Old-fashioned Cinema Club presents: I Cannibali 0 634

Palesemente ispirato all’Antigone di Sofocle, I cannibali conduce lo spettatore ad una realtà alternativa impossibile da collocare nello spazio e nel tempo, grazie alla regia sfocata di Liliana Cavani al suo terzo lungometraggio e ad una scrittura esile affidata alle interpretazioni di Britt Eklard, l’Antigone protagonista del dramma, Pierre Clementi nelle sembianze di Tiresia e il buon Tomas Milian nel ruolo secondario di Emone, figlio del primo ministro (un Creonte senza nome) e fidanzato di Antigone.

Film senza dubbio ambizioso, ma reggerà l’inevitabile confronto con il dramma sofocleo?


Non ho avuto un matrimonio, non ho avuto canti di nozze, mi sposerò laggiù con le acque della morte.
[Sofocle, Antigone vv. 814-816, trad. Davide Susanetti]

Milano tace rinchiusa nelle sue grigia mura, le sue strade vuote e grigie ad eccezione di quei corpi privi di vita, lasciati a marcire per divenire il monumento e il monito del potere costituito, di un nuovo ordine che trova nella morte, nell’annientamento dell’altrui il suo pilastro e manifesto. Tutto è normale ed inquietante: la gente legge il giornale, si siede nella metropolitana per andare a lavoro. I cadaveri sono ancora lì abbandonati alla loro decomposizione la quale, nell’indifferenza generale, li priva di ciò che resta nella loro umanità. Sono i corpi dei giovani che hanno osato sollevare gli occhi contro il potere e sfidarlo. È la morte per evitare altra morte, come spesso si sente ripetere per bocca dell’autorità.

Polinice è uno dei tanti, riverso con il volto sul marciapiede mentre la sua carne fredda si mescola alla polvere, buttato a casaccio di fronte ad un bar pieno di gente che bada alle proprie cure ed ansie quotidiane. La sorella Antigone, come nell’omonima tragedia sofoclea, non riesce a sopportare l’onta e il dolore; ciò che le resta da fare è dunque togliere quel cadavere de-umanizzato dalla strada e ricondurlo ad uno stato di natura, farlo ritornare uomo almeno nell’eterno riposo dandogli quegli onori funebri di cui era stato privato. Il compito è tutto fuorché facile: Antigone viene trattata alla stregua di un’appestata e il seme malato che diffonde è quello della ribellione e la ribellione conduce alla morte. Questa è difatti la legge ufficiale, crudelmente ostentata e propagandata alla televisione e nelle mura della città: ovunque il cittadino possa essere circuíto e, conseguentemente, ricondotto nel gregge di questa artefatta normalità.

I Cannibali

Uno strano Tiresia, che con il vecchio e cieco indovino del mito non ha nulla da spartire, è l’unico che si offre di aiutare Antigone nella sua battaglia contro il sistema. Un Tiresia giovane e bello che parla una lingua incomprensibile fatta di versi, che forse egli stesso non comprende, lontana dalle rielaborate retoriche di cui l’autorità si serve per giustificare sé stessa. Insieme portano il cadavere del fratello caduto sulle sponde di un fiume ignoto, lontano delle opprimenti arie di una città asettica e simmetrica, un ritorno alla natura e ad una sacralità scabra e muta.

La sepoltura di Polinice è la scena più bella dell’intero film e forse la più fedele al mito, non tanto nell’azione in sé quanto nello spirito: la coppia condivide un’ultima cena con il morto, Tiresia spezza il pane e lo condivide nel silenzio con i commensali insieme all’acqua e alla vite, simboli di energia vitale e, quindi, di una dignità riconquistata; Antigone bacia infine il cadavere sulle labbra ed è il bacio non solo di una sorella, ma anche di un’amante. Ella condannata ad una morte senza nozze, riconosce nel fratello il suo unico ed indicibile amore. Ella è pur sempre la figlia di Edipo, membro di una famiglia, i Labdacidi, maledetta da una parentela stravolta, da un peccato innominabile e ignominioso.

Lógos contro érgon: la parola del potere e l’atto della ribellione

Compiuto l’irreparabile, i due si lanciano in una corsa disperata e folle, senza vestiti addosso: due veri e propri selvaggi inseguiti dalla polizia senza sosta finché il loro erratico viaggio si arresta tra le braccia dell’autorità da cui stanno fuggendo. Per Antigone inizia così un calvario ben noto di abusi da parte del potere, torture ed umiliazioni, mentre Tiresia viene relegato in mezzo ai pazzi. Il potere rifiuta di riconoscerlo come umano: egli non parla una lingua comune, è un capellone smilzo e barbuto, l’aspetto e la gestualità ricordano più un enfant sauvage che una persona civile e difatti egli viene ribattezzato Mowgli, il ragazzo della giungla che non sa stare all’interno del perimetro delle norme sociali.

Non vi è dialogo tra le parti, né può esservi: i due ribelli lo rifiutano annullando quello che è l’unico mezzo che l’autorità offre loro, la parola. Antigone e Tiresia riconoscono solo l’azione e il film è un continuo happening di cose ed eventi come la stessa regista lo ha definito. I due nemmeno parlano tra di loro, comunicano tra un gesto e l’altro, nell’incrocio delle loro vivide iridi. Non vi è necessità linguistica, la loro è una forma pura e perfetta di dialogo, come gli angeli del De Civitate Dei di Agostino la cui comunicazione avviene telepaticamente. Il passaggio alla parola si costituisce così come una forma di corruzione del linguaggio, imperfetta e distorta, così come lo è la retorica di cui il potere abusa in continuazione. Il rifiuto della parola è quindi anch’esso stesso atto, un incisivo atto di ribellione ed accusa pienamente consapevoli.

Nell’atto e nella retorica si materializza il tragico epilogo di Antigone e Tiresia, fucilati in pubblica piazza mentre il potere pontifica: l’ordine è stato ristabilito.

Attuale inattuale

I cannibali è un film pensato come atemporale: la Milano che osserviamo potrebbe essere una qualsiasi metropoli di qualsiasi decade, gli outfit e le scenografie sono anonime e prive di una definita dimensione perché possano vivere diacronicamente. Le scelte registiche, perfettamente azzeccate dalla Cavani, rispondono a questa esigenza. Ciò risulta particolarmente evidente soprattutto nell’uso di un grosso teleobiettivo da 750 con il quale è girato l’intero film e, in virtù del quale, la realtà catturata è confusa, i dettagli sulla scena si confondono l’uno con l’altro rendendo il tutto di difficile identificazione: una realtà sfocata e impressionista. I dialoghi pressoché inesistenti, laddove presenti, non concedono nessuna storicizzazione perché I cannibali, nella sua assenza di presente, dev’essere sempre presente.

Una sola nota dolente per quanto riguarda l’aspetto tecnico: ad esclusione di Pierre Clementi (Tiresia), che è perfetto nel ruolo di straniero e selvaggio, la recitazione è mediocre e grigia come la Milano rappresentata. Antigone stessa, interpretata dalla bella Britt Ekland, risulta lontana dallo spessore della sua versione sofoclea: nella tragedia greca ella è fuoco, arde d’amore per il fratello e per lui affronta la morte senza celarsi, nel film ritroviamo soltanto la sua pallida ombra. Fredda, come quei corpi distesi, e pressoché inespressiva. Cosa, quest’ultima, che risulta particolarmente fastidiosa giacché la gestualità e il silenzio sono i luoghi attraverso i quali la coppia di ribelli si parla.

Neppure la colonna sonora risulta riuscita e si ha come l’impressione che essa non aderisca bene alle immagini, a tratti rendendole finanche ridicole, soprattutto le scene prettamente più tragiche e movimentate, accompagnate spesso da allegretti bislacchi: una musica straripante, come l’ha definita Merenghetti. Ma al maestro Morricone possiamo perdonare questo e ben altro.

Il film risulta più efficace in quello che è, non tanto un confronto con il mito, quanto un dialogo con esso e una necessaria ri-traduzione dopo oltre duemila anni dalla prima mise-en-scène (442 a.C. circa) in istanze e problemi nuovi, che in realtà sono i problemi dell’epoca in cui la pellicola viene concepito. Ed è in quest’ambito che il film fallisce, disattendendo quella pretesa di atemporalità verso la quale la Cavani aveva puntato e che rimane soltanto nelle sue intenzioni e negli aspetti più formali. I cannibali resta un film troppo legato al turbolento contesto sessantottino e alle incandescenti questioni ad esso intrecciate.

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Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 769

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

Love Death + Robots, la nuova antologia animata di Netflix 0 741

Love Death + Robots‘ è una serie di animazione antologica per adulti creata da Tim Miller con la co-produzione con altri nomi importanti del cinema hollywoodiano, come David Fincher, regista di ‘Alien 3′ e ‘Uomini che Odiano le Donne‘ – per intenderci. La serie ha debuttato su Netflix il 15 marzo 2019 con diciotto episodi tutti autoconclusivi e dalla durata mutevole. Infatti, con una media di dieci minuti a episodio, andiamo dai più lunghi di diciassette minuti circa ai più corti di a malapena sei minuti.

In Italia, oramai, le generazioni degli anni ’90 sono abituate ad accostare la parola “animazione” alla parola “adulto”. È da sempre che i canali Mediaset ci propinano animazione seriale d’oltre oceano come Simpson e Griffin; con Netflix invece abbiamo scoperto titoli ancora più impegnati come Rick & Morty e Bojack Horseman, in grado di stravolgere ulteriormente la nostra considerazione del prodotto “cartoon”. Questa nuova serie targata Netflix ricerca ancora più delle altre un target maturo e consapevole. Non sarebbe inutile far vedere il prodotto ad un ragazzino, anche se le varie scene di nudo e di sesso – oltre che di violenza – potrebbero sembrare inopportune a qualche mamma un po’ apprensiva. Ma il prodotto non nasce specificatamente per un pubblico di ragazzi e adolescenti e sarebbe bello se, piuttosto, si riuscisse a convincere qualche over40 a dargli una chance sperando che riescano a vedere Love Death + Robots prestando l’attenzione che merita e con la dovuta serietà, abbattendo la grande credenza italica “Cartone = roba per bambini”.

Infatti, di episodio in episodio, ci rendiamo sempre più conto che, con una cornice sci-fi o fantasy, le storie che ci vengono raccontate sono tutt’altro che adatte ad un pubblico giovane, forse non ancora del tutto in grado di comprenderne certe sfumature, e che l’uso di quella cornice è solo un modo per dare ancora più potenza visiva e valore ai concetti espressi. Ogni episodio affronta tematiche simili; un po’ – direbbero alcuni – come Black Mirror ci parla del rapporto tra uomo e tecnologia, ma, al contrario dell’altra serie antologica, questa non si concentra su un’unica tematica, partendo da un concetto diverso quale “amore, morte più tecnologia”. La parola Robot è fuorviante, soprattutto quando la tecnologia diviene solo il collante per approfondire molti campi della natura umana: dalla filosofia esistenzialista al rapporto tra uomo e uomo, si parla di tutto ciò a cui l’umano è sensibile. Difatti, Love, Death + Robots si discosta molto dalla vincente serie inglese, fatta eccezione per la sigla praticamente identica. Cambia totalmente, quindi, il significato di quel “+” nel titolo, che non diventa congiunzione: la serie non vuole parlare per forza del rapporto che gli umani hanno con i loro artifici ma, piuttosto, di come questi artifici siano di contorno alle vicende degli uomini, vicende di amore e morte, un po’ come fece Marquez con il romanzo ‘L’amore ai tempi del colera‘”.

l’impianto narrativo di L.D + R è però lontanissimo da quello dello scrittore spagnolo, avvicinandosi invece a quello di un noto autore statunitense degli anni ’50: Frederic Brown. Brown è il padre dello stile “short short stories”, ovvero di racconti molto brevi, a volte di poche pagine, che tendono a fare credere una “realtà” al lettore per poi stravolgerla completamente nel finale col solito plot twist. Qualcuno potrebbe aver letto a scuola uno dei suoi scritti più famosi: ‘La Sentinella’. Lo stesso processo è compiuto davvero abilmente in questa serie – considerando che è molto più facile ingannare uno spettatore con le parole, omettendo le immagini – la quale sa offrire finali sconvolgenti, o che almeno lasciano un po’ di sorpresa.

Passiamo da puntate più action – come ‘The secret war’ e ‘Shape-shifter‘ -, in cui sparatorie e combattimenti sono protagonisti e dove viene utilizzata un’animazione che rasenta il foto-realismo, a quelle più dialogate e riflessive – come ‘When the Yogurt take over’ e ‘Zima Blue’ –, nelle quali, al contrario, l’animazione è più ricercata e grottesca. Ogni puntata è scritta, diretta e animata da persone e case di animazione diverse e di diversa nazionalità. La serie sembra infatti essere un’antologia su cosa ne pensano i Paesi coinvolti nel progetto su questa o quella tematica, incentrando il tutto sullo stile grafico che vogliono “esportare”.

Lontani nel tempo e senza alcun nesso fra di loro, alcuni episodi vi faranno piangere, alcuni vi faranno ridere a crepapelle, altri vi entusiasmeranno e altri ancora vi lasceranno con un profondo dolore nelle viscere – ‘Three robots‘ in assoluto è quello che fa più male. Non tutte le puntate sono allo stesso livello di genialità; alcune, come ‘Sucker of Souls’ e ‘The dump‘, sono decisamente bruttine e un po’ fuori tema. Ma, nel complesso, il prodotto è ottimo e capace tanto di far riflettere e commuovere quanto di intrattenere e divertire. La particolarità della serie è anche il suo punto forte, ovvero il minutaggio: diciotto episodi della durata media di dieci minuti si guardano in un pomeriggio o si gustano poco a poco nel giro di qualche serata. L’impianto classico di 45/50 minuti a puntata, oltre a diventare un grande spreco di tempo quando si tratta di serie longeve, ha cominciato ad annoiare e a spostare l’attenzione di spettatori come il sottoscritto su altri prodotti.

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Una scena di Three Robots

Se vogliamo trovare dei difetti complessivi alcuni ce ne sono, sebbene siano esclusivamente legati al format: il poco approfondimento psicologico dei personaggi, ad esempio, conseguenza del poco tempo a disposizione per ogni storia; sempre a causa della durata, parti iniziali inevitabilmente spiegose e introduttive: ogni puntata, dovendo per forza di cose raccontare un mondo e personaggi sempre diversi, ricorre spesso al fastidioso e abusato “voice off”, la voce fuori campo del narratore onnisciente. Tuttavia, sono piccole imperfezioni che ci faremo andare bene, in quanto le serie sa farsi perdonare con i suoi molti pregi, il più importante dei quali è sicuramente la sua originalità come progetto e formato.

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