Morto Stalin se ne fa un altro, le vicende tragicomiche dell’ex URSS valgono da sole il prezzo del biglietto 0 1087

Morto Stalin, se ne fa un altro, traduzione discutibile di “The Death of Stalin” (ma ormai le traduzioni italiane ci hanno assuefatto alla loro stessa mediocrità), è uscito nelle sale il 4 gennaio e ha già fatto parlare di sé grazie alla sua satira tagliente e coinvolgente.

Tratto dall’omonima graphic novel francese di Fabien Nury e Thierry Robin, il film del regista e sceneggiatore scozzese (di origini italiane) Armando Iannucci dipinge con un black humor ben definito le vicende che si susseguono dalla morte di Stalin fino alla corsa al potere da parte della sua squadra ministeriale. I fatti li conosciamo già, nonostante questo il ritmo di narrazione è così veloce e incalzante da tenere lo spettatore incollato alla sedia per scoprire come va a finire. Ma il merito non è solo della narrazione: Iannucci ha difatti scelto un cast d’eccezione. Si poteva già immaginare che la comicità non sarebbe mancata trovando tra i nomi del cast l’ex Monty Python, Micheal Palin, nei panni di Vyacheslav Molotov. Se non fosse abbastanza, il regista ha scelto Steve Buscemi per la parte di Nikita Chruščëv; il suo diretto rivale, Lavrentiy Beria, è invece inetrpretato da Simon Russell BealeJeffrey Tambor veste infine i panni di Georgy Malenkov.

Il film inizia a Mosca: in una stazione radio si sta tenendo un concerto e arriva una chiamata da Stalin che richiede una registrazione. Non c’è nessuna registrazione del concerto, il concerto è finito, così il direttore fa ricominciare a suonare i musicisti e costringe gli spettatori a tornare ai loro posti. Sebbene non manchino i primi elementi comici, si respira già un po’ dell’angoscia che rimane come rumore di fondo per tutto il film.
Da lì una manciata di eventi portano alla morte di Stalin. Il giorno dopo viene trovato in una pozza dei suoi fluidi corporei e quella serie di figure fedeli a Stalin, che fino a quel momento avevamo visto quasi come ridicole, iniziano a mostrare furbizia e astuzia dando via ad una corsa al potere a tratti goffa e maldestra.

Qui il registra ci mostra i meccanismi innescati da una morte così importante e, soprattutto, mostra l’inadeguatezza di questi uomini di potere che, con un atteggiamento impacciato e impaurito, cercano di mandare avanti qualcosa in cui non credono più molto neanche loro.

L’angoscia e la paranoia che si provano ogni giorno vivendo sotto una dittatura sono ben rappresentate, ma quasi celate, coperte da battute ed eventi comici o nascoste in esse (‘’sono esausto, non ricordo più chi è morto e chi no!’’). Come Chruščëv che stila con la moglie una lista di tutte le cose che può e non può dire davanti a Stalin segnando le sue reazioni e risposte.

L’humor nero, quindi, è di certo l’asso nella manica di Iannucci, che usa battute taglienti e atmosfere comiche per evidenziare l’assurdità degli eventi davvero accaduti. Infatti, tranne che per la durata della storia (che sintetizza gli eventi di più mesi in un arco di dieci giorni), il film non riporta che eventi reali: ‘’Siamo andati a Mosca e al Cremlino, abbiamo parlato con gente che ha vissuto in quegli anni. Alcuni dettagli del film, come le borse già pronte vicino alle porte o le persone che andavano a dormire vestite in caso fosse necessario scappare nel cuore della notte, si basano su queste testimonianza.‘’ ha spiegato il regista durante un’intervista, ‘’abbiamo scoperto cose che non c’erano nella graphic novel, come la storia della squadra di hockey che è sparita per colpa del figlio di Stalin. Ci siamo anche documentati sui vari personaggi, e Andrea Risebourgh in particolare ha fatto molte ricerche su Svetlana, la figlia di Stalin, e ha parlato con persone che l’avevano conosciuta. Il film è una commedia, ma si basa soprattutto sul’isteria, che abbiamo voluto ricreare fedelmente’’. I figli di Stalin non sono infatti da sottovalutare, non solo perché perfetto mezzo per rappresentare isteria e sofferenza, ma perché disegnati come individui immaturi, instabili e, un po’ come tutti i personaggi di questa pellicola, inadatti al ruolo che svolgono.

Se la ridicolezza di certi eventi può sembrare comicità fine a sé stessa, per alcuni anche offensiva nei confronti di questa storia, la realtà è che Iannucci non ha messo in ridicolo la storia in sé, ma gli uomini che l’hanno compiuta. E di questo è facile accorgersene con il grottesco ritratto di Stalin e i suoi compagni che si ubriacano, ridono e scherzano, una scena quasi esasperata che prosegue con Stalin che costringe tutti a guardare un film western. Eppure anche quella scena è basata su fatti reali: ‘’Costringeva i suoi funzionari a fare nottata: mangiavano a mezzanotte, si ubriacavano e alle due del mattino proponeva loro di guardare un western. Ed ecco il punto: si trattava sempre dello stesso film!’’ Attraverso queste dinamiche il regista ha potuto fare una satira ben ricercata su alcuni aspetti del potere. ‘’Era come un gioco di forza per Stalin. Gli piaceva applicare il suo potere in questo modo, perché sapeva che gli altri si sarebbero svegliati alle otto del mattino del giorno seguente per svolgere le loro mansioni, mentre lui, invece, avrebbe potuto dormire fino a mezzogiorno.’’

Servendosi della realtà e di un po’ di licenza poetica il regista non ha solo mostrato gli aspetti assurdi e sbagliati di un regime dittatoriale, ma ha anche affrontato l’animo umano, quello più istintivo e animale. Il suo scopo è stato far ridere, trovare ilarità anche negli eventi più ‘’violenti’’, per poi scatenare quasi un senso di colpa per averci riso, suscitando in seguito un attimo di riflessione. L’intenzione è quella di aprire gli occhi allo spettatore: ‘’Stavo pensando già a un film sui regimi autoritari dopo aver osservato l’ascesa di movimenti nazionalisti e populisti come quelli di Berlusconi in Italia, Le Pen in Francia e Niegel Farange in Inghilterra’’- spiega il regista – ‘’la democrazia è una cosa bellissima, ma bisogna preservarla costantemente. Bisogna tenere gli occhi aperti. […] Mi affascinava mostrare Stalin come il leader di una setta. Lo è anche Donald Trump. Uno che dice: ‘’ignora la verità, ignora le prove, ma credi in me. Non pensare al riscaldamento globale. Ascolta solo le mie parole’’. Il leader di una setta… la storia si ripete.’’

Iannucci ha creato un film dall’umorismo grottesco e quasi scomodo come ritratto non solo del passato ma anche del futuro. Un film tecnicamente impeccabile, senza sbavature; un film che merita decisamente l’acquisto di un biglietto del cinema.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 387

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 557

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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