“Okiko – The drama company” porta in scena “BRIDE – Cuore di farfalla” 0 519

Guai a chi si lascia ingannare dal titolo credendo che “BRIDE” sia uno spettacolo per bambini o una recita di fine anno. È una norma che il teatro sia la prediletta, tra le arti, nell’estrazione maieutica di sentimenti e stati d’animo talvolta anche dissonanti tra loro, e in questo la compagnia Okiko non fa di certo eccezione. La compagnia bitontina, attiva sul territorio pugliese dal 2015 e reduce del loro ultimo spettacolo “The Diva” nel 2017, è stata ospite del teatro “T. Traetta” lo scorso 10 e 11 Maggio per le prime date della loro nuova produzione. Il copione originale nasce da un’idea del regista Piergiorgio Meola, il quale non nega la vivace partecipazione del pubblico agli spettacoli, ma soprattutto l’impegno e la passione dei suoi ragazzi, con i quali è già a lavoro con nuovo materiale.

BRIDE è stato un successo probabilmente per il recupero e la trasposizione scenica di elementi chiave della commedia moderna pensata per il grande pubblico. Se da un lato si vuole chiudere questa parafrasi nel generico concetto di mainstream, bisogna d’altro lato ammettere la capacità del regista e degli attori di aprirsi a un pubblico davvero ampio, che non mostra stratificazioni anagrafiche malgrado l’utilizzo di linguaggi e interazioni tipici dei giovani (e dei mondi ad essi legati) in una fascia tra i venti e i trant’anni. La trama dell’opera ruota attorno alla figura di Sara Butterfly, cresciuta durante i fantastici anni ’90 assieme alle sue inseparabili amiche in quella dimensione di spontaneità, naturalezza e spensieratezza che caratterizzava la fine del millennio. Superata la soglia dei vent’anni e abbandonata l’adolescenza, però, molte cose cambiano, le ansie e le paure aumentano, e un giorno Sara comunica alle sue amiche che sta per sposarsi con il suo Armand. La tela degli eventi comincia quindi a dipingersi di imprevisti, malintesi e ombre del passato che si miscelano con un’atmosfera quasi fiabesca e battute dall’ironia a tratti amara e nostalgica.

Il primo vero punto di forza dello spettacolo è la perfetta ricostruzione dello scenario tipico del secondo decennio scorso, sia nella narrazione che nello sviluppo delle tematiche (legate sempre e comunque all’Amore, in ogni sua sfaccettatura). “Schadenfreude” è il termine che più aiuta a definire la cornice dell’opera, che ha in sé tutti gli ingredienti tradizionali della commedia all’americana. La concretezza di Armand si scontra con il daydreaming irreversibile della protagonista Sara, il mito degli anni ’90 che si traduce nel sogno di una vita perfetta, la diatriba interiore con la propria coscienza: queste note vengono amplificate dall’estrema stereotipizzazione dei personaggi e dalla loro staticità evolutiva a livello caratteriale durante la narrazione scenica, fatta eccezione per i due protagonisti, più dinamici e travolti dagli eventi. Tutto si rende quindi pienamente funzionale alla leggerezza e all’ironia dialogica opportunamente bilanciata dalla comicità nel susseguirsi di sfortunati eventi. Non mancano, per completare il quadro, immancabili pietre miliari come il ritorno del primo amore o il trinomio amiche-shopping-alcol. Ne risulta uno scenario volutamente prevedibile, e questo non può essere che positivo se Okiko non ha la pretesa di innovare un genere trito, ma di revitalizzarlo, ammodernarlo facendo leva sui dettagli e sull’oggetto dell’ironia con una certa presa emotiva: creare un cult di tutte le cose che oggi si ricordano di quegli anni ’90; fare in modo che lo spettatore si ritrovi almeno in una di quelle frasi pronunciate sul palcoscenico; uscire dalla sala chiedendo al proprio vicino “ma ti ricordi..?”
L’ atmosfera nostalgica e fiabesca è animata da una colonna sonora alquanto “eterogenea” (dagli Strokes ai Radiohead, dagli M83 agli Smiths, passando per il pop punk dei Sum 41 e il trash delle hit estive degli ultimi anni), che ben supporta la versatile presenza sul palcoscenico della coscienza di Sara, nonché la cura nell’uso delle luci e degli effetti stroboscopici.

Spettacoli come BRIDE non capitano più così spesso negli ultimi tempi, perché è vero che il teatro si sta evolvendo quanto a tecnica, forma e interpretazione. Si mischia spesso alla danza, o alla poesia, e la narrazione viene sempre meno preferita sul palco e nella fase creativa. C’è anche da ammettere, però, che rispetto alla (frequente) pretenziosità del teatro contemporaneo o sperimentale, opere come BRIDE sono una ventata d’aria fresca. È la scelta di un gruppo di persone di realizzare qualcosa di semplice, diretto, che non passi per la mediazione della ragione, ma che arrivi dritto al cuore. Una norma che si fa eccezione in un panorama artistico dove ormai (quasi) tutto è diventato ostentazione di “una certa cultura” e ostinata ricerca del profondo, anche laddove l’acqua è visibilmente bassa. Ci vuol del fegato.

Per maggiori informazioni e nuove date, visitare la pagina Facebook Okiko the Drama Company.

Regia: Piergiorgio Meola
Cast: Teresa La Tegola, Alessia Ricciardi, Rosa Masellis, Giuseppe Visaggi, Emanuele Licinio, Angela Ubaldino, Piergiorgio Meola
Assistenti di scena: Michele D’Amore, Valeria Summo, Stefania Sannicandro

Galleria fotografica a cura di Anna Verriello

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Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 128

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

Maggiore, un disco per parlare del mondo e di se stesso 0 212

Raccontare è il miglior modo di raccontarsi. Parlare del mondo significa parlare di se stessi in terza persona. Questo è quello che fa Vincenzo Maggiore nel suo nuovo album, ‘Da che Mondo è Mondo…‘: parla del mondo e racconta se stesso. Lo sfondo è quello di Brindisi, città in cui è nato e da cui è partito per un lungo viaggio musicale, ma dalla quale fondamentalmente non si è mai allontanato. Questo disco è un breviario di storie, emozioni, sensazioni e sentimenti che sfuggono alla preminenza dell’io e diventano storie, emozioni, sensazioni e sentimenti comuni, condivisi e condivisibili. In esso il cantautorato e la sua naturale predisposizione al folk incontrano il pop e l’elettronica; il risultato è un tessuto fine, intrecciato minuziosamente, come in un perfetto gioco di trame e orditi. Da che mondo e mondo è anche, e soprattutto, un lavoro collettivo a cui hanno contribuito: Umberto Coviello, chitarrista che ha curato la produzione, le musiche e gli arrangiamenti, Andrea Miccoli (batteria), Carlo Madaghiele (tastiere e synth) e Alessandro Muscillo (basso e cori).

Il disco si apre con Modi Di Dire, un brano riflessivo e intenso che parla della crudezza e dell’ineluttabilità della vita. Tutto scorre, tutto passa e noi non possiamo far altro che vederlo scorrere inesorabilmente. «Le cose belle hanno i minuti contati» è un memorandum che rievoca legittimamente il «quanto piace al mondo è breve sogno» di quel famoso poeta (sì, Petrarca). Il finale strumentale porta il pezzo fuori dall’alveo del pop tradizionale e lo riporta in una dimensione più sporca, più rock.

Si può essere felici sempre, bisogna semplicemente trovare una buona ragione per esserlo. Questo è quello che sembra dire Vincenzo in Delacroix: si può essere felici con poco (per i film con Sora Lella ad esempio), l’importante è saper trarre godimento anche da quel poco che abbiamo. È un brano piacevole e distensivo che ti entra in testa e ti ritrovi a cantare senza rendertene conto. I synth aggiungono una pennellata di elettronica a questo brano già di per sé molto colorato.

Il mondo fermo è un brano introspettivo. L’atmosfera nostalgica fa da sfondo a una storia d’amore e di complementarità: «tu sarai la bussola, io sarò il buon senso. Tu meta, io viaggiatore». È una dichiarazione di resa di chi non riesce e non vuole più correre dietro ad un mondo che va più veloce di lui. Il mondo ha gli occhi è il volto della persona amata.

Se si chiudono gli occhi, a un certo punto del disco sembra di ascoltare Niccolò Fabi. La stessa intensità, lo stesso stile cantautoriale e la stessa nota malinconica emergono soprattutto in Mosca cieca, brano dall’impianto folk. La pacatezza della chitarra acustica iniziale lascia il posto, come in un preciso crescendo, al groove di una chitarra elettrica che primeggia in un vibrante finale strumentale.

Certe cose ti segnano per sempre, anche se sei troppo piccolo per capirle o elaborarle. Il quinto brano è il ricordo di un fatto storico che ha segnato in modo indelebile il nostro paese e ha creato un precedente per portata e significato. Quella raccontata in Kush me dëgjon è la storia dello sbarco di oltre ventimila albanesi nel porto di Brindisi: era un millennio diverso, era un secolo diverso, ma soprattutto era un’Italia diversa da quella di oggi. Non si avvertivano ancora i prodromi della malattia che si sarebbe scatenata vent’anni dopo; le avvisaglie di quella malattia che intacca il cervello e ti porta a perdere la memoria. È una storia di accoglienza e di umanità, raccontata dalle parole degli albanesi – inserite nel brano – che elogiano e ringraziano i cittadini che li hanno accolti e aiutati prestando soccorso e portando coperte e cibo. L’elettronica è quel tocco che non solo impreziosisce il pezzo, ma lo attualizza.

Immagina una spiaggia, un fuoco e una chitarra. Immagina il senso di libertà e leggerezza che dà l’estate: le inquietudini che si dissolvono, i pensieri che ti scivolano addosso come l’acqua del mare da cui sei appena uscito. Ecco, adesso immagina di condividere tutto questo con la persona che hai accanto, per la quale canticchi un motivo che ti gira in testa e alla quale dedichi una di quelle frasi romantiche che il mare si porterà via spietatamente. Infine immagina che tutto questo sia una canzone e che questa canzone si chiami Onde.

© photo Dario Rovere.

Esopo, il settimo brano dell’album, è un invito a chiedersi sempre quale sia la morale della favola, un’esortazione ad andare oltre l’apparenza delle cose, fino a toccarne con mano l’essenza. Se ci limitassimo all’apparenza la volpe avrebbe sempre e comunque ragione nel dire che l’uva è acerba. Questo è una traccia dall’anima pop, ma con precise intenzioni folk.

C’è un pezzo sul finire del disco che ci porta a riflettere sull’importanza di fare qualcosa senza procrastinare, di cogliere la rosa quand’è il momento (ogni riferimento a Herrick, Orazio e al film di Peter Weir con Robin Williams è puramente casuale). Questo brano si chiama L’attimo e segue melodicamente, e metodicamente, il messaggio espresso dal titolo: la batteria come introduzione che si prende il suo tempo, cogliendo il suo “attimo fuggente”, prima di introdurre la voce e una chitarra impreziosita da un delay che si accompagnano fino all’amplesso dell’assolo finale.

Il groove di #bravagente ti cattura subito. Il ritmo dettato dalle percussioni “african-style” e uno stile di voce che ricorda il Jovanotti di “Mi fido di te” seguono un testo profondo, dal quale emerge uno spaccato di vita quotidiana come un ingorgo farraginoso di storie, persone e facce.

L’uomo lupo è il brano che chiude l’album. È una traccia acustica, ma è anche quella con l’arrangiamento più bello. La chitarra sembra rispondere alle parole di Vincenzo, come per rassicurarlo del fatto che no, non esiste l’uomo lupo: è soltanto la proiezione delle tue paure. Il finale è da brividi, ma ovviamente non vi svelo nulla.

Da che mondo è mondo…‘ è un disco intenso e sincero, che merita più di un ascolto. Il grande pregio di quest’artista è di far vivere le storie in medias res, per cui ad ogni attacco di ogni pezzo ti ritrovi subito immerso in un nuovo racconto, e non puoi far altro che stare a sentire come andrà a finire.

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