“Locus”, l’album d’esordio di Giovanni Rago; quando la musica diventa un aeroporto di suoni migratori 0 1540

Locus” nasce dal tentativo di Giovanni Rago, giovane chitarrista classe 1987, di coniugare la musica  e gli elementi relativi alla tematica del viaggio in un unico corpo, formalizzato in un album che lo vede per la prima volta leader di un progetto. Rago è tutt’altro che novizio all’interno dell’ambito musicale e in particolare della musica jazz. La sua passione per lo strumento e il suo studio, svolto parallelamente alla sua attività di fonico e turnista negli studi di registrazione, l’ha portato a collaborare con figure rilevanti della penisola, da Ivana Spagna a Peppino di Capri, da Luca Barbarossa a Niccolò Fabi, nonché a collaborazioni nella cornice di eventi di risonanza nazionale come l’Umbria Jazz.

L’8 gennaio 2018 è la data di pubblicazione di “Locus” promossa da “Headache Production” e composto dal “Giovanni Rago Trio”, che a mezzo di basso e chitarra elettrica, batteria e interventi di pianoforte, non solo dà vita ad una nuova esperienza musicale, ma sfrutta la forza creativa del suono per ricreare un spazio ideale intriso dei connotati sensoriali provenienti da ogni singolo luogo del disco. Ogni traccia porta infatti il nome di una città, un quartiere, una strada fisicamente vissuti e giungono all’orecchio dell’ascoltatore come una narrazione capace di dare sinesteticamente vita a scenari e memorie. Il concept non è del tutto inedito, anzi già ampiamente sfruttato nella storia della letteratura musicale. Uno degli artisti più vicini a noi in termini cronologici è forse Dirk Maassen, pianista chiave della composizione classica moderna, che nel suo “The 8 piano project” porta con sé soltanto la voglia di lasciarsi ispirare dai suoi viaggi, per poter uscire fuori dalle convenzioni stilistiche proprie di ogni musicista: ogni brano ha un proprio titolo, ma riporta tra parentesi la città o il luogo dove è stata composta; Maassen, inoltre, non porta con sé il suo pianoforte (per ovvi motivi logistici), ma registra appositamente il prodotto di quelli su cui ha suonato nelle singole location. Come non si conoscono le persone e gli amici che si incontreranno dopo ogni partenza, così bisogna lasciare aperta la possibilità di lasciarsi travolgere dalle sensazioni che solo un posto può unicamente dare e tradurre in musica. Anche se Rago e compagni hanno successivamente registrato in uno studio, premettendo che gli elementi alla base della ricerca siano gli stessi, allora questo è già un buon punto di partenza.

Il trio è composto da Giovanni Rago alla chitarra, il maestro Mario Guarini al basso elettrico e Lucrezio de Seta alla batteria. Rago può quindi contare sull’appoggio di musicisti illustrissimi del panorama nazionale: Guarini è uno dei bassisti più creativi della penisola, ha suonato in orchestre e teatri di tutt’Italia, e ha prodotto il suo primo album da solista “Now it’s my turn” (che contiene collaborazioni importantissime come Richard Bona, Mike Stern e Simon Phillips); Lucrezio de Seta rappresenta una delle figure di spicco relative al suo strumento, direttore artistico di manifestazioni culturali quali “Batterika” e “Musika-Expo”, leader del suo LdS-Quartet, batterista in studio e turnista per numerosi artisti provenienti anche dalla scena internazionale (in questo contesto, rileva citare ad esempio Donovan, Premiata Forneria Marconi, Tom Harrel, Tony Scott e Michael Landau, tra gli altri). È Elisabetta Serio, invece, a tracciare i percorsi di pianoforte sulla mappa di “Locus”, unendosi in “Naples” (la traccia numero tre) alla carovana.

Brick Lane” è il punto di partenza del viaggio di Rago. La celebre strada londinese situata nell’East End della city si impalca su una struttura armonica semplice quanto incisiva, che apre a giri di rullanti sempre più incalzanti di de Seta ad ogni shuffle. La chitarra vibrata di Rago nella ripetizione metodica del motivo principale rende l’idea della quotidianità tipica di un quartiere essenzialmente nato per dare un posto a operai e migranti in cerca di lavoro. È il genio di Guarini a imprimere una certa corposità e profondità alla traccia, irrompendo nella seconda parte con linee di basso crescenti e travolgenti, per poi chiudere con l’arpeggio iniziale, che suona quasi come una buonanotte.
La seconda tappa dell’album avvicina l’ascoltatore a qualcosa che assomiglia ritmicamente al bossa nova, come si può intendere dal pattern di samba della batteria, anche se basso e chitarra non sono pizzicati come nei tradizionali standard del genere. La traccia porta il nome di “Barrio Alto”, quartiere storico di Lisbona. Anche in questo caso, la melodia è costruita attorno a un corpo centrale, in cui Rago e Guarini fraseggiano un motivo semplice, ascendente e poi discendente, ma che consente uno sviluppo continuativo, quasi privo di intervalli, se non nella parte in cui è proprio il virtuosismo del bassista a occupare lo spazio del brano. Il calore e il sapore di lunghe passeggiate estive sulla costa iberica é sinceramente riprodotto da Rago e la sua band, che riescono a trasmettere una spensieratezza vacanziera, a tratti sonnolenta, e la nostalgia per qualcosa che ancora deve accadere, e insinua le radici in un presente sconfinato, fatto di “buon vivere”, potente al punto di eclissare la dimensione passata e le prospettive future.
In “Naples” sono quattro gli strumenti a suonare, e il quarto è il pianoforte di Elisabetta Serio. Il brano ha una struttura meno lineare rispetto alle precedenti: è aperto dal pianoforte che introduce gli altri tre e contribuisce a dare un’atmosfera più romantica a una melodia che in sé trasborda già di passione. Dopo il primo giro, Rago si lancia in un eccentrico assolo dal gusto blues, che suona quasi come una serenata; l’estro di Guarini domina invece la seconda parte, corteggiando in qualche modo il pianoforte della Serio, e insieme verticalizzano verso un ostinato ricco di eccitazione. “Naples” è probabilmente la traccia più riuscita dell’album: i cambi di tonalità sono il suo punto di forza, sembra che la traccia si estenda “bottom-up”, o che tenda in tutta la sua evoluzione a un livello più alto rispetto a come nasce. È lodevole anche il tentativo di riconsegnare alla capitale della tradizione musicale e letteraria partenopea una chiave di lettura diversa, più moderna, che comunque rispecchia al meglio la pittoresca immagine della città e la vitalità delle persone che la abitano.
La musica evocatrice di ricordi accompagna in un viaggio dei pensieri verso nord con “Remembering Paris”. È una traccia nostalgica, in cui si fa intenso il dialogo tra pianoforte e chitarra. Sta piovendo da dietro la vetrina di un bistrot della rive gauche della Senna, su Montparnasse, sulle vite degli artisti, gli intellettuali e i letterati che l’hanno abitata. La chitarra in overdrive di Rago, che a tratti ricorda quella di Gary Moore, sta suonando l’impetuoso scorrere del fiume; il piano di Elisabetta Serio ha un serbatoio per raccogliere il suono delle gocce e riversarlo sui pentagrammi. Il tempo si è atrofizzato: ogni cosa è in bianco e nero, il vento che soffia dalla porta quando si apre e quel vecchio che esce col cappello, ha tutta l’aria di essere uno straniero anche lui e ha dimenticato un bigliettino sul tavolo. Recita: “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Prague” è un brano dalla ritmica più lineare e le sonorità tendenti maggiormente alla tradizione della musica folk americana. Quest’osservazione deriva dalla distorsione della chitarra di Rago e la circolarità dei giri melodici che ne costituiscono la struttura. Anche in questo caso, il binomio Guarini-Serio è sinonimo di sublime: il primo con l’esercizio di un glissato stracolmo di fregi e scanalature, quanto di più rappresentativo possa esistere musicalmente per una città come Praga, da sempre gomitolo di filoni artistici, architettonici e culturali provenienti da pagine di storia che trovano un’identità in un unico essere metropolitano, sebbene tra loro apparentemente spaiate; la seconda con un accompagnamento dal tocco morbido ed emotivo, poi con il solo eclettico e sintetico in chiusura, che fa intuire l’impronta del Bill Evans del periodo Miles.
Il percorso si fa esotico con tappa in Australia. “Adelaide” rompe completamente con la positività della traccia precedente trascinando l’ascoltatore in un ambiente più cupo e intimo. Sia da intendere con “esotico”, infatti, non tanto la collocazione geografica della città e il fascino di terre fino a qualche secolo fa sconosciute, ma il riferimento a ciò che l’ “esotismo” significò per scrittori come Chateaubriand, il quale ricondusse il desiderio per lo sconfinamento a una ricerca sul senso e sull’io (su base più o meno religiosa) tipica del Romanticismo. Il Rago di “Adelaide”, infatti, pare che non abbia intenzione di raccontare un mondo che sta all’esterno, si fa introspettivo, danza con la malinconia a ritmo di tango. Frequentemente si suol dire che ogni viaggio lo si compie due volte: la prima fuori di sé e la seconda, parallelamente, dentro di sé; questo è ciò che accade. Malgrado si discosti dal suono dell’album, il brano resta quindi coerente col concept: “Adelaide” è un’autopsia sulla memoria, viva e fluida, e Rago ne ridisegna l’elettrocardiogramma su uno schermo pentagrammato.
Kilimanjaro Lullaby” è l’ultima traccia che vede la collaborazione di Elisabetta Serio al pianoforte. Vulcano spento di giorno e cantastorie di notte, questa ninna nanna è un sogno acustico in fase R.E.M., un fluido stato d’animo in musica distaccatosi dalle vette più alte dei pensieri diurni. È una sensazione di libertà e invincibilità, di sopravvivenza alla natura stancante delle cose che solo il sonno dei sensi riesce a dare. Le scale alternate della Serio contribuiscono in maniera fondamentale alla ricostruzione di questa dimensione astratta e aeriforme, il diaframma interposto a metà del respiro tra cielo e terra, il vincolo alla mondanità e l’astrazione dell’inconscio.
Montserrat” chiude la cerniera della valigia di Rago. Un brano forse in contrasto con il sound dell’intero album, quasi grunge, dalle possenti distorsioni, una chitarra vibrante e virtuosismi all’altezza dei vecchi maestri del blues. Un’uscita imprevista, forse quella sensazione di ritorno al confinamento che spesso si prova quando si è ormai sulla via del ritorno. I cambi di registro di de Seta sono grintosi e avvincenti, tendono al punk, decisamente quanto di più diverso c’è rispetto a ciò di cui si ha avuto esperienza fino a qui (ma tutto bene).

“Locus” è un album che non dimostra predisposizione alcuna all’etichettamento, e il “Giovanni Rago Trio” non è evidentemente in fase di ricerca. Connotarlo come “jazz fusion”, o utilizzare termini come “sperimentazione”, nel loro caso, significa adoperare termini limitativi e privi di intensione. Rago e compagni non compongono sicuramente musica da sottofondo di un locale, sono musicisti dal tocco maturo e la versatilità nel cambio di scenari (immaginari e musicali) è una loro prerogativa: la miscela di stili e tecniche sfruttate non è riconducibile a semplici “influenze”, perché non rappresenta una sfumatura, ma la colonna portante del disco. La congiunzione tra il suono e la facoltà di immaginazione è intrinseca, e nel caso di quest’album, è una corsia a doppio senso: non sono solo i luoghi a ispirare e dare vita a nuove melodie, ma viceversa sono le note a intitolare strade, costruire case o grattacieli, esaltare gli elementi naturali nel loro lato estetico. Un ottimo album, che non sarebbe potuto essere altrimenti, data anche la caratura qualitativa di tre musicisti come loro.

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Il Primo Re, Rovere dona speranza al cinema italiano 0 158

Il primo Re’ potrebbe, dalle premesse, non risultare un film per tutti. Sicuramente non è l’ennesimo Marvelone d’oltreoceano che ha riempito le sale italiane nei week-end, ma nemmeno la solita commedia all’italiana che ha forte richiamo nei cinema nostrani – e solo in quelli nostrani. Fin qui, però, ho detto cosa questo film ‘non è’, ormai parametro fondamentale per classificare e apprezzare la cinematografia. La verità è che in un mondo di Neri Parenti preferirò sempre un Matteo Rovere. Rovere, infatti, non è solo il regista dietro a questa pellicola, ne è anche produttore attraverso la sua personale casa di produzione Groenlandia srl. Ed è proprio grazie alla produzione se questo film non solo ha visto la luce ma è LIBERO da quelle che sono le regole e i topoi a cui la cinematografia italiana ci ha da sempre abituati. Rovere aveva già dimostrato di avere le palle ai tempi di “Smetto quando voglio”, anche quello film inusuale per il nostro Stivale – tralasciando la parabola indecente dei sequel-, mai però quanto ‘Il primo Re’. Ma andiamo a spiegare i motivi per cui questa premessa è stata doverosa: di cosa parla questo film? [SPOILER ALERT FINO A PARAGRAFO SUCCESSIVO]

Attraverso una prima sequenza degna di Hollywood, Rovere ci introduce al mondo di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): una landa primordiale in cui molti degli uomini sembrano ancora animali, bestie rabbiose. I fratelli vengono catturati dagli uomini di Alba, città che su quelle terre ha l’egemonia indiscussa. I due però riescono a scappare in un qualche modo, sebbene Romolo rimanga ferito gravemente. Da questo punto in poi, per quasi metà film, la pellicola attraversa una fase alla ‘Revenant’ (Film di Alejandro González Iñárritu con Leonardo Di Caprio, 2016) in cui la vita di Romolo è messa a repentaglio sia dall’infezione che si è generata dalla ferita, sia dagli uomini fuggiti con i due fratelli che lo vorrebbero abbandonare, ritenendolo maledetto da Dio. Remo si guadagna il rispetto di questi e non solo li dissuade dall’abbandonare il fratello, ma li convince anche a seguirlo lontano da Alba, scappando dai soldati a cavallo, più numerosi e meglio armati, verso una “terra promessa”. Contro ogni opinione, Remo continuerà a sfidare il volere divino anche dopo che il fratello sembrerà ripresosi, non adempiendo a ciò che ha predetto l’oracolo: uno dei due fratelli fonderà una potente città e ne sarà il re, ma solo perché avrà preso la forza e la volontà per adempiere a tale compito macchiandosi di fratricidio, dando agli dèi ciò che vogliono. Sebbene Romolo si mostri favorevole a sacrificarsi (dopo essere appena guarito) per il fratello che ama, questi non riesce a seguire un così crudele destino e sceglie di ignorare il fato predetto. È questa la fine di Remo: continuerà a sfidare gli dèi, affermando che gli umani sono soli e che lui non vuole più farsi guidare dai riti propiziatori e dal caso; vuole divenire il suo destino, cosa che accadrà. La smania di ciò lo porterà infatti a compiere questo suo destino, morendo per mano del fratello che si stancherà ben presto delle sue blasfemie. Ucciso con tanto orrore dalla mano fraterna, però, darà anche il nome alla città che sarà fondata da Romolo, l’Urbe, dall’altra parte del fiume, una città libera sui cui Alba non potrà mai allungare le mani: Roma. [FINE SPOILER ALERT]

Il film si discosta totalmente dalla classica produzione italiana, presentandosi a tratti crudo, se non, addirittura, crudele; ma, soprattutto, mai gratuito. Intercorrono tra di loro scene di estrema violenza e azione alternate ad evocativi campi lunghi in cui i paesaggi diventano reali protagonisti. Certi momenti del film si compongono di lunghe attese, facendo intuire allo spettatore che qualcosa succederà, dando vita a una tensione palpabile e via via crescente, fino al raggiungimento di uno sgozzamento, un duello, una piccola battaglia o, a volte, solo uno scambio di battute. A rendere al meglio le scene di combattimento è l’abilità dei due attori protagonisti, Lapice e Borghi, i quali si sono allenati con la scherma nel periodo antecedente le riprese, riuscendo a riportare un sano realismo davanti la macchina da ripresa. Qualcosa che potrebbe far storcere il naso ai più attenti, invece, potrebbe essere la ricostruzione storica legata agli abiti, ai luoghi e alle armi che, almeno in parte, pare errata, nonostante il grande e prezioso contributi di alcuni archeologi e storici nella ricostruzione delle ambientazioni. Ma poco importa quando l’atmosfera che Rovere riesce a creare ci porta in viaggio tra quei boschi e quei colli dove i nostri antenati furono – e rivivono, grazie a questo film. Legarsi in toto alla fedeltà storica, o mitica che dir si voglia, poteva essere una scelta interessante, ma forse non avrebbe reso bene parte dell’opera che deve alle immagini d’impatto e alla regia la sua forza, non di certo alla sua correttezza storiografica. Storia che ogni spettatore conosce già da prima di vedere il film, che non sorprende più di tanto, che non offre grandi colpi di scena. La storia è solo una cornice, una scusa per offrire determinate immagini e scene portatrici di una potenza inaudita.

Tra tutti questi pregi un grande difetto, se vogliamo, è la povertà di concetti. L’unico portato in scena è il rapporto con il divino o con il destino cui l’uomo è legato. Il sottomettersi al proprio fato come fa Romolo, seguendo la via giusta (pietas romana, quella che incarnava l’eroe Enea), contrapposto al voler affrontare il destino, cercando di combatterlo con tutto sé stesso per poi fallire miseramente, come fa Remo (e come fanno tutti i personaggi ‘negativi’ della latinità).

Non deve essere stato facile girare questo film; ancora più difficile, invece, sarebbe stato portarlo al cinema e sperare in un riscontro positivo. Rovere però ci è riuscito, nelle sale italiane è stato finalmente proiettato un prodotto diverso, in grado di far riportare la mente ai gloriosi anni ’80, quando l’industria cinematografica italiana era molto rispettata e in diretta competizione con quella statunitense, prima che gettassimo la spugna e ci arrendessimo allo stra-potere nemico affacciato sul Pacifico. Ed è un po’ quello che fanno Romolo e Remo quando tutti si sono già arresi:mostrano i denti e combattono con tutto ciò che hanno, tenendo alto il loro valore contro la potentissima e più progredita Alba.

il primo re matteo rovere

Non sapendolo, non pensereste mai che, per questo film, non si è attinto a fondi pubblici, motivo per cui la mano di Rovere era guidata solo dal suo spirito. Soltanto la prima scena del film è costata un quarto del budget stimato di otto milioni – cifre che, per il nostro cinema, possono sembrare un’iperbole ma che, paragonati alla media di settanta milioni per un film della Marvel, paiono lenticchie.

Tirando le somme, è davvero difficile trovare dei difetti in quest’opera. L’unico ostacolo alla visione potrebbe sembrare essere la lingua utilizzata in questo film: la pellicola è, infatti, interamente recitata in un latino arcaico, lingua che riesce a donare una forte potenza d’impatto a molte scene. La sensazione rimane quella di una scelta azzeccatissima: un doppiaggio in qualsiasi altra lingua avrebbe davvero reso male se paragonato alla forma originale in cui oggi il film viene presentato: il protolatino si sposa perfettamente all’atmosfera che Rovere ci fa respirare, generando, a tratti, una sonorità piacevole all’orecchio – grazie anche all’ottima interpretazione del cast. Il Primo Re riesce, in sostanza, a donare speranza al cinema italiano, scalando un tratto importante in quello che è l’arduo percorso di risalita che la nostra industria cinematografica è obbligata a compiere, magari seguendo proprio i passi – e quindi l’originalità – di registi come Rovere.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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