Maggiore, un disco per parlare del mondo e di se stesso 0 617

Raccontare è il miglior modo di raccontarsi. Parlare del mondo significa parlare di se stessi in terza persona. Questo è quello che fa Vincenzo Maggiore nel suo nuovo album, ‘Da che Mondo è Mondo…‘: parla del mondo e racconta se stesso. Lo sfondo è quello di Brindisi, città in cui è nato e da cui è partito per un lungo viaggio musicale, ma dalla quale fondamentalmente non si è mai allontanato. Questo disco è un breviario di storie, emozioni, sensazioni e sentimenti che sfuggono alla preminenza dell’io e diventano storie, emozioni, sensazioni e sentimenti comuni, condivisi e condivisibili. In esso il cantautorato e la sua naturale predisposizione al folk incontrano il pop e l’elettronica; il risultato è un tessuto fine, intrecciato minuziosamente, come in un perfetto gioco di trame e orditi. Da che mondo e mondo è anche, e soprattutto, un lavoro collettivo a cui hanno contribuito: Umberto Coviello, chitarrista che ha curato la produzione, le musiche e gli arrangiamenti, Andrea Miccoli (batteria), Carlo Madaghiele (tastiere e synth) e Alessandro Muscillo (basso e cori).

Il disco si apre con Modi Di Dire, un brano riflessivo e intenso che parla della crudezza e dell’ineluttabilità della vita. Tutto scorre, tutto passa e noi non possiamo far altro che vederlo scorrere inesorabilmente. «Le cose belle hanno i minuti contati» è un memorandum che rievoca legittimamente il «quanto piace al mondo è breve sogno» di quel famoso poeta (sì, Petrarca). Il finale strumentale porta il pezzo fuori dall’alveo del pop tradizionale e lo riporta in una dimensione più sporca, più rock.

Si può essere felici sempre, bisogna semplicemente trovare una buona ragione per esserlo. Questo è quello che sembra dire Vincenzo in Delacroix: si può essere felici con poco (per i film con Sora Lella ad esempio), l’importante è saper trarre godimento anche da quel poco che abbiamo. È un brano piacevole e distensivo che ti entra in testa e ti ritrovi a cantare senza rendertene conto. I synth aggiungono una pennellata di elettronica a questo brano già di per sé molto colorato.

Il mondo fermo è un brano introspettivo. L’atmosfera nostalgica fa da sfondo a una storia d’amore e di complementarità: «tu sarai la bussola, io sarò il buon senso. Tu meta, io viaggiatore». È una dichiarazione di resa di chi non riesce e non vuole più correre dietro ad un mondo che va più veloce di lui. Il mondo ha gli occhi è il volto della persona amata.

Se si chiudono gli occhi, a un certo punto del disco sembra di ascoltare Niccolò Fabi. La stessa intensità, lo stesso stile cantautoriale e la stessa nota malinconica emergono soprattutto in Mosca cieca, brano dall’impianto folk. La pacatezza della chitarra acustica iniziale lascia il posto, come in un preciso crescendo, al groove di una chitarra elettrica che primeggia in un vibrante finale strumentale.

Certe cose ti segnano per sempre, anche se sei troppo piccolo per capirle o elaborarle. Il quinto brano è il ricordo di un fatto storico che ha segnato in modo indelebile il nostro paese e ha creato un precedente per portata e significato. Quella raccontata in Kush me dëgjon è la storia dello sbarco di oltre ventimila albanesi nel porto di Brindisi: era un millennio diverso, era un secolo diverso, ma soprattutto era un’Italia diversa da quella di oggi. Non si avvertivano ancora i prodromi della malattia che si sarebbe scatenata vent’anni dopo; le avvisaglie di quella malattia che intacca il cervello e ti porta a perdere la memoria. È una storia di accoglienza e di umanità, raccontata dalle parole degli albanesi – inserite nel brano – che elogiano e ringraziano i cittadini che li hanno accolti e aiutati prestando soccorso e portando coperte e cibo. L’elettronica è quel tocco che non solo impreziosisce il pezzo, ma lo attualizza.

Immagina una spiaggia, un fuoco e una chitarra. Immagina il senso di libertà e leggerezza che dà l’estate: le inquietudini che si dissolvono, i pensieri che ti scivolano addosso come l’acqua del mare da cui sei appena uscito. Ecco, adesso immagina di condividere tutto questo con la persona che hai accanto, per la quale canticchi un motivo che ti gira in testa e alla quale dedichi una di quelle frasi romantiche che il mare si porterà via spietatamente. Infine immagina che tutto questo sia una canzone e che questa canzone si chiami Onde.

© photo Dario Rovere.

Esopo, il settimo brano dell’album, è un invito a chiedersi sempre quale sia la morale della favola, un’esortazione ad andare oltre l’apparenza delle cose, fino a toccarne con mano l’essenza. Se ci limitassimo all’apparenza la volpe avrebbe sempre e comunque ragione nel dire che l’uva è acerba. Questo è una traccia dall’anima pop, ma con precise intenzioni folk.

C’è un pezzo sul finire del disco che ci porta a riflettere sull’importanza di fare qualcosa senza procrastinare, di cogliere la rosa quand’è il momento (ogni riferimento a Herrick, Orazio e al film di Peter Weir con Robin Williams è puramente casuale). Questo brano si chiama L’attimo e segue melodicamente, e metodicamente, il messaggio espresso dal titolo: la batteria come introduzione che si prende il suo tempo, cogliendo il suo “attimo fuggente”, prima di introdurre la voce e una chitarra impreziosita da un delay che si accompagnano fino all’amplesso dell’assolo finale.

Il groove di #bravagente ti cattura subito. Il ritmo dettato dalle percussioni “african-style” e uno stile di voce che ricorda il Jovanotti di “Mi fido di te” seguono un testo profondo, dal quale emerge uno spaccato di vita quotidiana come un ingorgo farraginoso di storie, persone e facce.

L’uomo lupo è il brano che chiude l’album. È una traccia acustica, ma è anche quella con l’arrangiamento più bello. La chitarra sembra rispondere alle parole di Vincenzo, come per rassicurarlo del fatto che no, non esiste l’uomo lupo: è soltanto la proiezione delle tue paure. Il finale è da brividi, ma ovviamente non vi svelo nulla.

Da che mondo è mondo…‘ è un disco intenso e sincero, che merita più di un ascolto. Il grande pregio di quest’artista è di far vivere le storie in medias res, per cui ad ogni attacco di ogni pezzo ti ritrovi subito immerso in un nuovo racconto, e non puoi far altro che stare a sentire come andrà a finire.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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