Loro 2, la parabola discendente di un uomo (e di noi tutti) 0 459

Ci aveva salutato con un finale romantico e al contempo malinconico, il buon Sorrentino. “Loro 1”, infatti, si chiudeva con le immagini di Silvio e Veronica teneramente abbracciati sulle note della loro canzone. E con un flashback – autentico marchio di fabbrica “sorrentiniano” – nel quale proprio una giovane Veronica Lario dichiarava il suo amore nei confronti del futuro marito. Un epilogo nostalgico e sentimentale, rispetto al quale l’incipit di questo secondo capitolo si pone in netta contrapposizione.

Non siamo più a Villa Certosa, ma nell’adiacente residenza di Sergio Morra, dove romanticismo e delicatezza lasciano spazio alla volgarità della compagna Tamara, intenta a depilarsi a bordo piscina sotto gli occhi del figlioletto. Si ritorna da “Loro” dunque, gli stessi che per gran parte del primo film avevano monopolizzato la scena. Ma si tratta solo di un breve excursus. Infatti, prologo a parte, “Loro 2” si regge prevalentemente sulla figura totalizzante e accentratrice di Silvio Berlusconi. Il nutrito corteo di lacchè, opportunisti ed arrivisti, ossessionati da velleità di potere e facile ricchezza, assume un ruolo soltanto marginale in quello che ben presto si rivelerà essere un vero e proprio one-man show, con Berlusconi chiamato a fare da mattatore. Un Berlusconi ironico, carismatico, persuasivo, empatico, istrionico, sfaccettato e addirittura tormentato, che vedremo impegnato a corrompere, sedurre, festeggiare, cantare…Il tutto con la consueta e ostentata vitalità, sfoggiata nel tentativo di dissimulare un horror vacui comune a tutti i personaggi della filmografia di Sorrentino.

La paura della morte e dell’oblio ad essa conseguente è, infatti, l’autentico filo conduttore della poetica nichilista del regista partenopeo, capace di legare il Berlusconi di Toni Servillo agli altri “vecchietti” protagonisti del suo cinema (la decaduta rockstar di “This Must be the Place”, il direttore d’orchestra di “Youth – la giovinezza”, l’iconico Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”).

 

“Loro 2” ci mostra la parabola, prima ascendente e poi di nuovo discendente, di un Berlusconi ormai settantenne. E lo fa soffermandosi sulla tormentata e ormai compromessa love story con una moglie delusa e tradita, vera e propria metafora di un Paese allo stesso modo sedotto e poi ingannato da un uomo che per tutta la vita ha dimostrato forza e audacia nel conquistare ciò che desiderava, ma non altrettanta capacità nel mantenerlo. Un uomo che, giunto ormai al tramonto di un’esistenza che lo ha portato ad avere tutto (ma come dirà lui stesso «tutto non è mai abbastanza»), si ritrova imprigionato in una sorta di otium imposto, al quale – almeno inizialmente – sembra essersi rassegnato.

Sfiduciato e abbandonato all’idea di non esser più lo stesso di un tempo, il Cavaliere sembra aver ormai riposto la sua spada all’ombra di un gazebo della sua lussuosissima villa di Sardegna. Toccherà al compagno d’affari e amico Ennio (interpretato dallo stesso Servillo) ridare fiducia all’ex premier, indicandogli la via da seguire: corrompere sei senatori per far crollare il Governo Prodi e tornare al comando del Paese. E sarà così che B., rispolverando la sua innata persuasività da irresistibile venditore d’immobili (meravigliosamente grottesca la scena di un Berlusconi che, con voce e accento camuffato, telefona nel bel mezzo della notte a una casalinga per convincerla ad acquistare una casa inesistente), riuscirà a portare a termine una campagna di “compravendita di senatori”, messa in scena con spiccata ironia da un Sorrentino (come nel primo capitolo) sorprendentemente dinamico ed “americano” per montaggio e uso delle musiche. Particolarmente divertente anche la satira (alla “Boris”) con la quale si ironizza sull’ingerenza della politica nel cinema e nella televisione ( soprattutto nella fiction) di quegli anni, con tanto di soubrette incompetenti “piazzate” in ruoli di punta di svariate produzioni.

Paradossalmente, però, proprio il ritorno ai vertici del Paese segna un contestuale declino per il Cavaliere. Un declino da lui tanto temuto quanto rifuggito.

L’idea di esorcizzare l’avvicinarsi della morte attraverso una forte spinta vitale (donne, festini e “cene eleganti”) non inganna una giovane ragazza – interpretata da Alice Pagani -, che riconosce la pateticità e l’inadeguatezza della «messa in scena» allestita da un vecchio che tenta disperatamente di aggrapparsi all’immagine costruita di sé nel tempo (e che ormai sta inevitabilmente svanendo).

Non inganna neanche una Veronica Lario quanto mai distante da quella giovane ragazza innamorata che, una trentina di anni prima, esternava con trasporto i propri sentimenti davanti alle guglie del Duomo. Una Veronica Lario che Sorrentino pone volutamente agli antipodi rispetto a Berlusconi: austera, razionale, fredda, formale, interessata alla cultura, all’arte, ai templi della Cambogia. Una donna che nulla sembrerebbe avere in comune con l’impetuoso marito, ma che, ciò nonostante, dello stesso si era perdutamente innamorata (come ammette al termine del litigio finale).

Ed ecco che, anche e soprattutto grazie a questa scena, la pellicola di Sorrentino si rivela definitivamente per quello che è: un film sentimentale prima ancora che politico.

Certo, i riferimenti ai reati, ai processi, alle condanne, alle zone d’ombra riguardanti la “discesa in campo” dell’imprenditore meneghino (che metterebbero in crisi il tanto perpetrato mito del self-made man) ci sono, ma sono solo citati didascalicamente e mai opportunamente approfonditi. A dimostrazione di come Sorrentino non avesse la minima intenzione di realizzare un film di denuncia, quanto piuttosto di servirsi della storia (romanzata) dell’uomo più chiacchierato d’Italia come pretesto per affrontare tematiche universali. E, a conti fatti, finché il film si concentra sulla figura archetipicamente “sorrentiniana” di Berlusconi, ci riesce anche discretamente bene. Si potrebbe poi discutere sull’utilità di dedicare più di un’ora alle story line di personaggi quasi del tutto accantonati nella seconda metà del dittico. Così come sulla necessità di dividere la storia in due capitoli, ma qui ci addentreremmo in discorsi di marketing.

Sorrentino si concentra sulla sfera privata del Cavaliere. Sul suo senso di inadeguatezza e di solitudine e, più in generale, su paure e debolezze nelle quali lo spettatore può facilmente riconoscersi. Gioca ad “umanizzare” il personaggio-Berlusconi e a far cadere la maschera dietro la quale questi «non si lascia mai mostrare» (come gli rinfaccia Veronica). Nel farlo fornisce uno spaccato – come detto, non del tutto approfondito – di un’Italia in macerie, non solo in senso metaforico.

Il film (inteso come la somma di entrambi i capitoli) si conclude in maniera speculare e opposta rispetto a come era iniziato: ovvero spostando nuovamente il focus da “Lui” a “Loro”, che però stavolta non sono più gli arrivisti spregiudicati e i politici corrotti, ma la gente comune. I titoli di coda, infatti, scorrono in sovraimpressione mentre un lungo piano sequenza ci mostra i volti dei volontari della protezione civile, intenti a riposarsi dopo aver effettuato il recupero di una statua dalle rovine di una chiesa (causate dal terremoto che il 6 aprile del 2009 colpì L’Aquila). Il tono tragico, funereo e dimesso fa da contraltare alla smodata vitalità con la quale si era aperto il primo capitolo. Metafora di una parabola discendente che, prima o poi, saremo tutti chiamati a percorrere.

In definitiva, da un punto di vista prettamente commerciale, con ogni probabilità “Loro” si dimostra il film più riuscito di Sorrentino: capace di intrattenere lo spettatore medio grazie a un ritmo sostenuto, di riproporre i soliti interrogativi esistenziali tanto cari al regista napoletano e di coinvolgere grazie al magnetismo di un protagonista col quale (almeno in questo contesto) difficilmente si finisce per non entrare in empatia. Sta poi a noi, che dal punto di vista di Sorrentino siamo “Loro”, decidere se questo sia un difetto o meno.

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“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

Blumosso, “In un Baule di Personalità Multiple” ci abbiamo trovato noi stessi e un bel disco 0 87

Quello dei Blumosso è l’unico mare agitato in cui si consiglia di tuffarsi, senza bandiere rosse o limiti di altro genere. Il loro ultimo lavoro, pubblicato nel 2018, si chiama: in un baule di personalità multiple. Probabilmente a condizionare il mio giudizio positivo, oltre all’uscita di un concept album degno di essere chiamato tale, c’è il mio continuo rispecchiarmi in un ragazzo dalle personalità multiple. Ma comunque, parliamo di loro, perché si tratta davvero di un ottimo album.

In un albergo di Milano nasce la speranza, quella di un amore “perfetto” ma non troppo, circondato da promesse fatte soprattutto a noi stessi. Mai raggiungere la perfezione, perché dopo non ci sarebbe più gusto in nulla. Bisogna essere imperfetti, come questo amore “mite” descritto nell’album. Un incipit forte, cantautorale, con un pizzico di rock. Come il peperoncino che sta bene ovunque. Seppur si tratti di un lavoro “forte”, la leggerezza sta alla base di tutto. Alla base di diverso, con chitarre acustiche ed elettriche suonate in modo “soft”, con una batteria che sovrasta il loro suono e che si amalgama perfettamente con la voce. Un brano che racconta la mancanza, la consapevolezza di un uomo che si vede allo specchio e si sente diverso. Stessa cosa per il giorno che ti ho incontrato, caratterizzato da una chitarra elettrica che in maniera dolce fa anche da percussione, o in abbracciami amor mio, un brano accompagnato da un arrangiamento perfetto – tra i migliori, ma questo può essere soggettivo – pieno di soul e caratterizzato da un piccolo solo per spezzare il ritmo. Nel quinto brano, in piovere, si inizia a sentire un cambio di sound: più elettronico e ambient. Con qualcosa che rimanda ai The Giornalisti. Quest’ultima frase può essere intesa sia come un complimento che come una critica, ma in ogni caso resta lì dove si trova. Da questo punto in poi, dopo la pioggia, arriva la vivacità di hai finito la noia”. Un vivace associato al sound, con un testo che potrebbe essere definito l’opposto (e forse è proprio questo il bello, a parte la chiara influenza “consoliana”). La stessa malinconia ed energia musicale ritrovata in quella maledetta estate (Mi Ricordi), con una forte ritmica e chitarre semplici. Coerenti al sound dell’album insomma. Tornando di un brano indietro, a Irma Cara, introdurremo l’unica ballata folk del brano e, a parer mio, il pezzo migliore di questo concept album pugliese. Nel penultimo pezzo, in Non Eri un Angelo, torna – una batteria perfetta con il suo ritmo lento, pronta ad accompagnare un solo di chitarra convinto e ottimo nel sound– la stessa malinconia dei brani precedenti. Sarà l’effetto della consapevolezza, è sempre brutto capire che la persona di fronte a noi in realtà non è un “angelo”. All’ultimo secondo fa notare quello che ormai era chiaro in questa storia d’amore. Un brano malinconico, che rimarca l’ottimo cantautorato della band e la loro professionalità tecnica, in termini di arrangiamento di pezzi e voce.

Una storia bipolare che nasce speranzosa e svanisce, come ogni cosa nella vita. Lasciando cicatrici indelebili nel nostro cuore e nella nostra mente.

Fine..

DESCRIZIONE A CURA DELLA BAND

L’idea è quella di creare un concept album che, brano dopo brano, racconti la trama di un amore discreto che, leggero, si descrive in tutte le sue evoluzioni: nasce, speranzoso, “in un albergo di Milano” per poi svanire nella triste constatazione che le promesse di lei sono lontane da quelle dell’angelo immaginato. La voglia di ritrovarsi, però, unita al bisogno di leccarsi le ferite inflettesi a vicenda, prevale sulla lontananza dei due cuori distanti e, nonostante l’apparente assenza di sentimenti, quell’amore indesiderato sboccia ancora, salvato, anche esso, dal ricordo di dettagli quotidiani tanto simili quanto diversi. Ed è proprio lì, in quel baule, che tutto questo è racchiuso: l’inizio, la fine, la potenza e lo sconvolgimento di un amore inaspettato ma anelato. Irraggiungibile, quasi, eppure già perduto”.

TRACKLIST

  1. In un albergo di Milano
  2. Diverso
  3. Il giorno che ti ho incontrato
  4. Abbracciami amor mio
  5. Piovere
  6. Hai finito la noia
  7. Irma cara
  8. Quella maledetta voglia d’estate (Mi Ricordi)
  9. Non eri un angelo
  10. All’ultimo secondo

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