Louis C.K., ovvero come il mondo ci priva, giustamente, di un genio 0 2056

Non staremo qui a fare becero populismo del tipo “Nei suoi sketch ha sempre parlato di masturbazione, cosa si aspettavano le ragazze salite a casa sua?”; Assolutamente no. Louis CK sta pagando per quello che lui stesso ha definito un irresponsabile utilizzo del proprio potere. Ma permetteteci di piangere, per questo.

È innegabile, e chi dice il contrario lo fa sapendo di mentire: oggi il mondo può piangere la perdita di un genio. Non me ne vogliano tutte le persone indignate per i fatti in questione: ciò che è accaduto è assolutamente da condannare e, anzi, bisogna essere coscienziosi che ciò che sta succedendo ci renderà probabilmente una società migliore, delle persone migliori.

Facciamo un breve riepilogo: tempo addietro, cinque donne hanno accusato il comico americano Louis CK di averle molestate sessualmente più di dieci anni fa, confermando dunque i roumors che circolavano tra i camerini di Hollywood da tempo. Lo scandalo, denunciato attraverso le pagine del New York Times, è solo l’ultimo in ordine cronologico della vera tempesta mediatica che si sta abbattendo su Hollywood, mietendo vittime illustri quali Harvey Weinstein e Kevin Spacey.
Le accuse riguardanti Louis CK verrebbero tutte da colleghe dello showman e sarebbero tutte simili: senza scendere nei dettagli, il comico si sarebbe masturbato davanti loro senza il consenso, oppure ottenendolo sfruttando la sua posizione.

La settimana scorsa è invece arrivata la conferma da parte di CK, attraverso un comunicato in cui dice: “Queste storie sono vere. Al tempo, mi ero detto che quello che avevo fatto era ok, perché non avevo mai mostrato il pene a una donna senza prima chiedere il permesso, cosa che è anche vera. Ma più avanti nella vita ho capito, comunque troppo tardi, che quando sei in una posizione di potere chiedere loro di guardare il tuo pene non è una domanda. Per loro è un’imposizione. Il potere che avevo su queste donne era che loro mi ammiravano. E io ho usato irresponsabilmente questo potere

Ovviamente, a seguito della conferma Il suo manager, l’addetto stampa e l’agenzia che lo ha rappresentato durante i tour negli USA hanno deciso di chiudere le rispettive collaborazioni e anche FX, Universal Pictures e Illumination Animation hanno preso le distanze. Netflix ha annullato la produzione di due spettacoli, ma ha deciso di tenere sulla piattaforma gli show già presenti.

L’interruzione o, probabilmente, la fine della carriera di Louis CK privano il mondo intero di una delle menti più brillanti del mondo dello spettacolo, non solo per le ottime doti di comico ma anche per quelle di scrittore e sceneggiatore: era lui stesso a mettere nero su bianco tutti i suoi spettacoli, con uno stile di stesura ricercato e interpretabile probabilmente solo da lui stesso. Un comico capace di rendere divertente anche la natura umana stessa, immaginando una realtà dove la parte peggiore di noi può prendere il sopravvento in ogni momento. Era proprio su questo che si basava la sua comicità. Louis CK ci ha insegnato a ridere di noi, prendendo in giro prima sé stesso: calvo, grasso, nevrotico, schifosamente goloso ed inconsciamente razzista; è così che si dipinge sul palco CK, praticamente sempre protagonista dei propri sketch.

Louis CK è stato in grado di esplorare zone del “far ridere” mai venute alla luce, divenendo senza dubbio il comico migliore della sua generazione ed un esempio professionale per quanti intraprendono questa carriera, rendendo davvero amara la pillola da ingoiare per chiunque almeno una volta l’abbia visto esibirsi. Ma noi non staremo qui a fare becero populismo del tipo “Nei suoi sketch ha sempre parlato di masturbazione, cosa si aspettavano le ragazze salite a casa sua?”; Assolutamente no. Louis CK sta pagando per quello che lui stesso ha definito un irresponsabile utilizzo del proprio potere. Ma permetteteci di piangere, per questo.

Puoi amare qualcuno che ha fatto queste cose terribili? Puoi continuare ad amarlo?”. È questo l’interrogativo che si pone Sarah Silverman all’interno del suo programma, “I Love You, America”, visibilmente commossa. Tra i due c’era un’amicizia lunga 25 anni, e l’accaduto ha portato la Silverman ad una riflessione profonda sul tema: “Posso sicuramente affrontarlo più tardi perché le persone che contano adesso sono le vittime. E sono vittime per qualcosa che lui ha fatto. Quindi è ok se allo stesso tempo sono sia arrabbiata per quello che ha fatto e che la cultura ha permesso che accadesse, ma sono anche triste perché ho perso un amico. Ma io credo con tutto il cuore che questo momento sia essenziale, e che le persone colpevoli di questi atti debbano pagare, non importa chi loro siano. Dobbiamo essere migliori e saremo migliori. Non vedo la cazzo di ora di essere migliori.

È esattamente quello che pensiamo più o meno tutti in questo momento. “È come estirpare un tumore. È complicato, fa male, ma è necessario e ne usciremo tutti più forti. Fa schifo, alcuni nostri eroi verranno distrutti e scopriremo brutte cose su persone che ci piacciono o che, in certi casi, amiamo.”.
Esattamente. Noi amavamo Louis CK e ci mancherà per ogni singolo istante a partire da ora. Ma va bene così.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Che ne è del pop? L’evoluzione di un fenomeno globale 0 723

Ve lo dico io di cosa parla “Like a Virgin”. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa!

Erano gli anni ’90, e un giovane Quentin Tarantino usciva per la prima volta nelle sale di tutto il mondo con il suo primo lungometraggio: Le Iene. Nella scena iniziale Mr. Brown, interpretato dallo stessa regista, si lascia andare in una colorita esegesi del brano. Il resto è storia. Per il cinema e anche per la musica, sia chiaro.

In verità, Like a Virgin di Madonna uscì nel 1982. La portata rivoluzionaria di quella bionda che, già solo col suo nome d’arte, aveva legato a doppio filo – sacro e profano – l’evoluzione di un pop rinnovato per le masse è indubbia e indiscutibile. La personalità di uno dei più grandi intrattenitori musicali degli ultimi cinquant’anni, quale è Madonna, riuscì (e riesce tuttora) a dividere l’opinione pubblica.

In sintesi, una come lei attirò a sé decine, se non centinaia, di pseudo-Madonna alla ricerca del successo facile, dando vita ad un filone pop ben riconoscibile. Elencare tutti i nomi sarebbe impossibile, ma se state leggendo questo articolo, a meno che non vi siate ibernati nel passato e abbiate deciso di scongelarvi nel 2018, dovreste conoscere quanto meno le più popolari:  Kylie Minogue, Christina Aguilera, Jennifer Lopez, Britney Spears e le Spice Girl sono solo alcune tra le tante avvenenti protagoniste dei nostri teleschermi sintonizzati su MTV (buon’anima).

Eppure, nonostante la risonanza mediatica, nonostante i continui eccessi di Britney che finivano puntualmente al telegiornale, nonostante Victoria delle Spice Girl propose, sposando David Beckham, uno dei binomi più nazional-popolari che la società abbia mai conosciuto (ossia quello pop-pallone), nonostante le vendite, nonostante tutto… Madonna era ancora lì. Era saldamente col suo prosperoso sedere appoggiato sul trono della discografia commerciale di tutto il mondo, a dettare regole e rivoluzioni del suo genere. Sembrava che nessuno potesse realmente spodestarla.

Già, sembrava, perché in realtà il pop commerciale avrebbe trovato una nuova protagonista: Lady Gaga.

Era il 2008 quando la signora Stefani Germanotta lanciò in tutto il mondo il suo primo album: The Fame.
Un esordio esplosivo, un manifesto generazionale come non se ne vedevano da tantissimi anni nel genere e, soprattutto, l’immediata consacrazione di Gaga come icona dell’edonismo postmoderno. Un album, questo, in cui il vissuto della Germanotta, in certi punti sofferto e tagliente, in altri frivolo e sfarzoso, delinea una nuova idea di fare pop, senza però lasciare indietro ciò che di buono è stato fatto.

Le influenze di Madonna – e anche di Britney Spears – non sono assolutamente nascoste, ma a renderla innovativa è lo stile glam, che trova in Bowie il suo maggior interprete ed ora ispiratore, e quella marcia elettro e synth che proprio con Lady Gaga entrerà, de facto, nella nostra musica, senza più uscirne. «Sono una psicotica ipnotizzante / ho la mia elettronica nuova di zecca» recita il brano Just Dance.

Ma la portata rivoluzionaria sta anche nel personaggio che è Lady Gaga, nelle sue esibizioni, nel suo rapporto col pubblico e con la stampa, sempre e consciamente fuori dalle righe, ma non nel modo delle teen idol statunitensi a lei precedenti. Gaga si presenta alle premier vestita di carne cruda; Gaga ingoia un rosario nella videoclip di Alejandro;Gaga che è stata per anni creduta ermafrodita.

Se Madonna, in quel lontano 1982, con la sua musica e con il suo modo di intrattenere, rappresentò lo specchio di un’America che voleva veder concluso quello storico processo di emancipazione sessuale iniziato intorno agli anni ’60, Lady Gaga scopre le carte più decadenti di una società in cui la sessualità è spettacolo, ma nel contempo un costante pendolo tra mercificazione pubblica e godimento personale, tra una voce rotta dal pianto e un urlo in una discoteca, tra la ricerca di un io e la disperazione di chi sa di vivere in un mondo in cui vige l’egemonia della spersonalizzazione.

Un forte cambiamento nella società sempre più ancorata alle logiche del capitale, dunque, il cui effetto più significativo, nell’ambito musicale, si riversa in un potere decisionale via via maggiore della distribuzione discografica.

Se Lady Gaga, infatti, rappresenterebbe l’icona pop che più di ogni altra ha saputo raccontare questa generazione, ciò non si può dire di altri artisti o gruppi dello stesso genere che stavano quasi per riuscirci. Primi fra tutti loro, la band più “amata” del momento: i Coldplay. Ormai lontani anni luce dai fasti del passato, Chris Martin e compagnia cantante hanno deciso, almeno da Mylo Xyloto del 2011, di seguire la scia del “massimo risultato al minimo sforzo”.  Il loro esordio alle porte del nuovo millennop con Parachutes lasciò ben sperare pubblico e critica: un sound innovativo, che strizzava l’occhio a tutto ciò che di buono i Radiohead stavano portando nel rock mainstream. Ovviamente, a livello di liriche si discostavano totalmente dalla band di Thom Yorke, ma la strada da seguire non doveva, e non voleva, essere quella della mera emulazione, bensì aveva le potenzialità di attuare, con il pop, una pas destruens prima e una pas costruens dopo. Il processo di evoluzione proseguirà due anni dopo con il secondo album, A Rush Of Blood To The Head, il disco migliore dell’intera produzione dei Coldplay. La band approfondisce temi e musicalità, passando per ballate trasognanti e pezzi intimamente acustici, per un epic rock stile U2 e fragorosi brani di virtuosismo di chitarre e pianoforte, ampliando le proprie esigenza musicali e comunicative. Canzoni come Clocks, Politik, The scientist e A Whisper sono la massima espressione dell’innovazione che i Coldplay potevano portare nel pop britannico ed europeo.

Nel 2005 è poi la volta di X&Y, disco che calca la mano su una maggiore ricerca interiore, mantenendosi, musicalmente parlando, perfettamente in linea con il lavoro precedente, pur non arrivando a toccare quelle vette stilistiche. Risulta, a conti fatti, un ottimo album, naturale prosecuzione di tutto quello che Martin ha mostrato al suo pubblico nei cinque anni dalla pubblicazione di Parachutes. E se il successivo Viva La Vida or Death and All His Frinds si attesta a livelli alti quasi quanto il secondo album con brani come Lovers in Japan, Lost! e i capolavori Violet Hill e, soprattutto, Viva la Vida, già da Mylo Xyloto le sonorità più scontate e i testi meno ricercati cominciano ad aleggiare pericolosamente nei brani dei Coldplay.

Da lì in poi, non si può che assistere ad un costante appiattimento sonoro e non solo, con la band che decide di seguire la via del pop più commerciale e sdoganato, tanto che nell’ultimo album A Head Full of Dreams, a parte Up & Up, risulta difficile anche sentire lo “stile Coldplay” che aveva comunque caratterizzato i dischi precedenti, sia nel bene che nel male. Cosa sia rimasto dei ragazzi che erano ad un tanto così dal rivoluzionare il britpop, beh, ce lo chiediamo in tanti; non siamo comunque più di quei fan dell’ultimo minuto che ballano sotto le note di Adventure of a lifetime reputandola una canzone degna di nota, e ai Coldplay – e alle loro tasche – va bene così.

Parlando di britpop, non si può non menzionare la clamorosa involuzione di Robbie Williams, divenuto da diversi anni ormai la versione britannica di Michael Bublè fuso col peggiore Elton John, ossia quello che compone brani generici sulla vita che un cinquantenne medio apprezzerebbe. Lo storico membro dei Take That è la dimostrazione che anche le voci considerate più autorevoli, e quindi più libere di esprimere la propria musica, sono pronte a mettersi supine di fronte alla domanda di un pop fin troppo leggero.

Eppure il buon vecchio Robbie aveva dimostrato, a più riprese, di poter intraprendere una carriera solista se non originale, quanto meno estrosa: i primi tre album, e in particolare Sing when You’re winning ci avevano mostrato un musicista pop solido ed evolutivo. Quel che accade dopo si può sintetizzare con: swing, elettronica messa a casaccio e male e basi anonime e ripetitive.

Ovviamente l’andazzo non è sempre negativo, soprattutto nei sottogeneri: potremmo scrivere articoli e articoli, ad esempio, su quanto i Black Eyed Peas, imprescindibili in un’analisi musicale del terzo millennio, abbiano legittimato in toto le reciproche contaminazioni tra hip-hop e pop, che comunque esistevano anche prima. Si potrebbe descrivere per ore l’eclettismo dal valore assoluto di una pop star, Bruno Mars, che pone le sue basi sul funk e sull’R&B per farlo riscoprire alle masse. Per non parlare dell’impulso indie e dream del pop di Lana Del Rey, riversato con un imbuto in tutta la scena indie statunitense ma anche europea.

Ma il pop duro e puro, quel filone iniziato con Madonna e proseguito con Lady Gaga, può annoverare, oltre le già sopracitate, nomi che offrono musica di spessore senza snaturare la loro poetica e nel contempo risultare fruibili al proprio pubblico? Una risposta sarebbero, senza dubbio, i Franz Ferdinand, protagonisti di un’evoluzione musicale culminata con il loro ultimo e recentissimo album Always Ascending. Un esempio esaltante e, soprattutto, edificante per chiunque voglia esplorare le potenzialità troppo poco espresse del genere.

Con l’omonimo album di debutto nel 2004, il gruppo capitanato da Alex Capranos ha segnato un solco profondissimo nel pop, in un mix esplosivo di art rock, new wave, dub e garage. Un sound che ha aiutato a determinare la nuova via che il genere può intraprendere per testare le nuove espressioni del pop, un pop moderno e adatto ai tempi, che si lascia guidare da punti di riferimento del passato ma in costante riscoperta, ma anche da sonorità più nuove e, perché no, sottovalutate.

La parabola artistica dei Franz Ferdinand prosegue senza sosta, ma nonostante le buone intenzioni, i Franz Ferdinand non riescono ancora ad affermarsi nella maniera meritata nel panorama globale.

L’affermazione al grande pubblico: è questo che ha sempre tenuto in vita questo genere musicale, che tanto è cambiato nel corso del tempo nelle sonorità ma soprattutto nelle intenzioni. Quando Madonna nel 1982 ha pubblicato Like a Virgin si è presentata come uno dei tanti tasselli riformisti di una società che sfidava apertamente il perbenismo imperante fino a pochi anni prima; in un certo qual modo si potrebbe dire che la sua musica avesse una portata velatamente e sottilmente rivoluzionaria, vicina ad una classe di persone che all’epoca erano in minoranza e contro lo status quo.

E adesso? Il pop, dagli anni ’90, non ci ha provato quasi più a tornare ad essere quel tassello menzionato poco fa, lasciando questo compito al sempiterno rock (che già dalle sue stesse origini si prefissava come musica anti-sistema) e ad un certo tipo di hip-hop che, ahimè, potrebbe apprestarsi a fare la stessa fine.

Il mercato è oramai l’unico parametro per determinare il valore e la popolarità di un musicista, ma se c’è qualcuno che può cambiare il modo di ascoltare musica, quello è nelle mani (anzi, nelle orecchie) di noi ascoltatori: ci accomoderemo sui gusti prevalenti della massa o valorizzeremo, per quanto possibile, ciò che di nuovo, rivoluzionario e artistico il pop – e la musica –  ha da offrirci?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Scrubs: storia e gloria di una serie apparentemente normale 0 930

È difficile parlare di Scrubs in un periodo in cui è tanto popolare: si rischia di tralasciare qualcosa, di dimenticare qualche dettaglio, di saltare qualche passaggio importante. Per quelle due persone nel cosmo che non conoscono nemmeno di sfuggita Scrubs, e che quindi non rispondono nemmeno con: “Aaaah, sì, la serie di medici che davano su MTV”, ecco la sinossi in breve: Questo mostro di marketing e di idee che è la serie di Scrubs nasce nel 2001 dalla mente di Bill Lawrence, che presentò la serie come: “Più clinico di ER, più cinico di Ally McBeal, più piccante di Sex and the City, più frizzante di Friends”. Insomma, sparò un pochino alto, citando alcune delle serie che all’epoca riempivano di soldi le tasche dei produttori dei vari network americani (tranne Ally McBeal, nessuno se la ricorda mai). Il nome stesso della serie è un gioco di parole: con il termine scrub, infatti, si può indicare il camice indossato da medici e infermieri o la pratica chirurgica di lavarsi accuratamente le mani prima di un intervento, ma anche una persona insignificante o di poco conto: un pivello.

La serie è una fiction a tema medico la cui storia è narrata in prima persona da John Dorian, per gli amici JD. Questi è un medico di belle speranze con la testa di un sognatore che lavora a Los Angeles, all’ospedale del Sacro Cuore, ove entra in contatto con svariati personaggi: Carla Espinoza, irritante determinata infermiera ispanica; Chris Turk, suo migliore amico da sempre e valente chirurgo con la passione per il ballo e la musica, il più figo dei fighi; Perry Cox, suo mentore che lo apostrofa di continuo con nomi femminili e gli sbatte in faccia quanto sia patetico (grazie, Perry); Robert Kelso, primario dell’ospedale attaccato solo ai soldi (una sorta di dottor Scrooge); infine, il suo eterno amore, Elliott Reid, svampita ma simpatica biondina del sud sempre preda di insicurezze e ansia generalizzata. Ora che ci siamo levati il dente, si passi alla domanda che sorge spontanea a chiunque bazzichi un po’ il webbe: nonostante sia una serie defunta (è infatti finita nel 2009), come mai continua a riscuotere tanto successo? E com’è possibile che la sua fanbase si accresca sempre più?

Quella che inizialmente partì come una serie televisiva scanzonata facente il verso comico alla moltitudine di medical drama presenti sul mercato, divenne poi un fenomeno sociale di portata globale, generando una vera e propria microsezione della cultura pop. Quali sono i motivi che ne hanno fatto un vero e proprio status symbol della nuova generazione?

Il concetto di gavetta, tanto per cominciare: oggigiorno noi giovani siamo continuamente messi alla prova da una società che si mostra sempre più conservatrice e poco incline al ricambio generazionale. Il concetto fondamentale di Scrubs è il sentirsi l’ultima ruota del carro, l’ultimo insignificante ingranaggio di una complessa e potentissima macchina da guerra. JD è proprio così: un giovane capace e dai sani principi, ma in una posizione lavorativa arretrata e in netto contrasto con le sue facoltà umane e intellettive. La carriera che il protagonista svolge (prima specializzando, poi assistente e solo in seguito medico) è lo specchio di ciò che accade a un qualsiasi ragazzo che intraprende un percorso professionale, permettendo a quest’ultimo di immedesimarsi all’istante nei temi affrontati dalla serie e relative situazioni.

Ricollegandoci al punto precedente, possiamo dire che Scrubs si sofferma sull’uomo e non sul medico, come fa invece spesso e volentieri l’illustre rivale, Grey’s Anatomy (seriamente, basta, a quante stagioni siamo? Undici?). Difatti, Scrubs è la mosca bianca nella massa uniforme e ronzante composta da serial medici. Mettiamo da parte la natura drammatica o comica delle sceneggiature: per la prima volta nella storia della televisione, una serie ospedaliera con protagonisti medici, tirocinanti e addetti ai lavori non massacra la sceneggiatura con pallose disquisizioni riguardanti la professione o con confronti/duelli accademici tra dottori. Anche perché – ad essere sinceri – sarebbe curioso e un po’ cringe inserire un’idealizzazione drammatica e culturale del lavoro medico all’interno di una serie che si propone decisamente come light opera ammazza tempo (attenzione, che si propone come tale). Appare dunque disarmante la capacità degli scrittori di lasciarci entrare nella storia semplicemente raccontandoci le sensazioni dei personaggi. Riflettori puntati dunque sull’uomo e non sulla sua figura professionale, una scelta stilistica/narrativa che ha contribuito all’immedesimazione, avvicinando radicalmente pubblico e cast dei personaggi, e che riesce ad avvicinarne ancora oggi, in barba a quei solenni allocchi che dicono che le serie vecchie ormai non se le fila nessuno. Poveri stolti.

Potremmo continuare ad analizzare questa serie in vari modi e tutte le volte l’analisi ne restituirebbe l’importanza: la regia innovativa, il racconto sempre in prima persona; l’onirico dei sogni ad occhi aperti, ripresi ampiamente dai Griffin; la caratterizzazione dei personaggi, le guest star. Ricordiamoci che in 8 anni abbiamo visto, col camice bianco, gente come Michael J. Fox (sì, quello di Ritorno al Futuro, piccoli nerd). Ma si potrebbe anche parlare della musica, importantissima nella serie: ci sono un paio di puntate interamente dedicate a “A Little Respect” degli Erasure o a “Overkill” di Colin Hay. Negli anni, ha fatto conoscere a tutti i The Shins, i Decemberists o i The Weepies, ha sdoganato i chitarrini e l’indie folk, ha regalato la scena più straziante della storia della commedia, perfettamente calibrata su “Winter” di Joshua Radin (e qui sta a voi ricordare).

L’amicizia è un altro tema fondamentale: l’amicizia tra JD e Turk, talmente stretta da rasentare l’omoerotismo e comunque totalmente invidiabile (tanto che ha dato vita al termine bromance), basata sugli opposti che si attraggono. Tanto è insicuro uno quanto è spavaldo l’altro, i due si completano e ti ci fanno credere di brutto. Sì, in quel senso.

Altro tema importantissimo, l’amore: il sogno della persona giusta, come capita tra Turk e Carla, che si amano dal giorno uno e che riescono superare tutte le avversità rimanendo insieme; ma anche il tifo che viene spontaneo verso la coppia JD/Elliott, scritti in modo da rendere palese che sono fatti per stare insieme per sempre senza accorgersene mai, vuoi per paura o per orgoglio. E che dire dei monologhi del Dottor Cox?, tra le più belle pagine nella storia degli attacchi d’ira furenti e sagaci, resi in italiano dal magistrale genio del doppiaggio Angelo Maggi. Alla fine, il misantropo totale che non vuole essere seccato per nessun motivo al mondo, si ritroverà ad aver fatto, consapevolmente o meno, da mentore a JD e da buon compagno per Jordan, l’ex moglie con cui avrà sempre un amore conflittuale.

Una famiglia a dir poco disfunzionale che permette al pubblico di accettare le proprie debolezze, i fallimenti, facendo comprendere le difficoltà del ritrovarsi fuori dall’università ad affrontare il lavoro senza essere affatto pronti, meglio di qualsiasi stage non pagato. Ha veicolato messaggi antirazzisti e antiomofobi meglio di una qualsiasi campagna del PD (non che ci voglia molto), affermando altresì che l’amore è importante, sconvolgente e inesplicabile, che la perfezione non esiste e che il lavoro di squadra in fin dei conti paga. Ecco spiegato perché ogni tanto, quando su MTV danno una replica, sempre più persone si ritrovano a guardarla tutta, anche quelli che l’hanno già vista e si sentono un po’ orfani.

In fin dei conti, chi ha visto la serie sa quanto si sente il bisogno delle frasi di JD che a fine puntata tira le somme e se ne esce con la sua morale: ora viene chiamato a caso buonismo, moralismo, comunismo, ipersensibilità, kaffeèèéèèèè!1!1!!, e che invece prima era solo tentare di fare la cosa giusta.

Un piccolo fun fact: vi dice niente la parola friendzone? Se oggi, grazie soprattutto al grande trasporto del web, la parola è di uso comune, un tempo non lo era affatto. La prima sitcom a concettualizzarne il significato è stata Friends, ma è nettamente Scrubs la prima opera in cui si rende in maniera concreta l’idea espressa dal termine in questione. Scrubs è andato in onda dal 2001 al 2009 (la nona stagione è un penoso tentativo mal riuscito di fare un po’ di soldi su una serie che aveva già offerto ogni cosa potesse e, pertanto, non esiste) e nel corso degli anni ha introdotto nelle nostre case un leggero umorismo derisorio che, ben presto, ha raggiunto l’animo comico di ognuno di noi, finendo con il diventare una costante nella vita di ogni giorno.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: