Tutte le stanze di Margherita Zanin nel suo nuovo disco 0 630

Un “non luogo”, uno spazio ideale, un piccolo ed apparentemente utopico mondo in cui chiudersi con sé stessi, trasformando per qualche minuto tutto il resto in qualcosa di superfluo; come la propria cameretta per ogni bambino. Ed è proprio questo ciò che sta dietro il nuovo album di Margherita Zanin: “Distanza in stanza”. Distanti da tutto e da tutti, con la miglior compagnia che potremmo desiderare per affrontare la quotidianità; la nostra. Anticipato dall’EP “Radiomarghe”, qui la Zanin cerca di coniugare passato, presente e futuro, dando vita ad una particolare dimensione temporale in cui riescono a convivere insieme forma, canzone e trip-hop. Ognuna delle dodici tracce è una stanza in cui è possibile ritrovarsi, cambiare, sintetizzarsi, evolversi e ragionare. E la loro unione dà vita a un concept album dalla durata di circa sessanta minuti, ottenuto grazie alle esperienze passate, alle sperimentazioni effettuate da “ZANIN” – il suo primo disco – ad oggi e, soprattutto, ai grandi nomi che hanno aggiunto diverse sfumature: Appino, Lodo Guenzi, Morgan e tanti altri

margherita zanin distanza in stanza recensione blunote music

La prima “stanza”, intitolata “Rosa”, è molto di più della classica traccia d’apertura. È una nostalgica donna che vive le sue giornate con forza, con un continuo, nonostante tutto, e con quella spensieratezza che tutti quanti dovremmo avere. Un viaggio elettro-pop che fa sognare, che fa venire voglia di viaggiare e di ricercare quelle emozioni pure che sembrano perdersi ai giorni nostri. Emozioni che sembrano nascoste, invisibili, proprio come la seconda traccia: “Invisibili”. Una traccia che ha come tema centrale l’amore, il primo sentimento che un essere umano prova, a partire dal suo primo secondo di vita; lo stesso che almeno una volta nella vita sembra perso, ma…”se l’amore è invisibile l’amore è possibile”.

“Amaro fuori, amaro dentro”, quella sensazione che tutti provano nella vita dopo una perdita, sta al centro del terzo brano: Amaro”. Un brano sperimentale, forse quello che marchia di più questa esplorazione di nuovi orizzonti: una traccia che parla di cambiamento, di rivalsa, di cadute e di rassegnazioni; un inno al non pensare troppo, all’andare avanti. Ma anche un input alla traccia seguente: “Non mi diverto se penso troppo”, una canzone che narra di mancanze, di attese, di sentimenti negativi che diventano consapevolezze e soprattutto esperienze che danno la forza necessaria per continuare il nostro “cammino”.

E si sa, lasciare andare qualcosa non è mai facile, e Margherita ce lo racconta attraverso: Un amico che va via”;una traccia più “giovanile”, come le turbe raccontate da Fabri Fibra, come il sound, come il ritornello: un chiaro omaggio all’album di Fabri Fibra prodotto da Neffa nel 2002. Si tratta in fondo di una riflessione sui rapporti, sui “via vai” della quotidianità, su quelle persone che nonostante tutto faranno sempre parte del nostro cuore. Come “Amalia”, la traccia successiva, una malinconica elettro-acustica traccia dedicata a una cara amica che è andata via. “Amalia poesia, Amalia le rose; in un giardino di spine ti sei coricata…”

La settima traccia, Ovvietà”, ci introduce nella stanza delle cose importanti che spesso trascuriamo, perché spesso le cose che ci sembrano meno ovvie sono le più importanti. Questa è la room delle riflessioni, della purezza, del tempo che passa, della nostra vita che diventa un film. La stessa ovvietà che in un certo senso possiamo riscontrare nell’ottavo brano: La stanza nel mondo”; quella stanza che ci vede entrare soltanto quando ci sentiamo perduti, falliti, da soli; la stessa che ci fa riflettere sul fatto che in fondo ci sarà sempre qualcuno che ci salverà e le persone che ci salveranno saranno sempre le più importanti. Un luogo astratto che ci fa capire il senso dei rapporti umani legati alla famiglia ed estesi a rapporti generali con il circostante.

Un’elettronica che potrebbe far tornare indietro nel tempo introduce “Casca il sogno”, un brano che parla del passaggio tra adolescenza ed età adulta, delle paure e dei sogni, del presente e del passato, del “vecchio” che ci formerà per affrontare il “nuovo”, delle difficoltà che ci danno la forza giusta. La stessa richiesta dalla traccia “Fiori di Carta”, una triste acustica ballad che ha al centro proprio il concetto espresso prima: “il senso della sofferenza è comprendere, risalire ed andare oltre, accettando anche che manchi qualcuno”.

Distanza in stanza è un album che riesce a racchiudere ogni tema attuale in dodici tracce; dodici stanze che, come detto precedentemente, trattano argomenti attualissimi e che dovrebbero portare a riflettere. Il più attuale lo si riscontra nella penultima traccia, in “Psicofermo”, un riflessivo e cupo brano che racconta la storia di un’ipotetica società futura.

“In questa canzone parlo di un’ipotetica società del futuro
immaginando l’essere umano che diventa automa in un nuovo
periodo storico pre-atomico”.

Il viaggio si conclude nel migliore dei modi, attraverso un tributo alla sua terra natia, alle sue origini, alla scena che in un modo o nell’altra ha influenzato l’artista musicalmente parlando; alla stanza più famosa di tutte e all’artista che l’ha narrata meglio di tutti: Gino Paoli. La cover in questione è ovviamente “Il cielo in una stanza”, reinterpretata in maniera molto originale, con stile e umiltà.

Questa è Margherita Zanin e questo è il suo concept album; la sua stanza. Un viaggio riflessivo, sperimentale, con uno sguardo volto al futuro per quel che riguarda il sound, dove però la Zanin riesce a rimanere ancorata alle tradizioni grazie ai suoi contenuti. Un lavoro che spazia dal trip-hop bristoliano alla forma canzone della scena genovese che ha fatto grande la sua terra. Un calderone “magico” in cui si mescolano insieme varie influenze, vari sound e mood: il risultato è la chiave per entrare in questo “non-luogo” in cui perdersi, ritrovarsi, cambiare; soprattutto, ragionare.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 267

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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