“L’ottimista”, l’autobiografia musicale di Andrea Gioè 0 366

L’ottimista” è il settimo disco di inediti di Andrea Gioè, cantautore palermitano con un passato parigino alle spalle. Pubblicato lo scorso 14 settembre, sotto la distribuzione della Pirames International, “L’ottimista” si presenta come un lavoro fortemente personale, che ripercorre le tappe più importanti della carriera e della vita del suo autore. L’ascoltatore si ritrova così immerso in un viaggio iniziato nel 2002, fotografato da una tracklist di 12 brani all’interno della quale convivono composizioni recenti e altre ben più datate (per l’occasione riarrangiate e ricantate). Il tutto legato assieme da un pop rock ora più scanzonato, ora più riflessivo, che va a sposare il cantautorato semplice e immediato di Gioè.

L’apertura è affidata al blues rock di “Nel bene e nel male”, che invita l’ascoltatore a credere nei propri sogni sempre e comunque. Da un punto di vista dell’arrangiamento il brano strizza l’occhio a sonorità tipicamente statunitensi e, per certi versi, può ricordare i lavori del primo Ligabue.

Decisamente più indirizzata verso un synth pop patinato la title track “L’ottimista”, che fornisce il ritratto e la visione di un uomo che affronta la propria vita con l’atteggiamento positivo di chi non si lascia abbattere da imprevisti e dolori.

Tu seras le Midiè, invece, il lucido affresco dei 5 anni di vita trascorsi in terra d’oltralpe dal cantautore palermitano.

Si passa poi al folk scanzonato di “Premura”, che esorta l’ascoltatore a “spaccare il tempo e a fermarsi” per godere appieno della vita, abbandonando quell’impazienza che sembra accompagnarci in ogni momento della nostra quotidianità.

Toni più malinconici per la successiva “Ti lascio andare (…ma non scappare): una ballata sentimentale che racconta l’incertezza di chi, tra mille difficoltà, decide di rinunciare alla persona amata, senza però riuscire a chiudere definitivamente col passato.

Cambio repentino di atmosfera, sulle note leggere e allegre di un ukulele, per la spensierata “La coerenza”: ironico applauso che un uomo tradito fa alla sua cara vecchia “incoerente” ex.

“Andrea! (…sto rinascendo) è forse il brano più personale e rappresentativo del disco. Una sorta di dialogo con sé stesso, testimonianza di come l’autore ha avuto il coraggio di ricominciare da zero, rinascendo dopo anni di amarezza.

Altrettanto autobiografica la successiva Je suis une star”: brano dalle sonorità rockabilly che racconta (in francese) di quando Andrea lasciò la sua terra per approdare in Francia, divenendo così la “star” del suo avvenire.

Dopo due brani così autoreferenziali, con la successiva “Yara e Sara” Andrea prende le distanze dalle sue personali esperienze per offrire uno spunto di riflessione sulle tragiche vicende di cronaca nera che coinvolsero Yara Gambirasi e Sara Scazzi, denunciando così qualsiasi episodio di ingiustificata violenza subita da persone “indifese e innocenti”.

“Un regard, un image” è un omaggio al cantautorato raffinato di Johnny Hallyday, mentre “Balla amore” rimanda a quel pop rock con venature blues ascoltato in apertura del disco.

Si prosegue all’insegna del rock con la conclusiva “XXL Man”, uno sfogo deciso e infuriato nei confronti di chi vuol far crederci inferiori. Con l’ottimismo che caratterizza gran parte del disco, Gioè invita l’ascoltatore a sognare in grande, perché ognuno di noi a modo suo è un “grand’uomo”.

C’è spazio, infine, anche per una ghost track, “E’ l’amore”, che si caratterizza per un arrangiamento orchestrale. Volteggi di piano e sferzate di archi accompagnano la voce di Gioè in un’ode a quel sentimento – l’amore, appunto ­– che “da un senso diverso a tutto il resto”.

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“Il rito della città”, una perla folk-medievale firmata Francesco Pelosi 0 144

C’è un termine inglese che ormai è entrato nel linguaggio comune e indica la scoperta fortuita, e felice, di qualcosa che non stavi cercando. Il termine in questione è serendipity (serendipità in italiano) ed è attribuito a Horace Walpole, uno scrittore inglese del settecento, rimasto ammaliato dalle fortunose scoperte dei protagonisti della fiaba persiana “I tre principi di Serendippo”. Si potrebbe considerare la versione letteraria di quello che è successo a Colombo, che ha scoperto l’America navigando verso occidente alle ricerca delle Indie. Così come Walpole e Colombo anch’io ho fatto una scoperta fortuita.

È un venerdì sera uggioso, uno dei tanti venerdì sera uggiosi reggiani, io e un mio amico decidiamo di andare al concerto di The Niro (alias Davide Combusti), un cantautore romano che si esibisce al centro sociale Catomes Tôt. Arriviamo, ordiniamo una birra e un bicchiere di Lambrusco, ci mettiamo comodi e aspettiamo l’inizio del concerto. Passano i minuti, le birre e i bicchieri di Lambrusco, ma di The Niro non si vede neanche l’ombra. Sul palco, però, c’è un ragazzo con le basette alla Corto Maltese che accorda una chitarra; il gestore del centro si avvicina e gli chiede se è pronto, lui fa cenno di sì, si siede sullo sgabello e si presenta: si chiama Francesco Pelosi, viene da Parma e presenta il suo album “Il Rito della Città“. Dai primi accordi emergono la sua anima folk, i richiami al cantautorato italiano da Guccini a Jannacci, passando per Gaber, e una ricerca attenta e minuziosa delle parole. La sua voce forte da “musico gentil” si accompagna perfettamente ai testi di stampo popolare. La sua scrittura icastica riporta indietro nel tempo, fino al medioevo, all’epoca di Gherardo Segalello – fondatore della setta ereticale degli Apostolici – il francescano che ha rinnovato la vita religiosa, distribuendo ogni suo avere ai poveri e dedicandosi alla penitenza, arso vivo il 18 luglio del 1300. I testi pieni di riferimenti e mai banali fanno di Francesco un vero e proprio artigiano delle parole che cesella ogni verso ed ogni rima affinché tutto si intrecci alla perfezione. Rimango folgorato (ovviamente non come Paolo sulla via di Damasco) e decido, dunque, di comprare il disco e di fargli i complimenti. Finisce di suonare The Niro, ci concediamo il bicchiere della staffa e torniamo a casa sotto la neve.

Una volta a casa mi metto ad ascoltare attentamente il disco e scopro che il pezzo di apertura “Sonno” si gioca in due soli accordi, RE e DO, ed è ispirato a un antico canto greco già interpretato – com’è riportato nella copertina dell’album – dagli Area del mitico Demetrio Stratos in “Gerontocrazia”.

Il secondo pezzo “O morte” è una piccola ode alla morte, un richiamo alla ferale “regina”; un’invocazione in Re- impreziosita dall’intenso recitar cantando che accompagna la melodia dall’inizio alla fine.

1260” è un piccolo trattato storico-teologico messo in musica; la forza delle immagini ci riporta a una città austera (Parma) in fermento per i cambiamenti radicali nella vita religiosa. Ce ne sono diverse significative, ma la più evocativa e dirompente secondo me è questa: «Forza piangete mestissime madri; coi mattoni della legge hanno alzato prigioni. E siamo incatenati al par dei manigoldi alle pietre delle religioni che alzano bordelli.»

Il quarto brano si apre col suono prepotente di un violoncello. È la “Storia di un fiore”, un fiore che nasce dal nulla, si fa uomo e canta una canzone disperata. L’harmonium arricchisce il finale e dà quel tocco di magia in più che non guasta mai.

Al concerto Francesco ha dedicato una canzone alla signora, più precisamente alla regina, della notte. Io e il mio amico inconsapevoli del fatto che si riferisse a Nico le abbiamo sparate tutte, ad esempio: Patti Smith e un improbabile essere mezzo donna mezzo Marzullo, figlio delle troppe o troppe poche birre e dei troppi o troppi pochi bicchieri di vino. In ogni caso la canzone, intitolata appunto “Nico”, è un omaggio alla grandissima artista poliedrica. L’atmosfera gotica accompagna il pezzo dall’inizio alla fine.

Il rito della città” è la chiave di volta di quest’album, è il filo rosso sottile che si dipana da qui e si intreccia in ognuna delle undici pietre preziose che formano questa splendida collana. Il rito della città è la fotografia di un movimento statico, un’ossimorica compresenza: la città si muove ma resta ferma; vive, ma non sembra respirare; invecchia ma resta sempre giovane. È invisibile e trascendente. La città è un non luogo, ma allo stesso tempo è un valzer frenetico che non ti puoi permettere almeno di accennare.

L’album è arricchito da una perla rara: una canzone in dialetto goriziano che rimanda ai luoghi descritti nei romanzi di Claudio Magris. “Nordest” è veramente una dolse canzón accompagnata perfettamente dal suono magico di una fisarmonica.

La canzone dei poeti russi” è una brano che ti lascia un senso di leggerezza impressionante. Ti disarma, e non puoi fare altro che restare inerme ad ascoltare. Il violino cullante ti avvicina al nirvana.

La nona canzone “The Auld Triangle” è una canzone contro la guerra composta da Dominic Behan e scritta dal fratello Brendan per un’opera teatrale. In questo pezzo c’è da sottolineare la collaborazione di Luigi Martinelli (voce e violino) e di Nicolas Furlan (voce e chitarra acustica).

Le belle canzoni” mi ricorda a tratti – come ho detto a Francesco– “La leggerezza” di Gaber. È un testo profondo, che denuncia in modo larvato la diserzione delle belle canzoni in favore di quelle loffie e frivole. La dissolvenza e la presenza finale del pianet chiudono il brano.

“No pasaràn” è il pezzo che chiude l’album. L’introduzione dal carattere onirico è figlia di un solo di fisarmonica e dei synth. Nel finale c’è una sorpresa che non vi svelo, lo scoprirete solo ascoltando.

Massive Attack a Milano: resoconto di una serata a cui nessuno di noi era pronto 0 349

Non avevo visto la scaletta di Milano, ma immaginando che non variasse molto dalle precedenti, ho tirato giù qualche somma: Mezzanine più cover. “Mezzanine più cover?” dicevo a me stesso; “Che motivo avete proprio voi, Massive Attack, di fare delle cover durante un tour che rimarrà nella storia? Voi, che nel repertorio avete pezzi così stratosferici da evitare cover anche durante i live in garage…” Ma come sempre, ho pensato troppo senza guardare il soggetto nella sua essenza; insomma, penso troppo, e pure male, ma in ogni caso non si parla di me, qui.

Il fatto è che chi sta andando al tour del ventennale di Mezzanine pensa di andare a un concerto, ma si sbaglia, non è questo il caso. Il live di ieri sera è stato uno spettacolo cinematografico, una mostra d’arte, una lezione di storia, di filosofia; una visita dallo psicologo e uno schiaffo in faccia. Si, uno schiaffo in faccia, a noi che non abbiamo capito finora un cazzo della situazione in cui ci troviamo e che probabilmente lo capiremo troppo tardi.

Diciassette brani, sei cover, nulla di Blue Lines, assenza totale di ogni capolavoro a parte Mezzanine. Il motivo? Costruire una trama perfetta per un messaggio che restasse impresso nella mente di chi con il telefono in alto filmava frasi contro i danni del digitale nella nostra società; dell’alienazione, di una libertà che non è altro che un’illusione. E per farlo i Massive si son serviti di Found a Reason dei Velvet Underground, come per dire fin dall’inizio: trovami una ragione in tutto questo; il tutto condito da filmati toccanti, sì, ma spesso apparentemente banali: perché, appunto, non capiamo un cazzo. A seguire Risingson, ed eccoli lì i Massive, quello che la gente voleva: “Bastava divertire le vostre serate estive” diceva un certo Fabrizio De André.

A seguire Saturday Night dei Cure, un brano già riproposto nel tour del ’98 e confermato con messaggi che si spingono oltre, insieme ai brani seguenti, individuando un’umanità che vive con gli occhi chiusi di fronte a disgrazie come guerre, torture e cose ben peggiori come l’ignoranza voluta. E poi arriva una potente Man Next Door ad accontentare un pubblico che, in realtà, stava iniziando a capire qualcosa; a parte il tizio in transenna che fin dal primo minuto faceva la diretta e che ha fatto partire una ola di bestemmie.

Prima della prossima cover passeranno altri due pezzi storici: Black Milk e Mezzanine; Black fa impazzire tutti perché Elizabeth è tornata, la Fraser è proprio lì davanti a noi, con quella voce da orgasmo che crea un’alchimia perfetta con il sound dei Massive. Mentre riguardo Mezzanine c’è poco da dire: impeccabile, i batteristi son dei mostri; ci hanno fatto capire quanto è importante andare a tempo nella vita.

La cover che è arrivata dopo è stata Bela Lugosi’s Dead, storico brano dei Bauhaus, reinterpreto dai Massive attraverso un’intensa presenza elettronica, una voce quasi grottesca e un video a primo impatto da “facciata” ma che a piccoli spezzoni faceva capire il messaggio. “Yes? No? I don’t know?” Quanti “non lo so” pronunciamo per non dire la verità? In seguito arriverà Exchange, eseguita in modo impeccabile, quasi da studio ma con dei bassi migliori. Spezziamo una lancia a favore di chi si è occupato della gestione del suono, anch’esso impeccabile.

“Vote for change”. Uno dei messaggi della cover che arriverà dopo: See a Man’s Face: interpretata, come per Man Next Door, da un immenso Horace Andy. Un classico reggae che come ogni brano del contesto, porta con sé un forte messaggio: vota per cambiare. Si, la politica è stata al centro della trama dello spettacolo. Ovviamente. La politica è ovunque, pure in Topolino. Soprattutto in Topolino.

Adesso sto pensando a una cosa e mi sento un po’ in colpa. Sto parlando solo delle cover, limitandomi a una breve presentazione dei brani della band inglese. Ma il fatto è che non c’è bisogno di presentazioni, son sicuro che loro, i Massive Attack, vorrebbero sentir parlare soprattutto del messaggio di questo tour e sicuramente Robert non leggera mai queste parole. Ma nel caso: ROBERT, se stai leggendo dimmi se sei Bansky!

In seguito comunque arriverà Dissolved Girl e Where Have all the Flowers Gone?, cover di Pete Seeger e di Elizabeth Fraser. Una toccante interpretazione che racconta gli orrori della guerra, di un mondo che si ammazza a vicenda per qualcosa che non appartiene e mai apparterrà né all’uno né all’altro.

Dopo l’esecuzione arriva Rockwrok, una cover degli Ultravox eseguirà da un collettivo diventato per un attimo Brit rock. Accompagnato da un video ironico in cui spuntano vari personaggi dello spettacolo che, nel loro insieme, vogliono comunicare il modo in cui anch’essi influenzano fortemente la società.

Arrivati a questo punto la gente aspetta soltanto una cosa: Angel. E infatti Horace Andy sale sul palco e manda la folla in delirio con il suo “Love you, love you, love you“. Poi ci penserà la Fraser a non far scendere il picco di adrenalina attraverso la tanto attesa Teardrop: uno dei brani più storici e mainstream del collettivo.

Poi di colpo il delirio: una cover di Levels di Avicii. In fondo, al di là delle cose negative, bisogna svagarsi nella vita; fermare per un attimo la sofferenza – illuderci – e ballare. Infine ci pensa la solita Fraser a chiudere con Group Four, lasciando spazio a ogni membro della band per virtuosismi vari e saluti che non sono arrivati. Ma in fondo non li voleva nessuno.

Non bastano tutte queste parole per raccontare quanto successo ieri sera, e non basta nemmeno la mia interpretazione del messaggio; perché temi centrali a parte, qui c’entra molto la soggettività. Uno spettacolo audiovisivo con un unico messaggio che mostra in maniera schietta gli orrori della politica mondiale, della guerra, della società che si sta creando e di quella che verrà. Uno spettacolo unico nel suo genere per un pubblico che forse ancora non è pronto; e sì, mi riferisco ancora a quello della diretta in transenna. Ho partecipato anch’io alla ola.

A Robert: se Bansky sei tu non lo dire mai, ancora non siamo pronti. In vent’anni di Mezzanine, disagi politici e guerre, nessuno ha capito nulla; figuriamoci concepire l’esistenza di un artista in grado di influenzare così positivamente le masse con una bomboletta spray.

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