Old-fashioned Cinema Club presents: I Cannibali 0 77

Palesemente ispirato all’Antigone di Sofocle, I cannibali conduce lo spettatore ad una realtà alternativa impossibile da collocare nello spazio e nel tempo, grazie alla regia sfocata di Liliana Cavani al suo terzo lungometraggio e ad una scrittura esile affidata alle interpretazioni di Britt Eklard, l’Antigone protagonista del dramma, Pierre Clementi nelle sembianze di Tiresia e il buon Tomas Milian nel ruolo secondario di Emone, figlio del primo ministro (un Creonte senza nome) e fidanzato di Antigone.

Film senza dubbio ambizioso, ma reggerà l’inevitabile confronto con il dramma sofocleo?


Non ho avuto un matrimonio, non ho avuto canti di nozze, mi sposerò laggiù con le acque della morte.
[Sofocle, Antigone vv. 814-816, trad. Davide Susanetti]

Milano tace rinchiusa nelle sue grigia mura, le sue strade vuote e grigie ad eccezione di quei corpi privi di vita, lasciati a marcire per divenire il monumento e il monito del potere costituito, di un nuovo ordine che trova nella morte, nell’annientamento dell’altrui il suo pilastro e manifesto. Tutto è normale ed inquietante: la gente legge il giornale, si siede nella metropolitana per andare a lavoro. I cadaveri sono ancora lì abbandonati alla loro decomposizione la quale, nell’indifferenza generale, li priva di ciò che resta nella loro umanità. Sono i corpi dei giovani che hanno osato sollevare gli occhi contro il potere e sfidarlo. È la morte per evitare altra morte, come spesso si sente ripetere per bocca dell’autorità.

Polinice è uno dei tanti, riverso con il volto sul marciapiede mentre la sua carne fredda si mescola alla polvere, buttato a casaccio di fronte ad un bar pieno di gente che bada alle proprie cure ed ansie quotidiane. La sorella Antigone, come nell’omonima tragedia sofoclea, non riesce a sopportare l’onta e il dolore; ciò che le resta da fare è dunque togliere quel cadavere de-umanizzato dalla strada e ricondurlo ad uno stato di natura, farlo ritornare uomo almeno nell’eterno riposo dandogli quegli onori funebri di cui era stato privato. Il compito è tutto fuorché facile: Antigone viene trattata alla stregua di un’appestata e il seme malato che diffonde è quello della ribellione e la ribellione conduce alla morte. Questa è difatti la legge ufficiale, crudelmente ostentata e propagandata alla televisione e nelle mura della città: ovunque il cittadino possa essere circuíto e, conseguentemente, ricondotto nel gregge di questa artefatta normalità.

I Cannibali

Uno strano Tiresia, che con il vecchio e cieco indovino del mito non ha nulla da spartire, è l’unico che si offre di aiutare Antigone nella sua battaglia contro il sistema. Un Tiresia giovane e bello che parla una lingua incomprensibile fatta di versi, che forse egli stesso non comprende, lontana dalle rielaborate retoriche di cui l’autorità si serve per giustificare sé stessa. Insieme portano il cadavere del fratello caduto sulle sponde di un fiume ignoto, lontano delle opprimenti arie di una città asettica e simmetrica, un ritorno alla natura e ad una sacralità scabra e muta.

La sepoltura di Polinice è la scena più bella dell’intero film e forse la più fedele al mito, non tanto nell’azione in sé quanto nello spirito: la coppia condivide un’ultima cena con il morto, Tiresia spezza il pane e lo condivide nel silenzio con i commensali insieme all’acqua e alla vite, simboli di energia vitale e, quindi, di una dignità riconquistata; Antigone bacia infine il cadavere sulle labbra ed è il bacio non solo di una sorella, ma anche di un’amante. Ella condannata ad una morte senza nozze, riconosce nel fratello il suo unico ed indicibile amore. Ella è pur sempre la figlia di Edipo, membro di una famiglia, i Labdacidi, maledetta da una parentela stravolta, da un peccato innominabile e ignominioso.

Lógos contro érgon: la parola del potere e l’atto della ribellione

Compiuto l’irreparabile, i due si lanciano in una corsa disperata e folle, senza vestiti addosso: due veri e propri selvaggi inseguiti dalla polizia senza sosta finché il loro erratico viaggio si arresta tra le braccia dell’autorità da cui stanno fuggendo. Per Antigone inizia così un calvario ben noto di abusi da parte del potere, torture ed umiliazioni, mentre Tiresia viene relegato in mezzo ai pazzi. Il potere rifiuta di riconoscerlo come umano: egli non parla una lingua comune, è un capellone smilzo e barbuto, l’aspetto e la gestualità ricordano più un enfant sauvage che una persona civile e difatti egli viene ribattezzato Mowgli, il ragazzo della giungla che non sa stare all’interno del perimetro delle norme sociali.

Non vi è dialogo tra le parti, né può esservi: i due ribelli lo rifiutano annullando quello che è l’unico mezzo che l’autorità offre loro, la parola. Antigone e Tiresia riconoscono solo l’azione e il film è un continuo happening di cose ed eventi come la stessa regista lo ha definito. I due nemmeno parlano tra di loro, comunicano tra un gesto e l’altro, nell’incrocio delle loro vivide iridi. Non vi è necessità linguistica, la loro è una forma pura e perfetta di dialogo, come gli angeli del De Civitate Dei di Agostino la cui comunicazione avviene telepaticamente. Il passaggio alla parola si costituisce così come una forma di corruzione del linguaggio, imperfetta e distorta, così come lo è la retorica di cui il potere abusa in continuazione. Il rifiuto della parola è quindi anch’esso stesso atto, un incisivo atto di ribellione ed accusa pienamente consapevoli.

Nell’atto e nella retorica si materializza il tragico epilogo di Antigone e Tiresia, fucilati in pubblica piazza mentre il potere pontifica: l’ordine è stato ristabilito.

Attuale inattuale

I cannibali è un film pensato come atemporale: la Milano che osserviamo potrebbe essere una qualsiasi metropoli di qualsiasi decade, gli outfit e le scenografie sono anonime e prive di una definita dimensione perché possano vivere diacronicamente. Le scelte registiche, perfettamente azzeccate dalla Cavani, rispondono a questa esigenza. Ciò risulta particolarmente evidente soprattutto nell’uso di un grosso teleobiettivo da 750 con il quale è girato l’intero film e, in virtù del quale, la realtà catturata è confusa, i dettagli sulla scena si confondono l’uno con l’altro rendendo il tutto di difficile identificazione: una realtà sfocata e impressionista. I dialoghi pressoché inesistenti, laddove presenti, non concedono nessuna storicizzazione perché I cannibali, nella sua assenza di presente, dev’essere sempre presente.

Una sola nota dolente per quanto riguarda l’aspetto tecnico: ad esclusione di Pierre Clementi (Tiresia), che è perfetto nel ruolo di straniero e selvaggio, la recitazione è mediocre e grigia come la Milano rappresentata. Antigone stessa, interpretata dalla bella Britt Ekland, risulta lontana dallo spessore della sua versione sofoclea: nella tragedia greca ella è fuoco, arde d’amore per il fratello e per lui affronta la morte senza celarsi, nel film ritroviamo soltanto la sua pallida ombra. Fredda, come quei corpi distesi, e pressoché inespressiva. Cosa, quest’ultima, che risulta particolarmente fastidiosa giacché la gestualità e il silenzio sono i luoghi attraverso i quali la coppia di ribelli si parla.

Neppure la colonna sonora risulta riuscita e si ha come l’impressione che essa non aderisca bene alle immagini, a tratti rendendole finanche ridicole, soprattutto le scene prettamente più tragiche e movimentate, accompagnate spesso da allegretti bislacchi: una musica straripante, come l’ha definita Merenghetti. Ma al maestro Morricone possiamo perdonare questo e ben altro.

Il film risulta più efficace in quello che è, non tanto un confronto con il mito, quanto un dialogo con esso e una necessaria ri-traduzione dopo oltre duemila anni dalla prima mise-en-scène (442 a.C. circa) in istanze e problemi nuovi, che in realtà sono i problemi dell’epoca in cui la pellicola viene concepito. Ed è in quest’ambito che il film fallisce, disattendendo quella pretesa di atemporalità verso la quale la Cavani aveva puntato e che rimane soltanto nelle sue intenzioni e negli aspetti più formali. I cannibali resta un film troppo legato al turbolento contesto sessantottino e alle incandescenti questioni ad esso intrecciate.

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“L’uomo che uccise Don Chisciotte”, o il coraggio di inseguire i propri sogni 0 475

“Don Chisciotte vive!”. In quanti ci avrebbero scommesso?

Già, perché dopo 29 anni di tentativi e di fallimenti (uno dei più incredibili casi di development hell nella storia del cinema) sembrava proprio non fosse destino per il “film maledetto” di Terry Gilliam. Ma, a dispetto di alluvioni e malattie, cambi di produzione e problemi finanziari (come in parte raccontato dal bellissimo documentario del 2002, “Lost in La Mancha”), il regista di Minneapolis, che in totale allineamento col proprio protagonista non ha mai smesso di inseguire mulini a vento, ha infine vinto la sua stessa ossessione. E così “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, già presentato in anteprima lo scorso maggio al Festival di Cannes 2018 – non prima che l’ennesimo inconveniente (la diatriba legale con il produttore Paulo Branco) ne impedisse la partecipazione al concorso –, da qualche giorno è arrivato anche nelle nostre sale.

La trama, malgrado il lunghissimo periodo di gestazione, è rimasta abbastanza fedele allo script originale.

Toby (Adam Driver) è un giovane e talentuoso regista pubblicitario che si trova in Spagna per girare uno spot con protagonista Don Chischotte. Insoddisfatto per i risultati e infastidito da adulazioni della troupe e avanches della moglie del suo capo, il demotivato regista s’imbatte nel dvd di un film amatoriale da lui stesso girato, molti anni prima, proprio in quei luoghi. Protagonista del film: sempre Don Chischotte. Investito dai ricordi, Toby decide di lasciare il set per cercare Los Sueños (questo l’indicativo nome del paesino), con la speranza di ritrovare ispirazione per lo spot, oltre che entusiasmo e amore per il proprio lavoro. Una volta raggiunto il villaggio, però, si accorge di come quel film abbia distrutto le vite di coloro che ne avevano preso parte. Dalla bella Angelica (Joana Ribeiro) – della quale Toby si era invaghito ai tempi delle riprese –, partita per Madrid con l’obiettivo di diventare attrice e ritrovatasi a fare da escort a spietati miliardari, all’anziano calzolaio Javier (Jonathan Pryce), convintosi di essere a tutti gli effetti il cavaliere errante che era stato chiamato a interpretare: entrambi caduti vittime delle illusioni generate da una pellicola “maledetta” (vi ricorda qualcosa?). Ed è proprio in seguito all’incontro con il vecchio pazzo che Toby, scambiato per il fedele scudiero di Don Chischotte Sancho Panza, s’imbarcherà in un folle viaggio che, tra bizzarrie e allucinazioni, trascinerà il disincantato regista in una realtà magica e illusoria.

In questo modo Gilliam afferra per mano lo spettatore e lo catapulta nel suo stralunato reame immaginifico. Territorio nel quale realtà e immaginazione convivono simbioticamente, alternandosi e confondendosi in maniera sempre più ambigua. Che si tratti di deliranti allucinazioni dovute al consumo di sostanze psicotrope, di misteriosi mondi immaginari raggiungibili tramite l’utilizzo di uno specchio magico, di realtà virtuali generate da ipertecnologiche reti neurali o di favolistiche visioni di un senzatetto dal passato travagliato, non c’è film del visionario regista anglo-statunitense che non presenti una progressiva deformazione della realtà e una consequenziale discesa nell’onirico.

Come nel romanzo di Cervantes il protagonista, a furia di leggere romanzi di epica cavalleresca, si convince di essere un paladino medievale, così Javier, nello studiare il copione del film giovanile di Toby, si persuade di essere Don Chischotte. Una romantica illusione all’interno della quale verrà ben presto trascinato anche il cinico Toby, un Sancho Panza sui generis. Perché forse, come vorrebbe la trama dei più classici dei romanzi picareschi, ci sarà davvero una fanciulla in pericolo da salvare. Non dalle grinfie di mostruosi giganti, ma da quelle di un terribile magnate russo. Perché forse, come dirà lo stesso Javier, Don Chischotte ­non può morire. Ci sarà sempre un cocciuto e folle sognatore che ne indosserà i panni.

“L’uomo che uccise Don Chischotte” non è soltanto un’incantevole commedia dallo straordinario potere visivo, “l’uomo che uccise Don Chischotte” è Terry Gilliam all’ennesima potenza. È un vero e proprio compendio, per estetica e tematiche, del cinema del Maestro di Minneapolis. Un’opera che non solo incontrerà il favore dei fan del regista, ma anche di tutti coloro che hanno seguito la travagliata storia di questa pellicola.

Già, perché, a ben vedere, “L’uomo che uccise Don Chischotte” è un film sul film. È un film che parla di se stesso, della propria storia. Ed è ironico pensare a quanto il soggetto – scritto chiaramente prima che Gilliam potesse sapere a quali vicissitudini sarebbe andato incontro – si adatti perfettamente alle vicende accadute nella realtà. L’ex Monty Phyton si diverte a inserire diverse allusioni meta-testuali (esilarante il riferimento alla pioggia in una delle scene finali), senza dimenticare di toccare – anche se in maniera solo incidentale – tematiche attuali come la psicosi incontrollata che il mondo occidentale vive nei confronti del pericolo terrorismo.

È inoltre inevitabile, in un’opera così fortemente autoreferenziale, tracciare dei parallelismi tra il personaggio di Toby e lo stesso Gilliam. In quest’ottica si può notare come il regista abbia voluto prendersi una bella rivincita nei confronti di produttori e industria cinematografica, messi costantemente alla berlina e ritratti in maniera poco edificante. Il tutto senza mostrare un eccesso di indulgenza nei confronti della propria controparte filmica. Perché Gilliam, al povero Toby, gliene fa capitare di tutti i colori. Lo strapazza e lo sconquassa, gettandolo in un’esasperante odissea dai risvolti grotteschi. E forse lo fa proprio per ironizzare sullo sfortunato periodo da lui vissuto durante la preparazione del film (e, in questo modo, esorcizzarlo).

In tutto questo, non passano certamente in secondo piano le gigantesche performances di Adam Driver (convincentissimo, a dispetto di quanto si potesse pensare, nelle vesti comiche di un personaggio che inizialmente era stato pensato per Johnny Depp) e del magnifico Jonathan Pryce (che proprio da Terry Gilliam fu lanciato nel 1985 in quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Brazil”).

In definitiva, al netto di un paio di difetti, quali una parte iniziale non troppo fluida e una durata leggermente eccessiva, “L’uomo che uccise Don Chiscotte” è un film da non perdere. Un film la cui stessa esistenza è testimonianza concreta del messaggio che vuole comunicare. Un film che ci esorta a essere folli, a essere sognatori.

È Terry Gilliam l’uomo che ha ucciso Don Chischotte, dopo 29 anni ci è finalmente riuscito. E, nel farlo, ci ha regalato il suo meraviglioso testamento filmico.

“Il sacrificio del cervo sacro”, il dramma disturbante che affonda le radici nella tragedia greca 0 656

A tre anni di distanza dall’acclamato The Lobster(2015), Yorgos Lanthimos torna in sala con il suo ultimo lavoro: “Il sacrificio del cervo sacro” (The Killing of a Sacred Deer”). E si tratta di un ritorno in grande stile per il mai banale cineasta ellenico che, con il tanto ambizioso quanto affascinante proposito di unire tragedia greca ed arthouse cinema, confeziona un film che tanto sta facendo parlare di sé.

Già vincitore della Palma d’Oro per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2017, “Il sacrificio del cervo sacro” rappresenta infatti un riuscito connubio tra modernità e classicità. Euripide che incontra Buñuel, Kubrick e Haneke: una premessa folle ma allo stesso tempo assolutamente intrigante. Il tutto senza “sacrificare” i principali tratti stilistici del cinema del regista greco, che ritornano puntuali in quello che potremmo definire un perturbante dramma psicologico, che riprende alcuni dei più ricorrenti tòpoi letterari della tragedia greca per riproporli in chiave contemporanea.

Un film sicuramente destinato a dividere il pubblico: c’è chi amerà le sue atmosfere ansiogene, le sue immagini disturbanti, la sua straniante tendenza a costruire una tensione apparentemente non giustificata dall’effettivo sviluppo della trama (in questo Lanthimos si dimostra degno allievo di David Lynch). Così come c’è chi non apprezzerà i suoi ritmi estenuanti, non accetterà la dimensione surreale del racconto o più semplicemente non ne comprenderà i contenuti.

Quel che è certo è che “Il sacrificio del cervo sacro” è un film che sa scavare nei recessi più reconditi dell’animo umano, fino a scoprire le tenebre che vi albergano in profondità. Un film che mette in mostra un’umanità fredda, distaccata, anaffettiva, asettica tanto quanto le ambientazioni nelle quali si sviluppa la vicenda (la lussuosa casa della famiglia protagonista e l’ospedale in cui i genitori della stessa lavorano). Un film che gioca a decostruire i legami interpersonali di una famiglia borghese, devastandola dall’interno e privandola di quelle maschere di bonomia e rettitudine che, in realtà, celano una natura mostruosa e improntata all’istinto di sopravvivenza.

Alla luce di ciò, risulterebbe sin troppo facile dire che Lanthimos abbia recepito e assimilato alla perfezione la lezione impartita da maestri del calibro di Luis Buñuel e Micheal Haneke, che più di tutti si sono fatti promotori di queste tematiche con il loro cinema. Inoltre, se del primo Lanthimos condivide l’approccio surrealista, del secondo, in questo film, il regista greco sembra aver voluto addirittura citare un’importante sequenza del celebre “Funny Games”.

La famiglia borghese che verrà devastata da un’inesorabile “giustizia divina” è quella di Steven Murphy (Colin Farrell), uno stimato cardio chirurgo con un passato da alcolista. Steven conduce, insieme all’affascinante moglie Anna (Nicole Kidman) – anch’ella dottoressa – e ai due figli adolescenti Kim e Bob, una vita agiata e apparentemente tranquilla. Almeno fino a quando non decide di invitare a casa Martin (Barry Keoghan), un misterioso ragazzo con il quale da tempo intrattiene un rapporto dalla natura non specificata. Il ragazzo impiega poco tempo per entrare nelle grazie degli altri componenti della famiglia. Soprattutto in quelle di Kim, che finisce subito per innamorarsi di lui. Ben presto il comportamento di Martin, che si scopre essere il figlio di un paziente avuto in cura da Steven e morto sotto i ferri durante un’operazione da lui condotta, si farà sempre più inquietante ed invadente. Fino a quando un morbo inspiegabile si abbatterà su Bob prima e Kim poi. Un morbo che, stando a quanto un Martin sadicamente compiaciuto rivelerà a Steven, presto colpirà anche Anna. L’incurabile malattia ha un decorso rapido e inesorabilmente fatale. Steven verrà dunque messo di fronte a una scelta diabolica da Martin: l’unico modo per fermare il progredire della malattia sarà sacrificare uno dei tre famigliari, in modo da guarire definitivamente gli altri due e salvarli da morte certa.

Ed ecco che lo spettatore si ritrova invischiato in una vera e propria tragedia greca (con tanto di coro) camuffata da thriller. Lanthimos, omaggiando e recuperando la tradizione del suo Paese, riprende stilemi tragici classici quali il tema dell’espiazione delle colpe dei padri che ricadono sui loro figli, del sacrificio a soddisfacimento di un Dio crudele e sanguinario, dell’inesorabilità di un fato incontrollabile per gli uomini e di una giustizia primordiale concepita come retribuzione (occhio per occhio, dente per dente). Nello specifico, a essere citata a più riprese (in un’occasione addirittura in maniera testuale) è l’Ifigenia in Aulide di Euripide, nella quale la dea Artemide chiede ad Agamennone di sacrificare in suo onore la figlia Ifigenia, al fine di calmare una tempesta e permettere all’esercito Greco di raggiungere Troia.

Allo stesso modo Steven, colpevole della morte del padre di Martin per via dei problemi di alcolismo che lo portarono ad operarlo in stato di ebbrezza, dovrà scegliere quale dei suoi famigliari sacrificare per salvare la vita degli altri due.

E qui Lanthimos si diverte a frantumare il microcosmo famigliare, lanciando i suoi membri in una deviata competizione che offre in premio la sopravvivenza. Dimenticando qualsiasi affetto e legame parentale Anna e i suoi due figli proveranno a ingraziarsi Steven, per far sì che la scelta finale di quest’ultimo non ricada su di loro. Da qui verrà fuori tutta la disumanità, il cinismo, l’egoismo, l’istinto di autoconservazione di personaggi con i quali, in fin dei conti, riesce difficile empatizzare e condividere il tormento per il dramma che stanno vivendo. Sicuramente non per un padre che non ammette le sue colpe e non accetta il peso delle sue responsabilità (neanche una volta chiede a Martin di uccidere lui – unico vero responsabile dell’ira vendicativa del ragazzo ­– e lasciare in pace moglie e figli, del tutto estranei alla vicenda). Neanche per una madre che arriverà addirittura a suggerire al marito di risparmiarla poiché, in quanto donna ancora fertile, potrà sempre “rimediare” alla perdita di uno dei due figli.

A fornirci uno spaccato ancor più evidente di questo mondo freddo e anaffettivo (dove persino i rapporti sessuali assumono dei connotati perversamente vicini alla necrofilia) ci pensa la recitazione distaccata e talvolta quasi inespressiva dei bravissimi attori coinvolti. Colin Farrell (che già aveva lavorato con Lanthimos in “The Lobster”) riesce a rendere alla perfezione l’inadeguatezza di un uomo incapace di venire a patti con se stesso e con le sue colpe, finendo per rimediare in modo goffo e inefficace alle conseguenze da queste scaturenti (la maniera in cui tenta di occuparsi di Martin nella prima parte del film o quella con la quale affronta la malattia dei figli nella seconda). Strepitosi anche la Kidman, come sempre a suo agio in ruoli di donne orgogliosamente altezzose e cinicamente algide, e il giovane Barry Keoghan, estremamente convincente nella parte del problematico Martin.

A corollario di quanto detto, come non soffermarsi sulla chirurgica regia di Lanthimos che, anche grazie al sapiente utilizzo di una colonna sonora da brividi, riesce a tenere alto l’interesse dello spettatore, mantenendolo in bilico in una condizione di costante ansia e attesa? La simmetria geometrica delle inquadrature e l’utilizzo sapiente di grandangoli, carrelli e zoom-in non può non riportare alla mente lo stile registico di Kubrick (tra l’altro, a conferma del potere visivo del Cinema dell’artista inglese, ogni volta che la Kidman si aggira in déshabillé di fronte a uno specchio risulta impossibile non ripensare alla celeberrima scena di “Eyes Wide Shut”). Ovviamente Lanthimos ci mette anche del suo, con disturbanti close-up di toraci spalancati e vertiginose inquadrature a strapiombo dall’alto, che procurano un voluto senso di vertigine e smarrimento in uno spettatore lasciato in balia dell’impatto scombussolante delle immagini che gli vengono presentate.

Un cinema viscerale quello di Lanthimos, che in questo suo ultimo lavoro arriva anche ad allinearsi a una maggiore fruibilità, grazie anche ai toni da thriller e all’utilizzo di un cast di stelle di Hollywood. In definitiva “Il sacrificio del cervo sacro” è uno dei film più interessanti di questa stagione cinematografica, nonché una gradita conferma per uno degli autori più intriganti e talentuosi attualmente in circolazione.

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