Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 208

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

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L’esordio solista di Paolo Gerson, a metà tra cantautorato e punk 0 155

A quattro anni di distanza dallo scioglimento dei Gerson, band punk rock attiva dal 2002, l’ex frontman Paolo Gerson torna con il suo primo lavoro da solista: “Le ultime dal suolo in alta fedeltà”. Rilasciato lo scorso 15 marzo sotto l’etichetta Maninalto Records, il disco del cantautore milanese è una raccolta composta da 9 canzoni oneste e dirette, poco inclini ad assecondare le mode musicali del momento. Indirizzato verso un alternative reminiscente delle prime significative produzioni di gruppi come The Strokes o Kings of Leon, che a inizio millennio diedero linfa a quel movimento poi etichettato con il termine di post-punk revival, “Le ultime dal suolo in alta fedeltà” è un album che porta con se il lascito dell’esperienza musicale vissuta da Gerson con la sua vecchia band, pur sposando un approccio più cantautoriale.

Paolo Gerson Blunote Music Recensione

L’album si apre con i fraseggi di chitarre alla Albert Hammond Jr. di “Mai e anche sempre”: un’orecchiabile cantilena che prende per il naso la realtà che viviamo ogni giorno.

Incursioni decise di chitarra acustica per la successiva “Colpa degli altri”, brano ironico dal retrogusto amaro che parte in sordina per poi sfociare nei trascinanti cori finali.

“Il domicilio”, con le sue chitarre ruggenti e i suoi cambi di dinamiche, riporta le lancette del tempo indietro di un trentennio, verso un alternative rock anni ’90 di matrice statunitense.

Il piglio cantautoriale di “Silenzio per favore”, ballata folk rock con finale ripetitivo a mo’ di mantra, anticipa il country delicato e raffinato di “Se ci passi con la testa”.

È poi il turno del singolo “Con tutta una morte davanti”, brano upbeat che riprende il piglio punk di memoria Gersioniana (la band) e che per certi versi ricorda l’irriverenza degli Zen Circus.

«Sono come uno sputo, in mezzo ad un saluto, sono quello che ho sentito ma non ho mai capito» canta poi Paolo in “Zero onde”, ballatona dagli inserti elettronici di drum machine che sa di liberazione. Una sorta di rimprovero a se stessi, ma anche agli altri.

I soli 2 minuti di durata di “La conta dei danni”, brano cadenzato dall’incedere martellante della batteria e caratterizzato dall’inedita presenza di un synth in sottofondo, aprono la strada alla closer del disco: “Tartarughe e farfalle”. Brano dall’intro atmosferico che ben presto si apre in un progressivo crescendo sonoro, sul quale si poggia un testo che racconta il nostro assurdo Paese e parla delle nostre vite che si consumano con le suole ancora intatte.

“Le ultime dal suolo in alta fedeltà” è un disco che fa della semplicità dei suoi brani, veloci e immediati, e del sapiente utilizzo delle chitarre (davvero sempre apprezzabili per sound e per scrittura di riff, arpeggi e assoli) i suoi punti di forza. Elementi che bilanciano un cantato non irresistibile e un songwriting che vuole affrontare temi maturi, salvo poi svilupparli – talvolta – in maniera un po’ troppo acerba.

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Primo dei quali è il singolo ‘Tutto bene’. Un brano dal messaggio positivo che, come spiega la band, nasce daun momento di confusione e sconforto. Un inno funky sull’accettazione del dolore e della sofferenza: unico rimedio per combattere una tristezza che, se accolta, si rivelerà passeggera e irrilevante.

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Controtempi e ritmi irregolari di batteria sorreggono i riff carichi di wah de ‘Il rendiconto’: brano che affronta il tema della fine di una relazione e che si pone alla ricerca di una presa di coscienza/consapevolezza finale.

Il piglio scanzonato e disinvolto, che caratterizza la prima parte dell’EP, lascia poi spazio a una parentesi più riflessiva e atmosferica con il dittico ‘Apogeo’/’Quasi Maggio’. Il primo brano è un breve interludio strumentale che prepara il terreno a un’interessante ballata, costruita intorno al morbido arpeggio di una chitarra sorprendentemente vicina alle alchemiche melodie post-rock degli Explosions in the Sky.

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