Morto il rapper statunitense Lil Peep 0 381

Il rapper ventunenne Lil Peep si è spento lo scorso 15 novembre. Il giovanissimo cantante americano pare facesse uso abituale di droghe le quali lo avrebbero condotto alla morte per overdose. A riprova di ciò l’ultima fotografia postata su Instagram, quella che lo ritrae con un paio di pasticche sulla sua lingua e con la caption “fucc it“.

 

Le cause del decesso non sono state ancora confermate sebbene il suo manager, Chase Ortega, abbia annunciato la notizia con un tweet che non lascia molto spazio ad altre interpretazioni: “Era un anno che aspettavo questa chiamata… cazzo”. Peep aveva una grande carriera davanti: il suo album d’esordio “Come Over When You’re Sober Pt. 1” era uscito lo scorso settembre, e negli ultimi due anni la sua fama nell’ambiente musicale era cresciuta enormemente. Tutto era partito da qualche traccia caricata su SoundCloud nel 2015. Il suo ultimo concerto a Tucson, in Arizona, era l’ennesimo traguardo che un ragazzo così giovane con la passione per il rap era riuscito a raggiungere. In un thread su Reddit si suppone che la morte sia avvenuta proprio alla fine di questa sua ultima salita sul palco.

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‘In Times of Need’, la Roma Guasta che si racconta 0 322

Abbiamo ascoltato in anteprima ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta, duo hip hop capitolino formato dai due fratelli Blant e Lise, in uscita per il 22 marzo. Il disco, composto da otto tracce, presenta la peculiarità di essere diviso in due sezioni: la prima vede quattro canzoni prodotte dal producer Cuns, con l’altra metà del disco prodotto invece da Depha.

Come avevamo già anticipato poco meno di un anno fa, i Roma Guasta sono uno dei collettivi più importanti della scena emergente rap romana. Reduci da un ottimo disco d’esordio intitolato ‘RG Music’, il duo resta molto legato ai vecchi valori dell’Old School quali la rappresentanza e la vita di strada, e questo nuovo disco ne è la prova. È proprio grazie al riferimento offerto da questi temi ricorrenti che è facile osservare la crescita dei due fratelli di Serpentara, che con questo progetto esplorano in maniera più matura le stesse strade che hanno fatto da sfondo al loro percorso, dai primi freestyle alle prime tag.

La copertina di ‘In Times of Need’, il nuovo disco dei Roma Guasta

Esempio perfetto di questa nuova maturità è la title track In Times of Need che, con il suo ritmo lento ed angoscioso, definisce il setting nel quale si svilupperà il resto dell’album: la Roma moderna, inesorabile ed indifferente. La stessa città che un tempo è stata terreno fertile per la cultura ed i principi dell’hip-hop, e che oggi quasi li rinnega, lasciandoli nelle mani della superstite scena underground della quale Lise e Blant si fanno portavoce.

Ma nonostante le premesse quasi nichilistiche dei due, proprio quella Roma della “golden age” Italiana torna a vivere nella seconda traccia, 90’s con Gast, personalità storica nella scena underground dai tempi d’oro ad oggi, il quale di recente ha rilasciato il suo ultimo disco Star Roller. La traccia, sullo scenario chill tracciato dal beat di Cuns, dipinge un immaginario tipico della generazione che i novanta li ha vissuti e se li porta dentro nonostante tutto, con un ritornello autocelebrativo che inneggia agli iconici tutoni Adidas del periodo, il tutto condito dalla freschezza intramontabile di Gast.

Il progetto continua a guardare indietro con il terzo pezzo, Double Dragon, dove Lise sputa barre nostalgiche che sanno di bombolette spray e ricordi d’infanzia, condivisa con il fratello Blant che ribadisce con parole chiare e dirette come la loro sia una testimonianza vera, di chi la storia della scena l’ha vissuta in prima linea. Questi concetti vengono ribaditi in Riva, quarta traccia del disco che chiude la prima parte di quest’ultimo: Cuns lascia la sua ultima testimonianza nell’album con un beat cupo e calmo che lascia spazio alla grinta autocelebrativa dei due fratelli.

Blant Roma Guasta
In foto: Blant

A colmare il vuoto lasciato da Cuns c’è Depha Beat, con la melanconica strumentale di Cassa Spia, quinta traccia dell’album e, a mio parere, punta di diamante del progetto. I flow incalzanti e l’attitudine dei Roma Guasta si mescolano con l’atmosfera dolciastra del beat, risultando in una traccia che suona un po’ come un inno, nella quale i due non parlano solo per o di se stessi, lasciando a chi ascolta lo spazio per immedesimarsi nelle loro barre, evocative ed universali.

Con la traccia numero sei, Pillole, si confermano un’atmosfera decadente e urbana alla quale questa volta si aggiuge anche il flow sprezzante di Grezzo. Quest’ultimo si adatta perfettamente al tono della traccia con il suo andamento cantilenante e l’attitudine di chi ha percorso e vissuto la sua fetta di strada. Degno di nota anche il synth G-Funk, acuto e distante, vero tocco di classe, che spezza il tono cupo del pezzo.

L’album prosegue con la settima traccia, Il Costo, nella quale il pessimismo delle tracce precedenti diventa molto più personale per i due rapper che, prima della conclusione del progetto, si guardano allo specchio e tirano le prime conclusioni sulla loro vita. Conclusioni attorno alle quali l’inquadratura si allarga nella traccia conclusiva del progetto, Portici, in collaborazione con Numi.

Lise Roma Guasta
In foto: Lise

L’ultima scena di questo breve film autobiografico comincia con una progressione di accordi di piano, dolce e speranzosa, cavalcata dal tono basso e riflessivo dei tre, che si raccontano per l’ultima volta prima della fine, Il tutto condito da un ritornello agrodolce che fa da intermezzo alle loro testimonianze. E proprio con questo ritornello si chiude il progetto, in maniera decisa, proprio come è cominciato.

‘In Times of Need’ è la testimonianza vera e senza troppi fronzoli di due ragazzi dell’immensa periferia romana, figli dei tempi che viviamo. “Tempi di Bisogno” appunto, caratterizzati da un senso di decadenza percettibile durante tutto l’album, che i Roma Guasta non falliscono a trasmettere insieme alla loro storia ed il loro modo di percepire il mondo.

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Blunote Radar X Petite 0 228

Petite è il nome che Giulia Pellegrino sceglie per impugnare il suo microfono. Giovanissima, classe ’99, viene al mondo a Cormano, in provincia di Milano, dall’unica donna che le resterà accanto per la vita, ovvero sua madre. Malgrado la mancanza di una famiglia completa, compensata dalla presenza di suo nonno, cresce senza rancori d’alcun tipo, con il carattere di chi nasce donna e sa che, per questo motivo, sarà destinata a combattere dal giorno uno. Milano dei sogni, Milano degli innamorati di Remigi; Milano delle luci abbaglianti, Milano dell’impossibile; Milano che non guarda in faccia nessuno, che a volte sa buttarti giù come una matrigna cattiva. Venire dalla provincia significa spesso non-appartenere, e scavalcare questa barriera significa il più delle volte sconfiggere i pregiudizi delle persone che ti vogliono inquadrato in un ruolo ben preciso. Petite sa bene tutto questo, lo ha imparato tra le file dei banchi e le compagnie evanescenti come barche in mezzo al mare, in preda alla tempesta dell’omologazione.

Petite ProPic_sunset

Petite ama meno cose di quante ne odi. Tra queste, la storia, la musica e la scrittura. Studia pianoforte per sei anni e chitarra per tre, poi prosegue da autodidatta. Inizia a scrivere poesie a cinque anni, sulla neve che cade a Milano e la veste di bianco come una sposa a nozze. A causa delle complicazioni che attraversano la sua vita, riprenderà intorno ai sedici anni, quando le parole saranno partorite da sentimenti decisamente più disillusi, come in ogni adolescenza che si rispetti. Scappa di casa trovando rifugio in un quaderno e una matita; nelle cuffie, la musica di Mondo Marcio, da cui trae profondamente ispirazione sia dal punto stilistico che contenutistico. I testi scritti in questo particolare frangente saranno cruciali nella scelta di dedicarsi alla musica, ma restano ad oggi «esercizi di scrittura». Successivamente, l’ascesa di Salmo e la sua glorificazione sconvolgono l’idea generale di fare rap nella scena, e Giulia ne è travolta, fino all’incursione della trap dall’America nel mainstream, grazie alle piattaforme di streaming e broadcasting del settore.

Tra gli amici iniziano a rincorrersi soprannomi su quella ragazzina che intende fare della sua passione un sogno da realizzare, ma i tempi sono ancora acerbi. La prima esperienza in studio di Petite risale ad un ritornello registrato in featuring per un suo amico e artista, ma «adattare l’hip hop alle basi trap era ancora un esercizio difficile». La svolta arriva grazie alla partecipazione ad un contest, di cui Petite – allora ancora Julie – era l’unica partecipante donna. La giovane artista riesce a superare la prima selezione con quello che diventerà il suo primo singolo ufficiale, Chimera, pubblicato sotto il nome di Petite. La presa di coscienza delle sue potenzialità la guiderà dritto in studio di registrazione dove è al momento al lavoro con un team di professionisti, che la supporta nella produzione audio e video.

Petite misura un metro e cinquantaquattro – nessun nome è scelto a caso -, ma è in grado di essere all’altezza delle aspettative. Stile, attitudine e composizione sono caratteristiche che non le mancano e non sono sfuggite al team di DoubleM Studio, composto da musicisti, tecnici, grafici, fotografi e videomaker che seguono la giovane artista nelle produzioni audio e visual. Entrambe le tracce finora pubblicate sono state curate dal sopracitato studio, e sono la prova di un’intensa sinergia tra le parti in fase di lavorazione, nonché di una prospettabile versatilità attraverso influenze musicali differenziate.  

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Frame dal backstage del video di Etico.

Il primo brano rilasciato si intitola Etico, una promo di all’incirca un minuto, in cui Petite corre sulla base dimostrando dalla prima occasione una metrica quantitativamente ricca e strutturata. Malgrado la velocità dei versi ostacoli la piena comprensione del testo al primo ascolto, è chiara l’intenzione dell’artista di mettersi a nudo – e non per scena, ma di farlo davvero – sputando fuori tutto il suo malessere interiore. Panico e rabbia sono i sentimenti che le fanno da padrona, comuni a quella schiera di giovani oggi più che mai sottovalutati dal mondo adulto perché ritenuti vuoti, omologati, disinteressati alla realtà, esattamente come i loro nuovi idoli. Nel video, Petite è completamente nuda e ricoperta da vernice rossa che le gocciola lentamente addosso, in riferimento alle ferite riportate in questi anni per distinguersi dalla massa e provare ad esprimersi, nonostante i pregiudizi dilaganti.

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Cover del singolo Chimera.

Chimera è il primo brano ufficiale di Petite, costruito sul contrasto tra un beat leggero, dal ritmo raggaeton, e un testo dal contenuto più intimo e introspettivo. In tre strofe, la giovane artista mette nero su bianco la dura condizione di chi prova a realizzarsi, a partire da lei stessa, uscendo dalle logiche di una società che vive sul palcoscenico. Al contrario di chi insegue solo l’apparenza, Petite ricerca la solitudine, vuoto necessario da cui partire per ritrovarsi e migliorarsi, abbattere le proprie barriere e trasmettere fiducia a chiunque si senta protagonista di storie simili alla sua. Chimera era infatti un mostro della mitologia greca – nella canzone, il termine viene associato alla “strega” -, ma è anche sinonimo di utopia; nel video, Petite insegue questa figura, in realtà parte intrinseca di lei stessa, in uno scenario selvatico e desolato. Il brano sortisce assolutamente l’effetto desiderato dallo scontro tra ballabilità e riflessione, soprattutto grazie ad un ritornello che non fatica a fissarsi nella memoria.

Da anni ormai, il rap non è più cosa per soli uomini, e questo è un dato confermato dagli esempi femminili recentemente emersi, che sono riusciti a raggiungere una platea relativamente ampia. Petite è giovanissima ed è una bellissima sorpresa scoprire nuove leve determinate a cambiare gli schemi dominanti partendo da zero. La sfida è titanica, ma il suono fresco e la profondità dei versi non comune a colleghi coetanei – anche più affermati -, sono una promessa da mantenere, quindi aspettiamo di vedere cosa Petite ha in serbo per il futuro, fino all’uscita del suo primo lavoro completo.


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