Love Death + Robots, la nuova antologia animata di Netflix 0 262

Love Death + Robots‘ è una serie di animazione antologica per adulti creata da Tim Miller con la co-produzione con altri nomi importanti del cinema hollywoodiano, come David Fincher, regista di ‘Alien 3′ e ‘Uomini che Odiano le Donne‘ – per intenderci. La serie ha debuttato su Netflix il 15 marzo 2019 con diciotto episodi tutti autoconclusivi e dalla durata mutevole. Infatti, con una media di dieci minuti a episodio, andiamo dai più lunghi di diciassette minuti circa ai più corti di a malapena sei minuti.

In Italia, oramai, le generazioni degli anni ’90 sono abituate ad accostare la parola “animazione” alla parola “adulto”. È da sempre che i canali Mediaset ci propinano animazione seriale d’oltre oceano come Simpson e Griffin; con Netflix invece abbiamo scoperto titoli ancora più impegnati come Rick & Morty e Bojack Horseman, in grado di stravolgere ulteriormente la nostra considerazione del prodotto “cartoon”. Questa nuova serie targata Netflix ricerca ancora più delle altre un target maturo e consapevole. Non sarebbe inutile far vedere il prodotto ad un ragazzino, anche se le varie scene di nudo e di sesso – oltre che di violenza – potrebbero sembrare inopportune a qualche mamma un po’ apprensiva. Ma il prodotto non nasce specificatamente per un pubblico di ragazzi e adolescenti e sarebbe bello se, piuttosto, si riuscisse a convincere qualche over40 a dargli una chance sperando che riescano a vedere Love Death + Robots prestando l’attenzione che merita e con la dovuta serietà, abbattendo la grande credenza italica “Cartone = roba per bambini”.

Infatti, di episodio in episodio, ci rendiamo sempre più conto che, con una cornice sci-fi o fantasy, le storie che ci vengono raccontate sono tutt’altro che adatte ad un pubblico giovane, forse non ancora del tutto in grado di comprenderne certe sfumature, e che l’uso di quella cornice è solo un modo per dare ancora più potenza visiva e valore ai concetti espressi. Ogni episodio affronta tematiche simili; un po’ – direbbero alcuni – come Black Mirror ci parla del rapporto tra uomo e tecnologia, ma, al contrario dell’altra serie antologica, questa non si concentra su un’unica tematica, partendo da un concetto diverso quale “amore, morte più tecnologia”. La parola Robot è fuorviante, soprattutto quando la tecnologia diviene solo il collante per approfondire molti campi della natura umana: dalla filosofia esistenzialista al rapporto tra uomo e uomo, si parla di tutto ciò a cui l’umano è sensibile. Difatti, Love, Death + Robots si discosta molto dalla vincente serie inglese, fatta eccezione per la sigla praticamente identica. Cambia totalmente, quindi, il significato di quel “+” nel titolo, che non diventa congiunzione: la serie non vuole parlare per forza del rapporto che gli umani hanno con i loro artifici ma, piuttosto, di come questi artifici siano di contorno alle vicende degli uomini, vicende di amore e morte, un po’ come fece Marquez con il romanzo ‘L’amore ai tempi del colera‘”.

l’impianto narrativo di L.D + R è però lontanissimo da quello dello scrittore spagnolo, avvicinandosi invece a quello di un noto autore statunitense degli anni ’50: Frederic Brown. Brown è il padre dello stile “short short stories”, ovvero di racconti molto brevi, a volte di poche pagine, che tendono a fare credere una “realtà” al lettore per poi stravolgerla completamente nel finale col solito plot twist. Qualcuno potrebbe aver letto a scuola uno dei suoi scritti più famosi: ‘La Sentinella’. Lo stesso processo è compiuto davvero abilmente in questa serie – considerando che è molto più facile ingannare uno spettatore con le parole, omettendo le immagini – la quale sa offrire finali sconvolgenti, o che almeno lasciano un po’ di sorpresa.

Passiamo da puntate più action – come ‘The secret war’ e ‘Shape-shifter‘ -, in cui sparatorie e combattimenti sono protagonisti e dove viene utilizzata un’animazione che rasenta il foto-realismo, a quelle più dialogate e riflessive – come ‘When the Yogurt take over’ e ‘Zima Blue’ –, nelle quali, al contrario, l’animazione è più ricercata e grottesca. Ogni puntata è scritta, diretta e animata da persone e case di animazione diverse e di diversa nazionalità. La serie sembra infatti essere un’antologia su cosa ne pensano i Paesi coinvolti nel progetto su questa o quella tematica, incentrando il tutto sullo stile grafico che vogliono “esportare”.

Lontani nel tempo e senza alcun nesso fra di loro, alcuni episodi vi faranno piangere, alcuni vi faranno ridere a crepapelle, altri vi entusiasmeranno e altri ancora vi lasceranno con un profondo dolore nelle viscere – ‘Three robots‘ in assoluto è quello che fa più male. Non tutte le puntate sono allo stesso livello di genialità; alcune, come ‘Sucker of Souls’ e ‘The dump‘, sono decisamente bruttine e un po’ fuori tema. Ma, nel complesso, il prodotto è ottimo e capace tanto di far riflettere e commuovere quanto di intrattenere e divertire. La particolarità della serie è anche il suo punto forte, ovvero il minutaggio: diciotto episodi della durata media di dieci minuti si guardano in un pomeriggio o si gustano poco a poco nel giro di qualche serata. L’impianto classico di 45/50 minuti a puntata, oltre a diventare un grande spreco di tempo quando si tratta di serie longeve, ha cominciato ad annoiare e a spostare l’attenzione di spettatori come il sottoscritto su altri prodotti.

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Una scena di Three Robots

Se vogliamo trovare dei difetti complessivi alcuni ce ne sono, sebbene siano esclusivamente legati al format: il poco approfondimento psicologico dei personaggi, ad esempio, conseguenza del poco tempo a disposizione per ogni storia; sempre a causa della durata, parti iniziali inevitabilmente spiegose e introduttive: ogni puntata, dovendo per forza di cose raccontare un mondo e personaggi sempre diversi, ricorre spesso al fastidioso e abusato “voice off”, la voce fuori campo del narratore onnisciente. Tuttavia, sono piccole imperfezioni che ci faremo andare bene, in quanto le serie sa farsi perdonare con i suoi molti pregi, il più importante dei quali è sicuramente la sua originalità come progetto e formato.

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‘Camerino 24’, l’EP di debutto degli Indiferenti all’insegna di un energico funk rock 0 140

Dopo aver calcato numerosi palchi della Puglia – e non solo – ed essersi aggiudicati diversi riconoscimenti, quali il primo posto al ‘Social Music Contest’ e al concorso ‘E cantava le canzoni’, gli Indiferenti rilasceranno l’8 aprile il loro primo EP: ‘Camerino 24’.

Camerino 24 Indiferenti Blunote Music Recensione

Formatosi quasi per gioco a Bari nel 2017, il gruppo si è da subito fatto notare per il suo sound fresco e per il suo approccio allegro e scanzonato. Proponendo un funk rock vivace ed energico, i “portatori di indie” – inteso in senso ironico, «perché indie non vuol dire assolutamente nulla: con questo gioco di parola potremmo dire che siamo indifferenti all’indie, così come è stato etichettato il nuovo cantautorato italiano» – vogliono «comunicare qualcosa – qualsiasi cosa – con un sound piacevole e leggero». Questo il manifesto programmatico di “Camerino 24” – registrato in analogico, come avveniva un tempo – e dei sei brani che lo compongono.

Primo dei quali è il singolo ‘Tutto bene’. Un brano dal messaggio positivo che, come spiega la band, nasce daun momento di confusione e sconforto. Un inno funky sull’accettazione del dolore e della sofferenza: unico rimedio per combattere una tristezza che, se accolta, si rivelerà passeggera e irrilevante.

Attacco swing per la successiva ‘Il sarto’: brano dal sapore vintage che racconta l’eterna lotta tra istinto e ragione. Qui il cantante e frontman Mirko Colella si lascia andare a dubbi etici e interrogativi morali, indeciso se cedere al desiderio di far sua un’attraente ragazza (approfittando della situazione di debolezza e solitudine che sta vivendo) o se far da “sarto”, ricucendo il suo cuore con rassicuranti parole di conforto.

Controtempi e ritmi irregolari di batteria sorreggono i riff carichi di wah de ‘Il rendiconto’: brano che affronta il tema della fine di una relazione e che si pone alla ricerca di una presa di coscienza/consapevolezza finale.

Il piglio scanzonato e disinvolto, che caratterizza la prima parte dell’EP, lascia poi spazio a una parentesi più riflessiva e atmosferica con il dittico ‘Apogeo’/’Quasi Maggio’. Il primo brano è un breve interludio strumentale che prepara il terreno a un’interessante ballata, costruita intorno al morbido arpeggio di una chitarra sorprendentemente vicina alle alchemiche melodie post-rock degli Explosions in the Sky.

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Chiusura affidata a ‘Le mezze verità di Elena’: pezzo che, riprendendo le sonorità energiche della prima parte dell’EP, racconta di una relazione complicata e usurante, contraddistinta da disillusione, deliri, realtà distorte e false verità.

Camerino 24’ è uno degli EP d’esordio più solidi mai arrivati in redazione. Il disco degli Indiferenti, in uscita l’8 aprile, presenta la giusta unione del post-rock dei sopraccitati Explosions in the Sky con un potente funk rock di Redhottiana memoria (sicuramente tendente all’era Frusciante), riuscendo ad adattare benissimo il tutto alla voce – e qui potremmo anche parlare di metrica e flow, ma non lo faremo – di Colella, regalando agli ascoltatori un ottimo – seppur breve – ascolto e una band in più da tenere sott’occhio.

Paura e l’Amore, i Sick Tamburo tra la sofferenza e un mondo migliore 0 115

Paura e l’Amore‘, è questo il titolo del nuovo album dei Sick Tamburo, band nata dall’incontro tra Elisabetta Imelio e Gian Maria Accusani. Il loro è un lungo percorso musicale che risale al 1995, ai Prozac +, all’Italia del vero Punk, alla generazione postCobain. Iniziarono pubblicando su My Space (quanti ricordi per gli emo) e nel 2009 decisero di dar inizio ufficialmente al loro nuovo percorso attraverso l’album omonimo: Sick Tamburo. Da quel momento, per i successivi dieci anni fino a oggi, hanno pubblicato in media un lavoro ogni due anni e mezzo, collaborando con i migliori artisti del panorama italiano; da Manuel Agnelli (Afterhours) a Elisa, passando per Jovanotti, Lo Stato Sociale, Tre Allegri Ragazzi Morti e tanti altri.

Un viaggio alternative/punk che inizia attraverso testi minimalisti e che continua con temi altamente Irritanti (A.I.U.T.O, 2011), girando attorno alle stranezze e fissazioni quotidiane che tutti noi abbiamo (Senza Vergogna, 2014), esplorando nuovi generi e sound come quelli ottenuti dall’intreccio tra sintetizzatori e melodie wave (Un giorno nuovo, 2017) e, infine, fermandosi – ma non per sempre, tutto passa –  in un punto in cui quasi tutti ci blocchiamo nella vita; a causa della paura e dell’amore, definiti dalla band come il veleno e l’antidoto.

Paura e l'amore recensione sick tamburo blunote music

Tutti facciamo i conti con la paura durante la vita, nessuno viene risparmiato. Essa si presenta sotto mille forme, all’improvviso, spiazzandoci e lasciandoci a terra inermi. Portando nelle nostre giornate grandi difficoltà, alzando muri apparentemente altissimi e invalicabili, facendoci credere che tutto questo non possa passare mai. Ma ogni veleno dà origine al suo antidoto e, nel caso della paura, si tratta dell’amore.

Paura e l’amore racconta proprio questo in chiave alternative-rock/punk. Nove brani che ci mostrano due facce della stessa medaglia, facendoci vedere il problema attraverso diversi racconti e mostrandoci allo stesso tempo un’unica soluzione riscontrabile nell’amore: un sentimento bastardo che se non viene apprezzato non ci mette due volte a farti ricadere nel limbo della paura.

Ad aprire l’album è Lisa con i suoi sedici anni (Lisa ha 16 anni): una ragazzina grande, più grande della maturità che ogni sedicenne porta con sé. Una donna piena di speranze, di sogni, con tanta voglia d’amare e d’essere amata. Una struggente storia narrata da un rauco e lamentoso cantato, accompagnato da una melodia a tratti ruvida e diretta; come è giusto che sia. Il secondo brano, Baby Blu, rivede tratti punk e alternative vecchia scuola, con un testo che si mostra all’ascoltatore come il grido di un adolescente ribelle. Tutti nel corso della nostra vita siamo stati dei Baby Blu, provando sensazioni d’esclusione, subendo occhi critici ogni giorno, avendo paura e sentendoci sbagliati. TI piace il rischio estremo? È la tua vita amore; E il tatuaggio al seno? È la tua vita amore.

Esclusione, come quella di Andrea, Quel ragazzo speciale. La terza traccia vede come protagonista Andrea, uno dei tanti ragazzi “speciali”, uno dei tanti ragazzi spesso emarginati da questa società ignorante e senza senso. Senza senso. Un riff introduce un ritornello duro e con un messaggio chiaro.

Andrea è così speciale
come lui ce ne son tanti ma nessuno è uguale
c’è chi parla, c’è chi tace, ogni Andrea però è speciale.

Distorsione, tanti Bpm, tristi verità. Come quella di Agnese in Agnese non ci sta dentro, una ragazza che ha dovuto pagare ingiustamente sulla sua pelle i danni dell’amico del padre. Una storia attuale, un racconto già sentito, un bisogno d’amore, una vita rovinata a causa di menti malate.

Con la quinta traccia si entra si entra nell’acustico, nel sentimentale, quasi nel mondo delle classiche ballad rock; nelle storie d’amore. Puoi ancora in fondo è questo, una traccia acustica che parla di una ragazza triste e di una “proposta” d’amore vero; una luce che arriva finalmente nel tunnel buio di questa ragazza che ha avuto nella sua vita un brutto trascorso. Il brano è anche il primo estratto dal disco.

Il sesto brano vede l’ingresso in scena di un regista: Tim Burton. La traccia si chiama Anche Tim Burton la sceglierà e parla dell’amore, del dolore e di una ragazza, Leila, che ha permesso da tempo le speranze. Non esce più di giorno, lascia casa soltanto la notte, vaga nel buio; è strana ma ha un buon cuore. Anche Tim Burton probabilmente la sceglierà, dicono i Sick Tamburo. E probabilmente si, è lo stile di Burton.

Impermanente, la settima traccia, parla dell’amore che finisce e del cambiamento. Una traccia con una batteria più lenta rispetto alle precedenti, quasi stanca, sfinita; come probabilmente l’ultimo periodo di questa storia d’amore, finita senza un perché, con tanti sensi di colpa, convinzioni e, in fondo, speranze.

E so come sei, ti sei stufata di me, noia e normalità

L’ottava traccia riprende lo stile iniziale e sovversivo. Mio padre non perdona parla di ribellione; di un ragazzo che ha lasciato casa, gli studi, senza una ragazza, lontano dagli amici. Un ragazzo pentito che vuole tornare alla normalità, con la consapevolezza che il padre non lo perdonerà e, allo stesso tempo, con la voglia di stare via altri dieci giorni.

L’album si chiude con il brano Il più ricco del cimitero. Un pezzo alternative che parla della vita, di questo continuo volere di più, di un mondo sempre più materiale. E allo stesso tempo parla della consapevolezza di aver raggiunto uno stadio che ti permette di dire: non voglio essere il più ricco del cimitero. Tanto a cosa serve? Di cosa ce ne facciamo di questa ricchezza? Lo spazio è quel che è ed ogni cosa è un di più.

Questo è il finale di Paura e l’amore, il quinto lavoro dei Sick Tamburo. Un album che parla delle giornate di chiunque, dei sentimenti che tutti proviamo ogni giorno, delle paure, dei desideri, di sogni che nascono e di sogni che si perdono. Al suo interno c’è sofferenza, paura, ma anche luce in fondo al tunnel, speranza; di un mondo migliore, di vite migliori che noi tutti, nel nostro piccolo, potremmo migliorare a chi ci sta di fianco. In Italia, nel 2019, c’è ancora dell’alternative e del punk vecchia scuola.

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