Maroccolo, Alone si fa libellula in una palude di violenza 0 138

Puntualmente, come annunciato il 17 dicembre del 2018 attraverso la prima pubblicazione, esce oggi il volume III del progetto musicale di Gianni Maroccolo. Lavoro definito dallo stesso come “infinito”, che andrà avanti con due cadenze annuali: 17 giugno e 17 dicembre. Come da principio, ad affiancare Maroccolo ci sono Marco Cazzato attraverso le sue illustrazioni; Mirco Salvadori con i suoi racconti iper-visionari; Lorenzo Tommasini alla produzione e Alessandro Nannucci  alla supervisione. Mix di personalità singolari a cui si aggiungono due ospiti: Luca Swanz Andriolo e Nina Maroccolo; quest’ultima, ispirandosi al tema del disco, ha scritto la frase “protagonista” dell’album:

Non possiedo nomi eppure m’invadono tutti

È Palude il sottotitolo di questo terzo volume, che affronta un tema difficile ed estremamente sensibile: quello della violenza contro i più deboli, in particolare donne e bambini. Argomento che spinge l’artista a scegliere la libellula come animale-simbolo per questo tipo di contenuto; un insetto elegante, il cui habitat naturale è proprio la palude e che porta con sé – nella cultura occidentale – il tema dell’equilibrio, della pace e della libertà e che rappresenta la trasformazione, la ricerca della verità e la transizione dall’infanzia all’età adulta.

Gianni Maroccolo attraverso la scelta di questo tipo di messaggio diventa portavoce di un tema più che attuale, che fin dall’alba dei tempi corrompe la società creando scompiglio, riflessione e ricerca di soluzioni definitive per un vivere pacifico, marchiando negativamente la storia dell’uomo. La violenza in questione si manifesta in diversi modi, può essere fisica, sessuale, psicologica e anche – cosa che avviene spesso – economica. Da questo abisso difficilmente è facile uscirne, è difficile spiccare il volo e spesso, questo volo, non lo si desidera neppure; chi subisce si chiude in sé stesso, non chiede aiuto per vergogna – infondata – e preferisce condurre una vita con questo peso piuttosto che dare una svolta definitiva per il bene di sé stesso. Affiancando la propria esistenza da un desiderio – logico, concedetemi il termine – di vendetta. Ma, come affermava Ghandi…occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco. Si diventa così delle larve umane, bloccate nella palude, passive e senza forza.  Il volume di cui stiamo parlando è suddiviso in due parti, in due stadi, proprio come quelli della libellula. La prima riguarda le tracce The Slash e Catene, anticipati da una breve ouverture intitolata Storia di Loletta; il cui video ha anticipato l’uscita di questa terza parte in questione. Si tratta in sintesi di un’opera musicale che in maniera elegante, sensibile e professionale – musicalmente parlando – unisce diverse sfumature musicali, girando sempre intorno a quello che è ormai un pilastro della discografia di Gianni: l’elettronica.

“Il nostro destino dovrebbe essere quello di Vedere: spesso però siamo imprigionati in noi stessi, stimolati a diventare quelle larve umane immerse nella palude che descrive il Volume III,  bloccati come i corpi in fondo al mare narrati nel Volume II o come il solitario bue muschiato perso nella tormenta del Volume I. Questa prigionia, questa tentazione verso il buio e il negativo sono i tratti che legano i tre volumi pubblicati fin qui. Marok li mette in musica per trasformarli in un inno alla Vita, non più alla sua negazione”.

Meditazione, visione introspettiva, riflessione. Questi sono i tre termini che in conclusione potremmo definire punti cardine del messaggio che Maroccolo vuole mandare all’ascoltatore, con lo scopo ultimo di far aprire gli occhi; di dire: non siete soli, da questo abisso – insieme – si può uscire. Chiudersi in sé stessi può sembrare la soluzione più facile ma, come la vita spesso ci insegna, la via più facile è sinonimo di perdita di rotta; e in questo caso: perdita di sé stessi.

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“L’ufficiale e la spia”: l’affresco storico di Polanski che guarda al presente 0 164

«Bisogna conoscere la storia per capire il presente e orientare il futuro».

È come se Roman Polanski con il suo ultimo, attesissimo lavoro, “L’ufficiale e la spia” (dall’originale – e più efficace – “J’accuse”), avesse voluto far propria questa massima di Tucidide. L’ufficiale è Georges Piquart (Jean Dujardin), capo della sezione di controspionaggio dell’esercito francese, la spia – o presunta tale – Alfred Dreyfus (Louis Garrel),  capitano ebreo-alsaziano che nel 1894 venne accusato di alto tradimento e condannato alla prigionia (da scontarsi in isolamento sulla disabitata isola del Diavolo).  

C’è, dunque, il celeberrimo “affaire Dreyfus”, passato alla storia come uno dei più clamorosi e controversi casi politico-giudiziari, alla base del racconto di Roman Polanski (che di processi penali dal forte risalto mediatico ne sa pur qualcosa).  E, infatti, non poche polemiche hanno accompagnato la partecipazione del film alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia (alimentate anche dalle dichiarazione del presidente di giuria Lucrecia Martel). Polemiche che, però, non hanno impedito a “L’ufficiale e la spia” di portare a casa un prestigioso Leone d’Argento. Premio più che meritato, a ben vedere. Perché dopo un paio di prove sottotono (su tutte il non troppo ispirato thriller psicologico “Tutto quello che non so di lei”) Polanski torna a regalarci un grandissimo film: granitico, elegante, impeccabile. Un film degno di un cineasta del suo livello.

La narrazione scorre lungo i suoi 126 minuti di durata senza mai gravare lo spettatore, per poi sfociare, verso il finale, in un trascinante crescendo.  La sceneggiatura è inattaccabile, la messa in scena semplicemente fantastica. Dagli sfarzosi – eppure sempre algidi – palazzi del potere, ai polverosi e decadenti interni (gran parte del film si consuma in uffici, appartamenti, aule di tribunali), fino ad arrivare ai bellissimi costumi. Tutto è riprodotto con la più grande dovizia di particolari e il più meticoloso rigore storico. C’è quasi un piacere tattile, poi, nell’osservare i personaggi maneggiare documenti, faldoni, telegrammi e scartoffie varie (presenti in quasi ogni scena del film). Grande esempio di sinestesia cinematografica.

Un’opera di ampio respiro, dunque, che si pone in netta discontinuità con i recenti lavori, più “chiusi” e d’impronta quasi teatrale, “Carnage” e “Venere in pelliccia”. E a sorprendere è che un film del genere arrivi da un regista ormai pluri-ottantenne.  

Polanski si serve di uno dei più famosi errori giudiziari della storia, adattando l’omonimo romanzo di Robert Harris (con il quale aveva già collaborato ne “L’uomo nell’ombra”), per concentrarsi su temi di assoluta attualità come la manipolazione delle notizie, la violazione delle libertà personali da parte dei governi, i nazionalismi, l’odio razziale. In tempi di fake news e di sorveglianza di massa, di rinnovato apprezzamento per le destre e di sovranismi, ecco che il racconto di un caso di fine ‘800 si presta come strumento ideale per «capire il presente e orientare il futuro». Perché l’affare Dreyfus, che si concluse con la (seppur lenta) riabilitazione dell’innocente capitano, ci insegna a perseguire ideali di verità e di giustizia, anche andando contro i poteri precostituiti. A obbedire alla legge interiore che fa capo alla nostra morale e non a quella terrena imposta dall’autoritarismo dei nostri governi.

È quello che farà l’ufficiale Piquart che, come Polanski evidenzia in più di un’occasione, conosceva a malapena Dreyfus. Di certo non vi era legato da simpatia o amicizia, tutt’altro. Seppur pervaso da quel sentimento radicalmente diffuso di antisemitismo (sotto questo aspetto la Francia di fine ‘800 ci viene presentata come un’incubatrice di odio razziale, una polveriera pronta a esplodere nell’orrore che una trentina di anni più tardi sboccerà in Germania) il capo dei servizi segretifrancese metterà a repentaglio la propria carriera, la propria immagine e addirittura la propria vita. Perché così dev’essere. Perché questo si richiede a un uomo giusto, che persegue il vero, che ama il suo Paese a tal punto da andare contro coloro che lo guidano nella maniera più abietta e ignobile .

Nell’affrontare temi sociali così urgenti Polanski riesce comunque a realizzare un film estremamente intimo e personale. Perché quell’odio antisemita verso il quale si grida «J’accuse!» lui l’ha vissuto sulla propria pelle (e poi raccontato meravigliosamente con “Il pianista”). Così come ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze destabilizzanti di certe vicende penali, seppur non viziate da errori giudiziari. E anche in questo si ritrova la grandezza di un film dal sapore classico, che è espressione di grande cinema. Così come lo è stata tutta la carriera di uno dei più grandi maestri di quell’arte che proprio negli stessi anni e nella stessa Francia di Dreyfus nasceva.

“Ceppeccàt”, la Sossio Banda racconta l’uomo in un disco perfetto 0 259

Superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia e avarizia; un vizio capitale per brano, con il fine di analizzare l’uomo moderno attraverso i suoi peccati, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le conseguenze dietro le scelte pilotate dai vizi stessi. Fin dai tempi di Aristotele i vizi e le virtù hanno permesso di tracciare i confini all’interno delle società, di individuare di volta in volta chi è l’essere umano e di identificare la “naturale” contrapposizione che andava crearsi e ad intensificarsi: quella dell’uomo alla volontà di Dio.
Il titolo scelto dalla Sossio Banda per il loro ultimo lavoro è Ceppeccàt, un titolo emblematico che in dialetto barese significa “che peccato” e che, soprattutto, ha un doppio significato: “che peccato” per l’uomo, “c’è peccato” dell’uomo. La band, composta da 6 musicisti e nata a Gravina (BA) nel 2008, ha un repertorio molto particolare, incentrato sulla propria tradizione regionale e su un sound originale e innovativo; Ceppeccàt, molto probabilmente, ha le sembianze del loro picco artistico.

Un album variegato, frizzante, con sonorità balcaniche contrapposte a sound malinconici dettati da ritmi incalzanti e dai suoni e crudi del contrabbasso. Sette tracce che prendono le fattezze di un’osservazione di secondo ordine; abbandonando i termini tecnici: un’analisi che si rispecchia nel personaggio di Palomar di Italo Calvino (esempio tra i tanti). Uomini moderni che osservano e analizzano altri uomini moderni, l’osservatore che viene osservato, con i sette vizi capitali come punti di riferimento. La Superbia nei confronti dell’ambiente e del mondo animale, che sta portando lentamente all’autodistruzione; l’Invidia che serpeggia e mortifica qualsiasi iniziativa distruggendo i rapporti umani; l’Accidia che ha a che fare direttamente con lo scorrere inesorabile del tempo il quale, stanco di vedersi trascorrere inutilmente, diventa egli stesso accidioso; l’Ira che tante vittime ha provocato nella storia dell’umanità ma che allo stesso tempo ha dato la forza a milioni di individui di emanciparsi e conquistare valori universali come la libertà, la democrazia e la dignità personale; la Lussuria che sistematicamente si presenta e primeggia in un mondo guidato e governato da essa; l’Avarizia che regala una vita misera fondata sul terrore del futuro, in cambio di una morte da ricchi; e infine la Gola, fame di potere e denaro, ingordigia di pochi individui che si arricchiscono e speculano a discapito della maggioranza. Insomma, un contenuto ispirato dal libro “I vizi capitali e i nuovi vizi”, scritto dal professore Umberto Galimberti.

Dietro lo spirito creativo della band vi è la tradizione, “illustrata” attraverso strumenti tipici delle bande pugliesi che riproducono melodie “mediterranee” – contesto di scambio e di confronto per la banda pugliese – e soprattutto l’utilizzo del dialetto; il cosiddetto “vernacolo”, una lingua parlata di un luogo o di una regione che, in molti casi, si identifica con il dialetto. Quest’ultimo sta al centro del loro repertorio ma, all’interno del lavoro, ad alcune tracce è lasciato l’italiano, quella che viene definita dalla banda come “la lingua ufficiale, lo scheletro su cui si sorregge la nostra identità come nazione” e che lascia al vernacolo il compito di divenire e accentuare l’espressione dell’anima, della bellezza e della diversità delle tante comunità italiane.

Sette tracce che danno inizio alle danze attraverso un sound balcanico, fatto di trombe e atmosfere danzanti aventi lo scopo di introdurre la splendida voce di Loredana Savino, da sempre Lead Voice del gruppo. Ritmi che non fanno altro che ripetersi, attraverso diverse ed originali forme nei successivi sei brani. Ceppeccàt è un lavoro profondo, con un significato non di poco conto che – come la musica anempatica nel cinema – va a creare una sorta di paradosso con il contenuto presente nel testo. Frasi pesanti che descrivono l’uomo moderno non certo nella migliore delle sue condizioni e che, allo stesso tempo, non riescono a farti smettere di ballare attraverso melodie tranquillamente definibili “alienanti”; di quelle che nelle sere d’estate ti fanno danzare spensierato sotto il palco, con gli occhi al cielo e i pensieri, per un attimo che sembra infinito, nel dimenticatoio.

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