno sonorizzato qualche volta in live Profondo Rosso, ma mai Suspiria!

Si aggiungeranno altri artisti a quelli già annunciati per le tre date musicali?
Avremo dei dj set e degli artisti in chiusura, con cui stiamo ultimando i contatti in questi giorni e che annunceremo in conferenza stampa a giorni assieme ai prezzi dei biglietti e degli abbonamenti. Al momento i biglietti disponibili sono quelli di queste tre date, poi a brevissimo usciranno i biglietti per i goblin e molto probabilmente ci sarà a disposizione un abbonamento per tutte le serate. Avremo delle band di apertura che suoneranno in un’area apposita, non quindi sul main stage, che selezioneremo dai contest dei festival con cui siamo gemellati, l’Arezzo Wave e il KeepOn Live. Per quanto riguarda i Dj Set avremo degli ospiti internazionali molto interessanti, che suoneranno in chiusura.

Tralasciamo un attimo l’aspetto tecnico del festival e concentriamoci su ciò che c’è dietro: Il Cinzella, diversamente dall’Uno Maggio Taranto, non nasce da un vero movimento di protesta, ma sicuramente tende a schierarsi politicamente dalla parte di chi combatte contro l’Ilva – e ciò che ne deriva – ogni giorno: un esempio lampante era la stessa location dell’anno scorso, alla Masseria Carmine, dove l’Ilva stessa faceva da sfondo alle spalle del palco, senza poi contare le vicende legate alla persona di Vincenzo Fornaro. Con la nuova location forse viene un po’ a mancare questa componente?
È un’ottima riflessione; ad esempio, il discorso legato alla location con l’Ilva alle spalle è stato colto da molti degli spettatori, anche da chi veniva da fuori Taranto: questo segnale di lasciarsi un attimino l’Ilva e il passato alle spalle, guardando avanti. Tutto quello che facciamo è politica, e la politica che cerchiamo di portare avanti con questa associazione (AFO 6, n.d.r.) è quella della valorizzazione del territorio: il forte segnale lanciato dalla masseria di Vincenzo adesso si sta riconvertendo, costruendo un futuro differente. Il messaggio politico dell’anno scorso era quello della riconversione, del guardare avanti. Quest’anno invece puntiamo decisamente sulla valorizzazione delle nostre risorse, partendo dalla più importante: il nostro territorio, con le nostre risorse naturali e architettoniche. Cerchiamo, col nostro lavoro, come associazione, di portare avanti questo messaggio: quest’anno, in inverno, abbiamo organizzato e contribuito a tanti altri eventi, ultimo fra tutti il Medimex, tutto per promuovere le nostre risorse: il pre-Medimex era tutto incentrato a Taranto Vecchia; abbiamo valorizzato le masserie in occasione di altri eventi; a questo giro puntiamo a concentrarci sulla provincia, dove abbiamo stretto questo forte rapporto di collaborazione anche e soprattutto con le associazioni presenti come i già citati ragazzi di Vicoli Corti, o Pelagonia che si occupa di musica. Valorizzare anche la provincia per noi è un aspetto importante: Taranto ha un territorio immenso, pieno di peculiarità da scoprire e da cui trarre beneficio.

Va bene Gianni, ti ringrazio tantissimo per la disponibilità!
Grazie a te!

“Slurp.”, l’esordio dei RadioLondra è un disco da “sciroppare” tutto d’un sorso 0 715

A volte abusato, spesso utilizzato fuori contesto, non c’è dubbio che il termine “indie” sia diventato di grande tendenza ultimamente.Per chi non lo sapesse tale definizione (contrazione di independent) sta ad indicare il lavoro auto prodotto, o comunque supportato da etichette discografiche minori, di artisti che – a prescindere dal sotto-genere musicale di appartenenza – si pongono in alternativa, per tematiche e approccio, al circuito mainstream.

Tutte caratteristiche che, a ben vedere, continuano a caratterizzare tale scena musicale. Ad esser venuta meno, semmai, è quella linea di demarcazione che permetteva di distinguere ciò che era ascrivibile al sottobosco dell’“underground” da ciò che, invece, finiva per confluire all’interno dell’universo pop. Se prima, infatti, ciò che veniva prodotto in ambito indie tendeva generalmente a rimanere di nicchia, adesso trova grande risonanza mediatica, anche grazie alla spinta di canali decisamente trasversali come radio e TV nazionali. Complice la recente affermazione commerciale di artisti di provenienza indipendente (quali i TheGiornalisti, Calcutta, Cosmo, Brunori SAS ecc…), si può tranquillamente affermare che tale filone sia diventato vera e propria espressione di un nuovo genere di pop, con tanto di stilemi e tratti caratteristici che ne definiscono l’identità (dalla puntuale riproposizione di temi ricorrenti quali ansia e disagio post-adolescenziale, senso di inadeguatezza, nostalgia verso un passato idealizzato e difficoltà inter-relazionali, all’utilizzo di testi volutamente sconclusionati e talvolta al limite del nonsense, alla riproposizione di suoni retrò e per lo più anni 80).

Cosmo
Brunori
Thegiornalisti

Ne sono ben consapevoli i RadioLondra, gruppo bolognese composto da Francesco Picciano (voce, chitarra e tastiere), Carlo Rinaldini (chitarre, tastiere, programmazioni) e Filippo Zoffoli (basso e voce), che con il loro disco d’esordio, “Slurp.”, sembrano voler cavalcare in pieno il trend di cui sopra. D’altronde, sono gli stessi ragazzi emiliani a definire il loro lavoro come un disco indie pop, dove «l’essere indie sta nel fatto di non avere più direttori artistici di una Major che ti dicono come cambiare il testo o l’arrangiamento per essere più generalista e radiofonico. Finalmente fai quello che ti piace, e se piace anche agli altri, molto bene». Ed ecco il punto. Per quanto la scelta stilistica di allinearsi al trend del momento possa sembrare furba o addirittura opportunistica, non si può negare il fatto che, già ad un primo ascolto, “Slurp.” dia l’impressione di essere un disco sincero e onesto in ogni suo brano. Una risposta naturale ad un’urgenza comunicativa che, inevitabilmente, finisce per toccare quei temi che non possono non interessare qualsiasi trentenne di questa incerta generazione. E poco importa se il connubio synthpop anni ’80/cantautorato all’italiana sia stato ormai abbondantemente sviscerato negli ultimi anni. “Slurp.” è un disco che fa del proprio nome e del suo accattivante artwork (il disegno di un cono gelato che viene “sciroppato” da una mosca) una programmatica manifestazione d’intenti: essere una raccolta di canzoni pop, dirette ed immediate, da divorare e gustare fino in fondo. Proprio come fa la mosca con il suo gelato.

La copertina di “Slurp”, il disco d’esordio dei RadioLondra

Obiettivo che i RadioLondra centrano in pieno, dando vita a un disco di facile ascolto e con il quale ci si riesce tranquillamente ad immedesimare. Per melodie ed arrangiamenti, viene abbastanza naturale tracciare parallelismi con i vari TheGiornalisti (nei confronti dei quali però, per fortuna, i RadioLondra si distinguono per delle ben più apprezzabili doti di scrittura dei testi) e  – soprattutto –  Canova. Ma è impossibile pensare che i vari Battisti, Battiato, nonché i corregionali Samuele Bersani, Luca Carboni e Stadio, non abbiano influenzato il lavoro della band bolognese.

Ad aprire le danze è “Come una volta”, un vero e proprio inno nostalgico  per quel tempo, ormai lontano, in cui le responsabilità dell’«al di qua» e i piccoli e banali impegni quotidiani non toglievano il respiro. Ma c’è ancora tempo per fermarsi, prendersi una pausa, fissare lo spettacolo del cielo stellato e ritrovarsi.

“Puttane” parla invece di un amore in crisi, sull’orlo del fallimento. Un amore schiacciato dal peso degli «attacchi di paura» e di quel maledetto (e in questo disco ricorrente) senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non poter soddisfare «i progetti e le avventure» della propria amata.

Si passa poi alla bellissima “Siamo in onda”, che con il suo ritornello autoreferenziale traccia un parallelismo tra la storica radio (che durante la Resistenza riportava notizie dal fronte) e l’omonima band (che racconta storie ordinarie di gente comune, impegnata nelle guerre quotidiane della propria esistenza).

Sonorità più spiccatamente vintage per la successiva “Ognuno cammina” che, tra arpeggi di synth e un cantato vagamente “alla Battiato”, ci ricorda come ciascuno di noi sia la somma dei propri «casini», delle proprie «cicatrici», del proprio «passato» (che non passa mai del tutto), delle proprie «conquiste». Ognuno cammina con addosso il proprio vissuto, nella speranza di trovare la strada giusta per ripartire.

Si ritorna a parlare d’amore e di superficialità in “Quando sei abbronzata”, brano agrodolce che procede tra i riff melliflui delle chitarre e l’incedere di un cantato/parlato a tratti volutamente inespressivo.

“Camilla”, invece, racconta di una relazione stancamente avviata verso il punto di non ritorno. Un amore ormai sorretto solo dai ricordi estivi delle notti di passione e minato dal solito senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non avere più molto da offrire, al di fuori delle proprie «tasche vuote».

Beat elettronici e irregolari alla Notwist incontrano morbide melodie di un ensemble di archi nella “Bersaniana” “Sulla Luna”, che invita a sollevare lo sguardo verso il cielo per contemplare l’infinitezza dell’Universo e per allentare la morsa delle miserie terrene che ci imbrigliano al suolo.

Chiusura affidata ai fraseggi di chitarra in pieno stile U2 della malinconica “Certe volte (Rework)”, che affronta le fragilità e le incertezze di chi è «eccezionale a teorizzare il dubbio» ma poi, quando si tratta di scegliere, se ne ritrova schiavo.

Si chiude così la tracklist di un disco che scorre velocemente, grazie alle sue melodie gradevoli e incisive e al suo mix di sonorità vintage e moderne. Un disco che in parte strizza l’occhio alle mode del momento, senza però mai perdere la sua chiara identità. Senza ridursi a essere una mera copia carbone di quanto ascoltato altrove, bilanciando in maniera equilibrata la leggerezza tipica del pop indipendente e la riflessività di un cantautorato maturo e mai superficiale. I RadioLondra sono in onda, sintonizzatevi.

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