Maggiore, un disco per parlare del mondo e di se stesso 0 215

Raccontare è il miglior modo di raccontarsi. Parlare del mondo significa parlare di se stessi in terza persona. Questo è quello che fa Vincenzo Maggiore nel suo nuovo album, ‘Da che Mondo è Mondo…‘: parla del mondo e racconta se stesso. Lo sfondo è quello di Brindisi, città in cui è nato e da cui è partito per un lungo viaggio musicale, ma dalla quale fondamentalmente non si è mai allontanato. Questo disco è un breviario di storie, emozioni, sensazioni e sentimenti che sfuggono alla preminenza dell’io e diventano storie, emozioni, sensazioni e sentimenti comuni, condivisi e condivisibili. In esso il cantautorato e la sua naturale predisposizione al folk incontrano il pop e l’elettronica; il risultato è un tessuto fine, intrecciato minuziosamente, come in un perfetto gioco di trame e orditi. Da che mondo e mondo è anche, e soprattutto, un lavoro collettivo a cui hanno contribuito: Umberto Coviello, chitarrista che ha curato la produzione, le musiche e gli arrangiamenti, Andrea Miccoli (batteria), Carlo Madaghiele (tastiere e synth) e Alessandro Muscillo (basso e cori).

Il disco si apre con Modi Di Dire, un brano riflessivo e intenso che parla della crudezza e dell’ineluttabilità della vita. Tutto scorre, tutto passa e noi non possiamo far altro che vederlo scorrere inesorabilmente. «Le cose belle hanno i minuti contati» è un memorandum che rievoca legittimamente il «quanto piace al mondo è breve sogno» di quel famoso poeta (sì, Petrarca). Il finale strumentale porta il pezzo fuori dall’alveo del pop tradizionale e lo riporta in una dimensione più sporca, più rock.

Si può essere felici sempre, bisogna semplicemente trovare una buona ragione per esserlo. Questo è quello che sembra dire Vincenzo in Delacroix: si può essere felici con poco (per i film con Sora Lella ad esempio), l’importante è saper trarre godimento anche da quel poco che abbiamo. È un brano piacevole e distensivo che ti entra in testa e ti ritrovi a cantare senza rendertene conto. I synth aggiungono una pennellata di elettronica a questo brano già di per sé molto colorato.

Il mondo fermo è un brano introspettivo. L’atmosfera nostalgica fa da sfondo a una storia d’amore e di complementarità: «tu sarai la bussola, io sarò il buon senso. Tu meta, io viaggiatore». È una dichiarazione di resa di chi non riesce e non vuole più correre dietro ad un mondo che va più veloce di lui. Il mondo ha gli occhi è il volto della persona amata.

Se si chiudono gli occhi, a un certo punto del disco sembra di ascoltare Niccolò Fabi. La stessa intensità, lo stesso stile cantautoriale e la stessa nota malinconica emergono soprattutto in Mosca cieca, brano dall’impianto folk. La pacatezza della chitarra acustica iniziale lascia il posto, come in un preciso crescendo, al groove di una chitarra elettrica che primeggia in un vibrante finale strumentale.

Certe cose ti segnano per sempre, anche se sei troppo piccolo per capirle o elaborarle. Il quinto brano è il ricordo di un fatto storico che ha segnato in modo indelebile il nostro paese e ha creato un precedente per portata e significato. Quella raccontata in Kush me dëgjon è la storia dello sbarco di oltre ventimila albanesi nel porto di Brindisi: era un millennio diverso, era un secolo diverso, ma soprattutto era un’Italia diversa da quella di oggi. Non si avvertivano ancora i prodromi della malattia che si sarebbe scatenata vent’anni dopo; le avvisaglie di quella malattia che intacca il cervello e ti porta a perdere la memoria. È una storia di accoglienza e di umanità, raccontata dalle parole degli albanesi – inserite nel brano – che elogiano e ringraziano i cittadini che li hanno accolti e aiutati prestando soccorso e portando coperte e cibo. L’elettronica è quel tocco che non solo impreziosisce il pezzo, ma lo attualizza.

Immagina una spiaggia, un fuoco e una chitarra. Immagina il senso di libertà e leggerezza che dà l’estate: le inquietudini che si dissolvono, i pensieri che ti scivolano addosso come l’acqua del mare da cui sei appena uscito. Ecco, adesso immagina di condividere tutto questo con la persona che hai accanto, per la quale canticchi un motivo che ti gira in testa e alla quale dedichi una di quelle frasi romantiche che il mare si porterà via spietatamente. Infine immagina che tutto questo sia una canzone e che questa canzone si chiami Onde.

© photo Dario Rovere.

Esopo, il settimo brano dell’album, è un invito a chiedersi sempre quale sia la morale della favola, un’esortazione ad andare oltre l’apparenza delle cose, fino a toccarne con mano l’essenza. Se ci limitassimo all’apparenza la volpe avrebbe sempre e comunque ragione nel dire che l’uva è acerba. Questo è una traccia dall’anima pop, ma con precise intenzioni folk.

C’è un pezzo sul finire del disco che ci porta a riflettere sull’importanza di fare qualcosa senza procrastinare, di cogliere la rosa quand’è il momento (ogni riferimento a Herrick, Orazio e al film di Peter Weir con Robin Williams è puramente casuale). Questo brano si chiama L’attimo e segue melodicamente, e metodicamente, il messaggio espresso dal titolo: la batteria come introduzione che si prende il suo tempo, cogliendo il suo “attimo fuggente”, prima di introdurre la voce e una chitarra impreziosita da un delay che si accompagnano fino all’amplesso dell’assolo finale.

Il groove di #bravagente ti cattura subito. Il ritmo dettato dalle percussioni “african-style” e uno stile di voce che ricorda il Jovanotti di “Mi fido di te” seguono un testo profondo, dal quale emerge uno spaccato di vita quotidiana come un ingorgo farraginoso di storie, persone e facce.

L’uomo lupo è il brano che chiude l’album. È una traccia acustica, ma è anche quella con l’arrangiamento più bello. La chitarra sembra rispondere alle parole di Vincenzo, come per rassicurarlo del fatto che no, non esiste l’uomo lupo: è soltanto la proiezione delle tue paure. Il finale è da brividi, ma ovviamente non vi svelo nulla.

Da che mondo è mondo…‘ è un disco intenso e sincero, che merita più di un ascolto. Il grande pregio di quest’artista è di far vivere le storie in medias res, per cui ad ogni attacco di ogni pezzo ti ritrovi subito immerso in un nuovo racconto, e non puoi far altro che stare a sentire come andrà a finire.

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Il Primo Re, Rovere dona speranza al cinema italiano 0 158

Il primo Re’ potrebbe, dalle premesse, non risultare un film per tutti. Sicuramente non è l’ennesimo Marvelone d’oltreoceano che ha riempito le sale italiane nei week-end, ma nemmeno la solita commedia all’italiana che ha forte richiamo nei cinema nostrani – e solo in quelli nostrani. Fin qui, però, ho detto cosa questo film ‘non è’, ormai parametro fondamentale per classificare e apprezzare la cinematografia. La verità è che in un mondo di Neri Parenti preferirò sempre un Matteo Rovere. Rovere, infatti, non è solo il regista dietro a questa pellicola, ne è anche produttore attraverso la sua personale casa di produzione Groenlandia srl. Ed è proprio grazie alla produzione se questo film non solo ha visto la luce ma è LIBERO da quelle che sono le regole e i topoi a cui la cinematografia italiana ci ha da sempre abituati. Rovere aveva già dimostrato di avere le palle ai tempi di “Smetto quando voglio”, anche quello film inusuale per il nostro Stivale – tralasciando la parabola indecente dei sequel-, mai però quanto ‘Il primo Re’. Ma andiamo a spiegare i motivi per cui questa premessa è stata doverosa: di cosa parla questo film? [SPOILER ALERT FINO A PARAGRAFO SUCCESSIVO]

Attraverso una prima sequenza degna di Hollywood, Rovere ci introduce al mondo di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi): una landa primordiale in cui molti degli uomini sembrano ancora animali, bestie rabbiose. I fratelli vengono catturati dagli uomini di Alba, città che su quelle terre ha l’egemonia indiscussa. I due però riescono a scappare in un qualche modo, sebbene Romolo rimanga ferito gravemente. Da questo punto in poi, per quasi metà film, la pellicola attraversa una fase alla ‘Revenant’ (Film di Alejandro González Iñárritu con Leonardo Di Caprio, 2016) in cui la vita di Romolo è messa a repentaglio sia dall’infezione che si è generata dalla ferita, sia dagli uomini fuggiti con i due fratelli che lo vorrebbero abbandonare, ritenendolo maledetto da Dio. Remo si guadagna il rispetto di questi e non solo li dissuade dall’abbandonare il fratello, ma li convince anche a seguirlo lontano da Alba, scappando dai soldati a cavallo, più numerosi e meglio armati, verso una “terra promessa”. Contro ogni opinione, Remo continuerà a sfidare il volere divino anche dopo che il fratello sembrerà ripresosi, non adempiendo a ciò che ha predetto l’oracolo: uno dei due fratelli fonderà una potente città e ne sarà il re, ma solo perché avrà preso la forza e la volontà per adempiere a tale compito macchiandosi di fratricidio, dando agli dèi ciò che vogliono. Sebbene Romolo si mostri favorevole a sacrificarsi (dopo essere appena guarito) per il fratello che ama, questi non riesce a seguire un così crudele destino e sceglie di ignorare il fato predetto. È questa la fine di Remo: continuerà a sfidare gli dèi, affermando che gli umani sono soli e che lui non vuole più farsi guidare dai riti propiziatori e dal caso; vuole divenire il suo destino, cosa che accadrà. La smania di ciò lo porterà infatti a compiere questo suo destino, morendo per mano del fratello che si stancherà ben presto delle sue blasfemie. Ucciso con tanto orrore dalla mano fraterna, però, darà anche il nome alla città che sarà fondata da Romolo, l’Urbe, dall’altra parte del fiume, una città libera sui cui Alba non potrà mai allungare le mani: Roma. [FINE SPOILER ALERT]

Il film si discosta totalmente dalla classica produzione italiana, presentandosi a tratti crudo, se non, addirittura, crudele; ma, soprattutto, mai gratuito. Intercorrono tra di loro scene di estrema violenza e azione alternate ad evocativi campi lunghi in cui i paesaggi diventano reali protagonisti. Certi momenti del film si compongono di lunghe attese, facendo intuire allo spettatore che qualcosa succederà, dando vita a una tensione palpabile e via via crescente, fino al raggiungimento di uno sgozzamento, un duello, una piccola battaglia o, a volte, solo uno scambio di battute. A rendere al meglio le scene di combattimento è l’abilità dei due attori protagonisti, Lapice e Borghi, i quali si sono allenati con la scherma nel periodo antecedente le riprese, riuscendo a riportare un sano realismo davanti la macchina da ripresa. Qualcosa che potrebbe far storcere il naso ai più attenti, invece, potrebbe essere la ricostruzione storica legata agli abiti, ai luoghi e alle armi che, almeno in parte, pare errata, nonostante il grande e prezioso contributi di alcuni archeologi e storici nella ricostruzione delle ambientazioni. Ma poco importa quando l’atmosfera che Rovere riesce a creare ci porta in viaggio tra quei boschi e quei colli dove i nostri antenati furono – e rivivono, grazie a questo film. Legarsi in toto alla fedeltà storica, o mitica che dir si voglia, poteva essere una scelta interessante, ma forse non avrebbe reso bene parte dell’opera che deve alle immagini d’impatto e alla regia la sua forza, non di certo alla sua correttezza storiografica. Storia che ogni spettatore conosce già da prima di vedere il film, che non sorprende più di tanto, che non offre grandi colpi di scena. La storia è solo una cornice, una scusa per offrire determinate immagini e scene portatrici di una potenza inaudita.

Tra tutti questi pregi un grande difetto, se vogliamo, è la povertà di concetti. L’unico portato in scena è il rapporto con il divino o con il destino cui l’uomo è legato. Il sottomettersi al proprio fato come fa Romolo, seguendo la via giusta (pietas romana, quella che incarnava l’eroe Enea), contrapposto al voler affrontare il destino, cercando di combatterlo con tutto sé stesso per poi fallire miseramente, come fa Remo (e come fanno tutti i personaggi ‘negativi’ della latinità).

Non deve essere stato facile girare questo film; ancora più difficile, invece, sarebbe stato portarlo al cinema e sperare in un riscontro positivo. Rovere però ci è riuscito, nelle sale italiane è stato finalmente proiettato un prodotto diverso, in grado di far riportare la mente ai gloriosi anni ’80, quando l’industria cinematografica italiana era molto rispettata e in diretta competizione con quella statunitense, prima che gettassimo la spugna e ci arrendessimo allo stra-potere nemico affacciato sul Pacifico. Ed è un po’ quello che fanno Romolo e Remo quando tutti si sono già arresi:mostrano i denti e combattono con tutto ciò che hanno, tenendo alto il loro valore contro la potentissima e più progredita Alba.

il primo re matteo rovere

Non sapendolo, non pensereste mai che, per questo film, non si è attinto a fondi pubblici, motivo per cui la mano di Rovere era guidata solo dal suo spirito. Soltanto la prima scena del film è costata un quarto del budget stimato di otto milioni – cifre che, per il nostro cinema, possono sembrare un’iperbole ma che, paragonati alla media di settanta milioni per un film della Marvel, paiono lenticchie.

Tirando le somme, è davvero difficile trovare dei difetti in quest’opera. L’unico ostacolo alla visione potrebbe sembrare essere la lingua utilizzata in questo film: la pellicola è, infatti, interamente recitata in un latino arcaico, lingua che riesce a donare una forte potenza d’impatto a molte scene. La sensazione rimane quella di una scelta azzeccatissima: un doppiaggio in qualsiasi altra lingua avrebbe davvero reso male se paragonato alla forma originale in cui oggi il film viene presentato: il protolatino si sposa perfettamente all’atmosfera che Rovere ci fa respirare, generando, a tratti, una sonorità piacevole all’orecchio – grazie anche all’ottima interpretazione del cast. Il Primo Re riesce, in sostanza, a donare speranza al cinema italiano, scalando un tratto importante in quello che è l’arduo percorso di risalita che la nostra industria cinematografica è obbligata a compiere, magari seguendo proprio i passi – e quindi l’originalità – di registi come Rovere.

Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

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