Loro 1: un focus “barocco” su decadentismo e potere 0 672

Ricordate le parole pronunciate da Paolo Sorrentino agli Academy Awards del 2014, quando con “La grande bellezza” vinse il premio per il miglior film straniero? Tra i ringraziamenti di rito a cast e familiari, con apprezzabile spigliatezza e non impeccabile pronuncia, il regista partenopeo ebbe modo di tributare anche le sue «principali fonti d’ispirazione»: Federico Fellini, Martin Scorsese, Talking Heads e Diego Armando Maradona. Delle vere e proprie icone che l’autore non ha esitato a omaggiare in più occasioni durante la sua, ormai quasi ventennale, carriera.

Ed è proprio al regista newyorkese di “Taxi Driver” e “Toro Scatenato” (tra gli altri) che questo primo capitolo di “Loro” – pellicola divisa in due atti e dedicata alla figura dell’ex premier Silvio Berlusconi – strizza l’occhio a più riprese. Si, perché la vorticosa spirale di denaro, potere, sesso, cocaina e festini (vero e proprio fulcro della prima parte del film) non può non far tornare alla mente, anche semplicemente sul piano della messa in scena,  le (reali) “vicissitudini” di Jordan Belfort, così come narrate da Scorsese in “The Wolf of Wall Street”. Anche se non è con un lupo che “Loro 1” si apre, ma con una pecora (protagonista di una delle numerose e ormai distintive escursioni “sorrentiniane”, sempre in bilico tra l’ironico e il grottesco).

Per vedere il lupo, quello vero, dovremo aspettare. Precisamente un’ora.

Nell’attesa, Sorrentino ci “intrattiene” con le peripezie del Jordan Belfort dei due Mari: Sergio Morra (Riccardo Scamarcio). Ovvero un faccendiere tarantino che, tra appalti truccati e politici corrotti, sogna di fare il grande salto lasciandosi alle spalle la Puglia e stabilendosi a Roma, dove spera di arrivare al leader di Forza Italia. Ad aiutarlo in questa affannosa scalata verso il potere ci pensa l’altrettanto spregiudicata compagna Tamara (Euridice Axen), la quale – una volta giunta nella capitale – inizierà a frequentare intimamente un ex senatore molto vicino al Cavaliere, Santino Recchia (Fabrizio Bentivoglio). Sergio, dal canto suo, prova a farsi strada allestendo e gestendo un giro di giovani escort. Attività che gli permetterà di conoscere Kira (Kasia Smutniak), un’affascinante e misteriosa donna dell’est, anche lei in stretti rapporti con Berlusconi.

Tutta la prima parte del film è dunque incentrata su di “Loro”: ovvero sui politicanti, le soubrette, gli affaristi e gli arrivisti che abitano lo squallido e decadente sottobosco della politica italiana di inizio millennio. Personaggi che orbitano, quasi come satelliti con un pianeta, intorno all’onnipresente – seppur inizialmente celata – figura di “Lui”, di Silvio Berlusconi. Tutti lo cercano, tutti ne parlano, tutti si esaltano in caso di una sua chiamata. Eppure nessuno lo nomina. Quasi come si trattasse di un’entità eterea ed impercettibile che aleggia nell’aria. Persino sui cellulari di più di un personaggio egli è semplicemente salvato con la dicitura: “LUI”.

Ma ecco che, dopo averlo ripetutamente invocato, “Lui” farà la sua comparsa nella seconda (più breve) metà del film. A fare da spartiacque tra i due tronconi, in cui il film può idealmente essere diviso, ci pensa un’interminabile ed esagerata festa organizzata da Morra in un’imponente villa in Sardegna, confinante con la residenza estiva di Berlusconi. Il tentativo dell’imprenditore pugliese è quello di attirare l’attenzione di Silvio. Impresa che, però, si dimostrerà di non facile riuscita. Già, perché il Berlusconi che Sorrentino ci presenta (interpretato, inutile dirlo, dal fido Toni Servillo) ha ben altri problemi per la testa; uno su tutti recuperare l’affetto e la fiducia perduti di una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) stanca e disamorata. Ed ecco che in un tourbillon di battute, sorrisi a tutto volto e serenate napoletane – non mancherà il buon Mariano Apicella (Giovanni Espopsito), munito di chitarra – veniamo catapultati nel mondo di B. Giusto quanto basta per spingerci a desiderare di rimanerci ancora un po’ di tempo – perché, va detto, questa seconda metà del film è nettamente più accattivante della prima -. Ma per farlo ci toccherà aspettare ancora qualche giorno, ci toccherà aspettare l’uscita di “Loro 2”.

Da un punto di vista narrativo l’opera di Sorrentino è ancora difficilmente valutabile, se non altro per il semplice fatto che ci troviamo di fronte ad un prodotto, per forza di cose, incompiuto. Sarebbe come valutare un film di due ore basandoci esclusivamente sulla visione del primo tempo. O come valutare la stagione di una serie TV, consci di aver assistito solo a metà del numero complessivo delle puntate. Se a questo si aggiunge il fatto che Sorrentino, come ormai ci ha da tempo abituato, ribadisce uno scarso interesse per un canonico sviluppo di trama e intreccio, ecco che ai più “Loro 1” potrebbe sembrare nient’altro che un interminabile esercizio di stile. Una lunga successione di sequenze ben girate, accompagnate da un’ottima fotografia (giocata per lo più tra colori scuri e saturati), da una colonna sonora curata e ricercata e poco più.

In realtà quello che Sorrentino vuole mostrarci nella prima parte del film, sempre avvalendosi della sua estetica ormai riconoscibilissima (grazie anche al recente successo della serie TV The Young Popee di film quali Youth – la giovinezza” e il già citato “La grande bellezza”), è il personale disgusto provato nei confronti di una classe sociale che vive un’esistenza vuota ed effimera, nonostante tutti gli eccessi volti a mascherarla. Un’esistenza “barocca” fotografata da una prima parte di film altrettanto “barocca”. Se si vuole considerare la definizione resa da Deleuze riguardo all’estetica della suddetta corrente stilistica: «Il Barocco produce di continuo pieghe, le curva e le ricurva, le porta all’infinito, piega su piega, piega nella piega». Così come l’arte barocca è caratterizzata dall’infinita e costante riproduzione di linee, curve e orpelli vari, sotto la quale però è celata una struttura che corrisponde soltanto a un frammento della creazione finale, allo stesso modo anche la prima parte di “Loro 1” è caratterizzata da una continua ripetizione di scene che fotografano il dissoluto stile di vita di Sergio e Tamara sottendendo, allo stesso tempo, una quasi totale assenza di sviluppo di trama. Questo non vuol dire che il film non presenti un ritmo inusualmente sostenuto per gli standard “sorrentiniani”, complice anche un montaggio particolarmente dinamico. Tuttavia l’eccessiva dilatazione temporale di cui soffre questa metà iniziale, e che trova massima espressione con la scena del party nella villa in Sardegna, grava sull’incisività di una pellicola che inizia ad ingranare la quinta solo con l’ingresso in scena di Berlusconi.

Un Berlusconi che sin dalla prima inquadratura ci viene presentato in maniera sostanzialmente ridicola: pesantemente truccato, quasi fosse un clown. Percezione iniziale che viene poi confermata dagli scambi di battute successivi, nei quali l’ex premier si dimostra un barzellettiere nato, o dall’indugiare sui primi piani di un Servillo sorridentissimo e in certi casi quasi pagliaccesco. Quella che Sorrentino ci propone non ha la pretesa di essere una diapositiva realistica dell’uomo-Berlusconi, ma più che altro una riproposizione accattivante e cinematograficamente funzionale del personaggio-Berlusconi, con tutti gli stereotipi che ne hanno sempre caratterizzato la figura (non mancherà l’ironia sui capelli, sull’altezza, sull’ossessiva paranoia per i comunisti). Un Berlusconi sì comico, ma allo stesso tempo anche risoluto e autoritario (come nella scena che lo vede protagonista assieme a Fabrizio Bentivoglio). E, soprattutto, un Berlusconi fragile. Le vicende narrate dal film si svolgono in un arco temporale che va dal 2006 al 2010: un periodo in cui l’imprenditore milanese ha perso la guida del Paese, ha ormai lasciato ai figli la guida delle aziende di famiglia, è presidente di un club ridimensionato e incapace di esercitare appeal nei confronti di un giovane calciatore di talento, è costretto guardarsi dai tradimenti dei suoi stessi alleati e soprattutto deve tentare di recuperare un rapporto coniugale ormai logoro e profondamente compromesso. Tutte sfaccettature che lo rendono un personaggio (di finzione) ben caratterizzato e capace di esercitare un innegabile magnetismo nei confronti dello spettatore, complice anche l’interpretazione del sempre magistrale Toni Servillo. Elementi che, però, hanno esposto il film ad una serie di critiche estremamente negative da parte di chi ha visto da parte di Sorrentino un eccessivo tentativo di umanizzare ed edulcorare la figura dell’”uomo di Arcore”. A dire il vero, come detto, Sorrentino non maschera un’evidente critica nei confronti del berlusconismo bieco e becero sposato come stile di vita dal resto dei protagonisti, e le stesse responsabilità penali del Cavaliere vengono accennate a più riprese. Così come si fa riferimento alla sua innata capacità di mistificare la realtà (nella scena del dialogo col nipotino). Cosa che ha portato un’altra fetta di critica – evidentemente schierata in senso opposto – a stroncare la pellicola poiché diffamante nei confronti del suo protagonista. L’impressione, a ben vedere, è che invece “Loro 1” non sia un film politicamente schierato, tutt’altro. Sorrentino ha sempre dimostrato grande fascinazione per il potere e, di conseguenza, per gli uomini che lo detengono (dal Giulio Andreotti de “Il divo”, al “giovane papa” interpretato da Jude Law e via discorrendo). “Loro 1” non è un film biografico, non è neanche un’opera satirica. È, piuttosto, un’introspezione sulla decadenza di un uomo e del modo di vivere da lui impiantato nella società degli ultimi decenni. Un film che prende in prestito personaggi esistenti, o ad essi liberamente ispirati (Sergio Morra = Gianpi Tarantini, Santino Recchia = Roberto Formigoni/Sandro Bondi, Cupa Caiafa = Michela Brambilla/Daniela Santanchè ecc…), per raccontare una storia che non ha pretese diverse da quelle di intrattenere (sia pure con un approccio autoriale). A tratti ci riesce, grazie ad una regia – come spesso accade con Sorrentino – ispirata e visivamente potente (fatta eccezione per un paio di cadute di stile, come ad esempio la scena del camion o quella della stucchevole e poco comprensibile riappacificazione tra Sergio e Tamara) e a una seconda parte di film che riscatta l’eccessiva ridondanza dell’ora precedente.

In definitiva “Loro 1” è come un abbondante aperitivo: di per sé non sazia, ma stimola l’appetito in previsione delle portate principali. Giudizio sospeso, in attesa che Sorrentino ci presenti il conto.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 268

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 264

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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