Medimex: gli Editors e i Cigarettes After Sex celebrano Woodstock 0 409

Ci eravamo lasciati con i Placebo, ci siamo ritrovati con Editors e Cigarettes After Sex. Il Medimex, l’International Festival and Music Conference in programma dal 4 al 9 giugno, apre i cancelli al suo pubblico per il terzo anno di fila, il secondo a Taranto, portando una delle band più apprezzate al mondo a suonare tra i due mari, davanti una rotonda piena di gente che arriva da tutto il Sud Italia. Non poteva essere diversamente, d’altronde, per quest’edizione speciale del Medimex che celebra i cinquant’anni di Woodstock – e qualcuno doveva pur farlo, visto che il vero Woodstock 50 è stato cancellato.

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Cancelli aperti alle cinque, con le prime file sotto il palco già conquistate intorno alle sette e mezza. Nell’aria si respira l’odore del mare e della musica, nei bicchieri sgorga Raffo non filtrata. Questione di minuti e iniziano le danze con Le Scimmie Sulla Luna, band alternative italiana che presenta il suo disco Terra!. La scelta si rivela azzeccata, Jory Stifani ricorda tanto la cantante dei Bowland, ma la band dimostra di sapersela cavare anche senza voce, movimentando la folla nel finale con un paio di brani strumentali.

Dopo poco salgono sul palco i Cigarettes After Sex e il concerto inizia davvero: la conosciamo bene la band texana di Greg Gonzalez, già sold-out a Roma un paio di anni fa, apprezzatissima in Italia. La folla risponde bene: molti cantano le loro bedroom songs sensuali, i rimanenti iniziano a collegare il sound col nome; il gruppo si diverte ma non lo dà a vedere – il mood non lo permette – limitandosi a pochi ‘thanks’ e il nome di un paio di pezzi.

L’esibizione dura un’ora, un tempo più che sufficiente per presentare l’unico album pubblicato, omonimo, e farsi desiderare; i Cigarettes After Sex riescono a creare il giusto mix di dolcezza e malinconia per illuminare la serata, anche se la luce che fanno è più o meno quella di una candela. Ma a noi tanto basta per ristorarci e caricare le batterie.

Passa infatti poco dall’uscita dei texani e alle dieci e mezza in punto la band di Stafford esce fra le urla del suo pubblico. Li avevamo già ascoltati al Palladozza di Bologna gli Editors, per un concerto durato circa due ore, e certo non li riscopriamo oggi al Medimex: energici, violenti, spietati; gli Editors ti prendono e ti accartocciano per tutta la durata del concerto, non dandoti il tempo di respirare davvero tra una canzone e l’altra, trascinandoti nel loro universo anni ‘80. Smith tiene il palco come il vero frontman qual è, la band non risparmia i grandi successi: Papillon fa ballare tutta la piazza, No Harm lascia pietrificati per la sua bellezza; A Ton of Love, semplicemente, spacca, come ha sempre spaccato. So che si dice spesso, ma concerti come questo mi fan pensare di avere il secondo lavoro più bello del mondo, dopo quello di Tom Smith.

Magazine chiude la prima parte del concerto; gli Editors escono di nuovo dopo i canonici cinque minuti, trainati dalla folla, per quattro brani finali accompagnati dal piano di Tom Smith. Alla fine, la band londinese saluta per l’ultima volta la propria piazza, con le maglie inzuppate di sudore come ogni buon ultras vorrebbe per la propria squadra del cuore. Ed è proprio come gli ultras che si è saltato su Formaldehyde. Possiamo dire che sia la band texana che quella inglese hanno assolutamente reso giustizia a Woodstock.

Poco tempo per riprendere fiato, però, perché domani si riprende col nuovo appuntamento del Medimex: Liam Gallagher sarà infatti a Taranto, reduce proprio ieri dal rilascio del nuovo singolo Shockwave che preannuncia il suo secondo disco da solista “Why Me? Why Not”. La data di domani è la prima delle due italiane, con l’ex Oasis che tornerà in Italia per il Collisioni festival a Barolo, il 4 luglio.

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 102

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 170

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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