Old-fashioned Cinema Club presents: I Cannibali 0 142

Palesemente ispirato all’Antigone di Sofocle, I cannibali conduce lo spettatore ad una realtà alternativa impossibile da collocare nello spazio e nel tempo, grazie alla regia sfocata di Liliana Cavani al suo terzo lungometraggio e ad una scrittura esile affidata alle interpretazioni di Britt Eklard, l’Antigone protagonista del dramma, Pierre Clementi nelle sembianze di Tiresia e il buon Tomas Milian nel ruolo secondario di Emone, figlio del primo ministro (un Creonte senza nome) e fidanzato di Antigone.

Film senza dubbio ambizioso, ma reggerà l’inevitabile confronto con il dramma sofocleo?


Non ho avuto un matrimonio, non ho avuto canti di nozze, mi sposerò laggiù con le acque della morte.
[Sofocle, Antigone vv. 814-816, trad. Davide Susanetti]

Milano tace rinchiusa nelle sue grigia mura, le sue strade vuote e grigie ad eccezione di quei corpi privi di vita, lasciati a marcire per divenire il monumento e il monito del potere costituito, di un nuovo ordine che trova nella morte, nell’annientamento dell’altrui il suo pilastro e manifesto. Tutto è normale ed inquietante: la gente legge il giornale, si siede nella metropolitana per andare a lavoro. I cadaveri sono ancora lì abbandonati alla loro decomposizione la quale, nell’indifferenza generale, li priva di ciò che resta nella loro umanità. Sono i corpi dei giovani che hanno osato sollevare gli occhi contro il potere e sfidarlo. È la morte per evitare altra morte, come spesso si sente ripetere per bocca dell’autorità.

Polinice è uno dei tanti, riverso con il volto sul marciapiede mentre la sua carne fredda si mescola alla polvere, buttato a casaccio di fronte ad un bar pieno di gente che bada alle proprie cure ed ansie quotidiane. La sorella Antigone, come nell’omonima tragedia sofoclea, non riesce a sopportare l’onta e il dolore; ciò che le resta da fare è dunque togliere quel cadavere de-umanizzato dalla strada e ricondurlo ad uno stato di natura, farlo ritornare uomo almeno nell’eterno riposo dandogli quegli onori funebri di cui era stato privato. Il compito è tutto fuorché facile: Antigone viene trattata alla stregua di un’appestata e il seme malato che diffonde è quello della ribellione e la ribellione conduce alla morte. Questa è difatti la legge ufficiale, crudelmente ostentata e propagandata alla televisione e nelle mura della città: ovunque il cittadino possa essere circuíto e, conseguentemente, ricondotto nel gregge di questa artefatta normalità.

I Cannibali

Uno strano Tiresia, che con il vecchio e cieco indovino del mito non ha nulla da spartire, è l’unico che si offre di aiutare Antigone nella sua battaglia contro il sistema. Un Tiresia giovane e bello che parla una lingua incomprensibile fatta di versi, che forse egli stesso non comprende, lontana dalle rielaborate retoriche di cui l’autorità si serve per giustificare sé stessa. Insieme portano il cadavere del fratello caduto sulle sponde di un fiume ignoto, lontano delle opprimenti arie di una città asettica e simmetrica, un ritorno alla natura e ad una sacralità scabra e muta.

La sepoltura di Polinice è la scena più bella dell’intero film e forse la più fedele al mito, non tanto nell’azione in sé quanto nello spirito: la coppia condivide un’ultima cena con il morto, Tiresia spezza il pane e lo condivide nel silenzio con i commensali insieme all’acqua e alla vite, simboli di energia vitale e, quindi, di una dignità riconquistata; Antigone bacia infine il cadavere sulle labbra ed è il bacio non solo di una sorella, ma anche di un’amante. Ella condannata ad una morte senza nozze, riconosce nel fratello il suo unico ed indicibile amore. Ella è pur sempre la figlia di Edipo, membro di una famiglia, i Labdacidi, maledetta da una parentela stravolta, da un peccato innominabile e ignominioso.

Lógos contro érgon: la parola del potere e l’atto della ribellione

Compiuto l’irreparabile, i due si lanciano in una corsa disperata e folle, senza vestiti addosso: due veri e propri selvaggi inseguiti dalla polizia senza sosta finché il loro erratico viaggio si arresta tra le braccia dell’autorità da cui stanno fuggendo. Per Antigone inizia così un calvario ben noto di abusi da parte del potere, torture ed umiliazioni, mentre Tiresia viene relegato in mezzo ai pazzi. Il potere rifiuta di riconoscerlo come umano: egli non parla una lingua comune, è un capellone smilzo e barbuto, l’aspetto e la gestualità ricordano più un enfant sauvage che una persona civile e difatti egli viene ribattezzato Mowgli, il ragazzo della giungla che non sa stare all’interno del perimetro delle norme sociali.

Non vi è dialogo tra le parti, né può esservi: i due ribelli lo rifiutano annullando quello che è l’unico mezzo che l’autorità offre loro, la parola. Antigone e Tiresia riconoscono solo l’azione e il film è un continuo happening di cose ed eventi come la stessa regista lo ha definito. I due nemmeno parlano tra di loro, comunicano tra un gesto e l’altro, nell’incrocio delle loro vivide iridi. Non vi è necessità linguistica, la loro è una forma pura e perfetta di dialogo, come gli angeli del De Civitate Dei di Agostino la cui comunicazione avviene telepaticamente. Il passaggio alla parola si costituisce così come una forma di corruzione del linguaggio, imperfetta e distorta, così come lo è la retorica di cui il potere abusa in continuazione. Il rifiuto della parola è quindi anch’esso stesso atto, un incisivo atto di ribellione ed accusa pienamente consapevoli.

Nell’atto e nella retorica si materializza il tragico epilogo di Antigone e Tiresia, fucilati in pubblica piazza mentre il potere pontifica: l’ordine è stato ristabilito.

Attuale inattuale

I cannibali è un film pensato come atemporale: la Milano che osserviamo potrebbe essere una qualsiasi metropoli di qualsiasi decade, gli outfit e le scenografie sono anonime e prive di una definita dimensione perché possano vivere diacronicamente. Le scelte registiche, perfettamente azzeccate dalla Cavani, rispondono a questa esigenza. Ciò risulta particolarmente evidente soprattutto nell’uso di un grosso teleobiettivo da 750 con il quale è girato l’intero film e, in virtù del quale, la realtà catturata è confusa, i dettagli sulla scena si confondono l’uno con l’altro rendendo il tutto di difficile identificazione: una realtà sfocata e impressionista. I dialoghi pressoché inesistenti, laddove presenti, non concedono nessuna storicizzazione perché I cannibali, nella sua assenza di presente, dev’essere sempre presente.

Una sola nota dolente per quanto riguarda l’aspetto tecnico: ad esclusione di Pierre Clementi (Tiresia), che è perfetto nel ruolo di straniero e selvaggio, la recitazione è mediocre e grigia come la Milano rappresentata. Antigone stessa, interpretata dalla bella Britt Ekland, risulta lontana dallo spessore della sua versione sofoclea: nella tragedia greca ella è fuoco, arde d’amore per il fratello e per lui affronta la morte senza celarsi, nel film ritroviamo soltanto la sua pallida ombra. Fredda, come quei corpi distesi, e pressoché inespressiva. Cosa, quest’ultima, che risulta particolarmente fastidiosa giacché la gestualità e il silenzio sono i luoghi attraverso i quali la coppia di ribelli si parla.

Neppure la colonna sonora risulta riuscita e si ha come l’impressione che essa non aderisca bene alle immagini, a tratti rendendole finanche ridicole, soprattutto le scene prettamente più tragiche e movimentate, accompagnate spesso da allegretti bislacchi: una musica straripante, come l’ha definita Merenghetti. Ma al maestro Morricone possiamo perdonare questo e ben altro.

Il film risulta più efficace in quello che è, non tanto un confronto con il mito, quanto un dialogo con esso e una necessaria ri-traduzione dopo oltre duemila anni dalla prima mise-en-scène (442 a.C. circa) in istanze e problemi nuovi, che in realtà sono i problemi dell’epoca in cui la pellicola viene concepito. Ed è in quest’ambito che il film fallisce, disattendendo quella pretesa di atemporalità verso la quale la Cavani aveva puntato e che rimane soltanto nelle sue intenzioni e negli aspetti più formali. I cannibali resta un film troppo legato al turbolento contesto sessantottino e alle incandescenti questioni ad esso intrecciate.

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“Suspiria” di Luca Guadagnino. Una complessa e sofisticata rilettura del classico di Dario Argento 0 239

«We live again», canta Thom Yorke in una delle scene conclusive del film. «Riviviamo», per l’appunto. Così come, a più di quarant’anni di distanza, rivive “Suspiria”: vero e proprio cult del cinema horror, firmato dal maestro Dario Argento e ora rivisitato (o forse dovremmo dire stravolto) da Luca Guadagnino (Call Me by Your Name,A Bigger Splash,“Melissa P.”).

Già, perché questo remake ha il grande merito di prendere le giuste distanze dall’originale, conscio dell’impossibilità – oltre che della sostanziale inutilità – di replicarne in maniera fedele e ossequiosa stile e tematiche. Questo fa di “Suspiria” un rifacimento sensato e legittimo, a differenza delle tante trovate commerciali alle quali spesso siamo stati abituati (anche perché di commerciale questo film ha ben poco). Guadagnino è sì un grande fan di Argento, e di quest’opera in particolare, ma allo stesso tempo è anche un autore con una poetica personale e distintiva. Cosa che gli permette di offrirci un’inedita declinazione della storia che già tutti conosciamo.

E che, anche in questo caso, vede una giovane ballerina americana, Susie Bannion (Dakota Johnson), trasferirsi in Germania per frequentare una prestigiosa accademia di danza, che ben presto si rivelerà teatro di misteri sovrannaturali e orrori indicibili. Ma, a ben vedere, i punti di contatto tra le vicende raccontate dal film del 1977 e dal remake del 2018 si esauriscono qui. Complice l’innovativa e strutturata sceneggiatura di David Kajganich (The Terror), che riprende il soggetto originale per poi svilupparlo sotto tutt’altra luce.

E proprio di luce sarebbe impossibile non parlare, trovandoci di fronte al remake di un film che faceva della sua particolare fotografia un tratto distintivo, nonché principale codice di lettura. Se l’opera di Argento si caratterizzava per l’utilizzo vibrante ed estremo di colori primari quali il verde e il rosso, in una sorta di psichedelico caleidoscopio cromatico, quella di Guadagnino utilizza una palette di colori molto più ampia, ma meno aggressiva. Laddove la fotografia di Argento, accesa ed esplosiva, rispecchiava esteticamente la ferocia della pellicola, quella di Guadagnino, tenue e sbiadita, rende alla perfezione l’immagine di una Berlino fredda e rarefatta, quasi come sospesa nelle nebbie del tempo.

Discorso simile potrebbe esser fatto per le musiche, laddove l’iconica colonna sonora progressive dei Goblins, insistente e martellante, lascia spazio alla voce spettrale di Thom Yorke (Radiohead) e alle sue melodie morbide e ipnotiche.

Tutto nel remake di Guadagnino procede verso la ricerca di una maggiore sofisticatezza. Complice anche una dilatazione dei tempi non indifferente (152’ contro i 94’ dell’originale), che permette una trattazione più accurata e caratterizzante dei personaggi. Come ad esempio quello di Susie, della quale ci viene offerta una back story che tanta importanza avrà nel preparare il terreno al colpo di scena finale, ricollegandosi a un concetto di maternità insistentemente riproposto durante tutta la durata del film. O come le inedite figure del professor Klemperer e di sua moglie (interpretata da Jessica Harper, la Susie Bannion “originale”). Senza dimenticare le streghe, che qui ritroviamo sotto tutt’altra veste. Guadagnino è meno sbrigativo di Argento sotto questo aspetto: pur non raccontandoci nulla o quasi della loro storia, ci fa entrare a più riprese nella loro quotidianità. Ce le mostra indaffarate in faccende domestiche, impegnate in chiacchiere da bar, divise dalle politiche interne della loro congrega. In altre parole, ci mostra il loro lato umano più che quello demoniaco. Per questo non risulterà del tutto insensato, a un certo punto della storia, provare una certa empatia nei confronti di Madame Blanc (una Pina Bausch sui generis interpretata da una splendida Tilda Swinton).

Ma, rispetto alla pellicola originale, più di ogni altra cosa è la danza ad assumere tutt’altro tipo di rilevanza. Essa è il tramite attraverso il quale si diffonde il potere demoniaco delle streghe. Essa è lo strumento di tortura da loro utilizzato per punire chi osa ribellarsi. Ed è in questa interessante sovrapposizione tra arte e magia che la coreografia di uno spettacolo diventerà la stessa di un delirante e prorompente rito sabbatico (impeccabilmente diretto da Guadagnino).

Un remake meno feroce e più sofisticato, quindi. Ma anche più complesso, laddove Guadagnino e Kajganich decidono di introdurre due elementi quasi del tutto assenti nell’originale: Storia e mitologia.

Nel primo caso Guadagnino, seguendo le orme di Guillermo del Toro (bravo come nessuno a intrecciare racconto fantastico e Storia con la “s” maiuscola), contestualizza storicamente e politicamente una vicenda che non a caso non è più ambientata a Friburgo (come nell’originale), ma a Berlino. La Berlino del c.d. “autunno tedesco”, divisa da un muro verso il quale la telecamera indugia di continuo. Una città pervasa da strascichi post-bellici non ancora del tutto smaltiti e scossa da un terrore più terreno (gli attentati della banda Baader-Mehinoff) di quello che si sta consumando nella Tanz Academy. Tutti elementi che sono più che una semplice cornice narrativa, ma parte integrante della narrazione stessa.

Luca Guadagnino, regista di Suspiria (2018)

Così come parte integrante è l’affascinante mitologia esoterico-religiosa delle tre Madri (Suspiriorum, Lacrimarum e Tenebrarum) che è, allo stesso tempo, un riferimento diretto all’omonima trilogia cinematografica di Argento.

Questo fa del “Suspiria” di Guadagnino un film più ricco e stratificato rispetto a quanto non lo fosse l’originale. Più arthouse e meno opera di genere. Più film d’autore e meno dell’orrore (anche se nei rari momenti in cui spinge verso questa direzione Guadagnino sa scatenarsi, dando vita a sequenze di grande impatto visivo). Non per questo un film migliore (non dimentichiamoci che senza il capolavoro di Argento non esisterebbe neanche questo rifacimento), ma sicuramente un’opera con una sua dignità, una sua valenza, una sua ragion d’essere. Perché “Suspiria” si può considerare un remake solo sulla carta, ed è proprio questa la sua forza. Non è il “Suspiria” di Dario Argento secondo Luca Guadagnino, è il “Suspiria” di Luca Guadagnino.

“7 sconosciuti a El Royale”, un avvincente thriller corale che strizza l’occhio a Tarantino 0 247

Non sono mai banali i film di Drew Goddard. Certo, non sono neanche numerosissimi, se si considera che questo “7 sconosciuti a El Royale” è appena il suo secondo lavoro, a sei anni di distanza da “Quella casa nel bosco”. Di sicuro più corposa l’esperienza accumulata nelle vesti di sceneggiatore e produttore, sia televisivo (“Lost”, “Buffy”, “Daredevil”) che cinematografico (svetta la nomination agli Oscar 2016 per la miglior sceneggiatura con “Sopravvissuto” – “The Martian). Tuttavia, già nel 2012, il giovane autore statunitense aveva dimostrato tutto il suo talento dietro la macchina da presa. Già, perché “Quella casa nel bosco” rappresentò un esordio tanto folle quanto esaltante. Un film fuori dagli schemi, costantemente in bilico tra orrore e commedia, capace di portare avanti un’originale analisi meta-testuale sulle regole grammaticali e sui cliché dell’horror statunitense e di impreziosire il discorso con un citazionismo colto e una velata critica sociale. Due elementi che ritroviamo anche in “7 sconosciuti a El Royale”, sebbene cambino genere di riferimento (non più horror, bensì pulp) e ambientazione (non più l’America moderna, ma quella di fine anni ’60).

1969. Quattro viaggiatori – un anziano prete (Jeff Bridges), una cantante afro-americana (Cyntha Erivo), un loquace venditore di aspirapolveri (Jon Hamm) e una scostante hippie (Dakota Johnson) – giungono a El Royale, un lussuoso ma ormai dimenticato albergo/casinò, situato lungo il confine tra California e Nevada. Ad attenderli il giovane concierge della struttura (Lewis Pullman). Non ci vorrà molto prima di scoprire che i quattro avventori e il custode, ai quali si aggiungeranno in seguito altri due personaggi (interpretati da Cailee Spaeny e Chris Hemsworth), nascondono molti più segreti di quanto non vogliano dare a vedere. Un po’ come l’enorme struttura che li ospita: ed ecco che tra specchi unidirezionali, refurtive nascoste, telecamere segrete e bobine compromettenti lo spettatore verrà trascinato all’interno di un coinvolgente noir ricco di colpi di scena.

La premessa di un gruppo di sconosciuti dalle identità ambigue, bloccati all’interno dello stesso luogo in un clima di reciproco sospetto e crescente tensione non può non suscitare un immediato e istintivo collegamento con “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. Ma i rimandi al padre del genere pulp non si esauriscono qui. Basti pensare alla maniera in cui viene sviluppata la narrazione: divisa in capitoli e affidata al punto di vista di diversi personaggi, portando in questo modo lo spettatore a rivivere lo stesso evento sotto diverse prospettive (come avviene, appunto, in “The Hateful Height”), oltre che intervallata da lunghi flahback (come avviene ne “Le Iene”) che aiutano a conoscere le backstories dei protagonisti. Se a questo si aggiungono una certa verbosità nei dialoghi e un finale sanguinario a colpi di pistole, ecco che il parallelismo di cui sopra si dimostra ancor più legittimo.

Ma, d’altronde, che Goddard fosse un regista estremamente citazionista lo si era già intuito guardando “Quella casa nel bosco”. Film col quale, però, aveva anche dimostrato una sapiente e accurata conoscenza degli schemi e dei meccanismi del genere di riferimento (in quell’occasione, peraltro, capovolto e destrutturato). Cosa che conferma in questo suo secondo film che, proprio per tale motivo, sarebbe ingeneroso etichettare come uno dei tanti cloni del filone “tarantiniano”. Goddard assimila le lezioni impartite dal regista di “Pulp Fiction” e “Kill Bill”, per poi rielaborarle in base al proprio stile, facendo sì che “7 sconosciuti a El Royale” si presenti come una divertente e divertita variazione sul tema, piuttosto che una sbiadita e spersonalizzata imitazione.

Un film che, pur essendo un’opera di genere che fa dell’intrattenimento il suo fine primario, dimostra di possedere una certa impronta autoriale. Le scene di tensione sono gestite ottimamente, i numerosi jump scare sono quasi sempre imprevedibili e mai gratuiti e il dilatamento temporale di alcune sequenze (come quella che vede la cantante Darlene esibirsi per coprire le losche attività di “ricerca” di padre Flynn) conferisce alle stesse intensità e magnetismo. La regia di Goddard è curata e dettagliata e l’ottima scenografia contribuisce a far sì che l’hotel all’interno del quale si svolge l’intera vicenda diventi un vero e proprio protagonista della storia, al pari dei sui sette ospiti/prigionieri.

Certo, né la scrittura dei dialoghi (forse un po’ troppo appesantita nelle scene iniziali) né la caratterizzazione dei personaggi (che in alcuni casi tradisce qualche piccola incongruenza) raggiunge i livelli a cui Tarantino ci ha da tempo abituati, ma nel complesso “7 sconosciuti a El Royale” si dimostra un film sicuramente riuscito. Un film che coinvolge lo spettatore in un’appassionata indagine alla scoperta della vera natura di personaggi ambigui e contraddittori, che vengono presentati sotto una luce che muterà completamente una volta comprese le vere motivazioni che si pongono alla base delle loro azioni.

Il tutto ponendo sullo sfondo una serie di tematiche sociali indissolubilmente legate all’America di quegli anni: dagli orrori ereditati dalla guerra del Vietnam alla fascinazione per le sette “mansoniane”, dalla serpeggiante discriminazione razziale in sfavore degli afroamericani alla paranoia e all’ossessione per la sorveglianza e l’intercettazione. Il tutto tirando in ballo personaggi come Nixon e (forse) J. F. K.

Meritevoli di menzione l’ottima prova offerta dalla cantante Cynthia Erivo, in un ruolo che inizialmente era stato pensato per Beyoncé, e del decano Jeff Bridges, che come sempre si conferma una sicurezza. Tutto sommato convincente anche la prestazione offerta da Chris Hemsworth (che già aveva lavorato con Goddard in Quella casa nel bosco), nei panni inediti di un cattivo sadico e seducente.

In definitiva, “7 sconosciuti a El Royale” è un più che sufficiente noir dalle venature pulp che tiene sulla corda lo spettatore per tutti i suoi 141’ grazie ad una narrazione piena di colpi di scena e misteri da svelare. Dopo aver giocato a smontare e rimontare l’horror e aver omaggiato Tarantino, misurandosi in un lavoro dalle più alte ambizioni di botteghino, chissà cosa ci sarà da aspettarsi da Drew Goddard per il futuro. Quel che è certo è che non si tratterà di qualcosa di banale.

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