“Okiko – The drama company” porta in scena “BRIDE – Cuore di farfalla” 0 926

Guai a chi si lascia ingannare dal titolo credendo che “BRIDE” sia uno spettacolo per bambini o una recita di fine anno. È una norma che il teatro sia la prediletta, tra le arti, nell’estrazione maieutica di sentimenti e stati d’animo talvolta anche dissonanti tra loro, e in questo la compagnia Okiko non fa di certo eccezione. La compagnia bitontina, attiva sul territorio pugliese dal 2015 e reduce del loro ultimo spettacolo “The Diva” nel 2017, è stata ospite del teatro “T. Traetta” lo scorso 10 e 11 Maggio per le prime date della loro nuova produzione. Il copione originale nasce da un’idea del regista Piergiorgio Meola, il quale non nega la vivace partecipazione del pubblico agli spettacoli, ma soprattutto l’impegno e la passione dei suoi ragazzi, con i quali è già a lavoro con nuovo materiale.

BRIDE è stato un successo probabilmente per il recupero e la trasposizione scenica di elementi chiave della commedia moderna pensata per il grande pubblico. Se da un lato si vuole chiudere questa parafrasi nel generico concetto di mainstream, bisogna d’altro lato ammettere la capacità del regista e degli attori di aprirsi a un pubblico davvero ampio, che non mostra stratificazioni anagrafiche malgrado l’utilizzo di linguaggi e interazioni tipici dei giovani (e dei mondi ad essi legati) in una fascia tra i venti e i trant’anni. La trama dell’opera ruota attorno alla figura di Sara Butterfly, cresciuta durante i fantastici anni ’90 assieme alle sue inseparabili amiche in quella dimensione di spontaneità, naturalezza e spensieratezza che caratterizzava la fine del millennio. Superata la soglia dei vent’anni e abbandonata l’adolescenza, però, molte cose cambiano, le ansie e le paure aumentano, e un giorno Sara comunica alle sue amiche che sta per sposarsi con il suo Armand. La tela degli eventi comincia quindi a dipingersi di imprevisti, malintesi e ombre del passato che si miscelano con un’atmosfera quasi fiabesca e battute dall’ironia a tratti amara e nostalgica.

Il primo vero punto di forza dello spettacolo è la perfetta ricostruzione dello scenario tipico del secondo decennio scorso, sia nella narrazione che nello sviluppo delle tematiche (legate sempre e comunque all’Amore, in ogni sua sfaccettatura). “Schadenfreude” è il termine che più aiuta a definire la cornice dell’opera, che ha in sé tutti gli ingredienti tradizionali della commedia all’americana. La concretezza di Armand si scontra con il daydreaming irreversibile della protagonista Sara, il mito degli anni ’90 che si traduce nel sogno di una vita perfetta, la diatriba interiore con la propria coscienza: queste note vengono amplificate dall’estrema stereotipizzazione dei personaggi e dalla loro staticità evolutiva a livello caratteriale durante la narrazione scenica, fatta eccezione per i due protagonisti, più dinamici e travolti dagli eventi. Tutto si rende quindi pienamente funzionale alla leggerezza e all’ironia dialogica opportunamente bilanciata dalla comicità nel susseguirsi di sfortunati eventi. Non mancano, per completare il quadro, immancabili pietre miliari come il ritorno del primo amore o il trinomio amiche-shopping-alcol. Ne risulta uno scenario volutamente prevedibile, e questo non può essere che positivo se Okiko non ha la pretesa di innovare un genere trito, ma di revitalizzarlo, ammodernarlo facendo leva sui dettagli e sull’oggetto dell’ironia con una certa presa emotiva: creare un cult di tutte le cose che oggi si ricordano di quegli anni ’90; fare in modo che lo spettatore si ritrovi almeno in una di quelle frasi pronunciate sul palcoscenico; uscire dalla sala chiedendo al proprio vicino “ma ti ricordi..?”
L’ atmosfera nostalgica e fiabesca è animata da una colonna sonora alquanto “eterogenea” (dagli Strokes ai Radiohead, dagli M83 agli Smiths, passando per il pop punk dei Sum 41 e il trash delle hit estive degli ultimi anni), che ben supporta la versatile presenza sul palcoscenico della coscienza di Sara, nonché la cura nell’uso delle luci e degli effetti stroboscopici.

Spettacoli come BRIDE non capitano più così spesso negli ultimi tempi, perché è vero che il teatro si sta evolvendo quanto a tecnica, forma e interpretazione. Si mischia spesso alla danza, o alla poesia, e la narrazione viene sempre meno preferita sul palco e nella fase creativa. C’è anche da ammettere, però, che rispetto alla (frequente) pretenziosità del teatro contemporaneo o sperimentale, opere come BRIDE sono una ventata d’aria fresca. È la scelta di un gruppo di persone di realizzare qualcosa di semplice, diretto, che non passi per la mediazione della ragione, ma che arrivi dritto al cuore. Una norma che si fa eccezione in un panorama artistico dove ormai (quasi) tutto è diventato ostentazione di “una certa cultura” e ostinata ricerca del profondo, anche laddove l’acqua è visibilmente bassa. Ci vuol del fegato.

Per maggiori informazioni e nuove date, visitare la pagina Facebook Okiko the Drama Company.

Regia: Piergiorgio Meola
Cast: Teresa La Tegola, Alessia Ricciardi, Rosa Masellis, Giuseppe Visaggi, Emanuele Licinio, Angela Ubaldino, Piergiorgio Meola
Assistenti di scena: Michele D’Amore, Valeria Summo, Stefania Sannicandro

Galleria fotografica a cura di Anna Verriello

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 242

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 444

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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