Lo smacco infame di Noisey Italia ad Anastasio 0 883

Molti si staranno preparando per la finale di stasera di X Factor, tra chi dovrà recarsi al Mediolanum Forum e chi, fra mille difficoltà, cerca di organizzare una pizzata con gli amici “a casa di quello con Sky”. Ad accompagnare i quattro finalisti, stasera, ci saranno anche i Muse e Marco Mengoni, ospiti d’eccezione per un evento che, ormai annualmente, sforna le future pop-star italiane.  E possiamo stare qui giorni, settimane o anni a discutere dell’etica di un programma del genere, di quanto possa o non possa essere trash dentro e di come ha cambiato – in negativo o in positivo – i connotati del panorama musicale nostrano. Ma sono discorsi che andrebbero affrontati parallelamente allo svolgimento del talent show, se non altro per non intaccare quella che resta a tutti gli effetti una competizione, e per non peccare di deontologia, che nel nostro lavoro dovrebbe essere fondamentale. Ecco, è proprio la deontologia che, a quanto pare, manca nella redazione di Noisey Italia.

Da quando è iniziato X Factor, infatti, gli articoli di Noisey sul programma si sprecano. E se non bastassero quelli contro i Maneskin, vincitori morali della scorsa edizione, ad aggiungersi alla lista vanno quelli contro Anastasio, cantante ancora in gara nella finale di stasera di XFactor, cui Noisey aveva già dedicato un pezzo abbastanza pesante poco più di due settimane fa. Non contenta, la redazione targata Vice ha deciso questa mattina di pubblicare un altro articolo – degno, per contenuti, più di “Cioè” e “Donna Moderna” che di una rivista musicale – sulle preferenze politiche di Anastasio, abilmente estrapolate dai “mi piace” del rapper ad alcune pagine di Facebook col suo profilo privato (non, quindi, la pagina da artista), tra le quali spiccano “CasaPound” e “Matteo Salvini”. Tralasciando adesso, più per pietà che per altro, quanto possa essere ridicolo giudicare – ed anche solo avere la presunzione di farlo – qualcuno dai like su Facebook, ma davvero nella redazione di Noisey non si poteva aspettare un giorno di più per pubblicare la loro – personalissima, sottolineerei – deduzione su Anastasio? Certo che no, perché stasera c’è la finale.

Pare quindi evidente che dietro la pubblicazione di quell’articolo ci fosse il cosciente intento di destabilizzare le votazioni di stasera, e quale modo migliore di farlo se non mettendo in mezzo la politica in un momento storico in cui le divergenze politiche sono accentuate più che mai? Una mossa, quella di Noisey, definita da molti utenti della rivista stessa come “infame”, proprio perché arrivata il giorno stesso della finale, e soprattutto dopo un articolo in cui si criticava l’artista. Una vera e propria campagna denigratoria, quella messa in atto dalla redazione. Senza contare la totale superficialità con la quale si è arrivati al ragionamento logico “Like su facebook = idee reali”. Non fosse solo che quel profilo siamo andati a controllarlo anche noi e tra i like di Anastasio – ammesso e non concesso che sia il vero profilo del rapper – spunta, tra le mille pagine di meme come qualsiasi ventenne medio, un like alla pagina “Luigi De Magistris”, che sinceramente tutto mi sembra fuorché uno di destra. E ancora, in un commento, è lo stesso profilo a sottolineare come l’emergenza immigrazione sia un “Fenomeno non inventato ma esaltato e montato fino al ridicolo”, non proprio le stesse esternazioni ripetitive dei salviniani che conosciamo tutti (cfr. commenti su Matteo Salvini, es: “aiutiamoli a casa loro”, “ci stanno sostituendo“).

Smentita – o, quantomeno, prendendone in considerazione l’estrema fallacia – la tesi di Noisey sull’orientamento politico di Anastasio, ci viene naturale rivolgere un invito alla redazione stessa del magazine a fare un passo indietro, chiedendo scusa in primis ad Anastasio, ed in secondo luogo ai propri lettori. Perché certe schifezze fanno solo male al giornalismo italiano, di qualsiasi forma esso possa essere, in un periodo in cui è costantemente sotto i riflettori ed aspramente criticato per vicissitudini legate alla politica stessa. Chiedere scusa è una cosa di sinistra, caro Noisey, e, in questo caso, un dovere.

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Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Le mille destinazioni degli Orange8 in un solo live 0 169

Metti un bicchiere di Montenegro, un palco intimo come quello del Catomes Tot, l’Emilia e gli Orange8; il risultato sarà sicuramente ottimo. Ed è stato proprio così, specialmente perché mi son ritrovato per l’ennesima volta in un locale con un’acustica perfetta e un live che avrebbe preso da lì a poco le sembianze di un viaggio mistico/psichedelico e, soprattutto, introspettivo. Un lungo cammino verso mondi inesplorati, pieno di sfumature diverse; di suoni che non facevano altro che unirsi tra di loro dando vita ad atmosfere pazzesche. Nel loro caso l’alchimia perfetta nasce dalla fusione di due sound; quello della diavoletto di Sergio Ferrari con l’acustica di Valentina Criscimanni (e viceversa). E in più, a dare quel tocco di carisma e personalità, quel senso distintivo che ogni band dovrebbe avere, ci hanno pensato tanti altri strumenti come l’organetto o lo scacciapensieri (o “marranzano”, da buon siciliano).

Il duo romano ha sfruttato la tappa emiliana per presentare live per la prima volta l’ultimo lavoro in studio: Leafolution, uscito lo scorso 28 febbraio. Ne hanno approfittato anche per far “assaggiare” qualche brano dei loro precedenti lavori, come Ghost Road; pezzo d’apertura estrapolato da “Let the Forest Sing” (2016). Salgono sul palco, imbracciano le loro chitarre e danno vita al viaggio partendo da questa strada dei fantasmi; un percorso che proprio come nella copertina dell’album, inizia dalla tastiera della chitarra fino ad arrivare alla luna, con un riff country style e una voce ipnotica che farà spalancare gli occhi e vagare con la mente per i prossimi minuti. Il brano successivo Chamomiel Field è il primo pezzo proposto del nuovo album; una traccia definita dagli stessi – soprattutto in relazione al video uscito il 28 febbraio – come “psicomagica”: un sound e uno stile che rimandano a Nico e Lou Reed, e pensandoci l’associazione ci potrebbe anche stare; la diavoletto rossa c’è e il resto pure. Finita questa parte di viaggio che rimanda al lontano ’67, si passa al blues di Dirty Grate Blues; è tempo dello slide, dello stompbox e soprattutto dei botta e risposta tra gli assoli di Sergio e la graffiante voce di Valentina.

Arrivati in questo punto devo fermarmi un attimo e far partire un altro paragrafo, per far risaltare ancora di più il brano successivo: Lesno Brdo. Lesno è un paesino sloveno di circa 280 abitanti, ma è anche la traccia che unisce una chitarra in grado di rimandare al sound dei Pink Floyd del ’95 (PULSE) con una voce che ricorda Elisabeth Fraser, aggiungendo al tutto il loro personale e distintivo stile; stile che si riscontra soprattutto nel loro primo lavoro: Turtle Bubble (2013), in cui è contenuta l’omonima traccia riproposta dopo essere passati dalla Slovenia. Qui ci troviamo in un mondo magico, delle fiabe direi, con qualcosa che rimanda al “primitivismo musicale” (sarà il marranzano), fatto di sogni, speranze e good vibes.

A Turtle Bubble ho tirato le somme, ho pensato al percorso fatto dalla strada dei fantasmi fino al mondo delle fiabe, passando per il ’67 e la Slovenia psichedelica; non volevo fermarmi, volevo continuare a vagare con la mente, soprattutto perché stavo notando che molti tavoli davanti a me erano vuoti, e quindi mi sentivo privilegiato ad assistere a uno spettacolo unico fatto da una band “nostrana”. Non si sono fermati, non hanno parcheggiato il loro furgoncino e sono partiti per il Giappone, verso Japanese Room. Un brano caratterizzato da una chitarra distorta che introduce, attraverso uno stile orientaleggiante e moderno, una voce che ancora una volta rimanda alla Fraser periodo Mezzanine.

Dopodiché abbiamo tutti lasciato la stanza, loro hanno preso l’ukulele e ci hanno portati tra gli alberi, nelle foreste, attraverso Tree Branch. I’m a tree branch”, ci siamo sentiti tutti un ramo di un albero, una piccola parte di qualcosa di grande, e questa cosa forse è stata la più bella. Loro sul palco, noi seduti ad ascoltarli, ci sentivamo tutti un’unica cosa; diversi, come ogni ramo, ma appartenenti ad un unico albero. Il tutto arricchito da quel cazzo di pedale Wah-wah che stava benissimo ovunque, in ogni brano, anche nel mio ennesimo Montenegro.

Rami, alberi, frutti, Italia, Sicilia, arance; perdonatemi la successione nosense ma attualmente appare l’unica per introdurre l’unico brano in italiano della scaletta: Arancio. In realtà avrei potuto far riferimento ai pantaloni arancioni di Sergio, ma la successione di parole quale sarebbe dovuta essere? Comunque…
Definito da loro come “il nostro manifesto”, è caratterizzato ovviamente da un wah-wah di cui sopra, un ukulele, e tante altre cose; tante altre belle cose che non elencherò, perché per apprezzarla ancor di più bisogna andare su Youtube, guardare il video e ascoltare attentamente le parole.

Abbiamo mangiato le arance, non ci siamo accontentati e siamo andati in Estonia a mangiare le fragole; “le maasike“, come il brano successivo: Maasika, traccia che fa parte dell’EP “Hobo Sessioni #1”. Un mix di positività, emanata dall’ukulele, da una voce angelica, da uno slide che con la mente ti fa pensare al mare; vi giuro che poi son andato a vedere il video ufficiale: è girato soprattutto in spiaggia.

Il mood cambia con A tick in time; lei si prende la scena, ci ipnotizza, nessuno vorrebbe far finire quel momento, quel brano, ma giusto il tempo di un tick in time arriva la successiva traccia: Quite Sure: un pezzo dell’ultimo album chem per fortunma non si è allontanato molto dal mood creato dalla precedente, e che vede forse il miglior assolo di chitarra della serata. Chapeau.

Questo è in parte il riassunto del live di una band italiana molto molto valida, unica, con un proprio stile e dotata di forte personalità; che ha saputo amalgamare diverse influenze musicali, dal blues al rock psichedelico, buttandoci in mezzo – magari anche inconsapevolmente – del trip-hop e del post-rock. Due chitarre che non facevano altro che parlare tra di loro, perfette e indispensabili l’una per l’altra, con la giusta dose d’acustico e d’elettrico, hanno creato, grazie a un sound pieno di sperimentazioni, un’atmosfera pazzesca e un’ottima alchimia tra il pubblico e gli esecutori. Gli Orange8 hanno mostrato una forte empatia tra di loro, regalando a ognuno di noi le emozioni che occorrevano al momento, sfruttando gli sguardi e i sorrisi che si scambiavano durante e alla fine di ogni canzone, per farci capire che le cose belle nella vita esistono. Come questo live.

Ah, si, hanno fatto anche delle cover. Belle eh.


Foto di Rosy Romano.

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