“Okiko – The drama company” porta in scena “BRIDE – Cuore di farfalla” 0 293

Guai a chi si lascia ingannare dal titolo credendo che “BRIDE” sia uno spettacolo per bambini o una recita di fine anno. È una norma che il teatro sia la prediletta, tra le arti, nell’estrazione maieutica di sentimenti e stati d’animo talvolta anche dissonanti tra loro, e in questo la compagnia Okiko non fa di certo eccezione. La compagnia bitontina, attiva sul territorio pugliese dal 2015 e reduce del loro ultimo spettacolo “The Diva” nel 2017, è stata ospite del teatro “T. Traetta” lo scorso 10 e 11 Maggio per le prime date della loro nuova produzione. Il copione originale nasce da un’idea del regista Piergiorgio Meola, il quale non nega la vivace partecipazione del pubblico agli spettacoli, ma soprattutto l’impegno e la passione dei suoi ragazzi, con i quali è già a lavoro con nuovo materiale.

BRIDE è stato un successo probabilmente per il recupero e la trasposizione scenica di elementi chiave della commedia moderna pensata per il grande pubblico. Se da un lato si vuole chiudere questa parafrasi nel generico concetto di mainstream, bisogna d’altro lato ammettere la capacità del regista e degli attori di aprirsi a un pubblico davvero ampio, che non mostra stratificazioni anagrafiche malgrado l’utilizzo di linguaggi e interazioni tipici dei giovani (e dei mondi ad essi legati) in una fascia tra i venti e i trant’anni. La trama dell’opera ruota attorno alla figura di Sara Butterfly, cresciuta durante i fantastici anni ’90 assieme alle sue inseparabili amiche in quella dimensione di spontaneità, naturalezza e spensieratezza che caratterizzava la fine del millennio. Superata la soglia dei vent’anni e abbandonata l’adolescenza, però, molte cose cambiano, le ansie e le paure aumentano, e un giorno Sara comunica alle sue amiche che sta per sposarsi con il suo Armand. La tela degli eventi comincia quindi a dipingersi di imprevisti, malintesi e ombre del passato che si miscelano con un’atmosfera quasi fiabesca e battute dall’ironia a tratti amara e nostalgica.

Il primo vero punto di forza dello spettacolo è la perfetta ricostruzione dello scenario tipico del secondo decennio scorso, sia nella narrazione che nello sviluppo delle tematiche (legate sempre e comunque all’Amore, in ogni sua sfaccettatura). “Schadenfreude” è il termine che più aiuta a definire la cornice dell’opera, che ha in sé tutti gli ingredienti tradizionali della commedia all’americana. La concretezza di Armand si scontra con il daydreaming irreversibile della protagonista Sara, il mito degli anni ’90 che si traduce nel sogno di una vita perfetta, la diatriba interiore con la propria coscienza: queste note vengono amplificate dall’estrema stereotipizzazione dei personaggi e dalla loro staticità evolutiva a livello caratteriale durante la narrazione scenica, fatta eccezione per i due protagonisti, più dinamici e travolti dagli eventi. Tutto si rende quindi pienamente funzionale alla leggerezza e all’ironia dialogica opportunamente bilanciata dalla comicità nel susseguirsi di sfortunati eventi. Non mancano, per completare il quadro, immancabili pietre miliari come il ritorno del primo amore o il trinomio amiche-shopping-alcol. Ne risulta uno scenario volutamente prevedibile, e questo non può essere che positivo se Okiko non ha la pretesa di innovare un genere trito, ma di revitalizzarlo, ammodernarlo facendo leva sui dettagli e sull’oggetto dell’ironia con una certa presa emotiva: creare un cult di tutte le cose che oggi si ricordano di quegli anni ’90; fare in modo che lo spettatore si ritrovi almeno in una di quelle frasi pronunciate sul palcoscenico; uscire dalla sala chiedendo al proprio vicino “ma ti ricordi..?”
L’ atmosfera nostalgica e fiabesca è animata da una colonna sonora alquanto “eterogenea” (dagli Strokes ai Radiohead, dagli M83 agli Smiths, passando per il pop punk dei Sum 41 e il trash delle hit estive degli ultimi anni), che ben supporta la versatile presenza sul palcoscenico della coscienza di Sara, nonché la cura nell’uso delle luci e degli effetti stroboscopici.

Spettacoli come BRIDE non capitano più così spesso negli ultimi tempi, perché è vero che il teatro si sta evolvendo quanto a tecnica, forma e interpretazione. Si mischia spesso alla danza, o alla poesia, e la narrazione viene sempre meno preferita sul palco e nella fase creativa. C’è anche da ammettere, però, che rispetto alla (frequente) pretenziosità del teatro contemporaneo o sperimentale, opere come BRIDE sono una ventata d’aria fresca. È la scelta di un gruppo di persone di realizzare qualcosa di semplice, diretto, che non passi per la mediazione della ragione, ma che arrivi dritto al cuore. Una norma che si fa eccezione in un panorama artistico dove ormai (quasi) tutto è diventato ostentazione di “una certa cultura” e ostinata ricerca del profondo, anche laddove l’acqua è visibilmente bassa. Ci vuol del fegato.

Per maggiori informazioni e nuove date, visitare la pagina Facebook Okiko the Drama Company.

Regia: Piergiorgio Meola
Cast: Teresa La Tegola, Alessia Ricciardi, Rosa Masellis, Giuseppe Visaggi, Emanuele Licinio, Angela Ubaldino, Piergiorgio Meola
Assistenti di scena: Michele D’Amore, Valeria Summo, Stefania Sannicandro

Galleria fotografica a cura di Anna Verriello

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“Faccia”, il volto rock di Riccardo Maffoni 0 734

A dieci anni di distanza dal suo ultimo lavoro, “Ho preso uno spavento” (2008), torna Riccardo Maffoni con un nuovo album dal titolo “Faccia”.

Il disco, uscito lo scorso 6 aprile, racconta le esperienze, le paure, i sogni e i dolori vissuti dal cantautore bresciano durante questo lungo periodo di inattività. E lo fa senza sconti o riserve, con estrema sincerità e onestà. Evidenziando un’urgenza comunicativa di fondo, sicuramente alimentatasi durante questa sua prolungata pausa. Una pausa nella quale l’autore ha finito per accumulare un numero considerevole di canzoni (sono ben 14 le tracce dell’album) che rispecchiano fedelmente il suo stesso volto. La sua “faccia”.

Ci mette la faccia – dunque – Riccardo, ma anche l’anima e il cuore. E lo fa amalgamando testi e melodie in salsa alternative rock, con chiari rimandi al songrwriting a stelle e strisce, e impreziosendo il tutto con spolverate di folk e blues. Il risultato è un disco che – in termini di sound – volge dichiaratamente lo sguardo oltre oceano (tra le influenze più chiare si possono individuare Bruce Springsteen, Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty), pur mantenendo una continuità con il cantautorato nostrano e – più nello specifico – con quello di Francesco de Gregori e di Luciano Ligabue.

La copertina di “Faccia”

Ad aprire le danze è l’accusatoria “Provate voi”. Un’esortazione che ritorna ossessivamente lungo le strofe di un brano che denuncia il menefreghismo, il razzismo e l’ipocrisia di un mondo – quello occidentale – noncurante delle guerre, delle violenze e delle discriminazioni che affliggono la società contemporanea.

A seguire, il brano che dà il titolo al disco: “Faccia”. Il testo è una sorta di manuale che compendia ed elenca ciò che è necessario per affrontare la vita in ogni suo aspetto (amore, cambiamento, lavoro, solitudine). Ci vuole «coraggio», ci vuole «voglia», ci vuole «fame», ci vuole «tempo», ammonisce Riccardo. Ma, più di ogni altra cosa, ci vuole «faccia». La faccia di chi ha la tenacia di non arrendersi di fronte agli inevitabili ostacoli che la vita presenta perché sa che, in fondo, «non è tutto qui». Brano orecchiabile – non a caso scelto come primo singolo – sebbene dia l’impressione di esser uscito dalla penna di un certo collega di Correggio.

“Cambiare” è un piacevole brano roots rock, dalle sonorità care a Wallflowers, Counting Crows e Sheryl Crow, che invita a non fossilizzarsi sulle proprie abitudini e a non adagiarsi sulle quotidiane comodità.

Toni più pacati e atmosfere più rilassate per la folkeggiante “L’uomo sulla montagna”, che esplora il punto di vista di un uomo isolato che, dall’altro di una metaforica montagna, osserva la sua vita da una diversa prospettiva.

Arpeggi di chitarra acustica si intrecciano per comporre la trama sonora della ballad romantica “Sotto la luna”. Un brano che lavora in crescendo e che unisce assoli di chitarra Springsteeniani a linee vocali alla Vasco Rossi.

Si rimane intrappolati nelle melodie tipiche del “Blasco” anche nella successiva “Quello che sei”, che esorta a vivere la propria vita restando fedeli a quello che si è, alla propria identità.

“Le ragazze sono andate” è una struggente ballata folk che, accompagnata dagli accordi arpeggiati di una chitarra acustica e dalle note di un malinconico violoncello, si sofferma su amori finiti per incomprensioni, violenze e voglia di cambiamento. Pezzo di rara intensità, conferita anche dalla pomposa coda strumentale.

La successiva “Mi manchi di più” rappresenta la più significativa variazione sul tema del disco. Ci si allontana dalle atmosfere folk/blues rock statunitensi per passare a un pezzo di matrice pop anni ’80 (sonorità vicine a quelle di Luca Carboni), trascinato da piano e batteria elettronici.

Torna la politica con “Sette grandi”, uno scanzonato e allegro blues rock alla Tom Petty che affronta con lucida ironia tematiche ambientaliste.

Atmosfere vagamente Beatlesiane per l’orecchiabilissima “La mia prima constatazione”, che tratta in maniera leggera – ma estremamente consapevole – il tema dell’abbandono. Melodie, armonizzazioni e sound retrò sono i punti forti di questo riuscitissimo brano pop, capace di creare dipendenza per chi lo ascolti.

“Il mondo va avanti” ci riporta ad un folk rock, con accenni country, di stampo americano per ricordarci che nonostante dolori, drammi e sofferenze, la vita continua. E che, col tempo, tutto passa.

Torna un Maffoni più sentimentale con la successiva “Senza di te”, che racconta la solitudine e l’incertezza lasciate da una storia d’amore ormai finita. Finale arioso e maestoso con tanto di ottoni e fiati.

Prima di arrivare al brano conclusivo c’è il tempo per un breve intermezzo strumentale, “Scala D”. Un folk ancestrale che rimanda a quelle atmosfere del sud degli USA che, qualche anno fa, furono abilmente catturate e riproposte dai Litfiba con il loro terzo lavoro (“Litfiba 3”).

La chiusura è affidata a un pezzo acustico. Questa volta, però, ad accompagnare la voce di Maffoni non è la finora onnipresente chitarra, ma il piano. Il brano, dal titolo “Tommy è felice”, racconta la storia di un ex detenuto dal passato difficile che prova a rifarsi una vita. Sembrerebbe riuscirci, ma il destino ha in serbo piani diversi per lui…

In definitiva “Faccia”, pur soffrendo di un’eccessiva durata e di un songwriting in alcuni casi un po’ troppo derivativo, è sicuramente un lavoro ben riuscito. Buoni gli arrangiamenti e la production, efficaci le melodie e interessanti le tematiche trattate. Riccardo Maffoni ci mette la “faccia” e porta a casa un disco che segna un positivo ritorno in pista.

“Simply”, un tuffo nostalgico nel rock n’ roll anni 50 0 194

Forse non molti avranno sentito parlare di “Horus Black”, lo pseudonimo dietro il quale si cela il vocione profondo di Riccardo Sechi. Si tratta di un giovanissimo cantante genovese (classe 1999), figlio di musicisti e patito di musica d’altri tempi, che da poche settimane ha pubblicato il suo disco d’esordio assoluto: Simply. Un lavoro capace di spiazzare, per via del sound volutamente anacronistico, e allo stesso tempo di risultare paradossalmente familiare, a causa dei suoi espliciti rimandi a influenze impossibili da non riconoscere. Tra queste su tutte spicca quella del “King of rock n’ roll”, Elvis Presley. Ma sarebbe impossibile non citare anche i vari Bill Haley, Little Richard, Tom Jones e – in alcuni casi – persino Jim Morrison. Echi di un’epoca musicale lontana, tanto nel tempo quanto nello spazio, disseminati nelle dieci tracce che compongono un disco sorprendente nel suo essere così fuori dagli schemi e da ogni logica commerciale moderna.

La copertina di “Simply”

La partenza è affidata al morbido pianoforte elettrico della title track Simply, che fa capire immediatamente quanto importante e influente sia stata per il giovane Riccardo l’impronta lasciata dal “Re di Memphis”. Melodie agrodolci e arrangiamenti ariosi per un brano che svolge efficacemente il suo ruolo di traccia apripista, anticipando il percorso sonoro lungo il quale Horus Black intende condurci.

Un percorso che prosegue alla grande con il rock n’ roll della successiva “We Are Alone Tonight, che fa salire il ritmo con il suo insistente riff di basso, i caldi fraseggi di chitarre elettriche e gli avvolgenti tappeti di organo Hammond.

Atmosfere vagamente più country, invece, per la solenne Lonely Melody che, scandita dal maestoso incedere dei timpani, ci traghetta verso la più allegra e scanzonata I Know What You Want.

È poi la volta di “Sophie”, nella quale il rhythm and blues della strofa e il rockabilly del ritornello convivono in perfetta armonia, sapientemente legati da accattivanti groove di piano e sporadici contrappunti di ottoni.

Si arriva così al primo singolo estratto, The March of Hope, che – tenendo pienamente fede al suo nome – si apre come una vera e propria marcia, salvo poi sfociare in uno speranzoso inno gospel su perseveranza e ottimismo.

Miss Candy è invece una dolcissima ballad che rimanda alle atmosfere di Blue Hawaii.

Ritorno al rockabilly più autentico per la manierista e tutto sommato trascurabile Cock a Doodle Doo, che anticipa un’altra ballata dalla forza emotiva notevole e dalla melodia sublime.

Si tratta di In My Bed, elegante e romantica serenata accompagnata da un arrangiamento orchestrale e da indovinati inserti di chitarra tex-mex.

La sorpresa finale è rappresentata dall’intrigantissima We Can’t Go On This Way, che chiude il disco in maniera imprevedibile con le sue sonorità psichedeliche. Il cantato, quasi messianico, di Horus Black si trascina sopra un ipnotico arpeggio di chitarre acide alla Jefferson Airplaine, generando come risultato qualcosa di sorprendentemente vicino ai Doors. Nella parte centrale il brano riprende sonorità più prettamente rock n’ roll, salvo poi tornare, seguendo una struttura circolare, a recitare il lisergico incantesimo iniziale.

In definitiva Simply si presenta come un’opera prima matura e coerente, oltre che fluida e scorrevole nell’ascolto. Un lavoro magari non eccessivamente originale per proposta musicale, ma sicuramente coraggioso nel suo andare contro corrente rispetto a mode e tendenze del momento. E, di questi tempi, non è cosa da poco.

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