MONS, il pop genuino in “Non può piovere per sempre” 0 336

Un auspicio, una massima, una speranza, è essenzialmente ciò che siamo noi: cinque ragazzi con un messaggio, cinque cassetti pieni di sogni e qualche strumento fra le mani per comunicare.
Cadere fa parte della vita ma ciò che veramente è importante è rialzarsi ogni volta, crederci sempre e pensare che prima o poi il sole arriverà. Noi lo aspettiamo sul palco, perché è solo sotto alle luci, tra i larsen dei monitor, i cavi e gli amplificatori che ci sentiamo a casa.

Attraverso questa descrizione, nel loro profilo Soundcloud, i MONS descrivono il loro album di esordio: “Non può piovere per sempre”; pubblicato il 23 ottobre 2019 su tutte le piattaforme digitali. Si tratta di un lavoro che ha dato vita a un album dai temi forti e, soprattutto, attuali. La perdita, l’insicurezza e la precarietà sono i pilastri portati di questo “raccoglitore musicale” composto da sei brani. Ma, come suggerisce il titolo, non può piovere per sempre; e attraverso questo messaggio di buon auspicio emergono le contromisure, le modalità per andare avanti: la speranza, la positività e la sicurezza che, anche il momento peggiore, andrà via per lasciare spazio alla serenità.

Ma chi sono i MONS?

Il gruppo nasce a Grugliasco (TO) nel 2015 e, in seguito a un periodo da cover band, pubblica il loro primo EP: M.O.N.S (2017). Si fortificano e crescono attraverso importanti e formative esperienze sui palchi migliori d’Italia: dal Collisioni Festival di Barolo al Teatro Ariston di Sanremo, passando per il FIAT Musica di Red Ronnie e vari concerti nelle tre grandi piazze di Torino. La band – formata da Marco Capitano alla voce, Alessandro Cupi alla chitarra, Marco Garbarino al basso, Alessandro Alloj alla batteria e Andrea Colombo ai synth e alla chitarra – influenzata molto dal panorama musicale italiano, pubblica in seguito il singolo “Fiato Corto”: traccia del loro album d’esordio che gli permetterà di suonare su importanti palchi dell’ambiente torinese: Hiroshima Mon Amour tra i tanti. Da qui in poi, Non può piovere per sempre si concretizzerà, sempre di più, all’interno del panorama. E il loro sogno avrà inizio.

Un sogno, come detto in precedenza, pieno di speranze e positività, caratterizzato dalla voglia di un futuro roseo e meno cupo. La loro visione, suggerita dall’immagine associata al loro album d’esordio, è quella di un uomo che si tiene in equilibrio su una corda sottile mentre una grande mano sta lì, ferma, pronto a sostenerlo. Una corda sottile, pronta a farti cadere, diventa sinonimo di un futuro pieno di incertezze e di paura; la mano, pronta a sostenerti, prende le sembianze della speranza e della positività. Un atteggiamento necessario per uscire da quelle situazioni che sembrano risucchiarci sempre di più, togliendoci ogni voglia di andare avanti; ogni forza per farlo. Forza che la band trova sul palco, tra le luci e i propri strumenti; gli stessi che gli hanno permesso di sfornare le sei tracce che compongono Non può piovere per sempre: album caratterizzato da un pop genuino influenzato dall’hip-hop, dall’RnB e dal rock; miscuglio che ha dato vita a un sound moderno pieno di organicità.

Ad aprire le danze ci pensa “Fiato Corto”, una traccia che conferma le parole scritte in precedenza, caratterizzata da una sempre presente chitarra che quasi ruba la scena alla voce e da una prorompente batteria. Fiato corto è dolore per la perdita di una persona speciale, è consapevolezza, è forza ottenuta in seguito a una forte assenza: “il dolore è qualcosa di umano e inevitabile che chiunque prima o poi sperimenterà, ma solo chi saprà guardarlo in faccia e buttarlo fuori potrà conviverci e gioire suonando o ascoltando una canzone dedicata a una persona che non c’è più”.
La seconda traccia – “Quattro quarti” – da decisamente prova dell’influenza hip-hop e RnB affiancate a un fino a poco tempo fa ritenuto come un polo opposto: quello del rock. Quattro quarti parla di amore, delle cose che sei disposto a fare per una persona che ami, anche dare quattro quarti di te stesso. Ma, tuttavia, bisogna saper distinguere nella vita l’amore dall’ossessione, dalla paura di rimanere soli. Niente di che”, il terzo brano, parla proprio di questo; e lo fa attraverso un cantato singolare e poco conforme con il panorama attuale – è un complimento – che crea un mood che rimanda ad un certo Neffa.

La canzone che da inizio alla seconda metà dell’album si chiama Scappa”. Un sound elettronico, con un incipit da anni ’80 e un proseguo che sfocia nel rock pesante, accompagna un testo ben definito con un messaggio espresso nel migliore dei modi dalla voce. Diretti e concisi: quando tutto sembra andare a rotoli a volte l’unica alternativa si trova fuori da te stesso e tu non devi fare altro che scappare. Una promessa che facciamo sempre a noi stessi e che a volte non riusciamo a mantenere, restando intrappolati e vittime di un presente che non ci appartiene.
Bisogna essere padroni della nostra persona. Bisogna abbandonare le paure. Bisogna meditare. Bisogna fare le scelte giuste.
Scelte che spesso ci tengono svegli tutta la notte facendoci chiedere: voglio veramente che questa sia l’ultima volta? Una domanda che ha portato i MONS a creare, come penultima traccia di questo disco d’esordio, proprio un brano caratterizzato da questo significato, dal nome “L’ultima volta”. Un condensato di ricordi e di speranze accompagnato da un groove perfetto per la stagione estiva che verrà.

“Nessuno sente” è la sesta traccia, quella che chiude il sipario, lasciando la band con la voglia e la speranza di aprirne tanti altri. Un brano riflessivo che riflette su una società che va veloce, basata sul peso delle banconote e schiavizzante: non riesco più ad essere padrone di me stesso. Nessuno sente” è forse la traccia più intensa tra le sei. È quella che racchiude tutti i significati e i messaggi pensati durante la creazione dell’album, ed è sicuramente un brano che merita di essere ascoltato e che ci auguriamo venga riprodotto al più presto; ad alto volume e in ogni luogo, con l’aspettativa che chi lo ascolti possa aprire gli occhi per un istante e tenerli aperti, riuscendo a identificare questo presente per quello che è veramente.

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 469

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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