Louis C.K., ovvero come il mondo ci priva, giustamente, di un genio 0 2095

Non staremo qui a fare becero populismo del tipo “Nei suoi sketch ha sempre parlato di masturbazione, cosa si aspettavano le ragazze salite a casa sua?”; Assolutamente no. Louis CK sta pagando per quello che lui stesso ha definito un irresponsabile utilizzo del proprio potere. Ma permetteteci di piangere, per questo.

È innegabile, e chi dice il contrario lo fa sapendo di mentire: oggi il mondo può piangere la perdita di un genio. Non me ne vogliano tutte le persone indignate per i fatti in questione: ciò che è accaduto è assolutamente da condannare e, anzi, bisogna essere coscienziosi che ciò che sta succedendo ci renderà probabilmente una società migliore, delle persone migliori.

Facciamo un breve riepilogo: tempo addietro, cinque donne hanno accusato il comico americano Louis CK di averle molestate sessualmente più di dieci anni fa, confermando dunque i roumors che circolavano tra i camerini di Hollywood da tempo. Lo scandalo, denunciato attraverso le pagine del New York Times, è solo l’ultimo in ordine cronologico della vera tempesta mediatica che si sta abbattendo su Hollywood, mietendo vittime illustri quali Harvey Weinstein e Kevin Spacey.
Le accuse riguardanti Louis CK verrebbero tutte da colleghe dello showman e sarebbero tutte simili: senza scendere nei dettagli, il comico si sarebbe masturbato davanti loro senza il consenso, oppure ottenendolo sfruttando la sua posizione.

La settimana scorsa è invece arrivata la conferma da parte di CK, attraverso un comunicato in cui dice: “Queste storie sono vere. Al tempo, mi ero detto che quello che avevo fatto era ok, perché non avevo mai mostrato il pene a una donna senza prima chiedere il permesso, cosa che è anche vera. Ma più avanti nella vita ho capito, comunque troppo tardi, che quando sei in una posizione di potere chiedere loro di guardare il tuo pene non è una domanda. Per loro è un’imposizione. Il potere che avevo su queste donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere

Ovviamente, a seguito della conferma Il suo manager, l’addetto stampa e l’agenzia che lo ha rappresentato durante i tour negli USA hanno deciso di chiudere le rispettive collaborazioni e anche FX, Universal Pictures e Illumination Animation hanno preso le distanze. Netflix ha annullato la produzione di due spettacoli, ma ha deciso di tenere sulla piattaforma gli show già presenti.

L’interruzione o, probabilmente, la fine della carriera di Louis CK privano il mondo intero di una delle menti più brillanti del mondo dello spettacolo, non solo per le ottime doti di comico ma anche per quelle di scrittore e sceneggiatore: era lui stesso a mettere nero su bianco tutti i suoi spettacoli, con uno stile di stesura ricercato e interpretabile probabilmente solo da lui stesso. Un comico capace di rendere divertente anche la natura umana stessa, immaginando una realtà dove la parte peggiore di noi può prendere il sopravvento in ogni momento. Era proprio su questo che si basava la sua comicità. Louis CK ci ha insegnato a ridere di noi, prendendo in giro prima sé stesso: calvo, grasso, nevrotico, schifosamente goloso ed inconsciamente razzista; è così che si dipinge sul palco CK, praticamente sempre protagonista dei propri sketch.

Louis CK è stato in grado di esplorare zone del “far ridere” mai venute alla luce, divenendo senza dubbio il comico migliore della sua generazione ed un esempio professionale per quanti intraprendono questa carriera, rendendo davvero amara la pillola da ingoiare per chiunque almeno una volta l’abbia visto esibirsi. Ma noi non staremo qui a fare becero populismo del tipo “Nei suoi sketch ha sempre parlato di masturbazione, cosa si aspettavano le ragazze salite a casa sua?”; Assolutamente no. Louis CK sta pagando per quello che lui stesso ha definito un irresponsabile utilizzo del proprio potere. Ma permetteteci di piangere, per questo.

Puoi amare qualcuno che ha fatto queste cose terribili? Puoi continuare ad amarlo?”. È questo l’interrogativo che si pone Sarah Silverman all’interno del suo programma, “I Love You, America”, visibilmente commossa. Tra i due c’era un’amicizia lunga 25 anni, e l’accaduto ha portato la Silverman ad una riflessione profonda sul tema: “Posso sicuramente affrontarlo più tardi perché le persone che contano adesso sono le vittime. E sono vittime per qualcosa che lui ha fatto. Quindi è ok se allo stesso tempo sono sia arrabbiata per quello che ha fatto e che la cultura ha permesso che accadesse, ma sono anche triste perché ho perso un amico. Ma io credo con tutto il cuore che questo momento sia essenziale, e che le persone colpevoli di questi atti debbano pagare, non importa chi loro siano. Dobbiamo essere migliori e saremo migliori. Non vedo la cazzo di ora di essere migliori.

È esattamente quello che pensiamo più o meno tutti in questo momento. “È come estirpare un tumore. È complicato, fa male, ma è necessario e ne usciremo tutti più forti. Fa schifo, alcuni nostri eroi verranno distrutti e scopriremo brutte cose su persone che ci piacciono o che, in certi casi, amiamo.”.
Esattamente. Noi amavamo Louis CK e ci mancherà per ogni singolo istante a partire da ora. Ma va bene così.

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L’estetica comunista nel cinema italiano 0 1731

Il comunismo ha accompagnato la storia del nostro Paese dagli anni ’20 del secolo scorso fino a poco più di trent’anni fa e la sua eco è viva e risuona ancora oggi: appare quindi piuttosto logico che, nel corso dell’evoluzione della settima arte in Italia, un posto non da poco nella ricerca estetica sia stato riservato al comunismo, specialmente nei riguardi di commedia e film neorealisti. Un’ideologia che da sola muoveva dai due ai quattro milioni di elettori ha ben donde di essere esplorata e indagata nei suoi aspetti e nei suoi effetti sulla società, soprattutto se si tratta di una società come quella italiana, da sempre soggetta a forti scontri sociali e politici, sia all’interno delle aule del parlamento che fuori, soprattutto in televisione.

Il motivo per cui tale ideologia sia tanto legata alla prima Repubblica è ancor oggi oggetto di dibattito presso ambienti – anche piuttosto affermati e prestigiosi – di studio sociologico e storico, che hanno il compito di sviscerare in senso tecnico la compatibilità del marxismo con gli usi e i costumi di un Paese industriale e fortemente polarizzato in senso politico quale era l’Italia in tutto il Novecento (fatta eccezione per l’ultimo decennio, in cui Tangentopoli e il crollo dell’URSS causarono la fine delle cosiddette “ideologie forti”); in sintesi si può affermare che la ricerca di un’alternativa alla destra (in un mondo all’epoca bipolare, diviso fra liberismo e socialismo, Stati Uniti e Unione Sovietica) abbia portato all’epoca i lavoratori verso posizione ideologiche affini a quelle del Partito Comunista Italiano in modo piuttosto logico e “naturale”, tenendo anche conto del fatto che alcuni dei più grandi ideologi mondiali comunisti erano proprio italiani, come Secchia, Gramsci e Nilde Iotti; di Togliatti parleremo un’altra volta, così come di Berlinguer.

Un simile fenomeno di natura sociale, ma che riguardava anche il costume, non poteva esimersi da un’analisi e una rappresentazione artistica, specialmente in un periodo in cui la ricerca e l’evoluzione artistica erano indissolubilmente legate al disagio, alle aspirazioni ed al progressivo decadimento della società occidentale: basti pensare alla pop art americana di Andy Wharol o alla scuola della Bauhaus, in Germania. Nel cinema, appunto, uno degli esempi più celebri è “La classe operaia va in paradiso“, datato 1971 e diretto da Elio Petri, in cui uno straordinario Gian Maria Volonté interpreta Ludovico Massa, detto Lulù, operaio di 31 anni con due famiglie da mantenere (una composta dalla ex moglie e il loro figlio, l’altra dalla sua nuova compagna e il figlio di lei) e con alle spalle già 15 anni di lavoro in fabbrica, due intossicazioni da vernice e un’ulcera. Un piccolo borghese a cottimo (un tipo di retribuzione comminata in base ai giorni di lavoro e quindi non fissa) che lotta tra un movimento studentesco che non condivide le istanze dei lavoratori, una situazione familiare frustrante e un lavoro che assomiglia più ad una condizione di schiavitù. Destreggiarsi in una vita che non asseconda le sue aspirazioni è per lui mortalmente frustrante e ciò lo porta ad essere, da fedele sostenitore del cottimo (in quanto garanzia della possibilità di permettersi beni di consumo a prezzo di turni massacranti) a fervente attivista comunista che abbraccia le istanze radicali, anche se deluso sia dai sindacati che dai movimenti studenteschi. Una pellicola struggente, sofferta e attuale ancor oggi, nel suo realismo crudo e duro. Il film da una parte entra nella fabbrica italiana degli anni settanta per raccontare il rapporto totale e morboso degli operai con la macchina e dall’altra al contempo esce al di fuori, per accusare sia il movimento studentesco, spesso troppo distante e ‘astratto’ dai reali problemi degli operai, che i sindacati, spesso invece collusi con i padroni con cui concertano e decidono della vita degli operai stessi, per arrivare fin dentro le case, evidenziando come l’alienazione dell’uomo-macchina continui anche nella vita di tutti giorni, contaminando i rapporti personali.

Altro illustre esempio è “Roma città aperta“, forse il film più celebre della corrente neorealista e primo capitolo della cosiddetta “trilogia della guerra antifascista”, seguito da “Paisà” (1946) e “Germania Anno Zero” (1948). In questo magistrale e drammatico ritratto dal maestro Rossellini, i partigiani collaborano con un prete locale (tale don Pellegrini) per passare messaggi alla resistenza attiva a nord di Roma, all’epoca ancora sotto il giogo nazifascista repubblichino. Tanto si è parlato delle magistrali interpretazioni di Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Marcello Pagliero e Nando Bruno, ma anche dell’essenza stessa del film, drammatico resoconto di una guerra devastante per la nostra nazione. Rossellini dipinge una città eroica, tutta coinvolta nella resistenza contro il gigante nazista, una sublimazione biblica di un conflitto che in realtà fu molto meno campale e ben più contenuto, ma che dà lustro all’Italia e al suo popolo come fiero combattente della libertà. Vero anche che la storia non andò così e, anzi, secondo Aurelio Lepre, storico di fama internazionale: “Il Rossellini di Roma città aperta faceva dimenticare il regista dell’Uomo della Croce (film propagandistico fascista, ndr), prodotto nel 1942 e presentato nel gennaio 1943 a Roma, in una solenne manifestazione, alla presenza dei dirigenti del clero castrense e delle organizzazioni d’arma. […] Il protagonista dell’Uomo della Croce era stato un sacerdote, un cappellano militare sul fronte russo, simbolo dell’ideale cristiano contrapposto alla barbarie comunista. Anche il protagonista di Roma città aperta era un sacerdote, un parroco di un rione popolare, ma la continuità era data soltanto dall’abito; per il resto il capovolgimento era completo”. Al di là delle accuse di trasformismo e di revisionismo, il film “Roma città aperta” resta uno dei più bei ritratti corali mai prodotti in Italia e un film dalla carica dirompente e devastante, capace di emozionare anche a distanza di decenni.

Una foto del maestro Roberto Rossellini

Memorabile anche Pier Paolo Pasolini, al giorno d’oggi citato spesso e volentieri a sproposito, e che nelle sue pellicole analizza a volte problemi sociali, a volte perversioni dell’animo umano. Uno dei suoi film più belli è “Uccellacci e uccellini“, del 1966, in cui un vecchio e stanco Totò impersona se stesso, come fa anche Nino Davoli, in un film a metà tra il comico e il surreale (palese l’influenza di Ingmar Bergman e i suoi “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo“) che descrive le avventure di due proletari di infimo livello che vivono le loro vite in modo noncurante, fin quando non incontrano un corvo, il quale è, come dice lo stesso film: “Un giovane intellettuale di estrema sinistra, diciamo… di prima della morte di Togliatti”. L’incessante parlare alto ed astratto di tematiche filosofiche marxiste è motivo di noia per i due uomini, che non sono minimamente interessati a simili disquisizioni e alla fine si mangeranno il povero corvo. Non manca un richiamo, quasi un’autocitazione, al Vangelo secondo Matteo, del 1964, anche se qui l’elemento religioso è parodiato, con Totò e Nino che insegnano, in veste di frati in un flashback improbabile in cui loro sono seguaci di san Francesco, ai falchi e ai passerotti le più elementari norme cristiane, come amore, compassione e perdono.

Risultato? I falchi comunque continuano a mangiarsi i passerotti e in questo Pasolini vuol far capire al pubblico che, nella sua visione della società, i messaggi cattolici, in apparenza egualitari e pacifisti, non eliminano il contrasto tra le classi sociali, che rimangono saldamente divise e in lotta tra loro. Il corvo, nel presente del film, rappresenta la sinistra filosofica, da salotto, incapace di comunicare col popolo e lontana da esso anni luce; il regista bolognese “naturalizzato” romano esprime tutto il proprio estro nel raccontare una storia che viaggia su due binari: nel presente, Nino e Totò rappresentano la piccola borghesia proletarizzata, egoista e frustrata, che non è in grado di preoccuparsi di altro se non della propria sopravvivenza, mentre nel passato essi sono due francescani e in tale frangente Pasolini mette alla berlina l’incapacità della chiesa di far fronte alla dinamica della lotta di classe, per via della sua fondamentale inadeguatezza. E il corvo? Già, a momenti stava per essere dimenticato: esso è un feticcio che incarna l’autocritica pasoliniana verso il comunismo, che rischia spesso di diventare troppo tecnico per le persone comuni, fallendo nel proprio intento originario, ossia essere vicino alle masse in difficoltà. Ci si trova di fronte a un film colossale nella propria semplicità e nel proprio cinismo verso la realtà sociale e politica dell’epoca; indubbiamente, uno dei più bei film della storia della cinematografia italiana, in cui Pasolini è consapevole analista e lucido studioso della realtà contemporanea. Questa sua caratteristica traspare in varie interviste in cui prese parte, in cui denunciava il pericolo dello schermo come fondamento di un assetto antidemocratico in cui chi era nello schermo dominava e influenzava chi guardava. La sua capacità di indagine e la sua lungimiranza (espressa anche dalla sua famosa frase: “I proletari imitano i borghesi che vedono in TV” ) rendono i suoi film attuali e vivi ancor oggi, pertanto senza dubbio è bene affrontarne la visione.

Una scena – purtroppo in bassa definizione – di “Uccellacci e Uccellini”

Non tutti i film sul comunismo italiano sono però drammatici: famose e apprezzate anche alcune commedie legate al marxismo, come “Berlinguer ti voglio bene“, del 1977 e diretta da Giuseppe Bertolucci, in cui Roberto Benigni, prima di interpretare assai liberamente la storia contemporanea in “La vita è bella“, veste i panni di Mario Cioni, un sottoproletario fiorentino comunista affetto da un grave complesso edipico, i cui risvolti nel finale della pellicola saranno grotteschi e spiazzanti, per lui tanto quanto per il pubblico. L’uomo comune (penosamente normale, per citare Fantozzi) alle prese con un’ideologia che non capisce del tutto, forse anche a causa di un’eccessiva astrazione dell’ideale compiuta dal P.C.I. berlingueriano a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Certo, il montaggio e i tempi molto lenti, uniti alla logorrea di Benigni, lo rendono forse un po’ pesante, ma il messaggio surreale e la delicatezza con cui viene affrontato il complesso di Mario, malgrado la crudezza del linguaggio e degli sviluppi narrativi, creano un nuovo modo di intendere la commedia, che ne rende interessante la visione.

Meritevole di menzione è “I 2 deputati“, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nei panni l’uno di un candidato comunista e l’altro democristiano, sceneggiato agrodolce e irresistibile che mostra l’avventura di due uomini comuni in un meccanismo – quello della politica – mostruosamente più grande di loro e che molto spesso li trascina. In un periodo in cui la coppia Franchi/Ingrassia viveva un momento di grave rallentamento artistico e di ripetitività, questo film è un lampo di luce e ha delle trovate comiche spesso azzeccate: il film è lontano dall’ingenuità consueta del duo e a tratti mostra anche giuochi di potere e manovre politiche dietro alle candidature locali. Ci si poteva dimenticare di Fantozzi? È vero che non si tratta di una serie di film sul comunismo, ma l’esaltazione (e l’amichevole presa in giro) della minuscola borghesia impiegatizia è senz’altro un’ottima opera di satira, che permette a chiunque di trovare il proprio livello comico. Ce ne sono tre, per essere precisi: la comicità fisica, slapstick, che fa ridere i bambini e i ragazzini; poi la riflessione sulle relazioni personali e le scene di comicità più mature (come la caccia nel “Secondo tragico Fantozzi” o il film porno in “Fantozzi va in pensione“); e, infine, il terzo livello, quello dei grandi, con Fantozzi che deve “correggere” la scritta in cielo “Il megapresidente è uno stronzo”, che partecipa alla tribuna politica, destreggiandosi tra sigle e candidati, che deve subire il tradimento della moglie con un panettiere. Il terzo livello strappa una risata amara, che non fa ridere, bensì riflettere.

Il genio di Paolo Villaggio nella scrittura e nel cinema – soprattutto – ha regalato al nostro cinema comico un ritratto grottesco e iperbolico di una società piccola, prezzolata e guidata esclusivamente dai propri interessi personali, nel tentativo di non venire schiacciati dal peso del potere che grava su di loro e che comanda le loro vite. Il meccanismo dello straniamento rovesciato verghiano, utilizzato da Villaggio, vuole svegliare le coscienze in modo delicato, quasi paterno, e purtroppo tende a perdere questo intento sociale man mano che si prosegue nella serie, con pellicole sempre più ripetitive e stanche: non si tornerà mai più ai fasti dell’incontro tra Fantozzi e Folagra nel primo film, o del varo della turbonave aziendale del secondo, e in fondo è giusto così. Solo i primi due film sono rimasti davvero epocali e sono quelli in cui si sente maggiormente la vena sociale di Villaggio, dichiaratamente ed orgogliosamente schierato “Ancora più a sinistra di Mao”, come diceva spesso nelle sue interviste.

Un frame del film”Novecento” di Bertolucci

Tocca ora a Nanni Moretti e alla sua geniale verve attoriale di stampo comunista, spesso lampante in film come “Il Portaborse” (non diretto da lui, bensì da Daniele Luchetti nel 1991, e di stampo drammatico), che racconta le avventura di Luciano, professore di latino che per arrotondare fa il ghostwriter, venendo notato da Cesare Botero, ministro delle partecipazioni statali del partito socialista, che lo ingaggia. Si scopriranno macchinazioni gigantesche, giro di soldi sporchi per milioni di lire e totale disinteresse della politica per i reali problemi del Paese. La perla comica più brillante e ispirata è decisamente “Palombella Rossa”, del 1989 e diretto dallo stesso Moretti, in cui la crisi profonda del comunismo di fine anni ’80 è tinteggiata con una sferzante e perfettamente bilanciata ironia; descrivere tale crisi è un compito gravoso e difficile, ma il comico romano (che aveva fatto del comunismo la sua fede fin dai tempi di Ecce Bombo) non poteva certo esimersi. Nasce così “Palombella rossa”, metafora sul sistema politico dell’Italia della prima Repubblica, in cui Nanni rende il suo personaggio storico, Michele Apicella, il più possibile simile a sé, rendendo questa forse la più autobiografica delle sue pellicole; non a caso il plot ruota attorno a una infinita partita di pallanuoto, sport che Moretti ha sempre amato e praticato, anche a livello agonistico, arrivando in serie A. Apicella è preda di tormenti, traumi infantili, entra ed esce dall’acqua e tenta di comunicare con un mister – Mario, portato sullo schermo da un irresistibile Silvio Orlando, stesso attore che interpreta Luciano nel succitato “Il Portaborse” – che non ne capisce nulla di strategia e di pressing, una figlia che lo considera noioso (Asia Argento), avversari politici che lo tormentano. Si crea un quadro surreale ma attendibile, che ricorda Polanski nel suo “Rosemary’s Baby” o “L’inquilino del terzo piano“, pur eliminando completamente l’angoscia che si respirava in quei film, sostituendola con una scanzonata e nostalgica ironia, che non vuole far la morale a nessuno. Lo scopo è raccontare la fine di un’era e la lotta ormai persa contro una società che rema contro il protagonista e le sue idee. La durata è di appena ottanta minuti, ma (proprio come il Dottor Živago, continuamente citato nel film) sembra durare tantissimo, ma è proprio quella l’intenzione: non annoia, perché è costruito per essere lento, come una ninna nanna che dà la buonanotte al Partito Comunista Italiano e all’ideologia che ha guidato metà del mondo per settant’anni.

Recente è invece “Cosmonauta”, del 2009, per la regia di Susanna Nicchiarelli, che racconta la storia a tratti comica e a tratti drammatica di Luciana, giovane militante comunista attiva negli anni ’60, decennio bollente del secolo scorso anche a causa delle lotte giovanili. Schiacciata da un partito ancora maschilista e da comuni turbe adolescenziali, all’epoca particolarmente forti per una generazione certamente molto più “ingessata” di quella attuale. Il conflitto tra la madre e la figlia (che rifiuta la prima comunione a dieci anni per la sua orgogliosa appartenenza politica, manifestata fin dalla tenerissima età), la presentazione di un tema ancora oggi scottante e, forse, troppo spesso dimenticato, ossia il poliamore, l’attrito con i piani alti del partito, all’epoca ancora maschilisti e omofobi… queste ed altre tematiche rendono “Cosmonauta”, distribuito in Italia da Fandango, una vera chicca del cinema d’autore, da recuperare assolutamente. Certo, è ingenuo e senza la pretesa di raccontare fedelmente le vicende politiche dell’Italia del boom economico, ma nella sua semplicità ricorda un po’ lo stile di Moretti, anche se molto, molto meno dissacrante e surreale.

Una scena di “Cosmonauta”, a cui è dedicata anche la copertina di quest’articolo

Per concludere, nel cinema italiano il comunismo e il suo legame con la società e la cultura del Bel Paese sono stati abbondantemente analizzati e i film in cui tale leitmotiv è presente sono – nel bene e nel male – manifesti di un’epoca che non c’è più. Insegnamenti da donarci ne ha ancora, come la lotta contro la prepotenza del più forte, il ribellarsi alla logica del profitto, ma il bello della settima arte è proprio che, anche nei film più schierati, ognuno può trovare la propria interpretazione personale e assolutamente unica, anche se naturalmente non è possibile attribuire al film contenuti e schieramenti che non ha: bisogna conservare un occhio critico nell’approcciarsi a film che sono nati in un clima completamente diverso da quello attuale, in cui la politica non era scontro senza esclusione di colpi, ma confronto, analisi e dibattito. I film sulla società e sul comunismo sono film non sempre agili, a volte pesanti per chi di politica si disinteressa, ma sono anche e soprattutto documenti e indagini su una filosofia socioeconomica che, sempre nel bene e nel male, ha cambiato la storia dell’umanità in modo non del tutto irreversibile, purtroppo.

Un ringraziamento a Lorenzo Boccuni per la copertina.

Che ne è del pop? L’evoluzione di un fenomeno globale 0 765

Ve lo dico io di cosa parla “Like a Virgin”. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa!

Erano gli anni ’90, e un giovane Quentin Tarantino usciva per la prima volta nelle sale di tutto il mondo con il suo primo lungometraggio: Le Iene. Nella scena iniziale Mr. Brown, interpretato dallo stessa regista, si lascia andare in una colorita esegesi del brano. Il resto è storia. Per il cinema e anche per la musica, sia chiaro.

In verità, Like a Virgin di Madonna uscì nel 1982. La portata rivoluzionaria di quella bionda che, già solo col suo nome d’arte, aveva legato a doppio filo – sacro e profano – l’evoluzione di un pop rinnovato per le masse è indubbia e indiscutibile. La personalità di uno dei più grandi intrattenitori musicali degli ultimi cinquant’anni, quale è Madonna, riuscì (e riesce tuttora) a dividere l’opinione pubblica.

In sintesi, una come lei attirò a sé decine, se non centinaia, di pseudo-Madonna alla ricerca del successo facile, dando vita ad un filone pop ben riconoscibile. Elencare tutti i nomi sarebbe impossibile, ma se state leggendo questo articolo, a meno che non vi siate ibernati nel passato e abbiate deciso di scongelarvi nel 2018, dovreste conoscere quanto meno le più popolari:  Kylie Minogue, Christina Aguilera, Jennifer Lopez, Britney Spears e le Spice Girl sono solo alcune tra le tante avvenenti protagoniste dei nostri teleschermi sintonizzati su MTV (buon’anima).

Eppure, nonostante la risonanza mediatica, nonostante i continui eccessi di Britney che finivano puntualmente al telegiornale, nonostante Victoria delle Spice Girl propose, sposando David Beckham, uno dei binomi più nazional-popolari che la società abbia mai conosciuto (ossia quello pop-pallone), nonostante le vendite, nonostante tutto… Madonna era ancora lì. Era saldamente col suo prosperoso sedere appoggiato sul trono della discografia commerciale di tutto il mondo, a dettare regole e rivoluzioni del suo genere. Sembrava che nessuno potesse realmente spodestarla.

Già, sembrava, perché in realtà il pop commerciale avrebbe trovato una nuova protagonista: Lady Gaga.

Era il 2008 quando la signora Stefani Germanotta lanciò in tutto il mondo il suo primo album: The Fame.
Un esordio esplosivo, un manifesto generazionale come non se ne vedevano da tantissimi anni nel genere e, soprattutto, l’immediata consacrazione di Gaga come icona dell’edonismo postmoderno. Un album, questo, in cui il vissuto della Germanotta, in certi punti sofferto e tagliente, in altri frivolo e sfarzoso, delinea una nuova idea di fare pop, senza però lasciare indietro ciò che di buono è stato fatto.

Le influenze di Madonna – e anche di Britney Spears – non sono assolutamente nascoste, ma a renderla innovativa è lo stile glam, che trova in Bowie il suo maggior interprete ed ora ispiratore, e quella marcia elettro e synth che proprio con Lady Gaga entrerà, de facto, nella nostra musica, senza più uscirne. «Sono una psicotica ipnotizzante / ho la mia elettronica nuova di zecca» recita il brano Just Dance.

Ma la portata rivoluzionaria sta anche nel personaggio che è Lady Gaga, nelle sue esibizioni, nel suo rapporto col pubblico e con la stampa, sempre e consciamente fuori dalle righe, ma non nel modo delle teen idol statunitensi a lei precedenti. Gaga si presenta alle premier vestita di carne cruda; Gaga ingoia un rosario nella videoclip di Alejandro;Gaga che è stata per anni creduta ermafrodita.

Se Madonna, in quel lontano 1982, con la sua musica e con il suo modo di intrattenere, rappresentò lo specchio di un’America che voleva veder concluso quello storico processo di emancipazione sessuale iniziato intorno agli anni ’60, Lady Gaga scopre le carte più decadenti di una società in cui la sessualità è spettacolo, ma nel contempo un costante pendolo tra mercificazione pubblica e godimento personale, tra una voce rotta dal pianto e un urlo in una discoteca, tra la ricerca di un io e la disperazione di chi sa di vivere in un mondo in cui vige l’egemonia della spersonalizzazione.

Un forte cambiamento nella società sempre più ancorata alle logiche del capitale, dunque, il cui effetto più significativo, nell’ambito musicale, si riversa in un potere decisionale via via maggiore della distribuzione discografica.

Se Lady Gaga, infatti, rappresenterebbe l’icona pop che più di ogni altra ha saputo raccontare questa generazione, ciò non si può dire di altri artisti o gruppi dello stesso genere che stavano quasi per riuscirci. Primi fra tutti loro, la band più “amata” del momento: i Coldplay. Ormai lontani anni luce dai fasti del passato, Chris Martin e compagnia cantante hanno deciso, almeno da Mylo Xyloto del 2011, di seguire la scia del “massimo risultato al minimo sforzo”.  Il loro esordio alle porte del nuovo millennop con Parachutes lasciò ben sperare pubblico e critica: un sound innovativo, che strizzava l’occhio a tutto ciò che di buono i Radiohead stavano portando nel rock mainstream. Ovviamente, a livello di liriche si discostavano totalmente dalla band di Thom Yorke, ma la strada da seguire non doveva, e non voleva, essere quella della mera emulazione, bensì aveva le potenzialità di attuare, con il pop, una pas destruens prima e una pas costruens dopo. Il processo di evoluzione proseguirà due anni dopo con il secondo album, A Rush Of Blood To The Head, il disco migliore dell’intera produzione dei Coldplay. La band approfondisce temi e musicalità, passando per ballate trasognanti e pezzi intimamente acustici, per un epic rock stile U2 e fragorosi brani di virtuosismo di chitarre e pianoforte, ampliando le proprie esigenza musicali e comunicative. Canzoni come Clocks, Politik, The scientist e A Whisper sono la massima espressione dell’innovazione che i Coldplay potevano portare nel pop britannico ed europeo.

Nel 2005 è poi la volta di X&Y, disco che calca la mano su una maggiore ricerca interiore, mantenendosi, musicalmente parlando, perfettamente in linea con il lavoro precedente, pur non arrivando a toccare quelle vette stilistiche. Risulta, a conti fatti, un ottimo album, naturale prosecuzione di tutto quello che Martin ha mostrato al suo pubblico nei cinque anni dalla pubblicazione di Parachutes. E se il successivo Viva La Vida or Death and All His Frinds si attesta a livelli alti quasi quanto il secondo album con brani come Lovers in Japan, Lost! e i capolavori Violet Hill e, soprattutto, Viva la Vida, già da Mylo Xyloto le sonorità più scontate e i testi meno ricercati cominciano ad aleggiare pericolosamente nei brani dei Coldplay.

Da lì in poi, non si può che assistere ad un costante appiattimento sonoro e non solo, con la band che decide di seguire la via del pop più commerciale e sdoganato, tanto che nell’ultimo album A Head Full of Dreams, a parte Up & Up, risulta difficile anche sentire lo “stile Coldplay” che aveva comunque caratterizzato i dischi precedenti, sia nel bene che nel male. Cosa sia rimasto dei ragazzi che erano ad un tanto così dal rivoluzionare il britpop, beh, ce lo chiediamo in tanti; non siamo comunque più di quei fan dell’ultimo minuto che ballano sotto le note di Adventure of a lifetime reputandola una canzone degna di nota, e ai Coldplay – e alle loro tasche – va bene così.

Parlando di britpop, non si può non menzionare la clamorosa involuzione di Robbie Williams, divenuto da diversi anni ormai la versione britannica di Michael Bublè fuso col peggiore Elton John, ossia quello che compone brani generici sulla vita che un cinquantenne medio apprezzerebbe. Lo storico membro dei Take That è la dimostrazione che anche le voci considerate più autorevoli, e quindi più libere di esprimere la propria musica, sono pronte a mettersi supine di fronte alla domanda di un pop fin troppo leggero.

Eppure il buon vecchio Robbie aveva dimostrato, a più riprese, di poter intraprendere una carriera solista se non originale, quanto meno estrosa: i primi tre album, e in particolare Sing when You’re winning ci avevano mostrato un musicista pop solido ed evolutivo. Quel che accade dopo si può sintetizzare con: swing, elettronica messa a casaccio e male e basi anonime e ripetitive.

Ovviamente l’andazzo non è sempre negativo, soprattutto nei sottogeneri: potremmo scrivere articoli e articoli, ad esempio, su quanto i Black Eyed Peas, imprescindibili in un’analisi musicale del terzo millennio, abbiano legittimato in toto le reciproche contaminazioni tra hip-hop e pop, che comunque esistevano anche prima. Si potrebbe descrivere per ore l’eclettismo dal valore assoluto di una pop star, Bruno Mars, che pone le sue basi sul funk e sull’R&B per farlo riscoprire alle masse. Per non parlare dell’impulso indie e dream del pop di Lana Del Rey, riversato con un imbuto in tutta la scena indie statunitense ma anche europea.

Ma il pop duro e puro, quel filone iniziato con Madonna e proseguito con Lady Gaga, può annoverare, oltre le già sopracitate, nomi che offrono musica di spessore senza snaturare la loro poetica e nel contempo risultare fruibili al proprio pubblico? Una risposta sarebbero, senza dubbio, i Franz Ferdinand, protagonisti di un’evoluzione musicale culminata con il loro ultimo e recentissimo album Always Ascending. Un esempio esaltante e, soprattutto, edificante per chiunque voglia esplorare le potenzialità troppo poco espresse del genere.

Con l’omonimo album di debutto nel 2004, il gruppo capitanato da Alex Capranos ha segnato un solco profondissimo nel pop, in un mix esplosivo di art rock, new wave, dub e garage. Un sound che ha aiutato a determinare la nuova via che il genere può intraprendere per testare le nuove espressioni del pop, un pop moderno e adatto ai tempi, che si lascia guidare da punti di riferimento del passato ma in costante riscoperta, ma anche da sonorità più nuove e, perché no, sottovalutate.

La parabola artistica dei Franz Ferdinand prosegue senza sosta, ma nonostante le buone intenzioni, i Franz Ferdinand non riescono ancora ad affermarsi nella maniera meritata nel panorama globale.

L’affermazione al grande pubblico: è questo che ha sempre tenuto in vita questo genere musicale, che tanto è cambiato nel corso del tempo nelle sonorità ma soprattutto nelle intenzioni. Quando Madonna nel 1982 ha pubblicato Like a Virgin si è presentata come uno dei tanti tasselli riformisti di una società che sfidava apertamente il perbenismo imperante fino a pochi anni prima; in un certo qual modo si potrebbe dire che la sua musica avesse una portata velatamente e sottilmente rivoluzionaria, vicina ad una classe di persone che all’epoca erano in minoranza e contro lo status quo.

E adesso? Il pop, dagli anni ’90, non ci ha provato quasi più a tornare ad essere quel tassello menzionato poco fa, lasciando questo compito al sempiterno rock (che già dalle sue stesse origini si prefissava come musica anti-sistema) e ad un certo tipo di hip-hop che, ahimè, potrebbe apprestarsi a fare la stessa fine.

Il mercato è oramai l’unico parametro per determinare il valore e la popolarità di un musicista, ma se c’è qualcuno che può cambiare il modo di ascoltare musica, quello è nelle mani (anzi, nelle orecchie) di noi ascoltatori: ci accomoderemo sui gusti prevalenti della massa o valorizzeremo, per quanto possibile, ciò che di nuovo, rivoluzionario e artistico il pop – e la musica –  ha da offrirci?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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