Morto Stalin se ne fa un altro, le vicende tragicomiche dell’ex URSS valgono da sole il prezzo del biglietto 0 670

Morto Stalin, se ne fa un altro, traduzione discutibile di “The Death of Stalin” (ma ormai le traduzioni italiane ci hanno assuefatto alla loro stessa mediocrità), è uscito nelle sale il 4 gennaio e ha già fatto parlare di sé grazie alla sua satira tagliente e coinvolgente.

Tratto dall’omonima graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, il film del regista e sceneggiatore scozzese (di origini italiane) Armando Iannucci dipinge con un black humor ben definito le vicende che si susseguono dalla morte di Stalin fino alla corsa al potere da parte della sua squadra ministeriale. I fatti li conosciamo già, nonostante questo il ritmo di narrazione è così veloce e incalzante da tenere lo spettatore incollato alla sedia per scoprire come va a finire. Ma il merito non è solo della narrazione: Iannucci ha difatti scelto un cast d’eccezione. Si poteva già immaginare che la comicità non sarebbe mancata trovando tra i nomi del cast l’ex Monty Python, Micheal Palin, nei panni di Vyacheslav Molotov. Se non fosse abbastanza, il regista ha scelto Steve Buscemi per la parte di Nikita Chruščëv; il suo diretto rivale, Lavrentiy Beria, è invece inetrpretato da Simon Russell BealeJeffrey Tambor veste infine i panni di Georgy Malenkov.

Il film inizia a Mosca: in una stazione radio si sta tenendo un concerto e arriva una chiamata da Stalin che richiede una registrazione. Non c’è nessuna registrazione del concerto, il concerto è finito, così il direttore fa ricominciare a suonare i musicisti e costringe gli spettatori a tornare ai loro posti. Sebbene non manchino i primi elementi comici, si respira già un po’ dell’angoscia che rimane come rumore di fondo per tutto il film.
Da lì una manciata di eventi portano alla morte di Stalin. Il giorno dopo viene trovato in una pozza dei suoi fluidi corporei e quella serie di figure fedeli a Stalin, che fino a quel momento avevamo visto quasi come ridicole, iniziano a mostrare furbizia e astuzia dando via ad una corsa al potere a tratti goffa e maldestra.

Qui il registra ci mostra i meccanismi innescati da una morte così importante e, soprattutto, mostra l’inadeguatezza di questi uomini di potere che, con un atteggiamento impacciato e impaurito, cercano di mandare avanti qualcosa in cui non credono più molto neanche loro.

L’angoscia e la paranoia che si provano ogni giorno vivendo sotto una dittatura sono ben rappresentate, ma quasi celate, coperte da battute ed eventi comici o nascoste in esse (‘’sono esausto, non ricordo più chi è morto e chi no!’’). Come Chruščëv che stila con la moglie una lista di tutte le cose che può e non può dire davanti a Stalin segnando le sue reazioni e risposte.

L’humor nero, quindi, è di certo l’asso nella manica di Iannucci, che usa battute taglienti e atmosfere comiche per evidenziare l’assurdità degli eventi davvero accaduti. Infatti, tranne che per la durata della storia (che sintetizza gli eventi di più mesi in un arco di dieci giorni), il film non riporta che eventi reali: ‘’Siamo andati a Mosca e al Cremlino, abbiamo parlato con gente che ha vissuto in quegli anni. Alcuni dettagli del film, come le borse già pronte vicino alle porte o le persone che andavano a dormire vestite in caso fosse necessario scappare nel cuore della notte, si basano su queste testimonianza.‘’ ha spiegato il regista durante un’intervista, ‘’abbiamo scoperto cose che non c’erano nella graphic novel, come la storia della squadra di hockey che è sparita per colpa del figlio di Stalin. Ci siamo anche documentati sui vari personaggi, e Andrea Risebourgh in particolare ha fatto molte ricerche su Svetlana, la figlia di Stalin, e ha parlato con persone che l’avevano conosciuta. Il film è una commedia, ma si basa soprattutto sul’isteria, che abbiamo voluto ricreare fedelmente’’. I figli di Stalin non sono infatti da sottovalutare, non solo perché perfetto mezzo per rappresentare isteria e sofferenza, ma perché disegnati come individui immaturi, instabili e, un po’ come tutti i personaggi di questa pellicola, inadatti al ruolo che svolgono.

Se la ridicolezza di certi eventi può sembrare comicità fine a sé stessa, per alcuni anche offensiva nei confronti di questa storia, la realtà è che Iannucci non ha messo in ridicolo la storia in sé, ma gli uomini che l’hanno compiuta. E di questo è facile accorgersene con il grottesco ritratto di Stalin e i suoi compagni che si ubriacano, ridono e scherzano, una scena quasi esasperata che prosegue con Stalin che costringe tutti a guardare un film western. Eppure anche quella scena è basata su fatti reali: ‘’Costringeva i suoi funzionari a fare nottata: mangiavano a mezzanotte, si ubriacavano e alle due del mattino proponeva loro di guardare un western. Ed ecco il punto: si trattava sempre dello stesso film!’’ Attraverso queste dinamiche il regista ha potuto fare una satira ben ricercata su alcuni aspetti del potere. ‘’Era come un gioco di forza per Stalin. Gli piaceva applicare il suo potere in questo modo, perché sapeva che gli altri si sarebbero svegliati alle otto del mattino del giorno seguente per svolgere le loro mansioni, mentre lui, invece, avrebbe potuto dormire fino a mezzogiorno.’’

Servendosi della realtà e di un po’ di licenza poetica il regista non ha solo mostrato gli aspetti assurdi e sbagliati di un regime dittatoriale, ma ha anche affrontato l’animo umano, quello più istintivo e animale. Il suo scopo è stato far ridere, trovare ilarità anche negli eventi più ‘’violenti’’, per poi scatenare quasi un senso di colpa per averci riso, suscitando in seguito un attimo di riflessione. L’intenzione è quella di aprire gli occhi allo spettatore: ‘’Stavo pensando già a un film sui regimi autoritari dopo aver osservato l’ascesa di movimenti nazionalisti e populisti come quelli di Berlusconi in Italia, Le Pen in Francia e Niegel Farange in Inghilterra’’- spiega il regista – ‘’la democrazia è una cosa bellissima, ma bisogna preservarla costantemente. Bisogna tenere gli occhi aperti. […] Mi affascinava mostrare Stalin come il leader di una setta. Lo è anche Donald Trump. Uno che dice: ‘’ignora la verità, ignora le prove, ma credi in me. Non pensare al riscaldamento globale. Ascolta solo le mie parole’’. Il leader di una setta… la storia si ripete.’’

Iannucci ha creato un film dall’umorismo grottesco e quasi scomodo come ritratto non solo del passato ma anche del futuro. Un film tecnicamente impeccabile, senza sbavature; un film che merita decisamente l’acquisto di un biglietto del cinema.

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 120

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 138

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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