“L’uomo che uccise Don Chisciotte”, o il coraggio di inseguire i propri sogni 0 531

“Don Chisciotte vive!”. In quanti ci avrebbero scommesso?

Già, perché dopo 29 anni di tentativi e di fallimenti (uno dei più incredibili casi di development hell nella storia del cinema) sembrava proprio non fosse destino per il “film maledetto” di Terry Gilliam. Ma, a dispetto di alluvioni e malattie, cambi di produzione e problemi finanziari (come in parte raccontato dal bellissimo documentario del 2002, “Lost in La Mancha”), il regista di Minneapolis, che in totale allineamento col proprio protagonista non ha mai smesso di inseguire mulini a vento, ha infine vinto la sua stessa ossessione. E così “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, già presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes 2018 – non prima che l’ennesimo inconveniente (la diatriba legale con il produttore Paulo Branco) ne impedisse la partecipazione al concorso –, da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre sale.

La trama, malgrado il lunghissimo periodo di gestazione, è rimasta abbastanza fedele allo script originale.

Toby (Adam Driver) è un giovane e talentuoso regista pubblicitario che si trova in Spagna per girare uno spot con protagonista Don Chischotte. Insoddisfatto per i risultati e infastidito da adulazioni della troupe e avanches della moglie del suo capo, il demotivato regista s’imbatte nel dvd di un film amatoriale da lui stesso girato, molti anni prima, proprio in quei luoghi. Protagonista del film: sempre Don Chischotte. Investito dai ricordi, Toby decide di lasciare il set per cercare Los Sueños (questo l’indicativo nome del paesino), con la speranza di ritrovare ispirazione per lo spot, oltre che entusiasmo e amore per il proprio lavoro. Una volta raggiunto il villaggio, però, si accorge di come quel film abbia distrutto le vite di coloro che ne avevano preso parte. Dalla bella Angelica (Joana Ribeiro) – della quale Toby si era invaghito ai tempi delle riprese –, partita per Madrid con l’obiettivo di diventare attrice e ritrovatasi a fare da escort a spietati miliardari, all’anziano calzolaio Javier (Jonathan Pryce), convintosi di essere a tutti gli effetti il cavaliere errante che era stato chiamato a interpretare: entrambi caduti vittime delle illusioni generate da una pellicola “maledetta” (vi ricorda qualcosa?). Ed è proprio in seguito all’incontro con il vecchio pazzo che Toby, scambiato per il fedele scudiero di Don Chischotte Sancho Panza, s’imbarcherà in un folle viaggio che, tra bizzarrie e allucinazioni, trascinerà il disincantato regista in una realtà magica e illusoria.

In questo modo Gilliam afferra per mano lo spettatore e lo catapulta nel suo stralunato reame immaginifico. Territorio nel quale realtà e immaginazione convivono simbioticamente, alternandosi e confondendosi in maniera sempre più ambigua. Che si tratti di deliranti allucinazioni dovute al consumo di sostanze psicotrope, di misteriosi mondi immaginari raggiungibili tramite l’utilizzo di uno specchio magico, di realtà virtuali generate da ipertecnologiche reti neurali o di favolistiche visioni di un senzatetto dal passato travagliato, non c’è film del visionario regista anglo-statunitense che non presenti una progressiva deformazione della realtà e una consequenziale discesa nell’onirico.

Come nel romanzo di Cervantes il protagonista, a furia di leggere romanzi di epica cavalleresca, si convince di essere un paladino medievale, così Javier, nello studiare il copione del film giovanile di Toby, si persuade di essere Don Chischotte. Una romantica illusione all’interno della quale verrà ben presto trascinato anche il cinico Toby, un Sancho Panza sui generis. Perché forse, come vorrebbe la trama dei più classici dei romanzi picareschi, ci sarà davvero una fanciulla in pericolo da salvare. Non dalle grinfie di mostruosi giganti, ma da quelle di un terribile magnate russo. Perché forse, come dirà lo stesso Javier, Don Chischotte ­non può morire. Ci sarà sempre un cocciuto e folle sognatore che ne indosserà i panni.

“L’uomo che uccise Don Chischotte” non è soltanto un’incantevole commedia dallo straordinario potere visivo, “l’uomo che uccise Don Chischotte” è Terry Gilliam all’ennesima potenza. È un vero e proprio compendio, per estetica e tematiche, del cinema del Maestro di Minneapolis. Un’opera che non solo incontrerà il favore dei fan del regista, ma anche di tutti coloro che hanno seguito la travagliata storia di questa pellicola.

Già, perché, a ben vedere, “L’uomo che uccise Don Chischotte” è un film sul film. È un film che parla di se stesso, della propria storia. Ed è ironico pensare a quanto il soggetto – scritto chiaramente prima che Gilliam potesse sapere a quali vicissitudini sarebbe andato incontro – si adatti perfettamente alle vicende accadute nella realtà. L’ex Monty Phyton si diverte a inserire diverse allusioni meta-testuali (esilarante il riferimento alla pioggia in una delle scene finali), senza dimenticare di toccare – anche se in maniera solo incidentale – tematiche attuali come la psicosi incontrollata che il mondo occidentale vive nei confronti del pericolo terrorismo.

È inoltre inevitabile, in un’opera così fortemente autoreferenziale, tracciare dei parallelismi tra il personaggio di Toby e lo stesso Gilliam. In quest’ottica si può notare come il regista abbia voluto prendersi una bella rivincita nei confronti di produttori e industria cinematografica, messi costantemente alla berlina e ritratti in maniera poco edificante. Il tutto senza mostrare un eccesso di indulgenza nei confronti della propria controparte filmica. Perché Gilliam, al povero Toby, gliene fa capitare di tutti i colori. Lo strapazza e lo sconquassa, gettandolo in un’esasperante odissea dai risvolti grotteschi. E forse lo fa proprio per ironizzare sullo sfortunato periodo da lui vissuto durante la preparazione del film (e, in questo modo, esorcizzarlo).

In tutto questo, non passano certamente in secondo piano le gigantesche performances di Adam Driver (convincentissimo, a dispetto di quanto si potesse pensare, nelle vesti comiche di un personaggio che inizialmente era stato pensato per Johnny Depp) e del magnifico Jonathan Pryce (che proprio da Terry Gilliam fu lanciato nel 1985 in quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Brazil”).

In definitiva, al netto di un paio di difetti, quali una parte iniziale non troppo fluida e una durata leggermente eccessiva, “L’uomo che uccise Don Chiscotte” è un film da non perdere. Un film la cui stessa esistenza è testimonianza concreta del messaggio che vuole comunicare. Un film che ci esorta a essere folli, a essere sognatori.

È Terry Gilliam l’uomo che ha ucciso Don Chischotte, dopo 29 anni ci è finalmente riuscito. E, nel farlo, ci ha regalato il suo meraviglioso testamento filmico.

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‘Biciclette Rubate’: Diego Esposito disegna una nuova frontiera per il cantautorato 0 271

Un vero artista scrive solo quando sente la necessità di dire qualcosa. Che poi fondamentalmente quando hai qualcosa da dire le parole escono da sole, non chiedono permesso, non aspettano che tu le spinga fuori. È così che nasce Biciclette Rubate, il nuovo disco di Diego Esposito – cantautore toscano di origini campane classe 1986 – uscito il 22 marzo e pubblicato da iCompany/luovo e prodotto da Riccardo “Deepa” Di Paola. La necessità di dire, di raccontare e di raccontarsi; la necessità di dare forma e sostanza, di reificare i contorni di quello che uno ha dentro. Ecco, questo disco è una necessità. Diego dice che questo disco nasce dal senso di smarrimento provato a un certo punto della sua carriera artistica e l’immagine – che poi è un’ipotiposi per la qualità della descrizione – che ci dà è quella delle biciclette rubate “che da un momento all’altro si ritrovano in un posto differente rispetto a quello dove erano state parcheggiate qualche attimo prima”. Questo secondo lui è frutto delle scelte che facciamo, che ci portano a prendere una strada al posto di un’altra: quindi, secondo il principio caro ai latini dell’homo faber ipsius fortunae, ognuno si crea da sé il proprio destino e dunque non possiamo dire che ciò che ci capita sia colpa del destino ma colpa nostra. La sua breve ma intensa carriera l’ha già portato in giro per il mondo, toccando città come Pechino (nella quale è stato in veste di rappresentante del cantautorato italiano per l’ambasciata italiana). Nel 2018 è salito sul palco del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni a Roma. Nel suo curriculum annovera – oltre alla partecipazione a XFactor – la vittoria di due edizioni del concorso Area Sanremo e un disco, È più Comodo se Dormi da Me, prodotto da Zibba. L’uscita di quest’ultimo disco è anticipata dal lancio dei singoli Le Canzoni Tristi, Diego e L’amore Cos’è.

Diego Esposito Biciclette Rubate Recensione Blunote Music

Il disco si apre con un omaggio a un grandissimo artista: Stefano Bollani. Questo pezzo – che s’intitola appunto Bollani – è il racconto di un viaggio, mentale e fisico. C’è il suono leggero di una chitarra, accompagnata da un piano morbido e da voci e suoni distorti in sottofondo. È il racconto di un viaggio che Diego ha fatto a Mauritius, e di un episodio nello specifico da cui poi è nata la canzone: “Era il giorno del Pongal – Makara Samkranti (giorno di festa celebrato in tutta l’India in onore del raccolto invernale) c’era un fiume di gente che camminava in senso opposto al mio per andare al tempio sul mare per rendere omaggio agli dei, io non ricordo dove stessi andando, ma in quel momento mi sono sentito in contromano”. C’è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, perché ha scelto di farlo, perché le sue scelte l’hanno portato sull’altro lato della strada.

Un bell’arpeggio introduce il secondo brano, Voglio Stare con Te. È una canzone che nasce da un pensiero fisso, un motivo ricorrente e l’icasticità di chi sa che scrivere vuol dire tracciare i contorni di un disegno perfetto. Questa capacità nella scrittura abbinata a una vocalità pulita e riconoscibile fanno di Diego il modello del cantautore moderno: canzoni scritte di getto, magari dopo una serata passata sul tetto di un hotel delle isole Tremiti, prive di sovrastrutture.

Biciclette Rubate è il brano che dà il titolo al disco. È un pezzo scritto per un amore appena nato, che ti brucia e come sostiene Diego: “ti rende libero come una bicicletta, anzi come una bicicletta rubata che rompe la routine degli stessi percorsi e si lascia trasportare alla ricerca di nuovi orizzonti e percorsi da affrontare”. L’intensità cresce secondo dopo secondo fino al ritornello che ti entra in testa e non esce più.

Un leggero graffio nella voce accresce la carica emozionale del quarto pezzo: La casa di Margò. Lei non esiste, così come la sua casa, sono due modelli ideali, due rifugi: Margò è un’imago, un’entità incorruttibile e indefettibile; la sua casa è l’ultima Thule, il posto in cui rimettere tutto, dal quale lasciare fuori tutte le brutture della vita. Chissà magari un giorno ci troveremo tutti a casa di Margò per un caffè, sempre che lei non sia veneta, in quel caso ci ritroveremo lì per uno Spritz!

Il quinto brano Solo Quando sei Ubriaca nasce da un abbozzo di Zibba (all’anagrafe Sergio Vallarino) – produttore del suo primo album e, soprattutto, grandissimo cantautore – che, in un freddo pomeriggio di lavoro in studio, propone a Diego il ritornello della canzone. È la storia di un amore non corrisposto, di una liaison dangereuse dal quale lui non riesce a smarcarsi: lei lo chiama solo quando è ubriaca e lui puntualmente corre da lei, cosciente di essere soltanto un ripiego. L’elettronica colora un po’ il pezzo la cui produzione è affidata a Simone Sproccati.

L’estate è la stagione degli amori fatui che si spengono come i fuochi dei falò sotto i colpi dei temporali nei giorni di fine agosto. Le Canzoni Tristi racconta di un amore effimero, finito prima del previsto, che ti lascia l’amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato. Quando qualcosa finisce c’è sempre la consapevolezza che possa essere comunque l’inizio di qualcos’altro, parafrasando il titolo di quel meraviglioso libro di Tiziano Terzani. Degno di nota l’assolo che accompagna il pezzo alla fine.

La settima traccia non è autoreferenziale: Diego è una canzone che nasce da un conflitto interiore – come sostiene lui stesso –ed è dedicata a tutte quelle persone che non si accettano e hanno perso la stima in se stesse. Diego è quasi una figura astratta, la personificazione della disistima e del conflitto interiore; io sono Diego, tu sei Diego, tutti sono Diego.

L’interrogativo degli interrogativi: L’amore Cos’è? Ogni risposta potrebbe risultare inopportuna, o quantomeno banale e si tratterebbe comunque di una visione soggettiva. Se l’amore fosse oggettivo, sarebbe convenzionale e dunque facilmente definibile, ma ovviamente non è così. “Ma l’amore cos’è? È che non riesco a fare a meno di te”. Questa è una risposta sincera.

Marina di Pisa è un pezzo dall’anima elettronica. Parla di una vacanza in questa località toscana tanto cara a D’Annunzio. Non ci sarà il mare dei Caraibi ma è un posto che ha tante storie da raccontare e le immagini cui si affida lo descrivono perfettamente: Marina di Pisa è un ultras del Foggia, è un viaggio culinario, un posto in cui ti fermi a pensare a tutto quello che è stato e provare ad immaginare ciò che sarà, magari davanti alla “polpette di tua madre”.

Il pezzo che chiude il disco si chiama Le viole. È un pezzo dall’atmosfera intimista, c’è il piano che accompagna la voce e rende il tutto più magico. Rappresenta il mondo e l’idea di musica di questo grande artista: l’attenzione per i dettagli e l’importanza di lasciare che le emozioni impresse in ogni testo, in ogni parola, suono e nota escano spontanei, senza artifici che ne possano corrompere la purezza.

A tutti quelli che hanno decretato “ufficialmente” la morte del cantautorato mi viene da rispondere soltanto “Diego Esposito“.

TARM, Colle der Fomento e Cor Veleno all’Uno Maggio Taranto 0 277

È quanto si apprende dalla conferenza stampa tenutasi stamattina alle ore 11 preso la Casa del Cinema di Roma dal Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, organizzatori del concerto dell’uno maggio a Taranto.

All’interno della conferenza è stato illustrato il documento politico sul quale si fonderà, come ogni anno, l’intera giornata.
«Dal 2 maggio dello scorso anno non ci siamo mai fermati, e anche questa volta siamo pronti a ritrovarci l’Uno Maggio a Taranto, per ribadire il nostro si ai diritti e no ai ricatti. Nel quadro politico peggiore che potessimo prevedere, dominato dall’intolleranza e dall’istigazione all’odio, alle divisioni rispondiamo con l’unione, all’ignoranza rispondiamo con la conoscenza, all’intolleranza rispondiamo con l’accoglienza» ha spiegato Michele Riondino, coordinato in conferenza da Roy Paci e Diodato.

Tra gli artisti confermati ci saranno i Colle der Fomento e i Cor Veleno, pilastri del rap italiano da poco reduci dal rilascio di due dischi che hanno già fatto la storia. Oltre questi, saranno presenti anche Max Gazzè, Malika Ayane, Dimartino, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Sick Tamburo, Mama Marjas con Don Ciccio, Andrea Laszlo de Simone, Terraross, Maria Antonietta, Ciro Tuzzi, Bobo Rondelli, Bugo, l’Istituto Italiano di Cumbia e The Winstons.

Non tutti gli artisti sono però stati svelati in conferenza stampa, con gli organizzatori che hanno voluto tenere segreti ancora per un po’ i nomi più caldi che calcheranno il palco diventato ormai da anni simbolo di lotta in tutto il Sud Italia.

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