Morto Stalin se ne fa un altro, le vicende tragicomiche dell’ex URSS valgono da sole il prezzo del biglietto 0 739

Morto Stalin, se ne fa un altro, traduzione discutibile di “The Death of Stalin” (ma ormai le traduzioni italiane ci hanno assuefatto alla loro stessa mediocrità), è uscito nelle sale il 4 gennaio e ha già fatto parlare di sé grazie alla sua satira tagliente e coinvolgente.

Tratto dall’omonima graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, il film del regista e sceneggiatore scozzese (di origini italiane) Armando Iannucci dipinge con un black humor ben definito le vicende che si susseguono dalla morte di Stalin fino alla corsa al potere da parte della sua squadra ministeriale. I fatti li conosciamo già, nonostante questo il ritmo di narrazione è così veloce e incalzante da tenere lo spettatore incollato alla sedia per scoprire come va a finire. Ma il merito non è solo della narrazione: Iannucci ha difatti scelto un cast d’eccezione. Si poteva già immaginare che la comicità non sarebbe mancata trovando tra i nomi del cast l’ex Monty Python, Micheal Palin, nei panni di Vyacheslav Molotov. Se non fosse abbastanza, il regista ha scelto Steve Buscemi per la parte di Nikita Chruščëv; il suo diretto rivale, Lavrentiy Beria, è invece inetrpretato da Simon Russell BealeJeffrey Tambor veste infine i panni di Georgy Malenkov.

Il film inizia a Mosca: in una stazione radio si sta tenendo un concerto e arriva una chiamata da Stalin che richiede una registrazione. Non c’è nessuna registrazione del concerto, il concerto è finito, così il direttore fa ricominciare a suonare i musicisti e costringe gli spettatori a tornare ai loro posti. Sebbene non manchino i primi elementi comici, si respira già un po’ dell’angoscia che rimane come rumore di fondo per tutto il film.
Da lì una manciata di eventi portano alla morte di Stalin. Il giorno dopo viene trovato in una pozza dei suoi fluidi corporei e quella serie di figure fedeli a Stalin, che fino a quel momento avevamo visto quasi come ridicole, iniziano a mostrare furbizia e astuzia dando via ad una corsa al potere a tratti goffa e maldestra.

Qui il registra ci mostra i meccanismi innescati da una morte così importante e, soprattutto, mostra l’inadeguatezza di questi uomini di potere che, con un atteggiamento impacciato e impaurito, cercano di mandare avanti qualcosa in cui non credono più molto neanche loro.

L’angoscia e la paranoia che si provano ogni giorno vivendo sotto una dittatura sono ben rappresentate, ma quasi celate, coperte da battute ed eventi comici o nascoste in esse (‘’sono esausto, non ricordo più chi è morto e chi no!’’). Come Chruščëv che stila con la moglie una lista di tutte le cose che può e non può dire davanti a Stalin segnando le sue reazioni e risposte.

L’humor nero, quindi, è di certo l’asso nella manica di Iannucci, che usa battute taglienti e atmosfere comiche per evidenziare l’assurdità degli eventi davvero accaduti. Infatti, tranne che per la durata della storia (che sintetizza gli eventi di più mesi in un arco di dieci giorni), il film non riporta che eventi reali: ‘’Siamo andati a Mosca e al Cremlino, abbiamo parlato con gente che ha vissuto in quegli anni. Alcuni dettagli del film, come le borse già pronte vicino alle porte o le persone che andavano a dormire vestite in caso fosse necessario scappare nel cuore della notte, si basano su queste testimonianza.‘’ ha spiegato il regista durante un’intervista, ‘’abbiamo scoperto cose che non c’erano nella graphic novel, come la storia della squadra di hockey che è sparita per colpa del figlio di Stalin. Ci siamo anche documentati sui vari personaggi, e Andrea Risebourgh in particolare ha fatto molte ricerche su Svetlana, la figlia di Stalin, e ha parlato con persone che l’avevano conosciuta. Il film è una commedia, ma si basa soprattutto sul’isteria, che abbiamo voluto ricreare fedelmente’’. I figli di Stalin non sono infatti da sottovalutare, non solo perché perfetto mezzo per rappresentare isteria e sofferenza, ma perché disegnati come individui immaturi, instabili e, un po’ come tutti i personaggi di questa pellicola, inadatti al ruolo che svolgono.

Se la ridicolezza di certi eventi può sembrare comicità fine a sé stessa, per alcuni anche offensiva nei confronti di questa storia, la realtà è che Iannucci non ha messo in ridicolo la storia in sé, ma gli uomini che l’hanno compiuta. E di questo è facile accorgersene con il grottesco ritratto di Stalin e i suoi compagni che si ubriacano, ridono e scherzano, una scena quasi esasperata che prosegue con Stalin che costringe tutti a guardare un film western. Eppure anche quella scena è basata su fatti reali: ‘’Costringeva i suoi funzionari a fare nottata: mangiavano a mezzanotte, si ubriacavano e alle due del mattino proponeva loro di guardare un western. Ed ecco il punto: si trattava sempre dello stesso film!’’ Attraverso queste dinamiche il regista ha potuto fare una satira ben ricercata su alcuni aspetti del potere. ‘’Era come un gioco di forza per Stalin. Gli piaceva applicare il suo potere in questo modo, perché sapeva che gli altri si sarebbero svegliati alle otto del mattino del giorno seguente per svolgere le loro mansioni, mentre lui, invece, avrebbe potuto dormire fino a mezzogiorno.’’

Servendosi della realtà e di un po’ di licenza poetica il regista non ha solo mostrato gli aspetti assurdi e sbagliati di un regime dittatoriale, ma ha anche affrontato l’animo umano, quello più istintivo e animale. Il suo scopo è stato far ridere, trovare ilarità anche negli eventi più ‘’violenti’’, per poi scatenare quasi un senso di colpa per averci riso, suscitando in seguito un attimo di riflessione. L’intenzione è quella di aprire gli occhi allo spettatore: ‘’Stavo pensando già a un film sui regimi autoritari dopo aver osservato l’ascesa di movimenti nazionalisti e populisti come quelli di Berlusconi in Italia, Le Pen in Francia e Niegel Farange in Inghilterra’’- spiega il regista – ‘’la democrazia è una cosa bellissima, ma bisogna preservarla costantemente. Bisogna tenere gli occhi aperti. […] Mi affascinava mostrare Stalin come il leader di una setta. Lo è anche Donald Trump. Uno che dice: ‘’ignora la verità, ignora le prove, ma credi in me. Non pensare al riscaldamento globale. Ascolta solo le mie parole’’. Il leader di una setta… la storia si ripete.’’

Iannucci ha creato un film dall’umorismo grottesco e quasi scomodo come ritratto non solo del passato ma anche del futuro. Un film tecnicamente impeccabile, senza sbavature; un film che merita decisamente l’acquisto di un biglietto del cinema.

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Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 268

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

Ca$h Machine: i mostri e i giocattoli dei Pijama Party 0 255

Ca$h Machine è l’album d’esordio dei PJP | Pijama Party, band crossover originaria di Colle Val d’Elsa, rilasciato il 12 aprile per Black Candy Records.

Siete mai andati a un concerto dei Pijama Party? Sì? Buon per voi. No? Non c’è problema: prendete Ca$h Machine, schiacciate play e siete a posto. Con questo disco sembra quasi di vedersi il concert… pardon, il pigiama party davanti ai propri occhi: sentire il fumo nelle narici, i bassi nella pancia e le tastiere nella testa.

Prima però è meglio fare un passo indietro e iniziare con le presentazioni. I Pijama Party sono cinque ragazzi provenienti da Colle Val d’Elsa, un comune di 20 mila anime in provincia di Siena, che suonano un crossover di funk, dub e punk. Ci sono Silvia Meniconi alla voce, Salvatore Cummaudo al basso, Gianluca D’Aco alla chitarra, Vittoria Bagnoli alla tastiera e Daniele Magnani alla batteria. Ognuno di loro ha un proprio soprannome e un proprio costume, ovvero un largo pigiamone a guisa di animale, che portano sempre addosso, sia in concerto che nelle interviste.

Ca$h Machine cover pijama party
Cover di Ca$h Machine, album d’esordio dei PJP|Pijama Party.

Citandoli direttamente, Ca$h Machine viene così riassunto: “15 tracce che arrivano subito al punto: celebrare sound, estetica e approccio degli anni ’90 attraverso un mega pigiama party -appunto- per bambini un po’ troppo cresciuti.” E anche le influenze sono ben chiare: “da Marylin Manson ai Teletubbies, dai Rage Against the Machine a Nyan Cat, dai Die Antwoord a Miyazaki, mettendoci dentro anche gli orsetti gommosi.” Proprio la capacità di mescolare insieme tanti riferimenti e suggestioni differenti è uno dei punti di forza dei Pijama Party, creando qualcosa di nuovo e particolare, tenuto insieme da una sana dose di divertimento e irriverenza.

Il conto alla rovescia di Stage Invaders accompagna l’entrata in scena, o meglio ancora l’invasione dei PJP. La voce acuta e nasale, alla Die Antwoord ripete che è ora di far partire la festa, mentre una base di tastiera ricorda giustamente la sigla del classico videogioco Space Invaders.
Si passa subito a My Heart Is Boom, una bella dichiarazione d’amore senza alcun tipo di filtro, sopra a una base rabbiosa. L’esplosione, preannunciata dal suono di una sirena che si fa sempre più forte, non tarda certo ad arrivare, e con il ritornello il pogo parte all’istante. Violento ma comunque amorevole.

Con Pie si assaggia anche quel forte sapore di reggae, con tanto di accento giamaicano marcato e allusioni ganjiche. Anche qui troviamo un ritornello esplosivo, in cui la chitarra entra e si fa sentire, per poi regalare un movimentato assolo.
Sweetol the Lemur è il primo di cinque brevi intermezzi, che servono a presentare ognuno dei cinque componenti della band, o meglio il loro alter ego. Si inizia con la tastierista/lemure Vittoria Bagnoli, con un beat hip hop e alcuni sample riguardanti il numero di specie di lemuri attualmente viventi.

Shut up and Swallow è una sorta di marcia traballante e trionfale per una regina pazza e sbroccata. Se vogliamo una riedizione dello “zitto e guida” di Rihanna. La tensione costruita dal synth, si risolve quasi in modo epico quando entrano le trombe.
Hanef the Cow è dedicate al chitarrista Gianluca D’Aco, nei panni di una mucca addormentata.
L’inizio di Monsterz probabilmente non sfigurerebbe in un pezzo dance dei primi anni ’90. Dopodiché ci si trova immersi in un mondo in bilico fra l’inquietante e l’infantile: è come assistere a un rave in cui i personaggi di Toy Story e di Nightmare Before Christmas ballano insieme, al suono di una chitarra che sembra urlare e di uno xilofono lontano.
Un’atmosfera simile si respira in Magik, sebbene a guidare siano un basso martellante, una chitarra in levare dal sapore ska e il suono di trombe basse e distorte. La magia (nera) evocata cattura e fa ballare.

Mug the Giraffe è un interludio balcanico che ci introduce il batterista Daniele Magnani AKA Mug la giraffa.
Nel festone imbastito dai PJP trova spazio anche il classico riempipista Puppetz, che invita a parole e con il ritmo serrato della batteria a saltare.
In Chemically ritorna in modo evidente l’influenza reggae, sia nel cantato che nel giro di basso. Dopo si aggiunge il suono più elettronico del synth che spinge più verso il dub. Le sorprese non finiscono perché entra in gioco un breve assolo di chitarra, che si colloca tra latin e rock.
Con Cum the Red Panda arriva il turno del bassista Salvatore Cummaudo per presentarsi.
L’eponima Pijama Party inizia con un basso funk ad una velocità rilassata. Basta aspettare il ritornello per accelerare il passo, sotto la guida di infuriati sedicesimi sul charleston.

Fin da subito i suoni esotici e una voce a tratti più delicata di Planet portano chi ascolta a navigare in una dimensione extraterrestre. Sembra un saluto e insieme un invito a continuare il viaggio verso una sorta di isola che non c’è un po’ strana e fascinosamente inquietante.
Come in ogni giro di presentazioni che conclude un concerto che si rispetti, il cantante viene per ultimo; Silvia the Unicorn è infatti dedicata alla cantante Silvia Meniconi. Il suono di una tastiera giocattolo che cerca di intonare una canzoncina per bambini, (appositamente) sbagliando e creando dissonanze, è un finale azzeccato e rappresentativo dello spirito dell’album, oscillando continuamente fra infanzia “lunga”, anni ’90 e provocazione.

Il tour primaverile di presentazione di Ca$h Machine è partito il 12 aprile, data di rilascio dell’album, e toccherà alcuni dei club più importanti d’Italia:

12 aprile, Urban, Perugia
20 aprile, Viper Room, Firenze
25 aprile, Circolo Arci Chinaski, Sermide (MN)
26 aprile, Arci Tom, Mantova
27 aprile, Circolo Ohibò, Milano
11 maggio, Bookique Trento, Trento
7 giugno, Reasonanz AssCult, Loreto (AN)

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