Loro 1: un focus “barocco” su decadentismo e potere 0 569

Ricordate le parole pronunciate da Paolo Sorrentino agli Academy Awards del 2014, quando con “La grande bellezza” vinse il premio per il miglior film straniero? Tra i ringraziamenti di rito a cast e familiari, con apprezzabile spigliatezza e non impeccabile pronuncia, il regista partenopeo ebbe modo di tributare anche le sue «principali fonti d’ispirazione»: Federico Fellini, Martin Scorsese, Talking Heads e Diego Armando Maradona. Delle vere e proprie icone che l’autore non ha esitato a omaggiare in più occasioni durante la sua, ormai quasi ventennale, carriera.

Ed è proprio al regista newyorkese di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” (tra gli altri) che questo primo capitolo di “Loro” – pellicola divisa in due atti e dedicata alla figura dell’ex premier Silvio Berlusconi – strizza l’occhio a più riprese. Si, perché la vorticosa spirale di denaro, potere, sesso, cocaina e festini (vero e proprio fulcro della prima parte del film) non può non far tornare alla mente, anche semplicemente sul piano della messa in scena,  le (reali) “vicissitudini” di Jordan Belfort, così come narrate da Scorsese in “The Wolf of Wall Street”. Anche se non è con un lupo che “Loro 1” si apre, ma con una pecora (protagonista di una delle numerose e ormai distintive escursioni “sorrentiniane”, sempre in bilico tra l’ironico e il grottesco).

Per vedere il lupo, quello vero, dovremo aspettare. Precisamente un’ora.

Nell’attesa, Sorrentino ci “intrattiene” con le peripezie del Jordan Belfort dei due Mari: Sergio Morra (Riccardo Scamarcio). Ovvero un faccendiere tarantino che, tra appalti truccati e politici corrotti, sogna di fare il grande salto lasciandosi alle spalle la Puglia e stabilendosi a Roma, dove spera di arrivare al leader di Forza Italia. Ad aiutarlo in questa affannosa scalata verso il potere ci pensa l’altrettanto spregiudicata compagna Tamara (Euridice Axen), la quale – una volta giunta nella capitale – inizierà a frequentare intimamente un ex senatore molto vicino al Cavaliere, Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio). Sergio, dal canto suo, prova a farsi strada allestendo e gestendo un giro di giovani escort. Attività che gli permetterà di conoscere Kira (Kasia Smutniak), un’affascinante e misteriosa donna dell’est, anche lei in stretti rapporti con Berlusconi.

Tutta la prima parte del film è dunque incentrata su di “Loro”: ovvero sui politicanti, le soubrette, gli affaristi e gli arrivisti che abitano lo squallido e decadente sottobosco della politica italiana di inizio millennio. Personaggi che orbitano, quasi come satelliti con un pianeta, intorno all’onnipresente – seppur inizialmente celata – figura di “Lui”, di Silvio Berlusconi. Tutti lo cercano, tutti ne parlano, tutti si esaltano in caso di una sua chiamata. Eppure nessuno lo nomina. Quasi come si trattasse di un’entità eterea ed impercettibile che aleggia nell’aria. Persino sui cellulari di più di un personaggio egli è semplicemente salvato con la dicitura: “LUI”.

Ma ecco che, dopo averlo ripetutamente invocato, “Lui” farà la sua comparsa nella seconda (più breve) metà del film. A fare da spartiacque tra i due tronconi, in cui il film può idealmente essere diviso, ci pensa un’interminabile ed esagerata festa organizzata da Morra in un’imponente villa in Sardegna, confinante con la residenza estiva di Berlusconi. Il tentativo dell’imprenditore pugliese è quello di attirare l’attenzione di Silvio. Impresa che, però, si dimostrerà di non facile riuscita. Già, perché il Berlusconi che Sorrentino ci presenta (interpretato, inutile dirlo, dal fido Toni Servillo) ha ben altri problemi per la testa; uno su tutti recuperare l’affetto e la fiducia perduti di una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) stanca e disamorata. Ed ecco che in un tourbillon di battute, sorrisi a tutto volto e serenate napoletane – non mancherà il buon Mariano Apicella (Giovanni Espopsito), munito di chitarra – veniamo catapultati nel mondo di B. Giusto quanto basta per spingerci a desiderare di rimanerci ancora un po’ di tempo – perché, va detto, questa seconda metà del film è nettamente più accattivante della prima -. Ma per farlo ci toccherà aspettare ancora qualche giorno, ci toccherà aspettare l’uscita di “Loro 2”.

Da un punto di vista narrativo l’opera di Sorrentino è ancora difficilmente valutabile, se non altro per il semplice fatto che ci troviamo di fronte ad un prodotto, per forza di cose, incompiuto. Sarebbe come valutare un film di due ore basandoci esclusivamente sulla visione del primo tempo. O come valutare la stagione di una serie TV, consci di aver assistito solo a metà del numero complessivo delle puntate. Se a questo si aggiunge il fatto che Sorrentino, come ormai ci ha da tempo abituato, ribadisce uno scarso interesse per un canonico sviluppo di trama e intreccio, ecco che ai più “Loro 1” potrebbe sembrare nient’altro che un interminabile esercizio di stile. Una lunga successione di sequenze ben girate, accompagnate da un’ottima fotografia (giocata per lo più tra colori scuri e saturati), da una colonna sonora curata e ricercata e poco più.

In realtà quello che Sorrentino vuole mostrarci nella prima parte del film, sempre avvalendosi della sua estetica ormai riconoscibilissima (grazie anche al recente successo della serie TV The Young Popee di film quali Youth – la giovinezza” e il già citato “La grande bellezza”), è il personale disgusto provato nei confronti di una classe sociale che vive un’esistenza vuota ed effimera, nonostante tutti gli eccessi volti a mascherarla. Un’esistenza “barocca” fotografata da una prima parte di film altrettanto “barocca”. Se si vuole considerare la definizione resa da Deleuze riguardo all’estetica della suddetta corrente stilistica: «Il Barocco produce di continuo pieghe, le curva e le ricurva, le porta all’infinito, piega su piega, piega nella piega». Così come l’arte barocca è caratterizzata dall’infinita e costante riproduzione di linee, curve e orpelli vari, sotto la quale però è celata una struttura che corrisponde soltanto a un frammento della creazione finale, allo stesso modo anche la prima parte di “Loro 1” è caratterizzata da una continua ripetizione di scene che fotografano il dissoluto stile di vita di Sergio e Tamara sottendendo, allo stesso tempo, una quasi totale assenza di sviluppo di trama. Questo non vuol dire che il film non presenti un ritmo inusualmente sostenuto per gli standard “sorrentiniani”, complice anche un montaggio particolarmente dinamico. Tuttavia l’eccessiva dilatazione temporale di cui soffre questa metà iniziale, e che trova massima espressione con la scena del party nella villa in Sardegna, grava sull’incisività di una pellicola che inizia ad ingranare la quinta solo con l’ingresso in scena di Berlusconi.

Un Berlusconi che sin dalla prima inquadratura ci viene presentato in maniera sostanzialmente ridicola: pesantemente truccato, quasi fosse un clown. Percezione iniziale che viene poi confermata dagli scambi di battute successivi, nei quali l’ex premier si dimostra un barzellettiere nato, o dall’indugiare sui primi piani di un Servillo sorridentissimo e in certi casi quasi pagliaccesco. Quella che Sorrentino ci propone non ha la pretesa di essere una diapositiva realistica dell’uomo-Berlusconi, ma più che altro una riproposizione accattivante e cinematograficamente funzionale del personaggio-Berlusconi, con tutti gli stereotipi che ne hanno sempre caratterizzato la figura (non mancherà l’ironia sui capelli, sull’altezza, sull’ossessiva paranoia per i comunisti). Un Berlusconi sì comico, ma allo stesso tempo anche risoluto e autoritario (come nella scena che lo vede protagonista assieme a Fabrizio Bentivoglio). E, soprattutto, un Berlusconi fragile. Le vicende narrate dal film si svolgono in un arco temporale che va dal 2006 al 2010: un periodo in cui l’imprenditore milanese ha perso la guida del Paese, ha ormai lasciato ai figli la guida delle aziende di famiglia, è presidente di un club ridimensionato e incapace di esercitare appeal nei confronti di un giovane calciatore di talento, è costretto guardarsi dai tradimenti dei suoi stessi alleati e soprattutto deve tentare di recuperare un rapporto coniugale ormai logoro e profondamente compromesso. Tutte sfaccettature che lo rendono un personaggio (di finzione) ben caratterizzato e capace di esercitare un innegabile magnetismo nei confronti dello spettatore, complice anche l’interpretazione del sempre magistrale Toni Servillo. Elementi che, però, hanno esposto il film ad una serie di critiche estremamente negative da parte di chi ha visto da parte di Sorrentino un eccessivo tentativo di umanizzare ed edulcorare la figura dell’”uomo di Arcore”. A dire il vero, come detto, Sorrentino non maschera un’evidente critica nei confronti del berlusconismo bieco e becero sposato come stile di vita dal resto dei protagonisti, e le stesse responsabilità penali del Cavaliere vengono accennate a più riprese. Così come si fa riferimento alla sua innata capacità di mistificare la realtà (nella scena del dialogo col nipotino). Cosa che ha portato un’altra fetta di critica – evidentemente schierata in senso opposto – a stroncare la pellicola poiché diffamante nei confronti del suo protagonista. L’impressione, a ben vedere, è che invece “Loro 1” non sia un film politicamente schierato, tutt’altro. Sorrentino ha sempre dimostrato grande fascinazione per il potere e, di conseguenza, per gli uomini che lo detengono (dal Giulio Andreotti de “Il divo”, al “giovane papa” interpretato da Jude Law e via discorrendo). “Loro 1” non è un film biografico, non è neanche un’opera satirica. È, piuttosto, un’introspezione sulla decadenza di un uomo e del modo di vivere da lui impiantato nella società degli ultimi decenni. Un film che prende in prestito personaggi esistenti, o ad essi liberamente ispirati (Sergio Morra = Gianpi Tarantini, Santino Recchia = Roberto Formigoni/Sandro Bondi, Cupa Caiafa = Michela Brambilla/Daniela Santanchè ecc…), per raccontare una storia che non ha pretese diverse da quelle di intrattenere (sia pure con un approccio autoriale). A tratti ci riesce, grazie ad una regia – come spesso accade con Sorrentino – ispirata e visivamente potente (fatta eccezione per un paio di cadute di stile, come ad esempio la scena del camion o quella della stucchevole e poco comprensibile riappacificazione tra Sergio e Tamara) e a una seconda parte di film che riscatta l’eccessiva ridondanza dell’ora precedente.

In definitiva “Loro 1” è come un abbondante aperitivo: di per sé non sazia, ma stimola l’appetito in previsione delle portate principali. Giudizio sospeso, in attesa che Sorrentino ci presenti il conto.

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“Cornucopia”, l’intensità e l’originalità di Carmelo Pipitone nel suo primo disco solista 0 133

Il primo album da solista di Carmelo Pipitone – il chitarrista quello matto dei Marta sui Tubi, tanto per capirci – si chiama Cornucopia. E come in ogni cornucopia che si rispetti, ci sono molte cose diverse: c’è una chitarra acustica che fa il lavoro di 3 strumenti messi insieme, un’abbondanza di ritmi, un misto di leggerezza e inquietudine, un po’ di folk e un po’ di prog, arrangiamenti minimali e una voce grezza. Il tutto è condensato in otto brevi canzoni, che durano poco più di un paio di minuti.

Durante l’inattività dei Marta sui Tubi, non si può dire che Pipitone sia rimasto troppo fermo: nel 2017 ha pubblicato il secondo album con gli O. R. k, nel 2018 ha esordito con i Dunk insieme a Luca Ferrari dei Verdena e ai fratelli Giuradei, infine la sua attività live ha continuato senza troppe soste.

L’album si apre delicatamente con Talè, dove una voce sussurrata e la chitarra acustica duettano alternando strofe cantate tutte di un fiato e arpeggi ariosi. La sicilianità di Pipitone salta fuori dirompente già da subito con quel “talè”, voce del verbo “taliare” che significa “guarda!”.

Con Vertigini a occhi aperti l’atmosfera cambia repentinamente e si entra in un mondo dove a farla da padrone sono i suoni distorti sia della chitarra che della voce e un ritmo dispari molto interessante. Tutto ciò si abbina alla perfezione al racconto di una strada sporca – reale? Metaforica? Chi lo sa? – tra “rifiuti”, “merda” e “serpenti”. Non mancano i giochi di parole, tanto cari ai Marta sui Tubi.

Il potere continua sulla stessa linea della canzone precedente: un giro di chitarra insistente fa da sfondo a un elenco di cose brutte che possono succedere a chi ha il potere che “miete tutt’ora vittime, sottile filo spinato, dolce supplizio”. Insomma se avete bisogno di un po’ di ansia che fa riflettere, Pipitone ha tutto quello che serve.

In Come tutti il paragone con le sonorità de Il Pan del Diavolo, altra band siciliana, viene facile, forse proprio per la vicinanza geografica. Il testo, opera dello scrittore Alex Boschetti, gioca un ruolo principale. È meno criptico rispetto agli altri, ma ugualmente evocativo e toccante. Anche qui la chitarra sostiene perfettamente il mood della canzone, virando violentemente da suoni martellanti e distorti a sonorità più eteree.

L’acqua che hai ingoiato ricorda qualcosa di De Andrè, a cui si aggiunge quella vena prog che non ne vuole proprio sapere di annoiarti con un solo tempo dritto, ma ti lascia vagare da una strofa all’altra, tra un’atmosfera sognante e un ritmo ben scandito.

In Attentato a Dio salta subito all’orecchio il contrasto tra la voce cavernosa e aggressiva e una chitarra acustica per una volta più tranquilla. Allo stesso modo, da metà canzone il piano si fonde con una seconda voce molto distorta, accrescendo la tensione iniziale.

Meglio andare vede la voce di Lorenzo Esposito Fornasari, produttore del disco e cantante degli O.R.k., dare un po’ di quella varietà nelle linee vocali che forse manca nel resto delle canzoni. Le brevi incursioni del piano rendono l’ambiente cupo, quasi spaventoso.

Ma a risollevare i cuori ci pensa Sospeso, una traccia strumentale che sembra farti dimenticare, o almeno processare, tutta l’inquietudine precedente. Le chitarre con armonici e riverberi fanno rilassare e fluttuare chi ascolta, come il titolo stesso vuole suggerire.

Come per ogni album da solista, viene spontaneo chiedersi: “Ce n’era proprio bisogno?”. La risposta è sì, perché Pipitone è riuscito a trovare uno stile personale e convincente, mantenendo gli aspetti che lo avevano fatto apprezzare nei Marta sui Tubi e negli altri suoi progetti, su tutti l’abilità e la creatività chitarristiche. In sintesi, un disco strano, originale, intenso.

“L’Amore Mio Non More”, Il Muro del Canto tra Roma, resistenza e risveglio sociale 0 92

Quasi tutti influenziamo le nostre giornate con quel tono nostalgico, dicendo a noi stessi “quanto vorrei ritornare a quel periodo”, chiudendo gli occhi e immaginando per qualche istante cose che sono passate, con la consapevolezza che non ritorneranno più e con il sorriso di un’illusione che svanirà al prossimo battito di ciglia. “L’amore mio non more”, l’ultimo disco de Il Muro del Canto, è questo. Nostalgia, resistenza, volontà di un risveglio sociale e tempo. Quello che passa e porta con sé ogni cosa, dagli affetti alla nostra tanto amata giovinezza. Un album caldo, come la voce di Daniele Coccia, nostalgico con lo sguardo al Novecento e pieno di speranze.

La copertina del disco

Dal titolo dell’album si sarà intuito ma a me piace ripetere le cose cento volte, sbattere la testa mille volte e rompere i coglioni: dietro questo lavoro c’è soprattutto Roma, l’amore per la città, per la sua storia, per il cantautorato e poi per tutto il resto. Bisogna tenere sempre un pensiero alle proprie radici e allo stesso tempo uno sguardo a tutto il circondario. Un suono ruvido che fa pensare subito alla città eterna– non mi chiedete perché – accompagnato da sound vari, dal folk americano all’Irish, dalle sonorità western al reggae, allo SKA e ovviamente al popolare.

L’album, composto da 12 tracce, è stato anticipato da due singoli: “La vita è una” e “Reggime er Gioco”, e io sono ancora gasato, perché quando mi hanno assegnato questo lavoro non lo sapevo – anche se già avevo ascoltato le tracce – ma due dei miei attori preferiti hanno contribuito alla produzione e promozione dei due singoli. Marco Giallini e Vinicio Marchioni. (NEL VIDEO, non cantano).

Il primo singolo, La Vita è Una, racchiude l’essenza dell’album. La memoria, il tempo che passa, la ricerca di quella forza per affrontare il quotidiano, le scelte sbagliate e le scelte giuste che ci hanno portato a dover affrontare determinate cose. “Torneremo ancora bambini, saremo liberi e leggeri, saremo ancora tutti insieme, sempre più in alto sulle altalene…” Il secondo invece – Reggime Er Gioco –  che in ordine rappresenta la prima traccia dell’album, parla di Roma. E non poteva essere altrimenti, dato che gli elementi principali, quelli che hanno contribuito alla creazione del lavoro sono questi: la memoria, il tempo e soprattutto le radici.

Elementi che si ripetono per tutto il resto dell’album, come nella terza traccia, ne L’Amore Mio Non More, un brano che parla di una relazione finita e del male prodotto dalla perdita che viene ridotto al minimo, lasciando parte del vuoto al bene fatto e ricevuto, che non si esaurirà mai e resterà per sempre vivo. La stessa cosa accade nel brano Al Tempo Del Sole, nel racconto di una sfida tra amore e dolore, con parole accompagnate da un sound di folk che non smettono di dire: con il tempo tutto passa, pure sto gran dolore che pare così vivo ma lentamente more […] figurati sto amore che c’ha spezzato er core. Questo carattere nostalgico, malinconico e pieno di consapevolezza si riconferma in diverse tracce, attraverso “modi di comunicare” alternativi, come il valzer di Senza ‘na Stella, in Ponte Mollo – brano scritto da Lando Fiorini, rappresenta la canzone romana per eccellenza, la rappresentanza, il sentirsi parte di qualcosa – la canzone Novecento che riporta in vita le borgate romane e i tempi passati, o l’acustico Domani, un testo lento, diretto e pieno di consapevolezze, che mostra un mondo pieno di dolore e allo stesso tempo di speranza. Un inno alla libertà, dalla parte degli sfruttati, per un avvenire radioso e con dignità. Come la dignità persa dello sfruttato di Cella 33, il settimo brano del disco, una ferita viva, più che attuale e spesso ignorata dalla società civile.

Ogni società è macchiata da fatti, eventi di cronache, ingiustizie e ferite aperti a distanza di anni. Nel sesto brano, in Roma maledetta, un arpeggio accompagna il primo dei due monologhi di Alessandro Pieravanti. Vengono introdotti tutti questi fatti di cronaca nera che hanno accompagnato la storia di Roma, dall’ostilità tra Romolo e Remo al delitto Pasolini, passando per il dolore creato dalla Magliana e dalla vendetta lenta e dolorosa del Canaro. Un perseguitato che diventa persecutore. L’altro monologo, contenuto ne Il Tempo Perso, parla del quotidiano, con un’enfasi alla pari del discorso principale di The Big Kahuna, un film del 1999 diretto da John Swanbeck.

Siamo uomini medi che passano in media 26 anni a letto, eppure abbiamo sempre sonno, praticamente un terzo della nostra vita stesi, gli altri due in piedi o seduti, migliaia di anni evoluzione e non abbiamo trovato un’altra posizione. Passiamo 3840 ore a litigare, sono 160 giorni di rabbia l’un contro l’altro. Un anno intero a fare la spesa, persi tra scaffali mentre le stagioni passano, e i cassieri invecchiano. Ci laviamo per due anni interi consumando milioni di litri di acqua. Passiamo cinque anni al telefono tranne quando troviamo occupato, ma tanto poi richiamiamo sempre noi. Mangiamo per 2372 giorni consecutivi, ma abbiamo sempre fame, eppure per 6 anni e mezzo la mandibola non si ferma e ingurgitiamo talmente tanto cibo in una vita che servirebbe un piatto con la circonferenza del Grande Raccordo Anulare per contenerlo tutto. Passiamo 5 mesi interi a lamentarci ma ne conosco di gente che lo fa per molto più tempo. In media ridiamo per 115 giorni, io sicuramente molto meno. Lo studio dice che passiamo 20 settimane aspettando, ma poi aspettando che? e tutto questo tempo chi ce lo ridà? L’uomo in tutta la sua vita da solo o in compagnia ha un orgasmo che dura 9 ore e 18 secondi, la donna solo 1 ora e 24 minuti di piacere. Stiamo 11 anni davanti alla televisione, che sono 95.000 ore di tubo catodico, o cristalli liquidi, o plasma ma la sostanza non cambia, la maggior parte è sempre e comunque pubblicità o programmi scadenti. Altri 11 anni li passiamo a lavorare, 5 e mezzo chi fa part-time, ma li spezzettiamo con pause caffè, bagno, sigaretta, caffè, bagno, sigaretta a proposito passiamo 160 giorni a fumare. In tutto stiamo 6 mesi in fila, con le gambe che ci fanno male e il tempo che non passa mai o meglio che passa e non torna come i treni che se li perdi sono andati ma se li aspetti vuol dire che sono in ritardo, un ritardo accumulato di 653 ore, che dopo averlo aspettato così tanto mi passa la voglia di andare. E resto li alla stazione a leggere uno stupido studio di settore sulle abitudini dell’uomo in relazione al tempo, ho impiegato quasi tre minuti a raccontarvelo e ripenso a tutto quello che vi ho detto, il tempo ci sfugge, come un cappello che ci vola via dalla testa in una giornata di vento e lo rincorriamo cercando di afferrarlo restando ogni volta a mani vuote con l’illusione che al prossimo balzo sarà nostro.

E adesso mettete in play stoica, l’unico brano dell’album interamente in italiano, una ballad atmosferica, accompagnata dalla profonda voce del frontman, carica di speranza nonostante la sua malinconia.
Il cielo resta blu sopra le nuvole.

Illudetevi che tutto possa cambiare, perché tutto può cambiare.

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