Loro 1: un focus “barocco” su decadentismo e potere 0 1019

Ricordate le parole pronunciate da Paolo Sorrentino agli Academy Awards del 2014, quando con “La grande bellezza” vinse il premio per il miglior film straniero? Tra i ringraziamenti di rito a cast e familiari, con apprezzabile spigliatezza e non impeccabile pronuncia, il regista partenopeo ebbe modo di tributare anche le sue «principali fonti d’ispirazione»: Federico Fellini, Martin Scorsese, Talking Heads e Diego Armando Maradona. Delle vere e proprie icone che l’autore non ha esitato a omaggiare in più occasioni durante la sua, ormai quasi ventennale, carriera.

Ed è proprio al regista newyorkese di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” (tra gli altri) che questo primo capitolo di “Loro” – pellicola divisa in due atti e dedicata alla figura dell’ex premier Silvio Berlusconi – strizza l’occhio a più riprese. Si, perché la vorticosa spirale di denaro, potere, sesso, cocaina e festini (vero e proprio fulcro della prima parte del film) non può non far tornare alla mente, anche semplicemente sul piano della messa in scena,  le (reali) “vicissitudini” di Jordan Belfort, così come narrate da Scorsese in “The Wolf of Wall Street”. Anche se non è con un lupo che “Loro 1” si apre, ma con una pecora (protagonista di una delle numerose e ormai distintive escursioni “sorrentiniane”, sempre in bilico tra l’ironico e il grottesco).

Per vedere il lupo, quello vero, dovremo aspettare. Precisamente un’ora.

Nell’attesa, Sorrentino ci “intrattiene” con le peripezie del Jordan Belfort dei due Mari: Sergio Morra (Riccardo Scamarcio). Ovvero un faccendiere tarantino che, tra appalti truccati e politici corrotti, sogna di fare il grande salto lasciandosi alle spalle la Puglia e stabilendosi a Roma, dove spera di arrivare al leader di Forza Italia. Ad aiutarlo in questa affannosa scalata verso il potere ci pensa l’altrettanto spregiudicata compagna Tamara (Euridice Axen), la quale – una volta giunta nella capitale – inizierà a frequentare intimamente un ex senatore molto vicino al Cavaliere, Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio). Sergio, dal canto suo, prova a farsi strada allestendo e gestendo un giro di giovani escort. Attività che gli permetterà di conoscere Kira (Kasia Smutniak), un’affascinante e misteriosa donna dell’est, anche lei in stretti rapporti con Berlusconi.

Tutta la prima parte del film è dunque incentrata su di “Loro”: ovvero sui politicanti, le soubrette, gli affaristi e gli arrivisti che abitano lo squallido e decadente sottobosco della politica italiana di inizio millennio. Personaggi che orbitano, quasi come satelliti con un pianeta, intorno all’onnipresente – seppur inizialmente celata – figura di “Lui”, di Silvio Berlusconi. Tutti lo cercano, tutti ne parlano, tutti si esaltano in caso di una sua chiamata. Eppure nessuno lo nomina. Quasi come si trattasse di un’entità eterea ed impercettibile che aleggia nell’aria. Persino sui cellulari di più di un personaggio egli è semplicemente salvato con la dicitura: “LUI”.

Ma ecco che, dopo averlo ripetutamente invocato, “Lui” farà la sua comparsa nella seconda (più breve) metà del film. A fare da spartiacque tra i due tronconi, in cui il film può idealmente essere diviso, ci pensa un’interminabile ed esagerata festa organizzata da Morra in un’imponente villa in Sardegna, confinante con la residenza estiva di Berlusconi. Il tentativo dell’imprenditore pugliese è quello di attirare l’attenzione di Silvio. Impresa che, però, si dimostrerà di non facile riuscita. Già, perché il Berlusconi che Sorrentino ci presenta (interpretato, inutile dirlo, dal fido Toni Servillo) ha ben altri problemi per la testa; uno su tutti recuperare l’affetto e la fiducia perduti di una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) stanca e disamorata. Ed ecco che in un tourbillon di battute, sorrisi a tutto volto e serenate napoletane – non mancherà il buon Mariano Apicella (Giovanni Espopsito), munito di chitarra – veniamo catapultati nel mondo di B. Giusto quanto basta per spingerci a desiderare di rimanerci ancora un po’ di tempo – perché, va detto, questa seconda metà del film è nettamente più accattivante della prima -. Ma per farlo ci toccherà aspettare ancora qualche giorno, ci toccherà aspettare l’uscita di “Loro 2”.

Da un punto di vista narrativo l’opera di Sorrentino è ancora difficilmente valutabile, se non altro per il semplice fatto che ci troviamo di fronte ad un prodotto, per forza di cose, incompiuto. Sarebbe come valutare un film di due ore basandoci esclusivamente sulla visione del primo tempo. O come valutare la stagione di una serie TV, consci di aver assistito solo a metà del numero complessivo delle puntate. Se a questo si aggiunge il fatto che Sorrentino, come ormai ci ha da tempo abituato, ribadisce uno scarso interesse per un canonico sviluppo di trama e intreccio, ecco che ai più “Loro 1” potrebbe sembrare nient’altro che un interminabile esercizio di stile. Una lunga successione di sequenze ben girate, accompagnate da un’ottima fotografia (giocata per lo più tra colori scuri e saturati), da una colonna sonora curata e ricercata e poco più.

In realtà quello che Sorrentino vuole mostrarci nella prima parte del film, sempre avvalendosi della sua estetica ormai riconoscibilissima (grazie anche al recente successo della serie TV The Young Popee di film quali Youth – la giovinezza” e il già citato “La grande bellezza”), è il personale disgusto provato nei confronti di una classe sociale che vive un’esistenza vuota ed effimera, nonostante tutti gli eccessi volti a mascherarla. Un’esistenza “barocca” fotografata da una prima parte di film altrettanto “barocca”. Se si vuole considerare la definizione resa da Deleuze riguardo all’estetica della suddetta corrente stilistica: «Il Barocco produce di continuo pieghe, le curva e le ricurva, le porta all’infinito, piega su piega, piega nella piega». Così come l’arte barocca è caratterizzata dall’infinita e costante riproduzione di linee, curve e orpelli vari, sotto la quale però è celata una struttura che corrisponde soltanto a un frammento della creazione finale, allo stesso modo anche la prima parte di “Loro 1” è caratterizzata da una continua ripetizione di scene che fotografano il dissoluto stile di vita di Sergio e Tamara sottendendo, allo stesso tempo, una quasi totale assenza di sviluppo di trama. Questo non vuol dire che il film non presenti un ritmo inusualmente sostenuto per gli standard “sorrentiniani”, complice anche un montaggio particolarmente dinamico. Tuttavia l’eccessiva dilatazione temporale di cui soffre questa metà iniziale, e che trova massima espressione con la scena del party nella villa in Sardegna, grava sull’incisività di una pellicola che inizia ad ingranare la quinta solo con l’ingresso in scena di Berlusconi.

Un Berlusconi che sin dalla prima inquadratura ci viene presentato in maniera sostanzialmente ridicola: pesantemente truccato, quasi fosse un clown. Percezione iniziale che viene poi confermata dagli scambi di battute successivi, nei quali l’ex premier si dimostra un barzellettiere nato, o dall’indugiare sui primi piani di un Servillo sorridentissimo e in certi casi quasi pagliaccesco. Quella che Sorrentino ci propone non ha la pretesa di essere una diapositiva realistica dell’uomo-Berlusconi, ma più che altro una riproposizione accattivante e cinematograficamente funzionale del personaggio-Berlusconi, con tutti gli stereotipi che ne hanno sempre caratterizzato la figura (non mancherà l’ironia sui capelli, sull’altezza, sull’ossessiva paranoia per i comunisti). Un Berlusconi sì comico, ma allo stesso tempo anche risoluto e autoritario (come nella scena che lo vede protagonista assieme a Fabrizio Bentivoglio). E, soprattutto, un Berlusconi fragile. Le vicende narrate dal film si svolgono in un arco temporale che va dal 2006 al 2010: un periodo in cui l’imprenditore milanese ha perso la guida del Paese, ha ormai lasciato ai figli la guida delle aziende di famiglia, è presidente di un club ridimensionato e incapace di esercitare appeal nei confronti di un giovane calciatore di talento, è costretto guardarsi dai tradimenti dei suoi stessi alleati e soprattutto deve tentare di recuperare un rapporto coniugale ormai logoro e profondamente compromesso. Tutte sfaccettature che lo rendono un personaggio (di finzione) ben caratterizzato e capace di esercitare un innegabile magnetismo nei confronti dello spettatore, complice anche l’interpretazione del sempre magistrale Toni Servillo. Elementi che, però, hanno esposto il film ad una serie di critiche estremamente negative da parte di chi ha visto da parte di Sorrentino un eccessivo tentativo di umanizzare ed edulcorare la figura dell’”uomo di Arcore”. A dire il vero, come detto, Sorrentino non maschera un’evidente critica nei confronti del berlusconismo bieco e becero sposato come stile di vita dal resto dei protagonisti, e le stesse responsabilità penali del Cavaliere vengono accennate a più riprese. Così come si fa riferimento alla sua innata capacità di mistificare la realtà (nella scena del dialogo col nipotino). Cosa che ha portato un’altra fetta di critica – evidentemente schierata in senso opposto – a stroncare la pellicola poiché diffamante nei confronti del suo protagonista. L’impressione, a ben vedere, è che invece “Loro 1” non sia un film politicamente schierato, tutt’altro. Sorrentino ha sempre dimostrato grande fascinazione per il potere e, di conseguenza, per gli uomini che lo detengono (dal Giulio Andreotti de “Il divo”, al “giovane papa” interpretato da Jude Law e via discorrendo). “Loro 1” non è un film biografico, non è neanche un’opera satirica. È, piuttosto, un’introspezione sulla decadenza di un uomo e del modo di vivere da lui impiantato nella società degli ultimi decenni. Un film che prende in prestito personaggi esistenti, o ad essi liberamente ispirati (Sergio Morra = Gianpi Tarantini, Santino Recchia = Roberto Formigoni/Sandro Bondi, Cupa Caiafa = Michela Brambilla/Daniela Santanchè ecc…), per raccontare una storia che non ha pretese diverse da quelle di intrattenere (sia pure con un approccio autoriale). A tratti ci riesce, grazie ad una regia – come spesso accade con Sorrentino – ispirata e visivamente potente (fatta eccezione per un paio di cadute di stile, come ad esempio la scena del camion o quella della stucchevole e poco comprensibile riappacificazione tra Sergio e Tamara) e a una seconda parte di film che riscatta l’eccessiva ridondanza dell’ora precedente.

In definitiva “Loro 1” è come un abbondante aperitivo: di per sé non sazia, ma stimola l’appetito in previsione delle portate principali. Giudizio sospeso, in attesa che Sorrentino ci presenti il conto.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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