Love Death + Robots, la nuova antologia animata di Netflix 0 431

Love Death + Robots‘ è una serie di animazione antologica per adulti creata da Tim Miller con la co-produzione con altri nomi importanti del cinema hollywoodiano, come David Fincher, regista di ‘Alien 3′ e ‘Uomini che Odiano le Donne‘ – per intenderci. La serie ha debuttato su Netflix il 15 marzo 2019 con diciotto episodi tutti autoconclusivi e dalla durata mutevole. Infatti, con una media di dieci minuti a episodio, andiamo dai più lunghi di diciassette minuti circa ai più corti di a malapena sei minuti.

In Italia, oramai, le generazioni degli anni ’90 sono abituate ad accostare la parola “animazione” alla parola “adulto”. È da sempre che i canali Mediaset ci propinano animazione seriale d’oltre oceano come Simpson e Griffin; con Netflix invece abbiamo scoperto titoli ancora più impegnati come Rick & Morty e Bojack Horseman, in grado di stravolgere ulteriormente la nostra considerazione del prodotto “cartoon”. Questa nuova serie targata Netflix ricerca ancora più delle altre un target maturo e consapevole. Non sarebbe inutile far vedere il prodotto ad un ragazzino, anche se le varie scene di nudo e di sesso – oltre che di violenza – potrebbero sembrare inopportune a qualche mamma un po’ apprensiva. Ma il prodotto non nasce specificatamente per un pubblico di ragazzi e adolescenti e sarebbe bello se, piuttosto, si riuscisse a convincere qualche over40 a dargli una chance sperando che riescano a vedere Love Death + Robots prestando l’attenzione che merita e con la dovuta serietà, abbattendo la grande credenza italica “Cartone = roba per bambini”.

Infatti, di episodio in episodio, ci rendiamo sempre più conto che, con una cornice sci-fi o fantasy, le storie che ci vengono raccontate sono tutt’altro che adatte ad un pubblico giovane, forse non ancora del tutto in grado di comprenderne certe sfumature, e che l’uso di quella cornice è solo un modo per dare ancora più potenza visiva e valore ai concetti espressi. Ogni episodio affronta tematiche simili; un po’ – direbbero alcuni – come Black Mirror ci parla del rapporto tra uomo e tecnologia, ma, al contrario dell’altra serie antologica, questa non si concentra su un’unica tematica, partendo da un concetto diverso quale “amore, morte più tecnologia”. La parola Robot è fuorviante, soprattutto quando la tecnologia diviene solo il collante per approfondire molti campi della natura umana: dalla filosofia esistenzialista al rapporto tra uomo e uomo, si parla di tutto ciò a cui l’umano è sensibile. Difatti, Love, Death + Robots si discosta molto dalla vincente serie inglese, fatta eccezione per la sigla praticamente identica. Cambia totalmente, quindi, il significato di quel “+” nel titolo, che non diventa congiunzione: la serie non vuole parlare per forza del rapporto che gli umani hanno con i loro artifici ma, piuttosto, di come questi artifici siano di contorno alle vicende degli uomini, vicende di amore e morte, un po’ come fece Marquez con il romanzo ‘L’amore ai tempi del colera‘”.

l’impianto narrativo di L.D + R è però lontanissimo da quello dello scrittore spagnolo, avvicinandosi invece a quello di un noto autore statunitense degli anni ’50: Frederic Brown. Brown è il padre dello stile “short short stories”, ovvero di racconti molto brevi, a volte di poche pagine, che tendono a fare credere una “realtà” al lettore per poi stravolgerla completamente nel finale col solito plot twist. Qualcuno potrebbe aver letto a scuola uno dei suoi scritti più famosi: ‘La Sentinella’. Lo stesso processo è compiuto davvero abilmente in questa serie – considerando che è molto più facile ingannare uno spettatore con le parole, omettendo le immagini – la quale sa offrire finali sconvolgenti, o che almeno lasciano un po’ di sorpresa.

Passiamo da puntate più action – come ‘The secret war’ e ‘Shape-shifter‘ -, in cui sparatorie e combattimenti sono protagonisti e dove viene utilizzata un’animazione che rasenta il foto-realismo, a quelle più dialogate e riflessive – come ‘When the Yogurt take over’ e ‘Zima Blue’ –, nelle quali, al contrario, l’animazione è più ricercata e grottesca. Ogni puntata è scritta, diretta e animata da persone e case di animazione diverse e di diversa nazionalità. La serie sembra infatti essere un’antologia su cosa ne pensano i Paesi coinvolti nel progetto su questa o quella tematica, incentrando il tutto sullo stile grafico che vogliono “esportare”.

Lontani nel tempo e senza alcun nesso fra di loro, alcuni episodi vi faranno piangere, alcuni vi faranno ridere a crepapelle, altri vi entusiasmeranno e altri ancora vi lasceranno con un profondo dolore nelle viscere – ‘Three robots‘ in assoluto è quello che fa più male. Non tutte le puntate sono allo stesso livello di genialità; alcune, come ‘Sucker of Souls’ e ‘The dump‘, sono decisamente bruttine e un po’ fuori tema. Ma, nel complesso, il prodotto è ottimo e capace tanto di far riflettere e commuovere quanto di intrattenere e divertire. La particolarità della serie è anche il suo punto forte, ovvero il minutaggio: diciotto episodi della durata media di dieci minuti si guardano in un pomeriggio o si gustano poco a poco nel giro di qualche serata. L’impianto classico di 45/50 minuti a puntata, oltre a diventare un grande spreco di tempo quando si tratta di serie longeve, ha cominciato ad annoiare e a spostare l’attenzione di spettatori come il sottoscritto su altri prodotti.

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Una scena di Three Robots

Se vogliamo trovare dei difetti complessivi alcuni ce ne sono, sebbene siano esclusivamente legati al format: il poco approfondimento psicologico dei personaggi, ad esempio, conseguenza del poco tempo a disposizione per ogni storia; sempre a causa della durata, parti iniziali inevitabilmente spiegose e introduttive: ogni puntata, dovendo per forza di cose raccontare un mondo e personaggi sempre diversi, ricorre spesso al fastidioso e abusato “voice off”, la voce fuori campo del narratore onnisciente. Tuttavia, sono piccole imperfezioni che ci faremo andare bene, in quanto le serie sa farsi perdonare con i suoi molti pregi, il più importante dei quali è sicuramente la sua originalità come progetto e formato.

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Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 267

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 252

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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