Morto il rapper statunitense Lil Peep 0 329

Il rapper ventunenne Lil Peep si è spento lo scorso 15 novembre. Il giovanissimo cantante americano pare facesse uso abituale di droghe le quali lo avrebbero condotto alla morte per overdose. A riprova di ciò l’ultima fotografia postata su Instagram, quella che lo ritrae con un paio di pasticche sulla sua lingua e con la caption “fucc it“.

 

Le cause del decesso non sono state ancora confermate sebbene il suo manager, Chase Ortega, abbia annunciato la notizia con un tweet che non lascia molto spazio ad altre interpretazioni: “Era un anno che aspettavo questa chiamata… cazzo”. Peep aveva una grande carriera davanti: il suo album d’esordio “Come Over When You’re Sober Pt. 1” era uscito lo scorso settembre, e negli ultimi due anni la sua fama nell’ambiente musicale era cresciuta enormemente. Tutto era partito da qualche traccia caricata su SoundCloud nel 2015. Il suo ultimo concerto a Tucson, in Arizona, era l’ennesimo traguardo che un ragazzo così giovane con la passione per il rap era riuscito a raggiungere. In un thread su Reddit si suppone che la morte sia avvenuta proprio alla fine di questa sua ultima salita sul palco.

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Intervista a Murubutu, tra nuovo disco, collaborazioni e antifascismo 0 388

Alessio Mariani, in arte Murubutu, è un rapper emiliano classe 1975. Affermatosi negli ultimi anni grazie alla sua formula di “rap didattico”, è un artista che non ha bisogno di molte presentazioni. Professore di storia e filosofia nella vita, Murubutu ha portato il “suono della strada” oltre il suo stereotipo, convertendo il paradigma del rap come musica “dissacrante” in un’arte formalmente e contenutisticamente sublime. Il suo stile trobadorico, le ambientazioni suggestive e le sue narrazioni, a volte proprie e a volte d’ispirazione, l’hanno reso in poco tempo uno degli artisti più apprezzati, nonché unici, nel suo genere in Italia. Al suo fianco sono comparse figure d’altrettanta caratura artistica, in studio e sul palco, tra cui Claver Gold, Rancore, Dargen D’Amico, Ghemon, Mezzosangue, Caparezza, Dutch Nazari, Willie Peyote e la sua immancabile crew La Kattiveria. La sua consacrazione arriva di fatto con la pubblicazione del suo terzo album “Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari” (2014) che vede, tra le tante cose, il ritorno sulla scena dell’etichetta bolognese Mandibola Records, pezzo di storia dell’hip hop italiano. L’album è anche il primo concept del professore di Reggio Emilia, in cui ogni canzone è appunto legata all’altra dalla presenza del mare come minimo comune denominatore. Sarà seguito da “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” (2016), che lo impegnerà in un tour che toccherà ogni angolo dello Stivale. Il 1 febbraio 2019 esce “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”, quinto album solista e terzo concept, anticipato dai singoli “La notte di San Lorenzo” e “La vita dopo la notte”. Il titolo del disco parafrasa il celebre romanzo di Fitzgerald, ed altrettanto ricche di citazioni e riferimenti sono le tracce che lo compongono. Colto il pretesto, ci siamo rivolti a lui per conoscere meglio la sua storia, i suoi processi di creazione, e qualche curiosità su un album che, malgrado siamo soltanto all’inizio, si staglia già sul podio delle uscite migliori dell’anno.

Tenebra è la notte Murubutu Blunotemusic

Se fossi Forbes, ti inserirei in una classifica delle dieci figure più influenti dello Stivale dal punto di vista culturale.
“(ride, ndr.) Grazie, troppo gentile!

L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti” è uscito verso la fine del 2016 ed è stato seguito da un tour lunghissimo, terminato alla fine del 2018. Poi, dopo il rilascio dei singoli e qualche collaborazione di qualità (tra tutte, ricordiamo “L’effetto farfalla” in “Dead Poets II” di DJ Fastcut), ci hai regalato “Tenebra è la notte e altri racconti di buio e crepuscoli”. Servirebbero più corpi per continuare a realizzare e allo stesso tempo mantenere un’attività artistica così intensa, se contiamo che c’è “una vita oltre Murubutu”.
C’è stato anche un mixtape, dove ho raccolto alcune collaborazioni che ho realizzato nel tempo, nonché qualche inedito. Per me è un passatempo, non sono un professionista della musica, sono un dilettante. Però questo mi rilassa molto, per me non è un lavoro, ecco. Il mio lavoro vero lo intervallo con la mia passione: c’è chi va a fare giri in bici, chi va in palestra, io faccio musica”.

Una passione che comunque richiede un grande sforzo di ricerca.
Sì, beh, la scuola in questo mi aiuta molto. Mi mantiene sempre stimolato e devo studiare spesso, a prescindere dalla musica”.

Quando il buio cala, pare che il mondo smetta di girare su se stesso e tutto si fermi. La notte diventa una sorta di camera di decompressione in cui tutti i personaggi sono bloccati in una dimensione tra il sogno (in alcuni casi l’incubo) e i ricordi. L’album è pervaso da una sensazione di stasi, ad eccezione della traccia omonima.
“Tenebra è la notte” è una delle poche che ha un esito positivo, che ha una progressione. Per quanto riguarda le altre, è giusta la tua impressione, quando parli di “staticità”, ma dipende dal fatto che quando ci si confronta con i pensieri – che di notte sono più voluminosi – il tempo scorre più lento. Malgrado questo, una progressione ce l’ha anche la dimensione notturna nell’album. Tutti i pezzi hanno la loro forma di progressione: pezzi come “La stella e il marinaio”, che sono più atmosferici, comunque prevedono un decorso; “Le notti bianche”, che sembra così surreale, in realtà un suo decorso ce l’ha, prevede una fine. Io amo inserire trame che siano progressive. Poi in alcuni brani, magari, c’è più atmosfera, specie in quelli in featuring, perché è più difficile costruire uno storytelling con un’altra persona. “Wordsworth” o “L’uomo senza sonno”, ad esempio, hanno una progressione minore, ma comunque c’è, di tipo emotivo e cognitivo. Raramente c’è solo paesaggio”.

Tenebra è la notte” è un album fittissimo di citazioni e riferimenti ad opere della letteratura moderna e contemporanea, come hai già raccontato in più occasioni.
Sì, sicuramente ci sono molti riferimenti alla letteratura, che è “la mia cifra”, nel senso che mi piace inserire negli album una componente culturale e soprattutto letteraria”.

Nel tuo racconto della “notte”, però, ci sono anche richiami alla classicità, come dimostra l’introduzione stessa “Nyx”. Ho associato anche la figura di Artemide Trivia ad alcuni scenari da te descritti, in cui la luna, la morte e, in senso più ampio, la natura, pare abbiano un legame tra loro. È corretto?
Questa forse è più un’immagine utilizzata da Caparezza”.

Inoltre, in “la stella e il marinaio”, si può dire che tu abbia operato un “catasterismo”, che pure è ricorrente nella mitologia classica?
Il tema del notturno è in generale molto ricorrente nella mitologia classica. Avevo cominciato a sviluppare una canzone molto difficile sul tema delle incursioni notturne nella letteratura, che passava dall’“Iliade” alla “Gerusalemme Liberata”. Insomma, passaggi importanti dei classici della letteratura. Poi però si è rivelata un po’ troppo difficile da gestire. Questo comunque sta a dimostrare come il tema del “notturno” attraversi la letteratura dai classici, passando per i moderni, fino alla contemporaneità. Anche se in realtà, per quanto riguarda i contemporanei, è stato difficile trovare dei riferimenti. Uno di questi è “Di notte”, di Mercedes Lauenstein, a cui è ispirata, per l’appunto, la titletrack”.

Però adesso questa traccia ce la aspettiamo.
“(Ride, ndr.) Sarebbe una di quelle da realizzare con qualche collaboratore, perché da solo può risultare un po’ pesante, ma lo stimolo c’è”.

Vieni spesso identificato nella tua dualità professionale ed artistica. Mi piacerebbe invece chiedere all’Alessio Mariani che non è ancora né professore né artista affermato cosa l’ha avvicinato alla cultura hip hop.
Io sono di una certa età, mi sono avvicinato alla cultura hip hop all’inizio degli anni novanta, quando ancora era vivo il fenomeno delle posse. L’hip hop stava nascendo, e per me, ancora adolescente, era un bell’esempio di identificazione: una controcultura, fondamentalmente, però ispirata a dei valori piuttosto solidi”.

Soprattutto tra Bologna e Reggio Emilia..
Esatto, forse a Reggio Emilia un po’ meno, ma a Bologna tantissimo – penso all’“Isola nel Kantiere” o agli stessi Sud Sound System, che gravitavano attorno alla città. C’era un bel movimento, e quindi era decisamente affascinante vedere nascere e sentirsi parte di questo movimento che cresceva e diventava sempre più grande”.

Te lo chiedo perché, ad esempio, in “L’uomo senza sonno” è presente una campionatura di “NY State of mind”, tra l’altro una delle canzoni più campionate nel mondo del rap. Oggi conosciamo Murubutu come un rapper “lontano dalle strade”, dalla scrittura certosina e dal registro raffinato, ma i racconti delle strade provenienti dall’America, o lo stesso “Illmatic” ad esempio, hanno contribuito – e se sì, quanto – alla costruzione del tuo immaginario?
Guarda, la fruizione del rap d’oltreoceano è stata sempre un mio punto di riferimento dal punto di vista musicale, più che liricistico. Dal punto di vista contenutistico, personalmente mi sono sempre ispirato al cantautorato italiano, e penso che questa cosa si avverta. Sono stato anche ispirato dallo storytelling nazionale già dai tempi di “La casa è un diritto” dei Comitato (contenuta nell’album “Immigrato”, 1993, Universal Music Italia, ndr.), anche se purtroppo ha avuto vita breve, e altri episodi saltuari che hanno caratterizzato il rap italiano – penso a Stokka & MadBuddy, ad esempio -. Se invece devo nominarti un album d’oltreoceano, anche piuttosto “recente”, sicuramente c’è posto per “The Truth” di Beanie Sigel”.

Nei romanzi di Kafka, come “Le metamorfosi” o “Il processo”, la notte rappresenta spesso un’ellissi temporale. I fatti accadono all’improvviso, e apparentemente senza motivo, al risveglio dei protagonisti. È curioso, quindi, come Kafka trovi posto in uno scenario notturno. Come mai?
Perché Kafka era un grafomane notturno. Volevo dedicare un brano alla scrittura notturna e avevo in mente questa evoluzione con una “scoperta” finale – caratterizzante di molti miei brani -, che spinge a rivedere la storia da capo. In questo caso, si parla di una vita, e alla fine si scopre che si trattava di una vita celebre. Kafka era l’ideale, perché scrisse tantissime lettere, e per la maggior parte di notte. Non dormiva praticamente, anche se lavorava di giorno. Questa dimensione surreale e visionaria, ma anche di talento nella scrittura, era l’ideale per scrivere questo brano”.

La canzone parla del rapporto epistolare tra Franz e Milena Jesenskà, ma le “Lettere a Milena” non sono state le sole ad essere pubblicate. “Lettera al padre” è un libro fondamentale per la lettura e la comprensione delle ambientazioni kafkiane, in cui l’autore si esprime sul rapporto conflittuale con suo padre. Hai pensato di scrivere una “Lettera al padre” al posto di “Franz e Milena”?
Ci sono arrivati diversi carteggi di Kafka, che tra l’altro non scrisse solo a Milena, ma ebbe anche altri amori. Io mi sono concentrato su quello di Milena perché era assolutamente toccante come racconto, ma se ne sarebbero potuti prendere altri. In ogni caso, era proprio quello di cui mi interessava scrivere”.

Kafka e Milena, Murubutu, blunotemusic
Kafka e Milena

Nella tua scrittura che ruolo ha la simbologia? Nel tuo album sono presenti simboli che forse non siamo riusciti a cogliere?
In realtà la mia è una scrittura abbastanza evocativa, mi lascio ispirare molto dal Naturalismo. Non c’è molto da decriptare a livello simbolico. Le mie sono suggestioni paesaggistiche, non c’è un’elucubrazione di tipo simbolico dietro, che voglia rimandare a qualcosa. Poi magari ci sono diversi sottolivelli di lettura, ma la mia non è una scrittura enigmatica”.

Che rapporto hai con il teatro? Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura?
In passato, durante gli anni novanta, con il mio gruppo ci siamo dedicati ad una bolla di teatro. Era una cosa molto istintiva, ma aveva la sua parte di rappresentazione. Mi è sempre piaciuto legare il rap al teatro, tant’è che il mio grande sogno sarebbe scrivere un musical per l’appunto. Non intendo un musical rap spostato sull’aspetto solo rappresentativo, ma anche tecnico. Questo però sicuramente rimarrà solo un sogno, perché è una cosa assolutamente impegnativa da portare avanti. In ogni caso, il teatro è sicuramente una cosa che mi piace, e anche quando facciamo i live, il tour parte all’interno di un teatro”.

La notte di San Lorenzo” rappresenta un’eccezione nell’album, perché è scritta in prima persona. Chi è l’“io” che parla, e a chi si rivolge?
L’“io” che parla è il bambino morto. Questa è l’originalità dell’approccio, anche se si coglie solo alla fine, che è lui a parlare: malgrado non ci sia più, è come se ci fosse ancora. C’è qualche altro brano che ho scritto in prima persona – “Buio”, ad esempio -, anche in passato. Lo faccio più raramente perché mi piace la terza persona. Ho un approccio piuttosto classico alla narrazione, però ogni tanto provare qualcosa di nuovo non fa male”.

Murubutu è un artista che mette d’accordo tutti quanti. Le collaborazioni che hai scelto sono di grandissima qualità e tutte dotate di una grande abilità di “storytelling”. Scegli i featuring maggiormente in base al rapporto che hai con gli artisti o alla loro scrittura?
Sicuramente in base alla scrittura. Pur stimandoli, non conoscevo personalmente né Caparezza né Mezzosangue. Li ho scelti perché ci trovavo un’affinità dal punto di vista della scrittura e poi perché li ritengo dei grandi esempi per il rap in Italia. Volevo che quest’album, come quello precedente, fosse rappresentativo anche per le giovani generazioni di quello che è un tipo di scrittura alta nel rap”.

Caparezza è il grande ospite dell’album, che probabilmente tutti sognavano ma nessuno si sarebbe davvero aspettato. Come siete giunti alla stesura di “Wordsworth”?
Anche a livello di visibilità, oltre che di distanza, Caparezza non è un artista facile da raggiungere, dato che è molto esposto. È un artista che stimo molto, perché è stato uno dei primi a veicolare determinati messaggi al pubblico, e viceversa da parte sua. La sua disponibilità a lavorare con me è emersa tramite un amico comune, ed io gli ho proposto sia il beat che la tematica. Lui ha accettato subito. Ammetto di aver scelto un beat che sapevo sarebbe stato nelle sue corde, conoscendo la sua produzione; e anche la tematica, avendo ascoltato le sue canzoni dedicate alla luna. Mi sembrava che tutto quadrasse, dalla sonorità alla stesura, e così è stato”.

Hai mai pensato, come Caparezza aveva fatto in “Le dimensioni del mio caos”, di scrivere un concept album concentrato su una storia sola, un “fonoromanzo” o un “fonopoema” epico?
Sarebbe un progetto bellissimo, ma temo che mantenere gli stessi personaggi o una trama costante dall’inizio alla fine di un album sia un po’ troppo vincolante. Insomma, è bene sperimentare, provare, però bisogna anche avere consapevolezza dei propri limiti”.

Siamo quasi giunti alla fine, per cui vorrei toccare un argomento attuale a partire da una sua vicissitudine personale, ossia la “libertà di espressione”. Nel 2014 tieni un concerto a Bologna, e dopo aver cantato “Martino e il ciliegio”, iniziano a volare le accuse. Cos’è successo quella notte?
Non ero presente quando c’è stata questa contestazione da parte di Forza Nuova. Loro contestarono il locale con il pretesto di aver accolto un cantante – me, nello specifico – che dedicava una canzone a Prospero Gallinari. Chiaramente si trattava di un fatto pretestuoso, perché chi ascolta la canzone capisce che il taglio non è politico, ma antropologico. Sto raccontando una storia. È come se mi si venisse a criticare il fatto che “Quando venne lei” sia un’incitazione alla droga o un elogio dell’eroina. Queste storie sono segnate da scelte sbagliate, da contesti e mille altre cose, non sono un elogio di chicchessia. Questo si evince subito, se si è un ascoltatore attento; è ovvio che si cercava un pretesto e l’hanno trovato”.

Tra l’altro, anche la fine di “Martino e il ciliegio” si discosta dalla biografia dello stesso Gallinari.
Si, come faccio spesso è una storia romanzata ispirata ad un fatto vero. Credo che il fatto di essermi dichiarato antifascista abbia fatto la differenza”.

Sulla strumentalizzazione in termini fascisti di Battisti, Mogol si è espresso così: «Lucio Battisti non è mai stato interessato alla politica. E io ne sono un testimone diretto: con me non ne ha mai parlato. […] Il punto è che all’epoca, negli anni Sessanta e Settanta, o andavi in giro con il pugno alzato e cantavi Contessa, oppure eri fascista. O qualunquista. Ma io e Lucio eravamo semplicemente disinteressati alla politica e quando si votava, lo si faceva per il meno peggio. Preferivamo raccontare il privato, anche se brani come Anima Latina erano molto sociali, e per questo siamo stati denigrati. Ma ormai non sono neanche più irritato per queste accuse». Cosa ne pensi?
È normale che si parla di un contesto completamente diverso da quello attuale, che non si può equiparare. Sono cambiate tante cose dal punto di vista del dibattito anche all’interno della sinistra stessa. Nel mio caso, la contestazione nasceva dal presunto elogio alla lotta armata, che è tuttora anticostituzionale. Non era quindi una questione solo ideologica, era una questione di legalità; loro si facevano forti non tanto della sola questione ideologica, ma di quella costituzionale. Il comune aveva abolito la propaganda anticostituzionale, e quindi conseguentemente, anche l’incitazione alla lotta armata. Questo era il discorso che aveva fatto scalpore, secondo Forza Nuova; nel caso di Battisti, invece, si trattava di semplice strumentalizzazione politica. Ma non ci dobbiamo scordare che anche Guccini era stato contestato, e per giunta a sinistra, malgrado fosse apertamente di sinistra”.

Chi è Murubutu nei suoi sogni?
“(Ride, ndr.) Sicuramente un buon insegnante. E poi magari anche uno scrittore in futuro, chi lo sa”.

Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 425

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

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