“L’uomo che uccise Don Chisciotte”, o il coraggio di inseguire i propri sogni 0 453

“Don Chisciotte vive!”. In quanti ci avrebbero scommesso?

Già, perché dopo 29 anni di tentativi e di fallimenti (uno dei più incredibili casi di development hell nella storia del cinema) sembrava proprio non fosse destino per il “film maledetto” di Terry Gilliam. Ma, a dispetto di alluvioni e malattie, cambi di produzione e problemi finanziari (come in parte raccontato dal bellissimo documentario del 2002, “Lost in La Mancha”), il regista di Minneapolis, che in totale allineamento col proprio protagonista non ha mai smesso di inseguire mulini a vento, ha infine vinto la sua stessa ossessione. E così “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, già presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes 2018 – non prima che l’ennesimo inconveniente (la diatriba legale con il produttore Paulo Branco) ne impedisse la partecipazione al concorso –, da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre sale.

La trama, malgrado il lunghissimo periodo di gestazione, è rimasta abbastanza fedele allo script originale.

Toby (Adam Driver) è un giovane e talentuoso regista pubblicitario che si trova in Spagna per girare uno spot con protagonista Don Chischotte. Insoddisfatto per i risultati e infastidito da adulazioni della troupe e avanches della moglie del suo capo, il demotivato regista s’imbatte nel dvd di un film amatoriale da lui stesso girato, molti anni prima, proprio in quei luoghi. Protagonista del film: sempre Don Chischotte. Investito dai ricordi, Toby decide di lasciare il set per cercare Los Sueños (questo l’indicativo nome del paesino), con la speranza di ritrovare ispirazione per lo spot, oltre che entusiasmo e amore per il proprio lavoro. Una volta raggiunto il villaggio, però, si accorge di come quel film abbia distrutto le vite di coloro che ne avevano preso parte. Dalla bella Angelica (Joana Ribeiro) – della quale Toby si era invaghito ai tempi delle riprese –, partita per Madrid con l’obiettivo di diventare attrice e ritrovatasi a fare da escort a spietati miliardari, all’anziano calzolaio Javier (Jonathan Pryce), convintosi di essere a tutti gli effetti il cavaliere errante che era stato chiamato a interpretare: entrambi caduti vittime delle illusioni generate da una pellicola “maledetta” (vi ricorda qualcosa?). Ed è proprio in seguito all’incontro con il vecchio pazzo che Toby, scambiato per il fedele scudiero di Don Chischotte Sancho Panza, s’imbarcherà in un folle viaggio che, tra bizzarrie e allucinazioni, trascinerà il disincantato regista in una realtà magica e illusoria.

In questo modo Gilliam afferra per mano lo spettatore e lo catapulta nel suo stralunato reame immaginifico. Territorio nel quale realtà e immaginazione convivono simbioticamente, alternandosi e confondendosi in maniera sempre più ambigua. Che si tratti di deliranti allucinazioni dovute al consumo di sostanze psicotrope, di misteriosi mondi immaginari raggiungibili tramite l’utilizzo di uno specchio magico, di realtà virtuali generate da ipertecnologiche reti neurali o di favolistiche visioni di un senzatetto dal passato travagliato, non c’è film del visionario regista anglo-statunitense che non presenti una progressiva deformazione della realtà e una consequenziale discesa nell’onirico.

Come nel romanzo di Cervantes il protagonista, a furia di leggere romanzi di epica cavalleresca, si convince di essere un paladino medievale, così Javier, nello studiare il copione del film giovanile di Toby, si persuade di essere Don Chischotte. Una romantica illusione all’interno della quale verrà ben presto trascinato anche il cinico Toby, un Sancho Panza sui generis. Perché forse, come vorrebbe la trama dei più classici dei romanzi picareschi, ci sarà davvero una fanciulla in pericolo da salvare. Non dalle grinfie di mostruosi giganti, ma da quelle di un terribile magnate russo. Perché forse, come dirà lo stesso Javier, Don Chischotte ­non può morire. Ci sarà sempre un cocciuto e folle sognatore che ne indosserà i panni.

“L’uomo che uccise Don Chischotte” non è soltanto un’incantevole commedia dallo straordinario potere visivo, “l’uomo che uccise Don Chischotte” è Terry Gilliam all’ennesima potenza. È un vero e proprio compendio, per estetica e tematiche, del cinema del Maestro di Minneapolis. Un’opera che non solo incontrerà il favore dei fan del regista, ma anche di tutti coloro che hanno seguito la travagliata storia di questa pellicola.

Già, perché, a ben vedere, “L’uomo che uccise Don Chischotte” è un film sul film. È un film che parla di se stesso, della propria storia. Ed è ironico pensare a quanto il soggetto – scritto chiaramente prima che Gilliam potesse sapere a quali vicissitudini sarebbe andato incontro – si adatti perfettamente alle vicende accadute nella realtà. L’ex Monty Phyton si diverte a inserire diverse allusioni meta-testuali (esilarante il riferimento alla pioggia in una delle scene finali), senza dimenticare di toccare – anche se in maniera solo incidentale – tematiche attuali come la psicosi incontrollata che il mondo occidentale vive nei confronti del pericolo terrorismo.

È inoltre inevitabile, in un’opera così fortemente autoreferenziale, tracciare dei parallelismi tra il personaggio di Toby e lo stesso Gilliam. In quest’ottica si può notare come il regista abbia voluto prendersi una bella rivincita nei confronti di produttori e industria cinematografica, messi costantemente alla berlina e ritratti in maniera poco edificante. Il tutto senza mostrare un eccesso di indulgenza nei confronti della propria controparte filmica. Perché Gilliam, al povero Toby, gliene fa capitare di tutti i colori. Lo strapazza e lo sconquassa, gettandolo in un’esasperante odissea dai risvolti grotteschi. E forse lo fa proprio per ironizzare sullo sfortunato periodo da lui vissuto durante la preparazione del film (e, in questo modo, esorcizzarlo).

In tutto questo, non passano certamente in secondo piano le gigantesche performances di Adam Driver (convincentissimo, a dispetto di quanto si potesse pensare, nelle vesti comiche di un personaggio che inizialmente era stato pensato per Johnny Depp) e del magnifico Jonathan Pryce (che proprio da Terry Gilliam fu lanciato nel 1985 in quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Brazil”).

In definitiva, al netto di un paio di difetti, quali una parte iniziale non troppo fluida e una durata leggermente eccessiva, “L’uomo che uccise Don Chiscotte” è un film da non perdere. Un film la cui stessa esistenza è testimonianza concreta del messaggio che vuole comunicare. Un film che ci esorta a essere folli, a essere sognatori.

È Terry Gilliam l’uomo che ha ucciso Don Chischotte, dopo 29 anni ci è finalmente riuscito. E, nel farlo, ci ha regalato il suo meraviglioso testamento filmico.

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Il soul nostrano di Elisa Brown: ecco Yrros 0 228

Elisa Brown, pseudonimo di Elisa Palermo, è una cantante cosentina o, citando direttamente il suo sito internet “Una voce soul dalle sfumature africane”. Della cosiddetta gavetta Elisa Brown ne ha fatta parecchia, iniziando fin da giovanissima, partecipando a uno svariato numero di eventi e festival e vincendo vari concorsi. Tutto questo si riflette in un’ottima tecnica e una voce ben impostata.

Yrros è il suo primo album ed è formato da 8 brani, composti e arrangiati insieme al bassista Alessio Iorio, a parte la cover della canzone di Aretha Franklin Do Right Woman Do Right Man, una scelta che rende più evidenti le influenze e le fonti di ispirazione dell’intero lavoro. Come spiega Elisa stessa, il disco contiene “un messaggio di positività”, sottolineato dal titolo stesso, che è la parola “Sorry” al contrario: insomma, indica la necessità di perdonare sé stessi per gli errori commessi. Noi ci fidiamo e procediamo l’ascolto.

Si parte con I Know in cui le strofe dal sapore Funk si alternano a ritornelli decisamente più soul. Nel frattempo facciamo la conoscenza della voce potente ed espressiva di Elisa Brown.

La stessa atmosfera viene mantenuta in Sorry. Le strofe rimangono il regno della batteria, con piccole incursioni degli ottoni, mentre il ritmo danzereccio del ritornello sostiene voce principale e cori. Nel mezzo un breve assolo di sax.

In All I Wanna Do Is Say Goodbye Elisa dà fondo a gran parte del suo repertorio vocale con vocalizzi e virtuosismi che si amalgamano abbastanza bene con il resto e rendono interessante l’ascolto.

Come Back To Love parte con un bel duetto tra basso e voce che ti spiazza positivamente. Poi il ritmo si fa più incalzante, tornando al sound abituale.

Dopodiché troviamo Do Right Woman Do Right Man, cover del brano di Aretha Franklin. La scelta di interpretare liberamente l’originale risulta vincente, tra le altre cose velocizzandola e aggiungendoci un’armonica.

In Lullaby ritorna l’accoppiata basso + voce, a cui si aggiunge una tastiera dalle sonorità sognanti, quasi da canzone Disney. Una breve ninnananna che spezza il ritmo. Unica pecca: ho avuto l’impressione che la voce faticasse un po’ nelle note più basse.

In Your Eyes è un pezzo variegato in cui sembra emergere una certa vena jazz, tra l’intervento iniziale del sax e l’assolo di chitarra nel finale.

O God (OM) è forse il brano che più colpisce e non a caso è il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Dopo i primi due rilassanti minuti, la tensione cresce lentamente, grazie all’intrecciarsi delle diverse voci, fino all’esplosione finale, che ricorda un po’ la conclusione di un musical.

Nel complesso Yrros è un disco soul abbastanza convincente, ben suonato e coerente al genere di riferimento. Sebbene non ci siano grandissime innovazioni, ci sono comunque alcuni spunti interessanti e delle buone idee.

“Stages of a Growing Flower”: l’esordio di Miza Mayi è un percorso di crescita interiore tra elettronica, soul e R’n’B 0 154

Lo scorso 11 gennaio è uscito Stages of a Growing Flower, il primo album da solista di Miza Mayi. Un lavoro che si presenta come una sorta di concept album autobiografico, all’interno del quale la cantante di origini congolesi – già voce del trio Pinkpolkadots – esplora e attraversa diversi stati emotivi, lungo un ideale percorso di crescita interiore. Resilienza, desiderio, coraggio, delusione, nostalgia, rabbia, speranza, amore illuminato, amore cosciente, amore universale, leggerezza: questi gli “stadi di crescita” contenuti nel disco e rappresentati da brani ora oscuri, ora introspettivi, ora romantici. Il tutto oscillando tra diversi generi musicali quali soul, R’n’B, funk ed elettronica.

Un percorso che parte con la cavernosa Golden, che unisce atmosfere dark e sensuali allo stesso tempo. L’elettronica glaciale incontra i groove di piano, mentre la voce della Mazi giunge quasi sussurrata all’orecchio dell’ascoltatore.

Il calore di un basso avviluppante ci guida lungo “Burn Down my Soul, brano neo soul/R&B arricchito dalle incursioni del sax di Jessica Cochis.

Più riflessiva e introspettiva la successiva Walk Away, ballata romantica che sfocia nel blues dell’elegante assolo di chitarra finale.

Ritorna prepotente l’elettronica in The Third Way, brano vivace e ballabile che aumenta i BPM pur non rinunciando al mood malinconico che caratterizza l’intero lavoro.

Abbandonati gli intrecci glitch delle drum machines e la cassa dritta di “The Third Way”, si passa alla più tradizionale In My Dreams: sognante ballata piano driven nella quale la cantante italo-congolese dà grande dimostrazione delle sue abilità vocali.

Jazz That Funksi apre con un frizzante lead di synth, per poi lasciare spazio a un sax vellutato e conturbante. Il cantato, a tratti rappato, ci guida verso l’accattivante ritornello, in un brano dalle influenze R’n’B/funk che strizza l’occhio a Stevie Wonder e Marvyn Gale.

Si ritorna ad attraversare atmosfere nebulose e rarefatte con Waters, altra ballata riflessiva che, accompagnata dalle solite incursioni elettroniche, sfocia in un ritornello vibrante ed emozionale.

Non cambia lo spartito con la successiva Kundani Love: altra traccia dai ritmi dilatati, arricchita e impreziosita dalla presenza di strumenti etnici.

Violini gitani, invece, per Assurditè: trascinante brano dalle venature deep house che riporta direttamente alle atmosfere da dancefloor di fine anni ’90.

Si rimane nell’alveo della dance anche con la successiva Flowers che, nonostante i ritmi ballabili, rimane avvolta dal solito velo di malinconia e nostalgia.

A dare una sferzata di colore ci pensa lo swing della conclusiva Tom tom town, euforico brano in chiave lounge intarsiato di virtuosismi vocali.

Si chiude così Stages of a Growing Flowers, un disco che ­– come già il titolo vorrebbe suggerire – fa del mutamento il suo leitmotiv. Un mutamento che inevitabilmente finisce per interessare le sonorità di un album camaleontico, capace di toccare diversi generi senza risultare mai incoerente o privo di identità.

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