Maroccolo, “Alone” si fa libellula in una palude di violenza 0 267

Puntualmente, come annunciato il 17 dicembre del 2018 attraverso la prima pubblicazione, esce oggi il volume III del progetto musicale di Gianni Maroccolo. Lavoro definito dallo stesso come “infinito”, che andrà avanti con due cadenze annuali: 17 giugno e 17 dicembre. Come da principio, ad affiancare Maroccolo ci sono Marco Cazzato attraverso le sue illustrazioni; Mirco Salvadori con i suoi racconti iper-visionari; Lorenzo Tommasini alla produzione e Alessandro Nannucci  alla supervisione. Mix di personalità singolari a cui si aggiungono due ospiti: Luca Swanz Andriolo e Nina Maroccolo; quest’ultima, ispirandosi al tema del disco, ha scritto la frase “protagonista” dell’album:

Non possiedo nomi eppure m’invadono tutti

È Palude il sottotitolo di questo terzo volume, che affronta un tema difficile ed estremamente sensibile: quello della violenza contro i più deboli, in particolare donne e bambini. Argomento che spinge l’artista a scegliere la libellula come animale-simbolo per questo tipo di contenuto; un insetto elegante, il cui habitat naturale è proprio la palude e che porta con sé – nella cultura occidentale – il tema dell’equilibrio, della pace e della libertà e che rappresenta la trasformazione, la ricerca della verità e la transizione dall’infanzia all’età adulta.

Gianni Maroccolo attraverso la scelta di questo tipo di messaggio diventa portavoce di un tema più che attuale, che fin dall’alba dei tempi corrompe la società creando scompiglio, riflessione e ricerca di soluzioni definitive per un vivere pacifico, marchiando negativamente la storia dell’uomo. La violenza in questione si manifesta in diversi modi, può essere fisica, sessuale, psicologica e anche – cosa che avviene spesso – economica. Da questo abisso difficilmente è facile uscirne, è difficile spiccare il volo e spesso, questo volo, non lo si desidera neppure; chi subisce si chiude in sé stesso, non chiede aiuto per vergogna – infondata – e preferisce condurre una vita con questo peso piuttosto che dare una svolta definitiva per il bene di sé stesso. Affiancando la propria esistenza da un desiderio – logico, concedetemi il termine – di vendetta. Ma, come affermava Ghandi…occhio per occhio e tutto il mondo diventa cieco. Si diventa così delle larve umane, bloccate nella palude, passive e senza forza.  Il volume di cui stiamo parlando è suddiviso in due parti, in due stadi, proprio come quelli della libellula. La prima riguarda le tracce The Slash e Catene, anticipati da una breve ouverture intitolata Storia di Loletta; il cui video ha anticipato l’uscita di questa terza parte in questione. Si tratta in sintesi di un’opera musicale che in maniera elegante, sensibile e professionale – musicalmente parlando – unisce diverse sfumature musicali, girando sempre intorno a quello che è ormai un pilastro della discografia di Gianni: l’elettronica.

“Il nostro destino dovrebbe essere quello di Vedere: spesso però siamo imprigionati in noi stessi, stimolati a diventare quelle larve umane immerse nella palude che descrive il Volume III,  bloccati come i corpi in fondo al mare narrati nel Volume II o come il solitario bue muschiato perso nella tormenta del Volume I. Questa prigionia, questa tentazione verso il buio e il negativo sono i tratti che legano i tre volumi pubblicati fin qui. Marok li mette in musica per trasformarli in un inno alla Vita, non più alla sua negazione”.

Meditazione, visione introspettiva, riflessione. Questi sono i tre termini che in conclusione potremmo definire punti cardine del messaggio che Maroccolo vuole mandare all’ascoltatore, con lo scopo ultimo di far aprire gli occhi; di dire: non siete soli, da questo abisso – insieme – si può uscire. Chiudersi in sé stessi può sembrare la soluzione più facile ma, come la vita spesso ci insegna, la via più facile è sinonimo di perdita di rotta; e in questo caso: perdita di sé stessi.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 234

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 311

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: