“Live Concert Commedia”: Pino Daniele goes to Liberato 0 1457

Live Concert Commedia” è il format di Blunote Music che racconta l’esperienza dei live show con un impianto a metà strada tra la cronaca giornalistica e la narrazione tipica del racconto breve. Alla base vi è l’idea che il concerto sia un momento di congiunzione tra questo mondo e un altro, e che si inserisca pertanto in una dimensione a sé, intermedia tra i due. Quando questo accade alcuni personaggi, per analogia o contrappasso, sono chiamati ad assistere al concerto e guidare il giornalista nella sua ricostruzione.
In ogni racconto, Kragler sarà accompagnato da un personaggio diverso.
Nel secondo racconto di questa rubrica, siamo stati al concerto di Liberato in compagnia di Pino Daniele, musicista e cantautore italiano, nonché icona del blues e della tradizione napoletana nel nostro Paese e nel mondo.

Pino Daniele goes to Liberato


Se avessi qualcosa da nascondere, di certo non lo direi a qualcuno con la premura di non raccontarlo ai quattro venti. Un segreto è segreto in quanto tale, e confidarlo a terzi non lo renderebbe più un segreto. Inoltre, le persone sono spesso poco affidabili quando si tratta di rispettare un patto, un silenzio, ed è per questo che tocca rimettersi ad altri interlocutori. Cose che abbiano mille occhi per vedere tutto, che conoscano le storie di chiunque, ma che non le diranno mai: la Luna, ad esempio.

Raggiungere la location del concerto significa attraversare chilometri di preromantiche lande selvatiche, distese di uliveti e riserve di ginestre, lecci e pungitopi. Questo immenso dipinto di Caspar David Friedrich nella sua versione macchiata di Mediterraneo costeggia le lingue d’asfalto che percorriamo, a volte audaci scivoli da risalire, in altri casi strade a strapiombo nella depressione carsica. Alla fine del viaggio è come trovarsi in un imbuto rovesciato, uscire dal cunicolo più stretto di una galleria, lanciarsi in un tuffo ad estuario nel mare: la vallata si estende fin dove gli occhi ormai non trovano confini, ad eccezione della porzione muraria che cinge la città in un eterno verde abbraccio.

Non molto distante dal palcoscenico, che si erge al centro della pianura, c’è un carrubo isolato, dimenticato come un ombrellone aperto sulla spiaggia. Nel cercare un po’ di ombra e di pace, mi avvicino al suo tronco per fargli compagnia, lasciando le impronte del mio passaggio sulla terra riarsa. Tecnici, addetti e collaboratori dell’evento si muovono come formiche mentre l’orchestra di cicale già provvede all’apertura con il suo preconcerto: è un attimo che chiudo gli occhi e mi lascio andare alla stanchezza del viaggio. Dopo un tempo che non so dire se fosse breve o lungo, le mie orecchie sono le prime a svegliarsi al suono di una chitarra e di un timbro di voce a dir poco inconfondibile.
«Ma basta ‘na jurnata ‘e sole / e quaccheduno ca te vene a piglià / ma basta ‘na jurnata ‘e sole / pe’ pote’ parla’».(*)

Ancora avvolto nella sonnolenza, mi accorgo che Pino è lì seduto accanto a me.

«Pino, ma non ce l’hai un altro spazio per suonare?» gli dico con tono ironico.
«Me’ guaglione, te vo’ passa’ ‘a jurnata ‘cca o andiamo a sentire sto concerto? Il sole mo’ si gira e se ne va senza salutarti, e tu stai morto sotto a un albero»,
mi rimprovera. «Li vide chille là? Tutti Liberato stanno aspettando».
Il festival era iniziato e la folla era gremita. Il sole sta voltando le spalle al mondo e lascia tutti nella penombra. Davanti a me, Pino mi fa strada e pare che nessuno lo riconosca. Indossa un cappello di paglia ed emana una luce candida, quasi angelica. Era tornato così come se n’é andato: di nascosto, gentile, solitario.

Il palco ospita diversi artisti prima del main stage. Leggere l’attesa negli occhi degli spettatori è come assistere allo spettacolo di un bambino che intrepido non vede l’ora di scartare i suoi regali nel giorno del suo compleanno. Nessuno sa ancora cosa aspettarsi dalla performance di Liberato, nonostante sia già comparso dal vivo in altre occasioni in giro per lo stivale: una scaletta che al massimo può contenere sei brani non potrebbe, infatti, mantenere le promesse di un live completo, mediamente lungo, che ripaghi le aspettative. D’altro canto, però, bisogna ricordarsi che si parla di uno dei più vincenti progetti musicali indipendenti degli ultimi anni, studiato punto per punto, e di certo l’idea di assistere ad un concerto deludente è solo una costruzione mentale causata dalle incertezze sulla sua identità.

Quando il buio cala sulla folla, provo ad attaccare bottone con il mio compagno di viaggio.
«Sta per entrare in scena».
«Non ne sono convinto: manca ancora una spettatrice importante, e Liberato non inizierà senza di lei».
«Mi stai dicendo che ha anche una fidanzata e che nessuno conosce nemmeno la sua identità?»
«Ma quale zita! T’ par’ a ‘tte che Liberato son’ senz’ ‘a Lùna
Senz’ombra di dubbio, Pino ha ragione: l’unica a conoscere il suo segreto non può essere che Lei. E l’unica a non poter mancare, non può essere che Lei.
Lentamente mette indosso il suo vestito bianco più bello, poi si volta di profilo e fa il suo ingresso accanto all’Ariete sulla passerella astrale. Il cielo non è più così buio quando ondeggia i suoi fianchi lisci tra le stelle: gli tende la mano, le invita in una danza circolare e fa un inchino. Poi, la musica evade dalle grate delle casse e si insidia tra le persone, gli alberi, inonda la piana. In un attimo, i fari sono puntati su di Lei, che appare sul fondo del palco in una visual spettacolare di luccichii e piccole esplosioni di luce sincronizzate con i battiti della base.

La formazione prevede tre musicisti, ovvero l’ “uomo incappucciato” per voce, tastiera e mixer, e due “incappucciati” ai pad. Il primo di questi fa il suo ingresso in una vellutata nebbia blu tra le urla del pubblico e gli effetti in delay della base. Invita la folla a tenere il tempo battendo le mani, la accompagna portando su le sue bacchette, poi tende il braccio destro in aria come se aspettasse un segnale. È in questo istante che la sirena si fa incalzante sulla base, e quando il paddista lancia il drop con un tocco della sua bacchetta, i bassi rimbalzano sulle teste in un’onda d’urto sonora. Non sentivo più niente. Sembrava che fossimo tutti quanti in una scena da film, dove oltre il labiale, non c’è altro che un costante e inarrestabile fischio nelle orecchie. La Luna sul fondo si deforma, cambia stato, dimensione, poi scompare nel buio. La voce di un bambino irrompe in un momento di silenzio tanto sonoro quanto visivo, e quando le luci si riaccendono, i paddisti sul palco sono due. Le grafiche disegnano ora geometrie e luminosi segmenti minimalisti.
«Quanto si farà aspettare ancora, secondo te?», chiesi a Pino.
«Non molto ancora».
Il concerto si preannuncia come un grande spettacolo di effetti ottici, luci e soprattutto di musica (per gran parte elettronica).

Quando finalmente arriva la prima canzone, NOVE MAGGIO, il pubblico sfoga tutta la tensione accumulata in un urlo delirante. Una silhouette viene fuori dalla nebbia colorata che si è condensata sul palco, prende posto tra gli altri due musicisti, saluta la folla e le porge il microfono lasciando che canti la prima strofa della canzone.
«Secondo te, perché lo amano così tanto?»
chiedo al mio Virgilio.
«Pcché vul’ fa schitt’ museca, nun ‘nge futt’ niend’ d’at tarandelle»,
mi risponde lui.
«Certo, ma dev’esserci qualcos’altro».
Dopo un breve momento di esitazione, risponde: «Avrai visto sicuramente i suoi videoclip. La gente si riconosce nelle storie qualunque che racconta: si intrecciano, si dividono, ma alla fine tutto è ciclico».
Nel frattempo, sul fondo appaiono segmenti luminosi a volte paralleli, a volte incrociati, alternati ad un grande cerchio multicromatico.
«L’ascoltatore comune si sente protagonista»,
continua «sente che si sta parlando di lui, di cose che fondamentalmente sono capitate a chiunque almeno una volta nella vita. A volte è più regista che musicista.»
«E a te sono mai capitate storie del genere, Pì?»
dico sogghignando.
«Ué uaglio’, nun esse’ stupidu. Agg’ stat’ musicante pur’ ije»,
risponde lui, con un sorriso.
Seguono poi INTOSTREET e JE TE VOGLIO BENE ASSAJE, scelta che tende a confermare la teoria secondo cui alcuni brani siano tra loro collegati e seguano un preciso filo cronologico. I musicisti sembrano ombre cinesi proiettate su un muro: si fanno sempre più fluide e inconsistenti, danzano a ritmo di musica, sfruttano il privilegio dei fumi e dei faretti per fare del palco la loro comfort zone. Quando però si alza il vento e le luci diventano fredde, Liberato appare in difficoltà con il suo cappuccio: sotto la sua corazza, è visibile soltanto una bandana.
«Cosa ne pensi invece di questa cosa del napoletano?»
«Dico che per farlo oggi ci vuole fegato. La gente ha accostato per troppo tempo la “napoletanità” a qualcosa di grezzo o di cattivo gusto, senza sforzarsi di arrivare alla radice e cogliere il significato di una cultura»,
risponde Pino.
«Credi gli abbia restituito una certa dignità?»
«Napoli non ha bisogno né di Pino Daniele, tanto meno di Liberato per esprimere la sua bellezza».
Tutto ad un tratto la voce di Pino mi appare più saggia del solito. Con un gesto si aggiusta il cappello in maniera quasi speculare al cantante, e con occhio analitico, mi offre le sue riflessioni.
«Le ha sicuramente prestato un canale di comunicazione diverso dal solito, questo è innegabile. Pensa, ad esempio, a come mischia il dialetto all’inglese: sembra slang, una lingua del tutto nuova. E poi, una volta si mischiava il blues alla tarantella; oggi, Liberato utilizza la lingua della tradizione nell’era degli effetti vocali e della nuova sperimentazione elettronica».

Pino mi ha dato la possibilità di prestare attenzione a dettagli tutt’altro che scontati. Eppure c’era una cosa che facevo difficoltà a spiegarmi, prima di quella conversazione. Perché proprio Liberato? Altri artisti prima di lui hanno sfruttato l’anonimato per accrescere la curiosità dei fan, il mainstream e la rete per raggiungere più velocemente una grande fetta di pubblico, e basterebbe semplicemente un po’ di impegno per fare ciò che fa lui. In fondo, è indubbio che non ci sia molto da dire sui contenuti dei suoi brani, per scelta facili da assorbire. E perché proprio Napoli? Liberato non sarebbe mai potuto essere nato altrove. È questo il punto: nessun’altra città più di Napoli è capace di trasformare un fenomeno in culto. Non Milano, non Torino, forse nemmeno Roma. È un’ipotesi valida per un ampio ventaglio di ambiti culturali, dalla religione alla cucina, dallo sport alla comicità, e anche per la musica. Ciò che si vede da fuori non è un semplice stereotipo.
GAIOLA PORTAFORTUNA irrompe come un soffio di vento sul castello di carta che stavo cercando di costruire nella mia testa. La Luna è tornata sul palco più grande e splendente che mai. È impossibile addirittura per me restare impalato e non ballare. A questa, segue ME STAJE APPENNENN’ AMÒ che, a mio parere, è il suo vero asso nella manica: il pezzo migliore del live, soprattutto per quanto riguarda la parte strumentale. Alla fine della canzone, le tre sagome lasciano il palco per l’encore. Una ragazza davanti a noi li saluta unendo le mani a forma di cuore.
«Un’ultima cosa me la devi dire però.»
Mi rivolgo al mio interlocutore con lo sguardo di chi si aspetta una risposta onesta.
«Quando uscivi tu, non c’era così tanta speculazione mediatica.»
«Mio caro, è pop. È chiaro che molti si chiedano se Liberato abbia cavalcato una grande ondata mediatica. È chiaro che oggi, quando pensano a Napoli, a molti ragazzi venga in mente prima Gomorra e poi Liberato, nonostante tutto quello che c’è da scoprire sulla città. Molti di loro non ci sono mai nemmeno stati, probabilmente. E chi lo sa, magari Liberato non è nemmeno napoletano.»
Liberato sta rientrando sul palco per l’ultima canzone.
«Per questo non c’è per forza una spiegazione, certe volte», continua Pino. «Non esiste necessariamente un motivo valido per cui le persone siano attratte in massa da qualcosa. A volte lo sono e basta. D’altronde, credo che porsi queste domande oggi sia utile solo relativamente: avremmo dovuto pensarci quando abbiamo inventato la prima televisione.»

TU T’ E SCURDAT ‘E ME è iniziata e mentre Pino mi parla, noto qualcosa a cui ormai per abitudine non avevo nemmeno fatto caso: il pubblico è un oceano di cellulari alzati verso il palco. Tutt’intorno è giorno, perché la nebbia che aleggia sulla massa rifrange la luce di quei flash, amplificandone il raggio. È una visione allo stesso tempo incredibile e inquietante: visti da dentro, probabilmente sembriamo degli automi; se qualcuno ci vedesse invece da un altro pianeta, probabilmente penserebbe che è nata una nuova stella nella galassia.
Il live volge al termine. Mi rivolgo a Pino per l’ennesima ultima domanda.
«Secondo te, sotto quel cappuccio si nasconde un grande musicista?»
Ma è vuoto lo spazio accanto a me. Pino se n’è andato senza lasciare traccia. Un po’ più in là, però, qualcosa accade: un ragazzo si piega sulle ginocchia e raccoglie un cappello di paglia caduto sulla breccia. Lo pulisce, guarda dritto negli occhi la sua ragazza, appoggia il cimelio sul suo capo e le da un bacio. Un gesto dalla portata rivoluzionaria nel mezzo di quelle braccia alzate; una macchia nera vista al telescopio sulla superficie della nostra grande nuova stella; una scena a cui ormai addirittura stenti a credere che sia accaduta per l’emozione del momento, e non per quella smania di sentirsi diversi, speciali, in un film. L’unica cosa che posso sapere, è che quel cappello sarebbe stato un’eterna benedizione per quei due.
Il concerto è durato più o meno quarantacinque minuti. Dopo TU T’ E SCURDAT ‘E ME non c’è nient’altro da aspettarsi. Liberato ringrazia e saluta i suoi fan con i pugni in alto; dopo le tre ombre spariscono nei fumi del palcoscenico. Sono inutili le richieste di un bis gridate a squarciagola. Il pubblico intona anche l’inizio di una canzone sperando che sbuchi un’altra volta, ma niente: Liberato non tornerà mai sul palco.
Mi incammino verso il carrubo mentre l’organizzazione e i tecnici lavorano per mandare avanti il festival. Quando alzo lo sguardo verso il cielo, mi accorgo che la Luna si è nascosta tra le nuvole: anche l’ultima speranza di conoscere l’identità di Liberato si è oscurata nel cielo notturno. Però una cosa non me la spiego, pensando a quando Pino mi ha lasciato solo: che io una luce diversa l’ho vista sul palco quando i tre stavano chiudendo il pezzo, e che qualcosa luccicare in modo strano sotto quel cappuccio l’ho notato. Ma che cosa o chi fosse, lo sa soltanto la Luna.

 

(*)verso della canzone “basta ‘na jurnata ‘e sole dall’ album “Pino Daniele” (1979).

 

SCALETTA

NOVE MAGGIO

INTOSTREET

JE TE VOGLIO BENE ASSAJE

GAIOLA PORTAFORTUNA

ME STAJE APPENNENN’ AMÒ

TU T’E SCURDAT ‘E ME

 

Si ringraziano l’area stampa del “Viva Festival” e tutta l’organizzazione di “ClubToClub”.
Un ringraziamento speciale ai nostri collaboratori Vito Lauciello e Alfredo De Vincenzo.
Copertina a cura di Lorenzo Boccuni.

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I Babil on Suite tornano con “Paz”: l’animo pop del collettivo tra funky, dance e jazz 0 50

Tornano i Babil On Suite, collettivo di DJ, musicisti e compositori catanesi.
Lo fanno con Paz, un caleidoscopio sonoro composto da 11 tracce che abbracciano diverse sonorità: dalla dance al funky, dal jazz alla samba, dall’electro swing alla musica etnica. Il tutto mantenendo la leggerezza e la semplicità dell’animo spiccatamente pop che pervade l’intero lavoro. La band, che vanta collaborazioni passate con nomi del calibro di Lucio Dalla, Max Gazzè e Samuele Bersani, questa volta si affida alle voci di Caterina Anastasi, Manola Micalizzi e Geo Johnson. Ma c’è spazio anche per una partecipazione di spessore come quella di Mario Venuti, coinvolto nel brano Boa Babil On.

Il viaggio musicale proposto da “Paz” (“pace” in portoghese e, allo stesso tempo, «omaggio al disegnatore Andrea “Paz” Pazienza»), parte dai sobborghi di Minneapolis con 2 Loose 2 Loose. Il brano, che vede Johnson come vocalist, è un accattivante funky che rimanda alle sonorità tipiche del producer londinese Mark Ronson.

Call Another Boy, il singolo scelto per anticipare l’uscita del disco, parte con un riff di piano che non può non ricordare l’iconico groove di Praise You(Fatboy Slim), salvo poi procedere verso un’altra direzione (un pop elettronico con venature swing). Sicuramente uno dei brani più efficaci di un disco che, nel complesso, ricerca puntualmente melodie orecchiabili e beat ballabili.

Segue l’esotica Boa Babil Onche, come detto, vede la partecipazione di Mario Venuti. Samba, bossa nova e dance si contaminano e si mescolano per dar vita ad un brano estivo ed effervescente.

Proseguono le suggestioni etniche con la gioiosa Little Lamb, che unisce canti tribali e viscerali di origine africana a un più moderno rap. Il tutto sorretto da solide architetture sonore di stampo electro funk.

Cambia nuovamente il registro con la successiva From the Distance, che fonde le solite sonorità soul/funk a un più nostalgico e rarefatto synthpop anni ’80. Non a caso la linea di basso, che sorregge e guida il pezzo per tutta la sua durata, è un chiaro richiamo alla hit di Donna Summer, “I Feel Love.

Contrappunti di archi pizzicati introducono la spensierata You Can Be Free, brano leggero e fanciullesco che restituisce efficacemente il senso di libertà richiamato nel titolo, anche grazie all’outro affidato alle giovani voci del coro interscolastico “Vincenzo Bellini” di Catania.

In questo sconfinato contenitore musicale proposto dai Babil On Suite non poteva mancare un richiamo alla “loro” Italia. Ed ecco che a essere campionata, in In My Cinema, è la sigla di Lunedì Film di Lucio Dalla, ritagliata e inserita in un coinvolgente mash-up dalle sonorità electro dance.

È poi il turno della title track Paz, che funge da perfetta sintesi dell’intero lavoro. Il brano, forte della solita efficace melodia pop (qui fischiettata), riesce a mescolare con il giusto equilibrio la modernità di synth e drum machine e la tradizione di strumenti etnici (in questo caso una kora africana). Il portoghese del ritornello si alterna all’inglese delle strofe, componendo un mosaico sonoro dai mille tasselli.

Cassa dritta, suadenti riff di tromba e ritmi “carioca” per la liberatoria Agora: un inno potente e vitale che invita gli ascoltatori a unirsi nella danza, dimenticando ogni distinzione razziale.

È poi il turno dell’irresistibile Sing it Back, successo internazionale anni ’90 firmato Moloko e qui rivisitato dai BOS in una chiave electro swing più che affine alle sonorità dell’olandese Caro Emerald.

Conclusione affidata a The Safari Now, che ci riporta sotto il sole della calda Africa. I sample dei canti tribali s’intrecciano con l’inglese del testo, in un festoso brano dance pop che chiude un lavoro sicuramente convincente per varietà e piglio internazionale.

Intervista a Daniele del Muro del Canto: “Contenti del nuovo disco; Giancane? Sta facendo bene; Roma? Eh…” 0 73

Abbiamo chiacchierato con Daniele Coccia, il frontman de Il Muro del Canto​, band romana attualmente impegnata nel tour promozionale del loro ultimo lavoro in studio: “L‘Amore Mio Non More“. Abbiamo parlato di molte cose: dell’album, del tour, dell’abbandono di Giancarlo Barbati (in arte Giancane​) e del messaggio universale che la band vuole mandare attraverso il “proprio” modo di comunicare. “L’Amore Mio Non More” è il quarto lavoro in studio della band romana, parla di un amore nostalgico e allo stesso tempo amaro, che non si limita al sentimento ma pervade ogni altro aspetto; in particolare quello sociale, culturale, oltre all’amore verso la vita. “Una resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale”.

Ciao Daniele! Come stai? Come sta andando il tour? È iniziato il 16 novembre ad Asti e sono passati due anni da ‘Fiore de Niente’. Noti qualcosa di diverso dal precedente lavoro?
“Si si, mo che è uscito il disco nuovo, ‘L’Amore Mio Non More’, noto che è cresciuta ulteriormente l’attenzione nei nostri confronti. Sono molto contento perché se ne parla tanto, ci hanno aspettato di più anche al nord e questo vuol dire che qualcosa progredisce in senso positivo; quindi si, siamo davvero contenti attualmente di come stanno andando le cose.”

Ieri stavo osservando la copertina dell’album in cui vengono raffigurati un orologio, un serpente e un pettirosso. Il tema del tempo viene individuato subito; con gli altri elementi raffigurati cosa volete comunicare?
“Guarda, gli altri elementi simboleggiano un po’, diciamo, il bene e il male nel cammino della vita; e la vita è intesa appunto come ‘tempo’. Invece il titolo sta a indicare che in questo cammino noi preferiamo porre l’accento sull’amore, un amore che va oltre, che non si limita all’aspetto sentimentale ma va anche verso gli aspetti sociali. Diciamo che è una sorta di resistenza che noi teniamo viva verso l’amore in generale. Non so se mi sono espresso bene.”

Un amore immortale ma doloroso. Possiamo intenderlo come ‘due innamorati che non vogliono perdersi ma che non hanno più nulla da darsi’?
“Non solo, non sono due persone in realtà; noi intendiamo l’amore verso la vita, verso la cultura, verso varie cose. Questo teniamo a precisare, è l’amore rispetto agli aspetti positivi della vita.”

I due singoli ‘Reggime er gioco’ e ‘La vita è una’ mostrano la vostra scelta di tenere ben saldo un piede nelle vostre radici. Di solito cantare in dialetto, parlare di una realtà specifica, restringe il campo d’azione; nel vostro caso invece è accaduto l’opposto, avete infatti da tempo un ottimo seguito anche oltre le mura di Roma.
“Si si, guarda, il romano non è un dialetto molto stretto, è molto comprensibile. Ho capito che comunque è anche un modo di ‘essere’ molto amato dappertutto. E poi diciamo che è solo un “colore” della romanità perché è talmente comprensibile che molti ci chiedono se noi parliamo con un accento romano o se parliamo proprio in dialetto. In realtà il dialetto romano è comprensibilissimo, non è un dialetto stretto, è questo che forse ci aiuta un po’.”

Quindi questa scelta non è mai stato un limite per voi?
“No, anzi. È stata una cosa che secondo noi ha fatto affezionare il pubblico. Poi ecco, se a qualcuno crea fastidio non lo so, però non è stato mai un limite ma forse il nostro asso nella manica; è quello che ci differenzia dalle altre proposte.”

Nei video dei due singoli compaiono due grandi attori: Vinicio Marchio e Marco Giallini, due attori che, come spesso accade, sono legati all’immagine dei loro personaggi interpretati in Romanzo Criminale. Credi che il pubblico potrebbe non percepire a pieno il messaggio dei video a causa di questa influenza?
“Si, vabbé, è vero, però entrambi hanno fatto tantissimo anche dopo Romanzo Criminale. Io penso che tutti e due siano ormai usciti da quel periodo lì nel tempo. Giallini negli ultimi anni ha avuto una consacrazione impressionante e Vinicio sta facendo tantissimo teatro. Magari la gente non lo sa perché segue solamente quel tipo di telefilm. Si, comunque si, molti erano legati a quei film, ma io me sento de dì che sono passati molti anni e sono stati bravissimi ad interpretare i personaggi dei due singoli.”

Come è nata la collaborazione? Cosa vi ha fatto dire “sono proprio loro due quelli che cerchiamo”?
“È nato tutto per caso, ci siamo incontrati ed entrambi ci sembravano proprio perfetti per incarnare una certa Roma che, comunque, è soprattutto popolare; insomma, una certa visione di Roma e della cultura che viene dal basso. Quindi per noi è stato proprio automatico chiedere se gli annava di partecipare e loro sono stati entusiasti fin da subito. È stato molto gratificante perché siamo loro fan oltre che amici, quindi sì: siamo stati molto contenti.”

Attraverso questi video avete fatto notare un’influenza cinematografica. Già in passato avete varcato le porte dell’audiovisivo, dalla colonna sonora della serie tv di ‘Suburra’ a ‘Go Home a casa loro‘. È avvenuto tutto in maniera naturale? Le vostre influenze cinematografiche hanno influito?
“Guarda, noi amiamo molto il cinema, chi ci ascolta ci dice che creiamo molte immagini quindi, ecco, è venuto un po’ da sé. Noi appunto cerchiamo di creare ottimi videoclip, di colonne sonore ci piacerebbe farne anche di più e la collaborazione con loro è stata eccezionale. Poi noi siamo proprio amanti del cinema e per quanto ci riguarda…che ben vengano queste collaborazioni. Nasce tutto dalla nostra passione per Pasolini, per il cinema romano e anche quello moderno; noi e il cinema andiamo d’accordo ma bisogna vedere se in futuro il cinema andrà d’accordo con noi!”

Ascoltando ‘Roma Maledetta’ non ho potuto far altro che pensare ad una perfetta associazione con un’eventuale pellicola cinematografica.
“Si, anche noi, abbiamo infatti in mente di fare un video su questa canzone. Ma vediamo un po’ con che tempi…”

Nel corso degli anni si è evoluto molto il vostro sound e adesso collocarlo in un genere specifico potrebbe essere molto difficile e riduttivo. Non credi?
“Io lo spero guarda, lo spero [Ride, n.d.r.]. A noi per esempio la classificazione ‘folk’ ci sta un po’ stretta – in realtà ci definiscono così forse perché magari cantiamo in dialetto. Ma noi siamo più affezionati al rock americano, che in realtà non c’entra niente col folk italiano. Siamo più, appunto, verso il folk americano, quello italiano non è rappresentato nella nostra musica e non ci rappresenta. Però ecco, le definizioni le lasciamo agli ‘addetti ai lavori’, noi cerchiamo di non fossilizzarci su un suono. Quello che siamo è l’unione de sei musicisti, che dà poi un genere che diventa il “nostro”. Non siamo derivativi, non ci piace copiare, è una cosa che lasciamo evolvere lasciando il giudizio ai giornalisti e a chi ci ascolta. Ci fa piacere però sentire le varie opinioni…”

Spesso vi hanno inquadrato in quel genere definibile come ‘musica popolare moderna’; vi hanno anche definiti ‘i Lando Fiorini moderni’. Vi riscontrate un po’ in questo?
“Guarda, in realtà c’è anche quello. Tra l’altro nell’ultimo disco abbiamo messo una canzone che ha scritto lui [si riferisce a Ponte Mollo, n.d.r.]. Non ci dà fastidio nulla, pensiamo che una definizione sola potrebbe essere riduttiva, ma parlando un po’ di tutto potremmo andare sul riduttivo. Nel nostro caso siamo pure curiosi di vedere come ci definiscono, perché anche noi non sapremmo come…”

Con la morte di Lando potremmo dire che è scomparso l’ultimo grande cantante popolare romano, cosa che ha creato un grande vuoto nella cosiddetta ‘scena romana’.
“Anagraficamente era l’ultimo vivo, quindi penso che sia stato l’ultimo della vecchia scuola ancora in vita e purtroppo se né andato. Noi non siamo mai stati grandi fan di Lando Fiorini, però la canzone Ponte Mollo era bellissima, noi l’abbiamo sempre amata e da diversi anni la facevamo dal vivo con un arrangiamento che ci sembra perfetto per il brano. Però è un artista davanti al quale ci togliamo proprio il cappello.”

Lando Fiorini, cantautore romano scomparso nel 2017

Da romani quindi vi sentite in dovere di colmare questo vuoto che si sta creando nella scena?
“In realtà a Roma, se dovessimo paragonarla a Napoli per esempio, potremmo dire che è sempre stata molto povera di musica cantata in romano. Ma da sempre eh. Nel senso che a parte Gabriella Ferri e altri pochi casi forti degli anni sessanta e settanta, potremmo dire che già in passato, negli anni ottanta e novanta, si era creato un vuoto. Colmato solamente nel 2000 dagli Ardecore, band che ha ripreso a cantare le canzoni romane. E adesso si sta cantando in romano molto più di prima, lo vedo proprio intorno – e non solo perché ci siamo noi – e sono contento di questa cosa, perché si porta avanti una tradizione e una forma di canzone che, come se capisce, noi amiamo molto. Quindi il fatto che ci sia una rinascita, una nuova scuola, ci rende molto felici. È una cosa che noto molto e so che ai romani piace questo tipo di passione verso la propria città, quindi ci rendiamo conto che era un vuoto stupido, ed è stata un’ottima idea andarlo a colmare.”

Anche nella vostra band si è creato un vuoto. Giancane ha abbandonato…
“Si, eh… Giancane se n’è andato e ci dispiace molto. Ha un suo progetto, sta facendo bene e noi siamo contenti che stia andando così. Ci dispiace perché siamo amici da tanti anni ma siamo contenti che la cosa sia finita in armonia… e niente, magari continueremo a collaborare insieme, a vederci, come sta succedendo in questi giorni. Insomma, le strade si sono divise a livello artistico e non a livello umano.”

Come ultima domanda: Roma ancora non ha visto la vostra presenza durante il tour. Da poco avete deciso la data e sarà il 14 febbraio, il giorno di San Valentino…
“Si, suoneremo a Garbatella, un quartiere molto popolare, uno dei centri nevralgici della romanità. Ci suoneremo il 14 e speriamo che sia una grande festa e che tutti rimarranno contenti. Noi siamo molto felici perché ci manca proprio il pubblico romano. Le date sono andate molto bene anche a Milano, a Modena e a Torino, ma a Roma ci aspetta sicuramente molta più gente e sarà ‘na festa che sicuramente non dimenticheremo. Spero che vada tutto alla grande e…incrociamo le dita.”

A questo punto sarà obbligatoriamente questa l’ultima domanda: rispetto alle precedenti date ci sarà qualcosa di diverso a Roma?
“…guarda, in realtà ci sarà, ma non so se te lo posso dire; cioè, lo dico solo a te, però non lo scrivere! [Ride, n.d.r.]

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