“L’uomo che uccise Don Chisciotte”, o il coraggio di inseguire i propri sogni 0 406

“Don Chisciotte vive!”. In quanti ci avrebbero scommesso?

Già, perché dopo 29 anni di tentativi e di fallimenti (uno dei più incredibili casi di development hell nella storia del cinema) sembrava proprio non fosse destino per il “film maledetto” di Terry Gilliam. Ma, a dispetto di alluvioni e malattie, cambi di produzione e problemi finanziari (come in parte raccontato dal bellissimo documentario del 2002, “Lost in La Mancha”), il regista di Minneapolis, che in totale allineamento col proprio protagonista non ha mai smesso di inseguire mulini a vento, ha infine vinto la sua stessa ossessione. E così “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, già presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes 2018 – non prima che l’ennesimo inconveniente (la diatriba legale con il produttore Paulo Branco) ne impedisse la partecipazione al concorso –, da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre sale.

La trama, malgrado il lunghissimo periodo di gestazione, è rimasta abbastanza fedele allo script originale.

Toby (Adam Driver) è un giovane e talentuoso regista pubblicitario che si trova in Spagna per girare uno spot con protagonista Don Chischotte. Insoddisfatto per i risultati e infastidito da adulazioni della troupe e avanches della moglie del suo capo, il demotivato regista s’imbatte nel dvd di un film amatoriale da lui stesso girato, molti anni prima, proprio in quei luoghi. Protagonista del film: sempre Don Chischotte. Investito dai ricordi, Toby decide di lasciare il set per cercare Los Sueños (questo l’indicativo nome del paesino), con la speranza di ritrovare ispirazione per lo spot, oltre che entusiasmo e amore per il proprio lavoro. Una volta raggiunto il villaggio, però, si accorge di come quel film abbia distrutto le vite di coloro che ne avevano preso parte. Dalla bella Angelica (Joana Ribeiro) – della quale Toby si era invaghito ai tempi delle riprese –, partita per Madrid con l’obiettivo di diventare attrice e ritrovatasi a fare da escort a spietati miliardari, all’anziano calzolaio Javier (Jonathan Pryce), convintosi di essere a tutti gli effetti il cavaliere errante che era stato chiamato a interpretare: entrambi caduti vittime delle illusioni generate da una pellicola “maledetta” (vi ricorda qualcosa?). Ed è proprio in seguito all’incontro con il vecchio pazzo che Toby, scambiato per il fedele scudiero di Don Chischotte Sancho Panza, s’imbarcherà in un folle viaggio che, tra bizzarrie e allucinazioni, trascinerà il disincantato regista in una realtà magica e illusoria.

In questo modo Gilliam afferra per mano lo spettatore e lo catapulta nel suo stralunato reame immaginifico. Territorio nel quale realtà e immaginazione convivono simbioticamente, alternandosi e confondendosi in maniera sempre più ambigua. Che si tratti di deliranti allucinazioni dovute al consumo di sostanze psicotrope, di misteriosi mondi immaginari raggiungibili tramite l’utilizzo di uno specchio magico, di realtà virtuali generate da ipertecnologiche reti neurali o di favolistiche visioni di un senzatetto dal passato travagliato, non c’è film del visionario regista anglo-statunitense che non presenti una progressiva deformazione della realtà e una consequenziale discesa nell’onirico.

Come nel romanzo di Cervantes il protagonista, a furia di leggere romanzi di epica cavalleresca, si convince di essere un paladino medievale, così Javier, nello studiare il copione del film giovanile di Toby, si persuade di essere Don Chischotte. Una romantica illusione all’interno della quale verrà ben presto trascinato anche il cinico Toby, un Sancho Panza sui generis. Perché forse, come vorrebbe la trama dei più classici dei romanzi picareschi, ci sarà davvero una fanciulla in pericolo da salvare. Non dalle grinfie di mostruosi giganti, ma da quelle di un terribile magnate russo. Perché forse, come dirà lo stesso Javier, Don Chischotte ­non può morire. Ci sarà sempre un cocciuto e folle sognatore che ne indosserà i panni.

“L’uomo che uccise Don Chischotte” non è soltanto un’incantevole commedia dallo straordinario potere visivo, “l’uomo che uccise Don Chischotte” è Terry Gilliam all’ennesima potenza. È un vero e proprio compendio, per estetica e tematiche, del cinema del Maestro di Minneapolis. Un’opera che non solo incontrerà il favore dei fan del regista, ma anche di tutti coloro che hanno seguito la travagliata storia di questa pellicola.

Già, perché, a ben vedere, “L’uomo che uccise Don Chischotte” è un film sul film. È un film che parla di se stesso, della propria storia. Ed è ironico pensare a quanto il soggetto – scritto chiaramente prima che Gilliam potesse sapere a quali vicissitudini sarebbe andato incontro – si adatti perfettamente alle vicende accadute nella realtà. L’ex Monty Phyton si diverte a inserire diverse allusioni meta-testuali (esilarante il riferimento alla pioggia in una delle scene finali), senza dimenticare di toccare – anche se in maniera solo incidentale – tematiche attuali come la psicosi incontrollata che il mondo occidentale vive nei confronti del pericolo terrorismo.

È inoltre inevitabile, in un’opera così fortemente autoreferenziale, tracciare dei parallelismi tra il personaggio di Toby e lo stesso Gilliam. In quest’ottica si può notare come il regista abbia voluto prendersi una bella rivincita nei confronti di produttori e industria cinematografica, messi costantemente alla berlina e ritratti in maniera poco edificante. Il tutto senza mostrare un eccesso di indulgenza nei confronti della propria controparte filmica. Perché Gilliam, al povero Toby, gliene fa capitare di tutti i colori. Lo strapazza e lo sconquassa, gettandolo in un’esasperante odissea dai risvolti grotteschi. E forse lo fa proprio per ironizzare sullo sfortunato periodo da lui vissuto durante la preparazione del film (e, in questo modo, esorcizzarlo).

In tutto questo, non passano certamente in secondo piano le gigantesche performances di Adam Driver (convincentissimo, a dispetto di quanto si potesse pensare, nelle vesti comiche di un personaggio che inizialmente era stato pensato per Johnny Depp) e del magnifico Jonathan Pryce (che proprio da Terry Gilliam fu lanciato nel 1985 in quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Brazil”).

In definitiva, al netto di un paio di difetti, quali una parte iniziale non troppo fluida e una durata leggermente eccessiva, “L’uomo che uccise Don Chiscotte” è un film da non perdere. Un film la cui stessa esistenza è testimonianza concreta del messaggio che vuole comunicare. Un film che ci esorta a essere folli, a essere sognatori.

È Terry Gilliam l’uomo che ha ucciso Don Chischotte, dopo 29 anni ci è finalmente riuscito. E, nel farlo, ci ha regalato il suo meraviglioso testamento filmico.

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Il nuovo “Down the Road Wherever” di Mark Knopfler va piano e va lontano 0 90

Lo ammetto. Non ho mai ascoltato più di tanto i Dire Straits, figurati Mark Knopfler da solista. Sono sempre rimasti nella pila dei dischi che prima o poi devi per forza ascoltare ma che rimandi sempre al lunedì successivo. Il lato positivo è che questo Down the Road Wherever me lo posso ascoltare senza troppi pregiudizi e non sono tentato di dire “ah ma la roba vecchia è tutta un’altra storia”. Le malelingue diranno che sono troppo pigro per ascoltarmi attentamente tutta la discografia del buon Mark. Non è assolutamente vero: è solo l’amore per la spontaneità a spingermi.

Titolo e copertina ci danno un indizio su quello che ci aspetta dalle 14 tracce del nono album da solista di Knopfler: un’ottima musica da viaggio in macchina che fa scivolare nel sonno i passeggeri e tiene sveglio il guidatore. La qualità c’è, il timbro distintivo di voce e chitarra pure; completano il quadro un mixaggio semplice, ben definito ed estremamente efficace e – tanto per gradire – dei testi mica male. Ma esattamente come quando si guida su una lunga e ostinatamente dritta autostrada, non bisogna aspettarsi grossi colpi di scena e in un album dove le canzoni durano in media 5 minuti la monotonia è da tenere in conto. L’importante è rilassarsi e godersi il lento e scorrere del paesaggio e della musica.

Si parte con con Trapper Man, che parla del lavoro sporco del cacciatore di cui i ricchi “fat men” hanno bisogno per non doversi sporcare le mani in prima persona. Allo stesso modo in questa traccia l’arrangiamento si mette al servizio delle parole, in modo da dargli più risalto.

La seconda tappa è l’ipnotica Back on the Dance Floor: il ritmo incalza, il basso pompa, e la testa non può che ondeggiare dall’inizio alla fine.

Nobody’s Child rallenta il passo e ci trasporta direttamente nelle solitarie pianure del West. Dopo il centesimo ascolto non riesco ancora a capire se riesco ad apprezzare quel falsetto nel ritornello o se mi suona solamente strano.

In Just a Boy Away from Home c’è un po’ tutto: una vena blues, un groove funky, un assolo country (lo slider fa sempre il suo dovere) miscelati con arte.

Passiamo a When You Leave. Parte la tromba accompagnata dal piano e sfido a non immaginarsi la scena di un film in bianco e nero dove una figura in impermeabile pian piano si allontana. Mentre piove. In una Parigi deserta, magari.

Con Good on You Son si inizia a battere il piedino a tempo più velocemente, grazie a un bel mix di strofe senza troppi fronzoli e a un ritornello che ti sa prendere. Non a caso questa è il singolo che ha anticipato l’uscita del disco.

Di My Bacon Roll oltre al ritornello orecchiabile ho apprezzato molto i brevi intro e outro che impreziosiscono, nella loro semplicità, tutta la canzone.

In Nobody Does That sono la voce e la chitarra di Knopfler a lasciare il posto sotto i riflettori a tromba e sassofono. Il risultato è decisamente godibile.

Se volevate un pizzico di sonorità “celtiche” e ambientazioni rurali ci pensa il violino di Drovers’ Road. Anche la successiva One Song at a Time mantiene uno stile simile ma ci porta più giù, verso i canali e i porti inglesi di fine ‘800.

Con una melodia delicata sostenuta da un buon ritmo e da un filo di ironia, Floating Away racconta le difficoltà nel riuscire a riconoscersi mentre si invecchia e l’immagine di sé stessi che ci si è costruiti (fisica e non) sembra scomparire lentamente.

In Slow Learner Mark lo dice chiaramente: “Mi piace prendermela con calma”. E quale è il modo migliore per farcelo capire se non un blues lento, rilassante e ben curato?

Heavy Up è un soffio di allegria inaspettata che ti accompagna direttamente in spiaggia. Pure la classica chitarra alla Knopfler qua vuole sentirsi ukulele.

Nonostante un’ora abbondante di album, Matschstick Man merita di essere ascoltata un paio di volte. Una chitarra acustica dal suono cristallino accompagna la storia di un musicista vagabondo che attraversa tutta la Gran Bretagna, tra neve, solitudine e insulti.

Gli Editors (ri)conquistano il Paladozza di Bologna 0 73

Ieri sera (L’articolo è stato scritto il giorno dopo il concerto, n.d.r.) il Paladozza di Bologna ha riaperto le sue porte agli Editors, alla band che tre anni fa, il 28 Novembre 2015, le chiuse. Stessa data (-1 per chi cerca il pelo nell’uovo), stesso luogo, stessa band e un album in più: Violence (2018). Il palazzetto del capoluogo emiliano può essere definito un vero e proprio tempio sacro, sia in termini sportivi che musicali, dato che fu anche il luogo che ospitò, nel lontano 1967, i Rolling Stones per la prima volta in Italia. Ad allietare il pubblico prima dell’ingresso della band ci pensa Andy Burrows, un musicista inglese e grande amico (collaboratore) di Tom Smith, che per circa un’ora ha intrattenuto con la sua chitarra acustica un palazzetto che man mano si riempiva, con un costante crescendo in termini di performance e un picco raggiunto quando, in modo abbastanza umile, Tom si presenta sul palco per duettare con il suo amico. Se ci fosse stato un cieco e se Andy non avesse annunciato il suo imminente ingresso sul palco, ci avrebbero pensato le urla delle ragazze a fare da presentazione.

Puntualmente, alle 21:00, la band da inizio alle danze. Fin dai primi pezzi fa capire che le incredibili estensioni vocali di Tom per fortuna non sono un sogno, sono da brividi e a partire dal primo brano – The Boxer, In this Light and on this Evening – hanno causato probabilmente numerose rotture tra le coppie presenti. Diciamo che l’estensione di 4,75 ottave è un’ottima scusa per finire una relazione. L’alchimia perfetta tra Tom e gli altri componenti del gruppo ha portato letteralmente il pubblico in delirio fino alla fine del concerto. Hanno dimostrato che il loro stile iniziale non è morto, il loro modo di suonare resta sempre lo stesso, con la stessa energia a tratti punk, la stessa potenza e molta esperienza in più. Proprio quella che li ha portati alla creazione di un album come Violence, un lavoro/testimonianza di una band che ha deciso di restare legato alle radici e allo stesso tempo di esplorare nuovi orizzonti e nuovi sound. Come quello alternative/indie della “Hallelujah (So Low)” proposta al pubblico bolognese o più soft come “Darkness at the door”. Smettila di urlare, parla chiaro. Chiaro e diretto, come il loro modo di suonare.

Tra un “grazie mille” e l’altro la band è riuscita ad accontentare ogni sound ricercato dal pubblico, dal new entry – che tanto new non è – rock elettronico al remoto post punk, passando dal synth pop, dall’indierock e dall’alternative. Un pubblico caloroso e misto ha fatto da cornice, padri che accompagnavano le figlie saltavano insieme a loro, le coppie che hanno evitato una rottura a causa del carisma di Tom si abbracciavano, saltavano, si baciavano. Quest’ultima potrebbe essere una causa del sound non ben definito della band che crea sentimenti contrapposti. Ma va bene così, alla gente piace e a loro anche. Infine, quella che si è notata sul palco è stata una band che si divertiva tanto quanto il pubblico, un batterista scatenato, una chitarra impeccabile, un basso che andava come un treno e un synth magnifico. La cosa che risaltava di più però era il legame che si è creato nel tempo tra i componenti, fatto di sguardi prima di un imminente assolo – gli stessi sguardi veri e magnifici che si notano durante una session di una band amatoriale da garage – , di sorrisi e di complicità.

La durata del concerto è stata di circa due ore e verso la fine ha stupito un pubblico che stava lì per due cose: gli Editors e per sentire una chiusura di concerto accompagnata da “papillon”. Prima di “Magazine” singolo principale di Violence e ultimo brano pre bis, la band ha fatto aumentare le pulsazioni del pubblico introducendo “papillon”. Brano che fino a poco tempo fa veniva utilizzato per concludere i concerti, e che in fondo, sarebbe stato perfetto per la serata di ieri. Magari con una versione estesa. Il bis riprende subito con un medley acustico di Tom usato per intrattenere i fan. Nel frattempo la band si rilassa, sale sul palco e riapre le danze con Cold, un potente e allo stesso tempo leggero brano del loro ultimo lavoro. Uno dei testi del nuovo album che mostra al mondo il loro nuovo punto di vista, la loro nuova visione, quella che ha portato – dopo un’apertura d’occhi, come dissero i componenti durante un’intervista – ad avere un approccio diverso dal punto di vista creativo. Causato dal pessimismo e dall’aria cupa che si nota nella società di oggi. Ecco Violence.

La band, dopo l’ennesimo “grazie mille” da parte di Tom, decide di chiudere il sipario con “Smokers outside the hospital doors” (An End Has a Start), un brano alternative/indie del 2007. Lo stesso che l’otto marzo scorso venne eseguito nel programma di Manuel Agnelli qui in Italia, Ossigeno e che piacque molto al conduttore. Non sarà stato un finale con “Papillon” e nemmeno con “No Sound But The Wind” – l’assenza in scaletta è l’unica critica reale della serata – ma coerente con il momento e perfetta per una chiusa di concerto.

Ogni fine ha un inizio dice il titolo dell’album e gli Editors lo hanno dimostrato più volte. Cicli musicali che si chiudono con tour finiti, sound diversi nel giro di poco tempo, crescite esponenziali, personalità pazzesche da parte di ogni componente ed esibizioni impeccabili sotto ogni punto di vista. Gli Editors, in un momento in cui il mondo ha davvero bisogno di buona musica, si sono piazzati tra le migliori realtà musicali degli ultimi anni.

 

Un sentito ringraziamento a Luigi Rizzo per le fotografie

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