Oggi più che mai avremmo bisogno di sentire il tuo parere: ci manchi Faber 0 364

L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André ci lasciava, creando nel cuore di tutti – anche dei “nemici” a cui alcuni testi erano rivolti – un vuoto incolmabile. Si, perché Fabrizio si faceva e si fa tutt’oggi amare soprattutto per il suo linguaggio, per il concetto principale e puro che stava dietro i molteplici stati d’animo che i suoi brani trattavano: la condizione sociale. Uno “stato di salute” di una società allo sbando – oggi più di ieri – raccontato in maniera diretta, schietta, attraverso termini complessi che diventavano comprensibili soltanto nel momento in cui era lui stesso a pronunciarli, perché faceva percepire la realtà di quanto detto. Sicuramente a molti stava sulle palle, e probabilmente erano più di quelli che lo amavano, ma se agli stessi oggi chiedessimo: “Cosa ne pensi di Fabrizio de André?”, risponderebbero in maniera positiva, con un sorriso e, in fondo, attraverso una profonda stima.

Questo accade perché, quando riesci ad entrare in maniera così profonda nell’animo umano, scorgendo ogni dettaglio – i dettagli sono sempre quelli che ti fottono -, non puoi essere odiato o comunque non verrà mai esternato in pubblico. Terrai tutto nella tua mente e la cosa ti cambierà o ti tormenterà. Sei fatto così, ti ha descritto perfettamente e negarlo renderebbe la cosa ancora più scontata.

Anche Salvini omaggia De Andrè, a riprova di quanto detto

Riflettendo su chi ci resta mi viene da pensare solo ad un certo Francesco Guccini – che purtroppo si è ritirato dal mondo della musica – ma non riesco ad imbattermi, a immaginare e rinvenire altri nomi nell’attuale panorama. Non sto desiderando un nuovo Faber, chiederei troppo e non lo vorrei – l’abbiamo già avuto, sarebbe sicuramente una brutta copia – ma notando tutto il “materiale” che l’attuale Italia sta sfornando e gli artisti che continuamente parlano di rabbia – che manifestano dissenso attraverso diti medi, testi definiti “di protesta” e cazzate varie in maniera mediocre – non posso non chiedere a me stesso: “perché nonostante tutti questi pretesti per mandare a fanculo ministri, presidenti d’assemblee regionali (sono siciliano, ogni riferimento è puramente casuale, n.d,r,) e disagi umani, non si riesce colmare quel vuoto comunicativo che si è creato e che – facendo corna per il maestro Guccini – potrebbe restare incolmabile da un momento all’altro?“. Perché non riusciamo più a comunicare e perché, quando lo facciamo, dimostriamo che era meglio non farlo?

In parte una risposta me la son data individuando le modalità e i mezzi con cui determinati artisti manifestano il proprio disprezzo: banali. Mentre l’altra, e forse l’unica, è che abbiamo perso i coglioni, non ci sappiamo più fare e abbiamo paura. Paura di diventare gli “ultimi” raccontati da Fabrizio, paura di restare ai margini, di cadere in basso e di non poter arrivare in alto, in un momento storico in cui gli ultimi (rom, immigrati) vengono considerati ancora più ultimi. Perché la musica è vista, ormai, soltanto come una macchina che crea soldi e non come uno degli ultimi mezzi che ci restano per cambiare le cose. Un dito medio o un vaffanculo “diretto” detti, in un certo senso, per necessità, per far “intuire” di stare dalla parte dei “giusti” – perchè non si riesce più a parlare di “buoni” -, non causano nulla, non danno nessun risultato, non comunicano niente. Mentre i testi di Faber creavano timore, alla prima riga ti facevano pensare “Come ha fatto un estraneo ad entrare nella mia mente, a dare un perfetta definizione di quello che sono?“. Ecco, oggi più che mai avremmo bisogno di sentire il tuo parere. Ci manchi Faber.

Genova, 18 Febbraio 1840 – Milano, 11 Gennaio 1999

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 200

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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