Che ne è del pop? L’evoluzione di un fenomeno globale 0 1163

Ve lo dico io di cosa parla “Like a Virgin”. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa!

Erano gli anni ’90, e un giovane Quentin Tarantino usciva per la prima volta nelle sale di tutto il mondo con il suo primo lungometraggio: Le Iene. Nella scena iniziale Mr. Brown, interpretato dallo stessa regista, si lascia andare in una colorita esegesi del brano. Il resto è storia. Per il cinema e anche per la musica, sia chiaro.

In verità, Like a Virgin di Madonna uscì nel 1982. La portata rivoluzionaria di quella bionda che, già solo col suo nome d’arte, aveva legato a doppio filo – sacro e profano – l’evoluzione di un pop rinnovato per le masse è indubbia e indiscutibile. La personalità di uno dei più grandi intrattenitori musicali degli ultimi cinquant’anni, quale è Madonna, riuscì (e riesce tuttora) a dividere l’opinione pubblica.

In sintesi, una come lei attirò a sé decine, se non centinaia, di pseudo-Madonna alla ricerca del successo facile, dando vita ad un filone pop ben riconoscibile. Elencare tutti i nomi sarebbe impossibile, ma se state leggendo questo articolo, a meno che non vi siate ibernati nel passato e abbiate deciso di scongelarvi nel 2018, dovreste conoscere quanto meno le più popolari:  Kylie Minogue, Christina Aguilera, Jennifer Lopez, Britney Spears e le Spice Girl sono solo alcune tra le tante avvenenti protagoniste dei nostri teleschermi sintonizzati su MTV (buon’anima).

Eppure, nonostante la risonanza mediatica, nonostante i continui eccessi di Britney che finivano puntualmente al telegiornale, nonostante Victoria delle Spice Girl propose, sposando David Beckham, uno dei binomi più nazional-popolari che la società abbia mai conosciuto (ossia quello pop-pallone), nonostante le vendite, nonostante tutto… Madonna era ancora lì. Era saldamente col suo prosperoso sedere appoggiato sul trono della discografia commerciale di tutto il mondo, a dettare regole e rivoluzioni del suo genere. Sembrava che nessuno potesse realmente spodestarla.

Già, sembrava, perché in realtà il pop commerciale avrebbe trovato una nuova protagonista: Lady Gaga.

Era il 2008 quando la signora Stefani Germanotta lanciò in tutto il mondo il suo primo album: The Fame.
Un esordio esplosivo, un manifesto generazionale come non se ne vedevano da tantissimi anni nel genere e, soprattutto, l’immediata consacrazione di Gaga come icona dell’edonismo postmoderno. Un album, questo, in cui il vissuto della Germanotta, in certi punti sofferto e tagliente, in altri frivolo e sfarzoso, delinea una nuova idea di fare pop, senza però lasciare indietro ciò che di buono è stato fatto.

Le influenze di Madonna – e anche di Britney Spears – non sono assolutamente nascoste, ma a renderla innovativa è lo stile glam, che trova in Bowie il suo maggior interprete ed ora ispiratore, e quella marcia elettro e synth che proprio con Lady Gaga entrerà, de facto, nella nostra musica, senza più uscirne. «Sono una psicotica ipnotizzante / ho la mia elettronica nuova di zecca» recita il brano Just Dance.

Ma la portata rivoluzionaria sta anche nel personaggio che è Lady Gaga, nelle sue esibizioni, nel suo rapporto col pubblico e con la stampa, sempre e consciamente fuori dalle righe, ma non nel modo delle teen idol statunitensi a lei precedenti. Gaga si presenta alle premier vestita di carne cruda; Gaga ingoia un rosario nella videoclip di Alejandro;Gaga che è stata per anni creduta ermafrodita.

Se Madonna, in quel lontano 1982, con la sua musica e con il suo modo di intrattenere, rappresentò lo specchio di un’America che voleva veder concluso quello storico processo di emancipazione sessuale iniziato intorno agli anni ’60, Lady Gaga scopre le carte più decadenti di una società in cui la sessualità è spettacolo, ma nel contempo un costante pendolo tra mercificazione pubblica e godimento personale, tra una voce rotta dal pianto e un urlo in una discoteca, tra la ricerca di un io e la disperazione di chi sa di vivere in un mondo in cui vige l’egemonia della spersonalizzazione.

Un forte cambiamento nella società sempre più ancorata alle logiche del capitale, dunque, il cui effetto più significativo, nell’ambito musicale, si riversa in un potere decisionale via via maggiore della distribuzione discografica.

Se Lady Gaga, infatti, rappresenterebbe l’icona pop che più di ogni altra ha saputo raccontare questa generazione, ciò non si può dire di altri artisti o gruppi dello stesso genere che stavano quasi per riuscirci. Primi fra tutti loro, la band più “amata” del momento: i Coldplay. Ormai lontani anni luce dai fasti del passato, Chris Martin e compagnia cantante hanno deciso, almeno da Mylo Xyloto del 2011, di seguire la scia del “massimo risultato al minimo sforzo”.  Il loro esordio alle porte del nuovo millennop con Parachutes lasciò ben sperare pubblico e critica: un sound innovativo, che strizzava l’occhio a tutto ciò che di buono i Radiohead stavano portando nel rock mainstream. Ovviamente, a livello di liriche si discostavano totalmente dalla band di Thom Yorke, ma la strada da seguire non doveva, e non voleva, essere quella della mera emulazione, bensì aveva le potenzialità di attuare, con il pop, una pas destruens prima e una pas costruens dopo. Il processo di evoluzione proseguirà due anni dopo con il secondo album, A Rush Of Blood To The Head, il disco migliore dell’intera produzione dei Coldplay. La band approfondisce temi e musicalità, passando per ballate trasognanti e pezzi intimamente acustici, per un epic rock stile U2 e fragorosi brani di virtuosismo di chitarre e pianoforte, ampliando le proprie esigenza musicali e comunicative. Canzoni come Clocks, Politik, The scientist e A Whisper sono la massima espressione dell’innovazione che i Coldplay potevano portare nel pop britannico ed europeo.

Nel 2005 è poi la volta di X&Y, disco che calca la mano su una maggiore ricerca interiore, mantenendosi, musicalmente parlando, perfettamente in linea con il lavoro precedente, pur non arrivando a toccare quelle vette stilistiche. Risulta, a conti fatti, un ottimo album, naturale prosecuzione di tutto quello che Martin ha mostrato al suo pubblico nei cinque anni dalla pubblicazione di Parachutes. E se il successivo Viva La Vida or Death and All His Frinds si attesta a livelli alti quasi quanto il secondo album con brani come Lovers in Japan, Lost! e i capolavori Violet Hill e, soprattutto, Viva la Vida, già da Mylo Xyloto le sonorità più scontate e i testi meno ricercati cominciano ad aleggiare pericolosamente nei brani dei Coldplay.

Da lì in poi, non si può che assistere ad un costante appiattimento sonoro e non solo, con la band che decide di seguire la via del pop più commerciale e sdoganato, tanto che nell’ultimo album A Head Full of Dreams, a parte Up & Up, risulta difficile anche sentire lo “stile Coldplay” che aveva comunque caratterizzato i dischi precedenti, sia nel bene che nel male. Cosa sia rimasto dei ragazzi che erano ad un tanto così dal rivoluzionare il britpop, beh, ce lo chiediamo in tanti; non siamo comunque più di quei fan dell’ultimo minuto che ballano sotto le note di Adventure of a lifetime reputandola una canzone degna di nota, e ai Coldplay – e alle loro tasche – va bene così.

Parlando di britpop, non si può non menzionare la clamorosa involuzione di Robbie Williams, divenuto da diversi anni ormai la versione britannica di Michael Bublè fuso col peggiore Elton John, ossia quello che compone brani generici sulla vita che un cinquantenne medio apprezzerebbe. Lo storico membro dei Take That è la dimostrazione che anche le voci considerate più autorevoli, e quindi più libere di esprimere la propria musica, sono pronte a mettersi supine di fronte alla domanda di un pop fin troppo leggero.

Eppure il buon vecchio Robbie aveva dimostrato, a più riprese, di poter intraprendere una carriera solista se non originale, quanto meno estrosa: i primi tre album, e in particolare Sing when You’re winning ci avevano mostrato un musicista pop solido ed evolutivo. Quel che accade dopo si può sintetizzare con: swing, elettronica messa a casaccio e male e basi anonime e ripetitive.

Ovviamente l’andazzo non è sempre negativo, soprattutto nei sottogeneri: potremmo scrivere articoli e articoli, ad esempio, su quanto i Black Eyed Peas, imprescindibili in un’analisi musicale del terzo millennio, abbiano legittimato in toto le reciproche contaminazioni tra hip-hop e pop, che comunque esistevano anche prima. Si potrebbe descrivere per ore l’eclettismo dal valore assoluto di una pop star, Bruno Mars, che pone le sue basi sul funk e sull’R&B per farlo riscoprire alle masse. Per non parlare dell’impulso indie e dream del pop di Lana Del Rey, riversato con un imbuto in tutta la scena indie statunitense ma anche europea.

Ma il pop duro e puro, quel filone iniziato con Madonna e proseguito con Lady Gaga, può annoverare, oltre le già sopracitate, nomi che offrono musica di spessore senza snaturare la loro poetica e nel contempo risultare fruibili al proprio pubblico? Una risposta sarebbero, senza dubbio, i Franz Ferdinand, protagonisti di un’evoluzione musicale culminata con il loro ultimo e recentissimo album Always Ascending. Un esempio esaltante e, soprattutto, edificante per chiunque voglia esplorare le potenzialità troppo poco espresse del genere.

Con l’omonimo album di debutto nel 2004, il gruppo capitanato da Alex Capranos ha segnato un solco profondissimo nel pop, in un mix esplosivo di art rock, new wave, dub e garage. Un sound che ha aiutato a determinare la nuova via che il genere può intraprendere per testare le nuove espressioni del pop, un pop moderno e adatto ai tempi, che si lascia guidare da punti di riferimento del passato ma in costante riscoperta, ma anche da sonorità più nuove e, perché no, sottovalutate.

La parabola artistica dei Franz Ferdinand prosegue senza sosta, ma nonostante le buone intenzioni, i Franz Ferdinand non riescono ancora ad affermarsi nella maniera meritata nel panorama globale.

L’affermazione al grande pubblico: è questo che ha sempre tenuto in vita questo genere musicale, che tanto è cambiato nel corso del tempo nelle sonorità ma soprattutto nelle intenzioni. Quando Madonna nel 1982 ha pubblicato Like a Virgin si è presentata come uno dei tanti tasselli riformisti di una società che sfidava apertamente il perbenismo imperante fino a pochi anni prima; in un certo qual modo si potrebbe dire che la sua musica avesse una portata velatamente e sottilmente rivoluzionaria, vicina ad una classe di persone che all’epoca erano in minoranza e contro lo status quo.

E adesso? Il pop, dagli anni ’90, non ci ha provato quasi più a tornare ad essere quel tassello menzionato poco fa, lasciando questo compito al sempiterno rock (che già dalle sue stesse origini si prefissava come musica anti-sistema) e ad un certo tipo di hip-hop che, ahimè, potrebbe apprestarsi a fare la stessa fine.

Il mercato è oramai l’unico parametro per determinare il valore e la popolarità di un musicista, ma se c’è qualcuno che può cambiare il modo di ascoltare musica, quello è nelle mani (anzi, nelle orecchie) di noi ascoltatori: ci accomoderemo sui gusti prevalenti della massa o valorizzeremo, per quanto possibile, ciò che di nuovo, rivoluzionario e artistico il pop – e la musica –  ha da offrirci?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 285

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 481

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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