Morto Stalin se ne fa un altro, le vicende tragicomiche dell’ex URSS valgono da sole il prezzo del biglietto 0 618

Morto Stalin, se ne fa un altro, traduzione discutibile di “The Death of Stalin” (ma ormai le traduzioni italiane ci hanno assuefatto alla loro stessa mediocrità), è uscito nelle sale il 4 gennaio e ha già fatto parlare di sé grazie alla sua satira tagliente e coinvolgente.

Tratto dall’omonima graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, il film del regista e sceneggiatore scozzese (di origini italiane) Armando Iannucci dipinge con un black humor ben definito le vicende che si susseguono dalla morte di Stalin fino alla corsa al potere da parte della sua squadra ministeriale. I fatti li conosciamo già, nonostante questo il ritmo di narrazione è così veloce e incalzante da tenere lo spettatore incollato alla sedia per scoprire come va a finire. Ma il merito non è solo della narrazione: Iannucci ha difatti scelto un cast d’eccezione. Si poteva già immaginare che la comicità non sarebbe mancata trovando tra i nomi del cast l’ex Monty Python, Micheal Palin, nei panni di Vyacheslav Molotov. Se non fosse abbastanza, il regista ha scelto Steve Buscemi per la parte di Nikita Chruščëv; il suo diretto rivale, Lavrentiy Beria, è invece inetrpretato da Simon Russell BealeJeffrey Tambor veste infine i panni di Georgy Malenkov.

Il film inizia a Mosca: in una stazione radio si sta tenendo un concerto e arriva una chiamata da Stalin che richiede una registrazione. Non c’è nessuna registrazione del concerto, il concerto è finito, così il direttore fa ricominciare a suonare i musicisti e costringe gli spettatori a tornare ai loro posti. Sebbene non manchino i primi elementi comici, si respira già un po’ dell’angoscia che rimane come rumore di fondo per tutto il film.
Da lì una manciata di eventi portano alla morte di Stalin. Il giorno dopo viene trovato in una pozza dei suoi fluidi corporei e quella serie di figure fedeli a Stalin, che fino a quel momento avevamo visto quasi come ridicole, iniziano a mostrare furbizia e astuzia dando via ad una corsa al potere a tratti goffa e maldestra.

Qui il registra ci mostra i meccanismi innescati da una morte così importante e, soprattutto, mostra l’inadeguatezza di questi uomini di potere che, con un atteggiamento impacciato e impaurito, cercano di mandare avanti qualcosa in cui non credono più molto neanche loro.

L’angoscia e la paranoia che si provano ogni giorno vivendo sotto una dittatura sono ben rappresentate, ma quasi celate, coperte da battute ed eventi comici o nascoste in esse (‘’sono esausto, non ricordo più chi è morto e chi no!’’). Come Chruščëv che stila con la moglie una lista di tutte le cose che può e non può dire davanti a Stalin segnando le sue reazioni e risposte.

L’humor nero, quindi, è di certo l’asso nella manica di Iannucci, che usa battute taglienti e atmosfere comiche per evidenziare l’assurdità degli eventi davvero accaduti. Infatti, tranne che per la durata della storia (che sintetizza gli eventi di più mesi in un arco di dieci giorni), il film non riporta che eventi reali: ‘’Siamo andati a Mosca e al Cremlino, abbiamo parlato con gente che ha vissuto in quegli anni. Alcuni dettagli del film, come le borse già pronte vicino alle porte o le persone che andavano a dormire vestite in caso fosse necessario scappare nel cuore della notte, si basano su queste testimonianza.‘’ ha spiegato il regista durante un’intervista, ‘’abbiamo scoperto cose che non c’erano nella graphic novel, come la storia della squadra di hockey che è sparita per colpa del figlio di Stalin. Ci siamo anche documentati sui vari personaggi, e Andrea Risebourgh in particolare ha fatto molte ricerche su Svetlana, la figlia di Stalin, e ha parlato con persone che l’avevano conosciuta. Il film è una commedia, ma si basa soprattutto sul’isteria, che abbiamo voluto ricreare fedelmente’’. I figli di Stalin non sono infatti da sottovalutare, non solo perché perfetto mezzo per rappresentare isteria e sofferenza, ma perché disegnati come individui immaturi, instabili e, un po’ come tutti i personaggi di questa pellicola, inadatti al ruolo che svolgono.

Se la ridicolezza di certi eventi può sembrare comicità fine a sé stessa, per alcuni anche offensiva nei confronti di questa storia, la realtà è che Iannucci non ha messo in ridicolo la storia in sé, ma gli uomini che l’hanno compiuta. E di questo è facile accorgersene con il grottesco ritratto di Stalin e i suoi compagni che si ubriacano, ridono e scherzano, una scena quasi esasperata che prosegue con Stalin che costringe tutti a guardare un film western. Eppure anche quella scena è basata su fatti reali: ‘’Costringeva i suoi funzionari a fare nottata: mangiavano a mezzanotte, si ubriacavano e alle due del mattino proponeva loro di guardare un western. Ed ecco il punto: si trattava sempre dello stesso film!’’ Attraverso queste dinamiche il regista ha potuto fare una satira ben ricercata su alcuni aspetti del potere. ‘’Era come un gioco di forza per Stalin. Gli piaceva applicare il suo potere in questo modo, perché sapeva che gli altri si sarebbero svegliati alle otto del mattino del giorno seguente per svolgere le loro mansioni, mentre lui, invece, avrebbe potuto dormire fino a mezzogiorno.’’

Servendosi della realtà e di un po’ di licenza poetica il regista non ha solo mostrato gli aspetti assurdi e sbagliati di un regime dittatoriale, ma ha anche affrontato l’animo umano, quello più istintivo e animale. Il suo scopo è stato far ridere, trovare ilarità anche negli eventi più ‘’violenti’’, per poi scatenare quasi un senso di colpa per averci riso, suscitando in seguito un attimo di riflessione. L’intenzione è quella di aprire gli occhi allo spettatore: ‘’Stavo pensando già a un film sui regimi autoritari dopo aver osservato l’ascesa di movimenti nazionalisti e populisti come quelli di Berlusconi in Italia, Le Pen in Francia e Niegel Farange in Inghilterra’’- spiega il regista – ‘’la democrazia è una cosa bellissima, ma bisogna preservarla costantemente. Bisogna tenere gli occhi aperti. […] Mi affascinava mostrare Stalin come il leader di una setta. Lo è anche Donald Trump. Uno che dice: ‘’ignora la verità, ignora le prove, ma credi in me. Non pensare al riscaldamento globale. Ascolta solo le mie parole’’. Il leader di una setta… la storia si ripete.’’

Iannucci ha creato un film dall’umorismo grottesco e quasi scomodo come ritratto non solo del passato ma anche del futuro. Un film tecnicamente impeccabile, senza sbavature; un film che merita decisamente l’acquisto di un biglietto del cinema.

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“Alone vol. 1”, l’inizio del nuovo viaggio di Gianni Maroccolo 0 608

Durante la vita si sente sempre l’esigenza di intraprendere un percorso in  solitudine, soprattutto dopo intensi periodi passati “in compagnia”. Non tanto perché si percepisce l’esigenza di allontanarsi da un contesto o perché l’attuale routine nuoce, ma piuttosto perché si sente la necessità di comunicare qualcosa in prima persona, attraverso un “proprio” lavoro, con le proprie forze e con il personale modo di comunicare. Dimostrando nuovamente a sé stessi e poi agli altri cosa siamo capaci di fare. In realtà Gianni Maroccolo (in arte Marok) è un musicista, compositore, produttore discografico e “scopritore di gemme rare” che non deve dimostrare nulla a nessuno, perché il suo trascorso fa capire abbastanza. Essendo questa una recensione musicale e non una pagina di Wikipedia, mi limiterò a elencare soltanto parte del suo “vissuto”: Litfiba (1980-1989); CCCP (1990); CSI (1992); Per Grazia Ricevuta (2002); Marlene Kuntz (2004); Ivana Gatti (2005). Probabilmente avrò omesso qualcosa – si tratta dei pochi artisti “multitasking” italiani, in grado di fare mille cose in una volta. Produrre, comporre, suonare – e un esempio è il progetto sperimentale dei Beau Geste nato parallelamente al periodo Litfiba, o la produzione del primo album dei Timoria (Colori che esplodono, 1990), ma questo è comunque abbastanza per dichiarare il nostro Marok – concedetemi il termine “nostro”, sia per senso di appartenenza territoriale, sia perché chi ha contribuito così tanto in una determinata scena musicale diventa di diritto un patrimonio da salvaguardare, e quindi “nostro; di tutti” – come un pezzo importante della storia rock indipendente italiana.

La fase solista di Gianni Maroccolo inizia nel lontano 1996, con la composizione di una colonna sonora per il film “Escoriandoli”, insieme a Francesco Magnelli. Nel 2004 pubblica il suo primo disco: “A.C.A.U La nostra meraviglia”, affiancando a sé artisti come Battiato, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti, e tanti altri. Non si ferma, e nel 2013 pubblica “Vdb23/Nulla è andato perso”, un album – creato insieme a Claudio Rocchi, uno dei maggiori esponenti del rock psichedelico e progressivo italiano – che sicuramente lo ispirerà e lo influenzerà per il lavoro che stiamo per introdurre: Alone vol.1, il suo secondo progetto solista, un percorso unico e senza fine articolato come una serie tv. Con episodi pubblicati ogni sei mesi – il 17 dicembre e il 17 giugno – con la parte grafica curata da Marco Cazzato e la narrazione dallo scrittore e critico musicale Mirco Salvadori.

Alone vol.1 quindi non è un semplice album e c’era da aspettarselo. Marok durante il suo percorso musicale ha avuto numerose influenze, ha collaborato con i migliori del circondario e oltre ad essere musicista è anche produttore e compositore. Sarebbe stato troppo banale.
Definito “disco perpetuo”, si tratta di un lungo viaggio accompagnato da ritmi ipnotici, tribali e psichedelici, con pause semestrali per ricaricare le forze e fare benzina. Un po’ come le serate in comitiva dei “migliori anni della nostra vita”: quelle che vorresti non finissero mai e che per fortuna finiscono perché sennò qualcuno potrebbe lasciarci la pelle. Gli esempi ovviamente non hanno lo stesso peso, ma a parer mio 50 minuti in totale per sei brani – strumentali al 75% e con un sound che non è per tutti – sono la dose giusta da somministrare.

Come in ogni viaggio, si incontra sempre qualcuno per una chiacchierata o semplice compagnia. Durante questo cammino i “passanti” che spiccano – oltre agli eccellenti musicisti che hanno dato un “aiuto” – sono due: Jacopo Incani (in arte IOSONOUNCANE) e Stefano Rampoldi (meglio noto come EDDA).
Marok, insieme a Jacopo, ci porta in un grande rave party nella tundra, con sound tribali, percussioni che introducono un “delirio elettronico” a metà brano e che lasciano spazio a un finale più “soft” e ipnotico. Con i suoi 17 minuti, tundra è il brano più lungo del lavoro e il secondo in ordine cronologico. Magari è proprio il luogo scelto per questo viaggio infinito, o il “mood” che vorrebbe far risaltare di più, o probabilmente niente di tutto questo. Però mi piace pensare che dietro ci sia sempre qualcosa, senza sguardi sospettosi o malizie varie.
In compagnia di Edda ci affascina con un ritmo induista, tra sitar – suonati da Beppe Brotto – sound psichedelici e “mantra di buon auspicio”. Si parla del brano l’Altrove, il quarto dell’album, che fa pensare molto – si, lo so, si tratta di induismo e non di buddismo –  alla “luce”, ricercata nel libro tibetano dei morti, cult della filosofia buddista e fonte d’ispirazione del maestro Franco Battiato. Un altrove anticipato da un preludio, da una fase che preannuncia l’andare oltre. Un’introduzione rappresentata da un brano, il terzo: l’altrove preludio. Un prologo che fa pensare al John Frusciante periodo Ataxia, o al Thom Yorke periodo “Thom Yorke”. Costituito anch’esso da quel sound orientale che caratterizza il quarto brano, e come poteva essere altrimenti. Un lavoro molto più soft, più lento, con una voce che sembra voler accompagnare un lungo cammino verso una porta, verso quella luce. Quasi un “uomo in marcia sul miglio verde” ma con più positività e con un finale migliore.

Il brano che da inizio a questo lungo percorso spirituale e psichedelico si chiama Cuspide. Una traccia noise, ruvida e a tratti malinconica, con una chitarra acustica utilizzata per introdurre un potente crescendo strumentale, che in seguito andrà a svanire per lasciare spazio a un fade to black musicale e “ventoso”. Invece, il secondo cantato tra i sei si trova in Sincaro, un lavoro molto new wave, a tratti ruvido e sinfonico, accompagnato dalla voce profonda di Luca Swanz Andriolo usata per introdurre un affasciante strumming , dalla tromba mariachi di Enrico Farnedi per un finale perfetto, e dal ricordo – come in tutto l’album –  di una persona scomparsa: Claudio Rocchi, il già menzionato protagonista assoluto del rock progressivo italiano, compagno di band di Marok e soprattutto amico. Scomparso prematuramente nel 2013.

Questa prima parte di viaggio si ferma con Alone to be continued, un brano costituito da un titolo che lascia spazio all’immaginazione, a quello che verrà dopo. Una traccia che ha fatto dell’elettronica il suo pilastro principale, fondamentale in un viaggio del genere, quasi spaziale, mistico. Un lavoro che annulla il tempo, che ci fa rivivere il passato – il giovane compositore elettronico toscano – il presente – un uomo che si conferma tra i grandi del panorama italiano – e il futuro. Con un inizio del genere non potrà che esserci un seguito altrettanto grandioso.

Alone non è un album. Alone è Gianni Maroccolo.

Blumosso, “In un Baule di Personalità Multiple” ci abbiamo trovato noi stessi e un bel disco 0 87

Quello dei Blumosso è l’unico mare agitato in cui si consiglia di tuffarsi, senza bandiere rosse o limiti di altro genere. Il loro ultimo lavoro, pubblicato nel 2018, si chiama: in un baule di personalità multiple. Probabilmente a condizionare il mio giudizio positivo, oltre all’uscita di un concept album degno di essere chiamato tale, c’è il mio continuo rispecchiarmi in un ragazzo dalle personalità multiple. Ma comunque, parliamo di loro, perché si tratta davvero di un ottimo album.

In un albergo di Milano nasce la speranza, quella di un amore “perfetto” ma non troppo, circondato da promesse fatte soprattutto a noi stessi. Mai raggiungere la perfezione, perché dopo non ci sarebbe più gusto in nulla. Bisogna essere imperfetti, come questo amore “mite” descritto nell’album. Un incipit forte, cantautorale, con un pizzico di rock. Come il peperoncino che sta bene ovunque. Seppur si tratti di un lavoro “forte”, la leggerezza sta alla base di tutto. Alla base di diverso, con chitarre acustiche ed elettriche suonate in modo “soft”, con una batteria che sovrasta il loro suono e che si amalgama perfettamente con la voce. Un brano che racconta la mancanza, la consapevolezza di un uomo che si vede allo specchio e si sente diverso. Stessa cosa per il giorno che ti ho incontrato, caratterizzato da una chitarra elettrica che in maniera dolce fa anche da percussione, o in abbracciami amor mio, un brano accompagnato da un arrangiamento perfetto – tra i migliori, ma questo può essere soggettivo – pieno di soul e caratterizzato da un piccolo solo per spezzare il ritmo. Nel quinto brano, in piovere, si inizia a sentire un cambio di sound: più elettronico e ambient. Con qualcosa che rimanda ai The Giornalisti. Quest’ultima frase può essere intesa sia come un complimento che come una critica, ma in ogni caso resta lì dove si trova. Da questo punto in poi, dopo la pioggia, arriva la vivacità di hai finito la noia”. Un vivace associato al sound, con un testo che potrebbe essere definito l’opposto (e forse è proprio questo il bello, a parte la chiara influenza “consoliana”). La stessa malinconia ed energia musicale ritrovata in quella maledetta estate (Mi Ricordi), con una forte ritmica e chitarre semplici. Coerenti al sound dell’album insomma. Tornando di un brano indietro, a Irma Cara, introdurremo l’unica ballata folk del brano e, a parer mio, il pezzo migliore di questo concept album pugliese. Nel penultimo pezzo, in Non Eri un Angelo, torna – una batteria perfetta con il suo ritmo lento, pronta ad accompagnare un solo di chitarra convinto e ottimo nel sound– la stessa malinconia dei brani precedenti. Sarà l’effetto della consapevolezza, è sempre brutto capire che la persona di fronte a noi in realtà non è un “angelo”. All’ultimo secondo fa notare quello che ormai era chiaro in questa storia d’amore. Un brano malinconico, che rimarca l’ottimo cantautorato della band e la loro professionalità tecnica, in termini di arrangiamento di pezzi e voce.

Una storia bipolare che nasce speranzosa e svanisce, come ogni cosa nella vita. Lasciando cicatrici indelebili nel nostro cuore e nella nostra mente.

Fine..

DESCRIZIONE A CURA DELLA BAND

L’idea è quella di creare un concept album che, brano dopo brano, racconti la trama di un amore discreto che, leggero, si descrive in tutte le sue evoluzioni: nasce, speranzoso, “in un albergo di Milano” per poi svanire nella triste constatazione che le promesse di lei sono lontane da quelle dell’angelo immaginato. La voglia di ritrovarsi, però, unita al bisogno di leccarsi le ferite inflettesi a vicenda, prevale sulla lontananza dei due cuori distanti e, nonostante l’apparente assenza di sentimenti, quell’amore indesiderato sboccia ancora, salvato, anche esso, dal ricordo di dettagli quotidiani tanto simili quanto diversi. Ed è proprio lì, in quel baule, che tutto questo è racchiuso: l’inizio, la fine, la potenza e lo sconvolgimento di un amore inaspettato ma anelato. Irraggiungibile, quasi, eppure già perduto”.

TRACKLIST

  1. In un albergo di Milano
  2. Diverso
  3. Il giorno che ti ho incontrato
  4. Abbracciami amor mio
  5. Piovere
  6. Hai finito la noia
  7. Irma cara
  8. Quella maledetta voglia d’estate (Mi Ricordi)
  9. Non eri un angelo
  10. All’ultimo secondo

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