Loro 2, la parabola discendente di un uomo (e di noi tutti) 0 994

Ci aveva salutato con un finale romantico e al contempo malinconico, il buon Sorrentino. “Loro 1”, infatti, si chiudeva con le immagini di Silvio e Veronica teneramente abbracciati sulle note della loro canzone. E con un flashback – autentico marchio di fabbrica “sorrentiniano” – nel quale proprio una giovane Veronica Lario dichiarava il suo amore nei confronti del futuro marito. Un epilogo nostalgico e sentimentale, rispetto al quale l’incipit di questo secondo capitolo si pone in netta contrapposizione.

Non siamo più a Villa Certosa, ma nell’adiacente residenza di Sergio Morra, dove romanticismo e delicatezza lasciano spazio alla volgarità della compagna Tamara, intenta a depilarsi a bordo piscina sotto gli occhi del figlioletto. Si ritorna da “Loro” dunque, gli stessi che per gran parte del primo film avevano monopolizzato la scena. Ma si tratta solo di un breve excursus. Infatti, prologo a parte, “Loro 2” si regge prevalentemente sulla figura totalizzante e accentratrice di Silvio Berlusconi. Il nutrito corteo di lacchè, opportunisti ed arrivisti, ossessionati da velleità di potere e facile ricchezza, assume un ruolo soltanto marginale in quello che ben presto si rivelerà essere un vero e proprio one-man show, con Berlusconi chiamato a fare da mattatore. Un Berlusconi ironico, carismatico, persuasivo, empatico, istrionico, sfaccettato e addirittura tormentato, che vedremo impegnato a corrompere, sedurre, festeggiare, cantare…Il tutto con la consueta e ostentata vitalità, sfoggiata nel tentativo di dissimulare un horror vacui comune a tutti i personaggi della filmografia di Sorrentino.

La paura della morte e dell’oblio ad essa conseguente è, infatti, l’autentico filo conduttore della poetica nichilista del regista partenopeo, capace di legare il Berlusconi di Toni Servillo agli altri “vecchietti” protagonisti del suo cinema (la decaduta rockstar di “This Must be the Place”, il direttore d’orchestra di “Youth – la giovinezza”, l’iconico Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”).

 

“Loro 2” ci mostra la parabola, prima ascendente e poi di nuovo discendente, di un Berlusconi ormai settantenne. E lo fa soffermandosi sulla tormentata e ormai compromessa love story con una moglie delusa e tradita, vera e propria metafora di un Paese allo stesso modo sedotto e poi ingannato da un uomo che per tutta la vita ha dimostrato forza e audacia nel conquistare ciò che desiderava, ma non altrettanta capacità nel mantenerlo. Un uomo che, giunto ormai al tramonto di un’esistenza che lo ha portato ad avere tutto (ma come dirà lui stesso «tutto non è mai abbastanza»), si ritrova imprigionato in una sorta di otium imposto, al quale – almeno inizialmente – sembra essersi rassegnato.

Sfiduciato e abbandonato all’idea di non esser più lo stesso di un tempo, il Cavaliere sembra aver ormai riposto la sua spada all’ombra di un gazebo della sua lussuosissima villa di Sardegna. Toccherà al compagno d’affari e amico Ennio (interpretato dallo stesso Servillo) ridare fiducia all’ex premier, indicandogli la via da seguire: corrompere sei senatori per far crollare il Governo Prodi e tornare al comando del Paese. E sarà così che B., rispolverando la sua innata persuasività da irresistibile venditore d’immobili (meravigliosamente grottesca la scena di un Berlusconi che, con voce e accento camuffato, telefona nel bel mezzo della notte a una casalinga per convincerla ad acquistare una casa inesistente), riuscirà a portare a termine una campagna di “compravendita di senatori”, messa in scena con spiccata ironia da un Sorrentino (come nel primo capitolo) sorprendentemente dinamico ed “americano” per montaggio e uso delle musiche. Particolarmente divertente anche la satira (alla “Boris”) con la quale si ironizza sull’ingerenza della politica nel cinema e nella televisione ( soprattutto nella fiction) di quegli anni, con tanto di soubrette incompetenti “piazzate” in ruoli di punta di svariate produzioni.

Paradossalmente, però, proprio il ritorno ai vertici del Paese segna un contestuale declino per il Cavaliere. Un declino da lui tanto temuto quanto rifuggito.

L’idea di esorcizzare l’avvicinarsi della morte attraverso una forte spinta vitale (donne, festini e “cene eleganti”) non inganna una giovane ragazza – interpretata da Alice Pagani -, che riconosce la pateticità e l’inadeguatezza della «messa in scena» allestita da un vecchio che tenta disperatamente di aggrapparsi all’immagine costruita di sé nel tempo (e che ormai sta inevitabilmente svanendo).

Non inganna neanche una Veronica Lario quanto mai distante da quella giovane ragazza innamorata che, una trentina di anni prima, esternava con trasporto i propri sentimenti davanti alle guglie del Duomo. Una Veronica Lario che Sorrentino pone volutamente agli antipodi rispetto a Berlusconi: austera, razionale, fredda, formale, interessata alla cultura, all’arte, ai templi della Cambogia. Una donna che nulla sembrerebbe avere in comune con l’impetuoso marito, ma che, ciò nonostante, dello stesso si era perdutamente innamorata (come ammette al termine del litigio finale).

Ed ecco che, anche e soprattutto grazie a questa scena, la pellicola di Sorrentino si rivela definitivamente per quello che è: un film sentimentale prima ancora che politico.

Certo, i riferimenti ai reati, ai processi, alle condanne, alle zone d’ombra riguardanti la “discesa in campo” dell’imprenditore meneghino (che metterebbero in crisi il tanto perpetrato mito del self-made man) ci sono, ma sono solo citati didascalicamente e mai opportunamente approfonditi. A dimostrazione di come Sorrentino non avesse la minima intenzione di realizzare un film di denuncia, quanto piuttosto di servirsi della storia (romanzata) dell’uomo più chiacchierato d’Italia come pretesto per affrontare tematiche universali. E, a conti fatti, finché il film si concentra sulla figura archetipicamente “sorrentiniana” di Berlusconi, ci riesce anche discretamente bene. Si potrebbe poi discutere sull’utilità di dedicare più di un’ora alle story line di personaggi quasi del tutto accantonati nella seconda metà del dittico. Così come sulla necessità di dividere la storia in due capitoli, ma qui ci addentreremmo in discorsi di marketing.

Sorrentino si concentra sulla sfera privata del Cavaliere. Sul suo senso di inadeguatezza e di solitudine e, più in generale, su paure e debolezze nelle quali lo spettatore può facilmente riconoscersi. Gioca ad “umanizzare” il personaggio-Berlusconi e a far cadere la maschera dietro la quale questi «non si lascia mai mostrare» (come gli rinfaccia Veronica). Nel farlo fornisce uno spaccato – come detto, non del tutto approfondito – di un’Italia in macerie, non solo in senso metaforico.

Il film (inteso come la somma di entrambi i capitoli) si conclude in maniera speculare e opposta rispetto a come era iniziato: ovvero spostando nuovamente il focus da “Lui” a “Loro”, che però stavolta non sono più gli arrivisti spregiudicati e i politici corrotti, ma la gente comune. I titoli di coda, infatti, scorrono in sovraimpressione mentre un lungo piano sequenza ci mostra i volti dei volontari della protezione civile, intenti a riposarsi dopo aver effettuato il recupero di una statua dalle rovine di una chiesa (causate dal terremoto che il 6 aprile del 2009 colpì L’Aquila). Il tono tragico, funereo e dimesso fa da contraltare alla smodata vitalità con la quale si era aperto il primo capitolo. Metafora di una parabola discendente che, prima o poi, saremo tutti chiamati a percorrere.

In definitiva, da un punto di vista prettamente commerciale, con ogni probabilità “Loro” si dimostra il film più riuscito di Sorrentino: capace di intrattenere lo spettatore medio grazie a un ritmo sostenuto, di riproporre i soliti interrogativi esistenziali tanto cari al regista napoletano e di coinvolgere grazie al magnetismo di un protagonista col quale (almeno in questo contesto) difficilmente si finisce per non entrare in empatia. Sta poi a noi, che dal punto di vista di Sorrentino siamo “Loro”, decidere se questo sia un difetto o meno.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 226

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 418

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: