“Locus”, l’album d’esordio di Giovanni Rago; quando la musica diventa un aeroporto di suoni migratori 0 1812

Locus” nasce dal tentativo di Giovanni Rago, giovane chitarrista classe 1987, di coniugare la musica  e gli elementi relativi alla tematica del viaggio in un unico corpo, formalizzato in un album che lo vede per la prima volta leader di un progetto. Rago è tutt’altro che novizio all’interno dell’ambito musicale e in particolare della musica jazz. La sua passione per lo strumento e il suo studio, svolto parallelamente alla sua attività di fonico e turnista negli studi di registrazione, l’ha portato a collaborare con figure rilevanti della penisola, da Ivana Spagna a Peppino di Capri, da Luca Barbarossa a Niccolò Fabi, nonché a collaborazioni nella cornice di eventi di risonanza nazionale come l’Umbria Jazz.

L’8 gennaio 2018 è la data di pubblicazione di “Locus” promossa da “Headache Production” e composto dal “Giovanni Rago Trio”, che a mezzo di basso e chitarra elettrica, batteria e interventi di pianoforte, non solo dà vita ad una nuova esperienza musicale, ma sfrutta la forza creativa del suono per ricreare un spazio ideale intriso dei connotati sensoriali provenienti da ogni singolo luogo del disco. Ogni traccia porta infatti il nome di una città, un quartiere, una strada fisicamente vissuti e giungono all’orecchio dell’ascoltatore come una narrazione capace di dare sinesteticamente vita a scenari e memorie. Il concept non è del tutto inedito, anzi già ampiamente sfruttato nella storia della letteratura musicale. Uno degli artisti più vicini a noi in termini cronologici è forse Dirk Maassen, pianista chiave della composizione classica moderna, che nel suo “The 8 piano project” porta con sé soltanto la voglia di lasciarsi ispirare dai suoi viaggi, per poter uscire fuori dalle convenzioni stilistiche proprie di ogni musicista: ogni brano ha un proprio titolo, ma riporta tra parentesi la città o il luogo dove è stata composta; Maassen, inoltre, non porta con sé il suo pianoforte (per ovvi motivi logistici), ma registra appositamente il prodotto di quelli su cui ha suonato nelle singole location. Come non si conoscono le persone e gli amici che si incontreranno dopo ogni partenza, così bisogna lasciare aperta la possibilità di lasciarsi travolgere dalle sensazioni che solo un posto può unicamente dare e tradurre in musica. Anche se Rago e compagni hanno successivamente registrato in uno studio, premettendo che gli elementi alla base della ricerca siano gli stessi, allora questo è già un buon punto di partenza.

Il trio è composto da Giovanni Rago alla chitarra, il maestro Mario Guarini al basso elettrico e Lucrezio de Seta alla batteria. Rago può quindi contare sull’appoggio di musicisti illustrissimi del panorama nazionale: Guarini è uno dei bassisti più creativi della penisola, ha suonato in orchestre e teatri di tutt’Italia, e ha prodotto il suo primo album da solista “Now it’s my turn” (che contiene collaborazioni importantissime come Richard Bona, Mike Stern e Simon Phillips); Lucrezio de Seta rappresenta una delle figure di spicco relative al suo strumento, direttore artistico di manifestazioni culturali quali “Batterika” e “Musika-Expo”, leader del suo LdS-Quartet, batterista in studio e turnista per numerosi artisti provenienti anche dalla scena internazionale (in questo contesto, rileva citare ad esempio Donovan, Premiata Forneria Marconi, Tom Harrel, Tony Scott e Michael Landau, tra gli altri). È Elisabetta Serio, invece, a tracciare i percorsi di pianoforte sulla mappa di “Locus”, unendosi in “Naples” (la traccia numero tre) alla carovana.

Brick Lane” è il punto di partenza del viaggio di Rago. La celebre strada londinese situata nell’East End della city si impalca su una struttura armonica semplice quanto incisiva, che apre a giri di rullanti sempre più incalzanti di de Seta ad ogni shuffle. La chitarra vibrata di Rago nella ripetizione metodica del motivo principale rende l’idea della quotidianità tipica di un quartiere essenzialmente nato per dare un posto a operai e migranti in cerca di lavoro. È il genio di Guarini a imprimere una certa corposità e profondità alla traccia, irrompendo nella seconda parte con linee di basso crescenti e travolgenti, per poi chiudere con l’arpeggio iniziale, che suona quasi come una buonanotte.
La seconda tappa dell’album avvicina l’ascoltatore a qualcosa che assomiglia ritmicamente al bossa nova, come si può intendere dal pattern di samba della batteria, anche se basso e chitarra non sono pizzicati come nei tradizionali standard del genere. La traccia porta il nome di “Barrio Alto”, quartiere storico di Lisbona. Anche in questo caso, la melodia è costruita attorno a un corpo centrale, in cui Rago e Guarini fraseggiano un motivo semplice, ascendente e poi discendente, ma che consente uno sviluppo continuativo, quasi privo di intervalli, se non nella parte in cui è proprio il virtuosismo del bassista a occupare lo spazio del brano. Il calore e il sapore di lunghe passeggiate estive sulla costa iberica é sinceramente riprodotto da Rago e la sua band, che riescono a trasmettere una spensieratezza vacanziera, a tratti sonnolenta, e la nostalgia per qualcosa che ancora deve accadere, e insinua le radici in un presente sconfinato, fatto di “buon vivere”, potente al punto di eclissare la dimensione passata e le prospettive future.
In “Naples” sono quattro gli strumenti a suonare, e il quarto è il pianoforte di Elisabetta Serio. Il brano ha una struttura meno lineare rispetto alle precedenti: è aperto dal pianoforte che introduce gli altri tre e contribuisce a dare un’atmosfera più romantica a una melodia che in sé trasborda già di passione. Dopo il primo giro, Rago si lancia in un eccentrico assolo dal gusto blues, che suona quasi come una serenata; l’estro di Guarini domina invece la seconda parte, corteggiando in qualche modo il pianoforte della Serio, e insieme verticalizzano verso un ostinato ricco di eccitazione. “Naples” è probabilmente la traccia più riuscita dell’album: i cambi di tonalità sono il suo punto di forza, sembra che la traccia si estenda “bottom-up”, o che tenda in tutta la sua evoluzione a un livello più alto rispetto a come nasce. È lodevole anche il tentativo di riconsegnare alla capitale della tradizione musicale e letteraria partenopea una chiave di lettura diversa, più moderna, che comunque rispecchia al meglio la pittoresca immagine della città e la vitalità delle persone che la abitano.
La musica evocatrice di ricordi accompagna in un viaggio dei pensieri verso nord con “Remembering Paris”. È una traccia nostalgica, in cui si fa intenso il dialogo tra pianoforte e chitarra. Sta piovendo da dietro la vetrina di un bistrot della rive gauche della Senna, su Montparnasse, sulle vite degli artisti, gli intellettuali e i letterati che l’hanno abitata. La chitarra in overdrive di Rago, che a tratti ricorda quella di Gary Moore, sta suonando l’impetuoso scorrere del fiume; il piano di Elisabetta Serio ha un serbatoio per raccogliere il suono delle gocce e riversarlo sui pentagrammi. Il tempo si è atrofizzato: ogni cosa è in bianco e nero, il vento che soffia dalla porta quando si apre e quel vecchio che esce col cappello, ha tutta l’aria di essere uno straniero anche lui e ha dimenticato un bigliettino sul tavolo. Recita: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Prague” è un brano dalla ritmica più lineare e le sonorità tendenti maggiormente alla tradizione della musica folk americana. Quest’osservazione deriva dalla distorsione della chitarra di Rago e la circolarità dei giri melodici che ne costituiscono la struttura. Anche in questo caso, il binomio Guarini-Serio è sinonimo di sublime: il primo con l’esercizio di un glissato stracolmo di fregi e scanalature, quanto di più rappresentativo possa esistere musicalmente per una città come Praga, da sempre gomitolo di filoni artistici, architettonici e culturali provenienti da pagine di storia che trovano un’identità in un unico essere metropolitano, sebbene tra loro apparentemente spaiate; la seconda con un accompagnamento dal tocco morbido ed emotivo, poi con il solo eclettico e sintetico in chiusura, che fa intuire l’impronta del Bill Evans del periodo Miles.
Il percorso si fa esotico con tappa in Australia. “Adelaide” rompe completamente con la positività della traccia precedente trascinando l’ascoltatore in un ambiente più cupo e intimo. Sia da intendere con “esotico”, infatti, non tanto la collocazione geografica della città e il fascino di terre fino a qualche secolo fa sconosciute, ma il riferimento a ciò che l’ “esotismo” significò per scrittori come Chateaubriand, il quale ricondusse il desiderio per lo sconfinamento a una ricerca sul senso e sull’io (su base più o meno religiosa) tipica del Romanticismo. Il Rago di “Adelaide”, infatti, pare che non abbia intenzione di raccontare un mondo che sta all’esterno, si fa introspettivo, danza con la malinconia a ritmo di tango. Frequentemente si suol dire che ogni viaggio lo si compie due volte: la prima fuori di sé e la seconda, parallelamente, dentro di sé; questo è ciò che accade. Malgrado si discosti dal suono dell’album, il brano resta quindi coerente col concept: “Adelaide” è un’autopsia sulla memoria, viva e fluida, e Rago ne ridisegna l’elettrocardiogramma su uno schermo pentagrammato.
Kilimanjaro Lullaby” è l’ultima traccia che vede la collaborazione di Elisabetta Serio al pianoforte. Vulcano spento di giorno e cantastorie di notte, questa ninna nanna è un sogno acustico in fase R.E.M., un fluido stato d’animo in musica distaccatosi dalle vette più alte dei pensieri diurni. È una sensazione di libertà e invincibilità, di sopravvivenza alla natura stancante delle cose che solo il sonno dei sensi riesce a dare. Le scale alternate della Serio contribuiscono in maniera fondamentale alla ricostruzione di questa dimensione astratta e aeriforme, il diaframma interposto a metà del respiro tra cielo e terra, il vincolo alla mondanità e l’astrazione dell’inconscio.
Montserrat” chiude la cerniera della valigia di Rago. Un brano forse in contrasto con il sound dell’intero album, quasi grunge, dalle possenti distorsioni, una chitarra vibrante e virtuosismi all’altezza dei vecchi maestri del blues. Un’uscita imprevista, forse quella sensazione di ritorno al confinamento che spesso si prova quando si è ormai sulla via del ritorno. I cambi di registro di de Seta sono grintosi e avvincenti, tendono al punk, decisamente quanto di più diverso c’è rispetto a ciò di cui si ha avuto esperienza fino a qui (ma tutto bene).

“Locus” è un album che non dimostra predisposizione alcuna all’etichettamento, e il “Giovanni Rago Trio” non è evidentemente in fase di ricerca. Connotarlo come “jazz fusion”, o utilizzare termini come “sperimentazione”, nel loro caso, significa adoperare termini limitativi e privi di intensione. Rago e compagni non compongono sicuramente musica da sottofondo di un locale, sono musicisti dal tocco maturo e la versatilità nel cambio di scenari (immaginari e musicali) è una loro prerogativa: la miscela di stili e tecniche sfruttate non è riconducibile a semplici “influenze”, perché non rappresenta una sfumatura, ma la colonna portante del disco. La congiunzione tra il suono e la facoltà di immaginazione è intrinseca, e nel caso di quest’album, è una corsia a doppio senso: non sono solo i luoghi a ispirare e dare vita a nuove melodie, ma viceversa sono le note a intitolare strade, costruire case o grattacieli, esaltare gli elementi naturali nel loro lato estetico. Un ottimo album, che non sarebbe potuto essere altrimenti, data anche la caratura qualitativa di tre musicisti come loro.

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 156

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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