“Locus”, l’album d’esordio di Giovanni Rago; quando la musica diventa un aeroporto di suoni migratori 0 2076

Locus” nasce dal tentativo di Giovanni Rago, giovane chitarrista classe 1987, di coniugare la musica  e gli elementi relativi alla tematica del viaggio in un unico corpo, formalizzato in un album che lo vede per la prima volta leader di un progetto. Rago è tutt’altro che novizio all’interno dell’ambito musicale e in particolare della musica jazz. La sua passione per lo strumento e il suo studio, svolto parallelamente alla sua attività di fonico e turnista negli studi di registrazione, l’ha portato a collaborare con figure rilevanti della penisola, da Ivana Spagna a Peppino di Capri, da Luca Barbarossa a Niccolò Fabi, nonché a collaborazioni nella cornice di eventi di risonanza nazionale come l’Umbria Jazz.

L’8 gennaio 2018 è la data di pubblicazione di “Locus” promossa da “Headache Production” e composto dal “Giovanni Rago Trio”, che a mezzo di basso e chitarra elettrica, batteria e interventi di pianoforte, non solo dà vita ad una nuova esperienza musicale, ma sfrutta la forza creativa del suono per ricreare un spazio ideale intriso dei connotati sensoriali provenienti da ogni singolo luogo del disco. Ogni traccia porta infatti il nome di una città, un quartiere, una strada fisicamente vissuti e giungono all’orecchio dell’ascoltatore come una narrazione capace di dare sinesteticamente vita a scenari e memorie. Il concept non è del tutto inedito, anzi già ampiamente sfruttato nella storia della letteratura musicale. Uno degli artisti più vicini a noi in termini cronologici è forse Dirk Maassen, pianista chiave della composizione classica moderna, che nel suo “The 8 piano project” porta con sé soltanto la voglia di lasciarsi ispirare dai suoi viaggi, per poter uscire fuori dalle convenzioni stilistiche proprie di ogni musicista: ogni brano ha un proprio titolo, ma riporta tra parentesi la città o il luogo dove è stata composta; Maassen, inoltre, non porta con sé il suo pianoforte (per ovvi motivi logistici), ma registra appositamente il prodotto di quelli su cui ha suonato nelle singole location. Come non si conoscono le persone e gli amici che si incontreranno dopo ogni partenza, così bisogna lasciare aperta la possibilità di lasciarsi travolgere dalle sensazioni che solo un posto può unicamente dare e tradurre in musica. Anche se Rago e compagni hanno successivamente registrato in uno studio, premettendo che gli elementi alla base della ricerca siano gli stessi, allora questo è già un buon punto di partenza.

Il trio è composto da Giovanni Rago alla chitarra, il maestro Mario Guarini al basso elettrico e Lucrezio de Seta alla batteria. Rago può quindi contare sull’appoggio di musicisti illustrissimi del panorama nazionale: Guarini è uno dei bassisti più creativi della penisola, ha suonato in orchestre e teatri di tutt’Italia, e ha prodotto il suo primo album da solista “Now it’s my turn” (che contiene collaborazioni importantissime come Richard Bona, Mike Stern e Simon Phillips); Lucrezio de Seta rappresenta una delle figure di spicco relative al suo strumento, direttore artistico di manifestazioni culturali quali “Batterika” e “Musika-Expo”, leader del suo LdS-Quartet, batterista in studio e turnista per numerosi artisti provenienti anche dalla scena internazionale (in questo contesto, rileva citare ad esempio Donovan, Premiata Forneria Marconi, Tom Harrel, Tony Scott e Michael Landau, tra gli altri). È Elisabetta Serio, invece, a tracciare i percorsi di pianoforte sulla mappa di “Locus”, unendosi in “Naples” (la traccia numero tre) alla carovana.

Brick Lane” è il punto di partenza del viaggio di Rago. La celebre strada londinese situata nell’East End della city si impalca su una struttura armonica semplice quanto incisiva, che apre a giri di rullanti sempre più incalzanti di de Seta ad ogni shuffle. La chitarra vibrata di Rago nella ripetizione metodica del motivo principale rende l’idea della quotidianità tipica di un quartiere essenzialmente nato per dare un posto a operai e migranti in cerca di lavoro. È il genio di Guarini a imprimere una certa corposità e profondità alla traccia, irrompendo nella seconda parte con linee di basso crescenti e travolgenti, per poi chiudere con l’arpeggio iniziale, che suona quasi come una buonanotte.
La seconda tappa dell’album avvicina l’ascoltatore a qualcosa che assomiglia ritmicamente al bossa nova, come si può intendere dal pattern di samba della batteria, anche se basso e chitarra non sono pizzicati come nei tradizionali standard del genere. La traccia porta il nome di “Barrio Alto”, quartiere storico di Lisbona. Anche in questo caso, la melodia è costruita attorno a un corpo centrale, in cui Rago e Guarini fraseggiano un motivo semplice, ascendente e poi discendente, ma che consente uno sviluppo continuativo, quasi privo di intervalli, se non nella parte in cui è proprio il virtuosismo del bassista a occupare lo spazio del brano. Il calore e il sapore di lunghe passeggiate estive sulla costa iberica é sinceramente riprodotto da Rago e la sua band, che riescono a trasmettere una spensieratezza vacanziera, a tratti sonnolenta, e la nostalgia per qualcosa che ancora deve accadere, e insinua le radici in un presente sconfinato, fatto di “buon vivere”, potente al punto di eclissare la dimensione passata e le prospettive future.
In “Naples” sono quattro gli strumenti a suonare, e il quarto è il pianoforte di Elisabetta Serio. Il brano ha una struttura meno lineare rispetto alle precedenti: è aperto dal pianoforte che introduce gli altri tre e contribuisce a dare un’atmosfera più romantica a una melodia che in sé trasborda già di passione. Dopo il primo giro, Rago si lancia in un eccentrico assolo dal gusto blues, che suona quasi come una serenata; l’estro di Guarini domina invece la seconda parte, corteggiando in qualche modo il pianoforte della Serio, e insieme verticalizzano verso un ostinato ricco di eccitazione. “Naples” è probabilmente la traccia più riuscita dell’album: i cambi di tonalità sono il suo punto di forza, sembra che la traccia si estenda “bottom-up”, o che tenda in tutta la sua evoluzione a un livello più alto rispetto a come nasce. È lodevole anche il tentativo di riconsegnare alla capitale della tradizione musicale e letteraria partenopea una chiave di lettura diversa, più moderna, che comunque rispecchia al meglio la pittoresca immagine della città e la vitalità delle persone che la abitano.
La musica evocatrice di ricordi accompagna in un viaggio dei pensieri verso nord con “Remembering Paris”. È una traccia nostalgica, in cui si fa intenso il dialogo tra pianoforte e chitarra. Sta piovendo da dietro la vetrina di un bistrot della rive gauche della Senna, su Montparnasse, sulle vite degli artisti, gli intellettuali e i letterati che l’hanno abitata. La chitarra in overdrive di Rago, che a tratti ricorda quella di Gary Moore, sta suonando l’impetuoso scorrere del fiume; il piano di Elisabetta Serio ha un serbatoio per raccogliere il suono delle gocce e riversarlo sui pentagrammi. Il tempo si è atrofizzato: ogni cosa è in bianco e nero, il vento che soffia dalla porta quando si apre e quel vecchio che esce col cappello, ha tutta l’aria di essere uno straniero anche lui e ha dimenticato un bigliettino sul tavolo. Recita: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Prague” è un brano dalla ritmica più lineare e le sonorità tendenti maggiormente alla tradizione della musica folk americana. Quest’osservazione deriva dalla distorsione della chitarra di Rago e la circolarità dei giri melodici che ne costituiscono la struttura. Anche in questo caso, il binomio Guarini-Serio è sinonimo di sublime: il primo con l’esercizio di un glissato stracolmo di fregi e scanalature, quanto di più rappresentativo possa esistere musicalmente per una città come Praga, da sempre gomitolo di filoni artistici, architettonici e culturali provenienti da pagine di storia che trovano un’identità in un unico essere metropolitano, sebbene tra loro apparentemente spaiate; la seconda con un accompagnamento dal tocco morbido ed emotivo, poi con il solo eclettico e sintetico in chiusura, che fa intuire l’impronta del Bill Evans del periodo Miles.
Il percorso si fa esotico con tappa in Australia. “Adelaide” rompe completamente con la positività della traccia precedente trascinando l’ascoltatore in un ambiente più cupo e intimo. Sia da intendere con “esotico”, infatti, non tanto la collocazione geografica della città e il fascino di terre fino a qualche secolo fa sconosciute, ma il riferimento a ciò che l’ “esotismo” significò per scrittori come Chateaubriand, il quale ricondusse il desiderio per lo sconfinamento a una ricerca sul senso e sull’io (su base più o meno religiosa) tipica del Romanticismo. Il Rago di “Adelaide”, infatti, pare che non abbia intenzione di raccontare un mondo che sta all’esterno, si fa introspettivo, danza con la malinconia a ritmo di tango. Frequentemente si suol dire che ogni viaggio lo si compie due volte: la prima fuori di sé e la seconda, parallelamente, dentro di sé; questo è ciò che accade. Malgrado si discosti dal suono dell’album, il brano resta quindi coerente col concept: “Adelaide” è un’autopsia sulla memoria, viva e fluida, e Rago ne ridisegna l’elettrocardiogramma su uno schermo pentagrammato.
Kilimanjaro Lullaby” è l’ultima traccia che vede la collaborazione di Elisabetta Serio al pianoforte. Vulcano spento di giorno e cantastorie di notte, questa ninna nanna è un sogno acustico in fase R.E.M., un fluido stato d’animo in musica distaccatosi dalle vette più alte dei pensieri diurni. È una sensazione di libertà e invincibilità, di sopravvivenza alla natura stancante delle cose che solo il sonno dei sensi riesce a dare. Le scale alternate della Serio contribuiscono in maniera fondamentale alla ricostruzione di questa dimensione astratta e aeriforme, il diaframma interposto a metà del respiro tra cielo e terra, il vincolo alla mondanità e l’astrazione dell’inconscio.
Montserrat” chiude la cerniera della valigia di Rago. Un brano forse in contrasto con il sound dell’intero album, quasi grunge, dalle possenti distorsioni, una chitarra vibrante e virtuosismi all’altezza dei vecchi maestri del blues. Un’uscita imprevista, forse quella sensazione di ritorno al confinamento che spesso si prova quando si è ormai sulla via del ritorno. I cambi di registro di de Seta sono grintosi e avvincenti, tendono al punk, decisamente quanto di più diverso c’è rispetto a ciò di cui si ha avuto esperienza fino a qui (ma tutto bene).

“Locus” è un album che non dimostra predisposizione alcuna all’etichettamento, e il “Giovanni Rago Trio” non è evidentemente in fase di ricerca. Connotarlo come “jazz fusion”, o utilizzare termini come “sperimentazione”, nel loro caso, significa adoperare termini limitativi e privi di intensione. Rago e compagni non compongono sicuramente musica da sottofondo di un locale, sono musicisti dal tocco maturo e la versatilità nel cambio di scenari (immaginari e musicali) è una loro prerogativa: la miscela di stili e tecniche sfruttate non è riconducibile a semplici “influenze”, perché non rappresenta una sfumatura, ma la colonna portante del disco. La congiunzione tra il suono e la facoltà di immaginazione è intrinseca, e nel caso di quest’album, è una corsia a doppio senso: non sono solo i luoghi a ispirare e dare vita a nuove melodie, ma viceversa sono le note a intitolare strade, costruire case o grattacieli, esaltare gli elementi naturali nel loro lato estetico. Un ottimo album, che non sarebbe potuto essere altrimenti, data anche la caratura qualitativa di tre musicisti come loro.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 236

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 434

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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