Love Death + Robots, la nuova antologia animata di Netflix 0 483

Love Death + Robots‘ è una serie di animazione antologica per adulti creata da Tim Miller con la co-produzione con altri nomi importanti del cinema hollywoodiano, come David Fincher, regista di ‘Alien 3′ e ‘Uomini che Odiano le Donne‘ – per intenderci. La serie ha debuttato su Netflix il 15 marzo 2019 con diciotto episodi tutti autoconclusivi e dalla durata mutevole. Infatti, con una media di dieci minuti a episodio, andiamo dai più lunghi di diciassette minuti circa ai più corti di a malapena sei minuti.

In Italia, oramai, le generazioni degli anni ’90 sono abituate ad accostare la parola “animazione” alla parola “adulto”. È da sempre che i canali Mediaset ci propinano animazione seriale d’oltre oceano come Simpson e Griffin; con Netflix invece abbiamo scoperto titoli ancora più impegnati come Rick & Morty e Bojack Horseman, in grado di stravolgere ulteriormente la nostra considerazione del prodotto “cartoon”. Questa nuova serie targata Netflix ricerca ancora più delle altre un target maturo e consapevole. Non sarebbe inutile far vedere il prodotto ad un ragazzino, anche se le varie scene di nudo e di sesso – oltre che di violenza – potrebbero sembrare inopportune a qualche mamma un po’ apprensiva. Ma il prodotto non nasce specificatamente per un pubblico di ragazzi e adolescenti e sarebbe bello se, piuttosto, si riuscisse a convincere qualche over40 a dargli una chance sperando che riescano a vedere Love Death + Robots prestando l’attenzione che merita e con la dovuta serietà, abbattendo la grande credenza italica “Cartone = roba per bambini”.

Infatti, di episodio in episodio, ci rendiamo sempre più conto che, con una cornice sci-fi o fantasy, le storie che ci vengono raccontate sono tutt’altro che adatte ad un pubblico giovane, forse non ancora del tutto in grado di comprenderne certe sfumature, e che l’uso di quella cornice è solo un modo per dare ancora più potenza visiva e valore ai concetti espressi. Ogni episodio affronta tematiche simili; un po’ – direbbero alcuni – come Black Mirror ci parla del rapporto tra uomo e tecnologia, ma, al contrario dell’altra serie antologica, questa non si concentra su un’unica tematica, partendo da un concetto diverso quale “amore, morte più tecnologia”. La parola Robot è fuorviante, soprattutto quando la tecnologia diviene solo il collante per approfondire molti campi della natura umana: dalla filosofia esistenzialista al rapporto tra uomo e uomo, si parla di tutto ciò a cui l’umano è sensibile. Difatti, Love, Death + Robots si discosta molto dalla vincente serie inglese, fatta eccezione per la sigla praticamente identica. Cambia totalmente, quindi, il significato di quel “+” nel titolo, che non diventa congiunzione: la serie non vuole parlare per forza del rapporto che gli umani hanno con i loro artifici ma, piuttosto, di come questi artifici siano di contorno alle vicende degli uomini, vicende di amore e morte, un po’ come fece Marquez con il romanzo ‘L’amore ai tempi del colera‘”.

l’impianto narrativo di L.D + R è però lontanissimo da quello dello scrittore spagnolo, avvicinandosi invece a quello di un noto autore statunitense degli anni ’50: Frederic Brown. Brown è il padre dello stile “short short stories”, ovvero di racconti molto brevi, a volte di poche pagine, che tendono a fare credere una “realtà” al lettore per poi stravolgerla completamente nel finale col solito plot twist. Qualcuno potrebbe aver letto a scuola uno dei suoi scritti più famosi: ‘La Sentinella’. Lo stesso processo è compiuto davvero abilmente in questa serie – considerando che è molto più facile ingannare uno spettatore con le parole, omettendo le immagini – la quale sa offrire finali sconvolgenti, o che almeno lasciano un po’ di sorpresa.

Passiamo da puntate più action – come ‘The secret war’ e ‘Shape-shifter‘ -, in cui sparatorie e combattimenti sono protagonisti e dove viene utilizzata un’animazione che rasenta il foto-realismo, a quelle più dialogate e riflessive – come ‘When the Yogurt take over’ e ‘Zima Blue’ –, nelle quali, al contrario, l’animazione è più ricercata e grottesca. Ogni puntata è scritta, diretta e animata da persone e case di animazione diverse e di diversa nazionalità. La serie sembra infatti essere un’antologia su cosa ne pensano i Paesi coinvolti nel progetto su questa o quella tematica, incentrando il tutto sullo stile grafico che vogliono “esportare”.

Lontani nel tempo e senza alcun nesso fra di loro, alcuni episodi vi faranno piangere, alcuni vi faranno ridere a crepapelle, altri vi entusiasmeranno e altri ancora vi lasceranno con un profondo dolore nelle viscere – ‘Three robots‘ in assoluto è quello che fa più male. Non tutte le puntate sono allo stesso livello di genialità; alcune, come ‘Sucker of Souls’ e ‘The dump‘, sono decisamente bruttine e un po’ fuori tema. Ma, nel complesso, il prodotto è ottimo e capace tanto di far riflettere e commuovere quanto di intrattenere e divertire. La particolarità della serie è anche il suo punto forte, ovvero il minutaggio: diciotto episodi della durata media di dieci minuti si guardano in un pomeriggio o si gustano poco a poco nel giro di qualche serata. L’impianto classico di 45/50 minuti a puntata, oltre a diventare un grande spreco di tempo quando si tratta di serie longeve, ha cominciato ad annoiare e a spostare l’attenzione di spettatori come il sottoscritto su altri prodotti.

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Una scena di Three Robots

Se vogliamo trovare dei difetti complessivi alcuni ce ne sono, sebbene siano esclusivamente legati al format: il poco approfondimento psicologico dei personaggi, ad esempio, conseguenza del poco tempo a disposizione per ogni storia; sempre a causa della durata, parti iniziali inevitabilmente spiegose e introduttive: ogni puntata, dovendo per forza di cose raccontare un mondo e personaggi sempre diversi, ricorre spesso al fastidioso e abusato “voice off”, la voce fuori campo del narratore onnisciente. Tuttavia, sono piccole imperfezioni che ci faremo andare bene, in quanto le serie sa farsi perdonare con i suoi molti pregi, il più importante dei quali è sicuramente la sua originalità come progetto e formato.

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“I Am Easy to Find”: i The National si fanno collettivo e tornano con il loro lavoro più audace e maturo 0 218

Non è semplice decidere da dove partire per raccontare “I Am Easy to Find”, ultima fatica dei The National. Già, perché ci sarebbe tanto da dire riguardo al lavoro più coraggioso e ambizioso della band di Cincinnati. E non solo per la sua durata monstre (63’ e 53”, per un totale di ben 16 tracce), ma anche per il progetto che Matt Berninger e soci vi hanno costruito intorno. Un progetto che ha visto la collaborazione del regista Mike Mills (“Le donne della mia vita”) e di numerose cantanti: da Gail Ann Dorsey (per anni corista e bassista di David Bowie) a Lisa Hannigan (storica collaboratrice di Damien Rice), passando per Mina Tindle, Sharon Van Etten, Kate Stables, Eve Owen e il Brooklin Youth Chorus. Un cast enorme – all’interno del quale rientra, accreditato tra i musicisti aggiuntivi, anche Justin Vernon (Bon Iver) –, che per l’occasione avvicina i The National più al concetto di collettivo che di band.

Ecco, si potrebbe partire raccontando la genesi di un album che non era neanche in programma e che probabilmente non avrebbe visto la luce, se non fosse stato per un’improvvisa e-mail di un fan d’eccezione: Mike Mills, per l’appunto. All’iniziale proposta di collaborazione del regista la band rispose inviandogli una lista di canzoni incomplete che gli diedero l’ispirazione per realizzare un corto (sempre dal titolo “I Am Easy to Find”) con protagonista l’attrice Alicia Vikander. Il film, di contro, spinse la band a completare il disco, invitando lo stesso Mills a co-produrlo. Ed ecco che a poco più di un anno di distanza dall’uscita dell’acclamato “Sleep Well Beast”(vincitore di un Grammy Award), i The National tornano con il frutto di questa inaspettata collaborazione.

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“I Am Easy to Find”è un lavoro maturo, che fa della stratificazione degli arrangiamenti e della pulizia della produzione i suoi punti di forza. Un disco che non si discosta dalla formula intrapresa con il suo predecessore, e anzi la porta avanti. Le incursioni elettroniche, pur senza risultare invadenti, trovano maggiore spazio, così come gli inserti orchestrali o i pattern intrecciati di batteria e percussioni. A venir meno è quella svolta rock apprezzabile in brani come “The System Only Dreams in Total Darkness”, “Day I Die” o “Turtleneck”. Le chitarre, infatti, fanno un passo indietro e si limitano a ricamare le sonoritàsorrette dall’immancabile pianoforte e dal programming dei computer.

Tuttavia la vera novità, come già accennato, è la presenza di voci femminili, che non solo supportano il timbro baritonale di Berninger (da sempre marchio di fabbrica della band), ma in alcuni momenti lo sostituiscono del tutto. Con il merito, così facendo, di dare colore al distintivo indie rock raffinato, intriso di nostalgia e malinconia, di casa National e di regalare imprevedibilità a un canovaccio che altrimenti, alla lunga, rischierebbe di annoiare (complice la lunga durata e i ritmi non proprio concitati).

D’altronde, “I Am Easy to Find” non è un disco immediato. Alcuni brani richiedono più ascolti per essere apprezzati appieno. È il caso dell’iniziale “You Had Your Soul With You”, caratterizzata dalle irregolarità glitch di beat sghembi e chitarre staccate. O della notevole “Quiet Light”, che con la sua batteria frenetica e i suoi suoni metallici di synth funge da perfetto anello di congiunzione con il precedente lavoro. La struggente “Light Years”e la carezzevole title track si aggiungono al già corposo catalogo di pregevoli ballad vantato dalla band, mentre la sorprendente “Where Is Her Head”, con il suo refrain ossessivo e i suoi elaborati intrecci ritmici, offre uno dei momenti più ballabili e gioiosi del disco. Curioso come, contrariamente alla consuetudine, il disco si apra a melodie più accessibili solo verso il finale, con i godibilissimi singoli “Hairpin Turns”e “Rylan” (vecchia conoscenza dei fan di lunga data). Non prima di aver regalato uno dei suoi momenti più alti con la maestosa “Not in Kansas”: un viaggio emotivo di sei minuti e mezzo, lungo il quale si dipana il poetico testo di Berninger e s’intersecano frammenti di “Noble Experiment”dei Thinking Fellers Union Local 282.

Tra perdite, distanze, rimpianti, incomprensioni, paure e morte, ancora una volta i The National, con il loro romantico decadentismo, decidono di raccontare la vita. E stavolta decidono di non farlo da soli.

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 238

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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