“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 75

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

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“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 308

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

“Mille direzioni”: l’esordio di Christian Frosio è una riflessione sulla solitudine e sul cambiamento 0 199

Tra le mille direzioni che avrebbe potuto intraprendere per iniziare la sua carriera musicale, Christian Frosio ha optato per quella più impegnativa. Già, perché il giovane cantate della provincia bergamasca, oltre a essere l’autore degli 8 brani che compongono questo suo primo lavoro – dal titolo, appunto, “Mille direzioni” – ha curato anche la produzione del disco e la regia dei videoclip che ne hanno anticipato l’uscita (“Apri la finestra” e “La nostra casa”).

Un lavoro estremamente personale, dunque, questo “Mille direzioni”. Frutto di un processo creativo controllato in prima persona sotto ogni minimo aspetto, se consideriamo che Christian ha firmato anche gli arrangiamenti e suonato tutti gli strumenti.

Incentrato su tematiche relazionali legate all’abbandono (sia di chi parte, sia di chi resta), al tempo che scorre, alla condizione della solitudine, alla necessità del cambiamento, “Mille direzioni” è un album modellato interamente sull’identità del proprio autore, che mette a nudo insieme alle sue emozioni più intime. Lo fa ponendo le chitarre al centro del progetto e costruendo intorno ad esse un’impalcatura sonora solida e strutturata (mettendo, così, in risalto buone capacità in veste di produttore).

Altrettanto apprezzabili sono quelle di autore, sebbene alcuni brani tradiscano ancora una certa macchinosità a livello di testi. D’altronde, il giovane cantautore bresciano si presenta al pubblico con un’opera prima che, di fatto, rappresenta il primo vero importante step di una carriera finora relativamente breve e non proprio ricca di rilevanti esperienze (solo partecipazioni in varie cover band).

Tuttavia, grazie ai suoi arrangiamenti curati e alle atmosfere eteree (si pensi alla chitarra elettrica con e-bow che guida quella acustica nel malinconico incipit del brano “Distante”) i 34 minuti del disco scorrono godibili e regalano alcuni momenti di particolare interesse.

Come nel caso della già citata “La nostra casa”, ballata onirica e sospesa (prima cupa e inquieta, poi aperta e sognante) trainata da un’interessantissima linea di basso.

Per il resto il disco incede sui binari di un cantautorato pop/rock che attinge a piene mani dalla tradizione nostrana, portando alla mente suggestioni che talvolta richiamano le atmosferiche trame sonore di Mango, talvolta soluzioni vocali vicine a Claudio Baglioni.

L’incipit è affidata ad “Apri la finestra”, brano sulla fine della vita in cui sofferenza e solitudine e speranza e invito a reagire si intrecciano, legandosi a doppio filo.

Segue la melliflua piano ballad “Anime leggere”, sorretta da un beat cadenzato di batteria elettronica che dona al brano corposità.

“Anche se è Natale” si apre dipanandosi su un tappeto di loop, campionamenti vocali e intrecci sonori (seguendo una formula tanto cara agli islandesi Sigur Ros), salvo poi aumentare i giri aprendosi a soluzioni ritmiche più sostenute.

Le chitarre tornano centrali nella title track “Mille direzioni”, brano che celebra la forza di lasciarci alle spalle qualcosa che necessita di essere superato – per quanto difficile questo possa risultare –, mentre la chiusura viene affidata ai 7 minuti di “Guarderò lontano”, altra ballata intimista e introspettiva che riflette ancora una volta sul tema del cambiamento.

Christian lascia l’ascoltatore con un messaggio di coraggio e positività, invitandolo ad assecondare il desiderio di perseguire la strada dettata dalla propria indole, superando sovrastrutture sociali, culturali, sentimentali in cui non ci si riconosce più. Anche a costo di scontrarci con chi ci sta intorno e di rimanere soli.

Solitudine e cambiamento, appunto, i due pilastri che, tematicamente, sorreggono questo suo album d’esordio.

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