Loro 2, la parabola discendente di un uomo (e di noi tutti) 0 537

Ci aveva salutato con un finale romantico e al contempo malinconico, il buon Sorrentino. “Loro 1”, infatti, si chiudeva con le immagini di Silvio e Veronica teneramente abbracciati sulle note della loro canzone. E con un flashback – autentico marchio di fabbrica “sorrentiniano” – nel quale proprio una giovane Veronica Lario dichiarava il suo amore nei confronti del futuro marito. Un epilogo nostalgico e sentimentale, rispetto al quale l’incipit di questo secondo capitolo si pone in netta contrapposizione.

Non siamo più a Villa Certosa, ma nell’adiacente residenza di Sergio Morra, dove romanticismo e delicatezza lasciano spazio alla volgarità della compagna Tamara, intenta a depilarsi a bordo piscina sotto gli occhi del figlioletto. Si ritorna da “Loro” dunque, gli stessi che per gran parte del primo film avevano monopolizzato la scena. Ma si tratta solo di un breve excursus. Infatti, prologo a parte, “Loro 2” si regge prevalentemente sulla figura totalizzante e accentratrice di Silvio Berlusconi. Il nutrito corteo di lacchè, opportunisti ed arrivisti, ossessionati da velleità di potere e facile ricchezza, assume un ruolo soltanto marginale in quello che ben presto si rivelerà essere un vero e proprio one-man show, con Berlusconi chiamato a fare da mattatore. Un Berlusconi ironico, carismatico, persuasivo, empatico, istrionico, sfaccettato e addirittura tormentato, che vedremo impegnato a corrompere, sedurre, festeggiare, cantare…Il tutto con la consueta e ostentata vitalità, sfoggiata nel tentativo di dissimulare un horror vacui comune a tutti i personaggi della filmografia di Sorrentino.

La paura della morte e dell’oblio ad essa conseguente è, infatti, l’autentico filo conduttore della poetica nichilista del regista partenopeo, capace di legare il Berlusconi di Toni Servillo agli altri “vecchietti” protagonisti del suo cinema (la decaduta rockstar di “This Must be the Place”, il direttore d’orchestra di “Youth – la giovinezza”, l’iconico Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”).

 

“Loro 2” ci mostra la parabola, prima ascendente e poi di nuovo discendente, di un Berlusconi ormai settantenne. E lo fa soffermandosi sulla tormentata e ormai compromessa love story con una moglie delusa e tradita, vera e propria metafora di un Paese allo stesso modo sedotto e poi ingannato da un uomo che per tutta la vita ha dimostrato forza e audacia nel conquistare ciò che desiderava, ma non altrettanta capacità nel mantenerlo. Un uomo che, giunto ormai al tramonto di un’esistenza che lo ha portato ad avere tutto (ma come dirà lui stesso «tutto non è mai abbastanza»), si ritrova imprigionato in una sorta di otium imposto, al quale – almeno inizialmente – sembra essersi rassegnato.

Sfiduciato e abbandonato all’idea di non esser più lo stesso di un tempo, il Cavaliere sembra aver ormai riposto la sua spada all’ombra di un gazebo della sua lussuosissima villa di Sardegna. Toccherà al compagno d’affari e amico Ennio (interpretato dallo stesso Servillo) ridare fiducia all’ex premier, indicandogli la via da seguire: corrompere sei senatori per far crollare il Governo Prodi e tornare al comando del Paese. E sarà così che B., rispolverando la sua innata persuasività da irresistibile venditore d’immobili (meravigliosamente grottesca la scena di un Berlusconi che, con voce e accento camuffato, telefona nel bel mezzo della notte a una casalinga per convincerla ad acquistare una casa inesistente), riuscirà a portare a termine una campagna di “compravendita di senatori”, messa in scena con spiccata ironia da un Sorrentino (come nel primo capitolo) sorprendentemente dinamico ed “americano” per montaggio e uso delle musiche. Particolarmente divertente anche la satira (alla “Boris”) con la quale si ironizza sull’ingerenza della politica nel cinema e nella televisione ( soprattutto nella fiction) di quegli anni, con tanto di soubrette incompetenti “piazzate” in ruoli di punta di svariate produzioni.

Paradossalmente, però, proprio il ritorno ai vertici del Paese segna un contestuale declino per il Cavaliere. Un declino da lui tanto temuto quanto rifuggito.

L’idea di esorcizzare l’avvicinarsi della morte attraverso una forte spinta vitale (donne, festini e “cene eleganti”) non inganna una giovane ragazza – interpretata da Alice Pagani -, che riconosce la pateticità e l’inadeguatezza della «messa in scena» allestita da un vecchio che tenta disperatamente di aggrapparsi all’immagine costruita di sé nel tempo (e che ormai sta inevitabilmente svanendo).

Non inganna neanche una Veronica Lario quanto mai distante da quella giovane ragazza innamorata che, una trentina di anni prima, esternava con trasporto i propri sentimenti davanti alle guglie del Duomo. Una Veronica Lario che Sorrentino pone volutamente agli antipodi rispetto a Berlusconi: austera, razionale, fredda, formale, interessata alla cultura, all’arte, ai templi della Cambogia. Una donna che nulla sembrerebbe avere in comune con l’impetuoso marito, ma che, ciò nonostante, dello stesso si era perdutamente innamorata (come ammette al termine del litigio finale).

Ed ecco che, anche e soprattutto grazie a questa scena, la pellicola di Sorrentino si rivela definitivamente per quello che è: un film sentimentale prima ancora che politico.

Certo, i riferimenti ai reati, ai processi, alle condanne, alle zone d’ombra riguardanti la “discesa in campo” dell’imprenditore meneghino (che metterebbero in crisi il tanto perpetrato mito del self-made man) ci sono, ma sono solo citati didascalicamente e mai opportunamente approfonditi. A dimostrazione di come Sorrentino non avesse la minima intenzione di realizzare un film di denuncia, quanto piuttosto di servirsi della storia (romanzata) dell’uomo più chiacchierato d’Italia come pretesto per affrontare tematiche universali. E, a conti fatti, finché il film si concentra sulla figura archetipicamente “sorrentiniana” di Berlusconi, ci riesce anche discretamente bene. Si potrebbe poi discutere sull’utilità di dedicare più di un’ora alle story line di personaggi quasi del tutto accantonati nella seconda metà del dittico. Così come sulla necessità di dividere la storia in due capitoli, ma qui ci addentreremmo in discorsi di marketing.

Sorrentino si concentra sulla sfera privata del Cavaliere. Sul suo senso di inadeguatezza e di solitudine e, più in generale, su paure e debolezze nelle quali lo spettatore può facilmente riconoscersi. Gioca ad “umanizzare” il personaggio-Berlusconi e a far cadere la maschera dietro la quale questi «non si lascia mai mostrare» (come gli rinfaccia Veronica). Nel farlo fornisce uno spaccato – come detto, non del tutto approfondito – di un’Italia in macerie, non solo in senso metaforico.

Il film (inteso come la somma di entrambi i capitoli) si conclude in maniera speculare e opposta rispetto a come era iniziato: ovvero spostando nuovamente il focus da “Lui” a “Loro”, che però stavolta non sono più gli arrivisti spregiudicati e i politici corrotti, ma la gente comune. I titoli di coda, infatti, scorrono in sovraimpressione mentre un lungo piano sequenza ci mostra i volti dei volontari della protezione civile, intenti a riposarsi dopo aver effettuato il recupero di una statua dalle rovine di una chiesa (causate dal terremoto che il 6 aprile del 2009 colpì L’Aquila). Il tono tragico, funereo e dimesso fa da contraltare alla smodata vitalità con la quale si era aperto il primo capitolo. Metafora di una parabola discendente che, prima o poi, saremo tutti chiamati a percorrere.

In definitiva, da un punto di vista prettamente commerciale, con ogni probabilità “Loro” si dimostra il film più riuscito di Sorrentino: capace di intrattenere lo spettatore medio grazie a un ritmo sostenuto, di riproporre i soliti interrogativi esistenziali tanto cari al regista napoletano e di coinvolgere grazie al magnetismo di un protagonista col quale (almeno in questo contesto) difficilmente si finisce per non entrare in empatia. Sta poi a noi, che dal punto di vista di Sorrentino siamo “Loro”, decidere se questo sia un difetto o meno.

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‘Camerino 24’, l’EP di debutto degli Indiferenti all’insegna di un energico funk rock 0 140

Dopo aver calcato numerosi palchi della Puglia – e non solo – ed essersi aggiudicati diversi riconoscimenti, quali il primo posto al ‘Social Music Contest’ e al concorso ‘E cantava le canzoni’, gli Indiferenti rilasceranno l’8 aprile il loro primo EP: ‘Camerino 24’.

Camerino 24 Indiferenti Blunote Music Recensione

Formatosi quasi per gioco a Bari nel 2017, il gruppo si è da subito fatto notare per il suo sound fresco e per il suo approccio allegro e scanzonato. Proponendo un funk rock vivace ed energico, i “portatori di indie” – inteso in senso ironico, «perché indie non vuol dire assolutamente nulla: con questo gioco di parola potremmo dire che siamo indifferenti all’indie, così come è stato etichettato il nuovo cantautorato italiano» – vogliono «comunicare qualcosa – qualsiasi cosa – con un sound piacevole e leggero». Questo il manifesto programmatico di “Camerino 24” – registrato in analogico, come avveniva un tempo – e dei sei brani che lo compongono.

Primo dei quali è il singolo ‘Tutto bene’. Un brano dal messaggio positivo che, come spiega la band, nasce daun momento di confusione e sconforto. Un inno funky sull’accettazione del dolore e della sofferenza: unico rimedio per combattere una tristezza che, se accolta, si rivelerà passeggera e irrilevante.

Attacco swing per la successiva ‘Il sarto’: brano dal sapore vintage che racconta l’eterna lotta tra istinto e ragione. Qui il cantante e frontman Mirko Colella si lascia andare a dubbi etici e interrogativi morali, indeciso se cedere al desiderio di far sua un’attraente ragazza (approfittando della situazione di debolezza e solitudine che sta vivendo) o se far da “sarto”, ricucendo il suo cuore con rassicuranti parole di conforto.

Controtempi e ritmi irregolari di batteria sorreggono i riff carichi di wah de ‘Il rendiconto’: brano che affronta il tema della fine di una relazione e che si pone alla ricerca di una presa di coscienza/consapevolezza finale.

Il piglio scanzonato e disinvolto, che caratterizza la prima parte dell’EP, lascia poi spazio a una parentesi più riflessiva e atmosferica con il dittico ‘Apogeo’/’Quasi Maggio’. Il primo brano è un breve interludio strumentale che prepara il terreno a un’interessante ballata, costruita intorno al morbido arpeggio di una chitarra sorprendentemente vicina alle alchemiche melodie post-rock degli Explosions in the Sky.

Camerino 24 Indiferenti Blunote Music Recensione

Chiusura affidata a ‘Le mezze verità di Elena’: pezzo che, riprendendo le sonorità energiche della prima parte dell’EP, racconta di una relazione complicata e usurante, contraddistinta da disillusione, deliri, realtà distorte e false verità.

Camerino 24’ è uno degli EP d’esordio più solidi mai arrivati in redazione. Il disco degli Indiferenti, in uscita l’8 aprile, presenta la giusta unione del post-rock dei sopraccitati Explosions in the Sky con un potente funk rock di Redhottiana memoria (sicuramente tendente all’era Frusciante), riuscendo ad adattare benissimo il tutto alla voce – e qui potremmo anche parlare di metrica e flow, ma non lo faremo – di Colella, regalando agli ascoltatori un ottimo – seppur breve – ascolto e una band in più da tenere sott’occhio.

Paura e l’Amore, i Sick Tamburo tra la sofferenza e un mondo migliore 0 115

Paura e l’Amore‘, è questo il titolo del nuovo album dei Sick Tamburo, band nata dall’incontro tra Elisabetta Imelio e Gian Maria Accusani. Il loro è un lungo percorso musicale che risale al 1995, ai Prozac +, all’Italia del vero Punk, alla generazione postCobain. Iniziarono pubblicando su My Space (quanti ricordi per gli emo) e nel 2009 decisero di dar inizio ufficialmente al loro nuovo percorso attraverso l’album omonimo: Sick Tamburo. Da quel momento, per i successivi dieci anni fino a oggi, hanno pubblicato in media un lavoro ogni due anni e mezzo, collaborando con i migliori artisti del panorama italiano; da Manuel Agnelli (Afterhours) a Elisa, passando per Jovanotti, Lo Stato Sociale, Tre Allegri Ragazzi Morti e tanti altri.

Un viaggio alternative/punk che inizia attraverso testi minimalisti e che continua con temi altamente Irritanti (A.I.U.T.O, 2011), girando attorno alle stranezze e fissazioni quotidiane che tutti noi abbiamo (Senza Vergogna, 2014), esplorando nuovi generi e sound come quelli ottenuti dall’intreccio tra sintetizzatori e melodie wave (Un giorno nuovo, 2017) e, infine, fermandosi – ma non per sempre, tutto passa –  in un punto in cui quasi tutti ci blocchiamo nella vita; a causa della paura e dell’amore, definiti dalla band come il veleno e l’antidoto.

Paura e l'amore recensione sick tamburo blunote music

Tutti facciamo i conti con la paura durante la vita, nessuno viene risparmiato. Essa si presenta sotto mille forme, all’improvviso, spiazzandoci e lasciandoci a terra inermi. Portando nelle nostre giornate grandi difficoltà, alzando muri apparentemente altissimi e invalicabili, facendoci credere che tutto questo non possa passare mai. Ma ogni veleno dà origine al suo antidoto e, nel caso della paura, si tratta dell’amore.

Paura e l’amore racconta proprio questo in chiave alternative-rock/punk. Nove brani che ci mostrano due facce della stessa medaglia, facendoci vedere il problema attraverso diversi racconti e mostrandoci allo stesso tempo un’unica soluzione riscontrabile nell’amore: un sentimento bastardo che se non viene apprezzato non ci mette due volte a farti ricadere nel limbo della paura.

Ad aprire l’album è Lisa con i suoi sedici anni (Lisa ha 16 anni): una ragazzina grande, più grande della maturità che ogni sedicenne porta con sé. Una donna piena di speranze, di sogni, con tanta voglia d’amare e d’essere amata. Una struggente storia narrata da un rauco e lamentoso cantato, accompagnato da una melodia a tratti ruvida e diretta; come è giusto che sia. Il secondo brano, Baby Blu, rivede tratti punk e alternative vecchia scuola, con un testo che si mostra all’ascoltatore come il grido di un adolescente ribelle. Tutti nel corso della nostra vita siamo stati dei Baby Blu, provando sensazioni d’esclusione, subendo occhi critici ogni giorno, avendo paura e sentendoci sbagliati. TI piace il rischio estremo? È la tua vita amore; E il tatuaggio al seno? È la tua vita amore.

Esclusione, come quella di Andrea, Quel ragazzo speciale. La terza traccia vede come protagonista Andrea, uno dei tanti ragazzi “speciali”, uno dei tanti ragazzi spesso emarginati da questa società ignorante e senza senso. Senza senso. Un riff introduce un ritornello duro e con un messaggio chiaro.

Andrea è così speciale
come lui ce ne son tanti ma nessuno è uguale
c’è chi parla, c’è chi tace, ogni Andrea però è speciale.

Distorsione, tanti Bpm, tristi verità. Come quella di Agnese in Agnese non ci sta dentro, una ragazza che ha dovuto pagare ingiustamente sulla sua pelle i danni dell’amico del padre. Una storia attuale, un racconto già sentito, un bisogno d’amore, una vita rovinata a causa di menti malate.

Con la quinta traccia si entra si entra nell’acustico, nel sentimentale, quasi nel mondo delle classiche ballad rock; nelle storie d’amore. Puoi ancora in fondo è questo, una traccia acustica che parla di una ragazza triste e di una “proposta” d’amore vero; una luce che arriva finalmente nel tunnel buio di questa ragazza che ha avuto nella sua vita un brutto trascorso. Il brano è anche il primo estratto dal disco.

Il sesto brano vede l’ingresso in scena di un regista: Tim Burton. La traccia si chiama Anche Tim Burton la sceglierà e parla dell’amore, del dolore e di una ragazza, Leila, che ha permesso da tempo le speranze. Non esce più di giorno, lascia casa soltanto la notte, vaga nel buio; è strana ma ha un buon cuore. Anche Tim Burton probabilmente la sceglierà, dicono i Sick Tamburo. E probabilmente si, è lo stile di Burton.

Impermanente, la settima traccia, parla dell’amore che finisce e del cambiamento. Una traccia con una batteria più lenta rispetto alle precedenti, quasi stanca, sfinita; come probabilmente l’ultimo periodo di questa storia d’amore, finita senza un perché, con tanti sensi di colpa, convinzioni e, in fondo, speranze.

E so come sei, ti sei stufata di me, noia e normalità

L’ottava traccia riprende lo stile iniziale e sovversivo. Mio padre non perdona parla di ribellione; di un ragazzo che ha lasciato casa, gli studi, senza una ragazza, lontano dagli amici. Un ragazzo pentito che vuole tornare alla normalità, con la consapevolezza che il padre non lo perdonerà e, allo stesso tempo, con la voglia di stare via altri dieci giorni.

L’album si chiude con il brano Il più ricco del cimitero. Un pezzo alternative che parla della vita, di questo continuo volere di più, di un mondo sempre più materiale. E allo stesso tempo parla della consapevolezza di aver raggiunto uno stadio che ti permette di dire: non voglio essere il più ricco del cimitero. Tanto a cosa serve? Di cosa ce ne facciamo di questa ricchezza? Lo spazio è quel che è ed ogni cosa è un di più.

Questo è il finale di Paura e l’amore, il quinto lavoro dei Sick Tamburo. Un album che parla delle giornate di chiunque, dei sentimenti che tutti proviamo ogni giorno, delle paure, dei desideri, di sogni che nascono e di sogni che si perdono. Al suo interno c’è sofferenza, paura, ma anche luce in fondo al tunnel, speranza; di un mondo migliore, di vite migliori che noi tutti, nel nostro piccolo, potremmo migliorare a chi ci sta di fianco. In Italia, nel 2019, c’è ancora dell’alternative e del punk vecchia scuola.

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