Old-Fashioned Cinema Club presents: The Gangster 0 480

Un fulmine si staglia sullo schermo, tracciando attraverso di esso un obliquo e serpeggiante percorso fatto di tratti spessi e rigidi; un cielo fumido e greve abbraccia l’intera scena, poi il titolo: esso appare nei suoi eleganti e bianchi caratteri. Le nuvole fanno ancora da sfondo, la pioggia e ogni avversa condizione atmosferica che l’immaginario umano assoccia a notti di tempesta e travaglio interiore. Si tratta di una mera apertura ad effetto? No: i limpidi flutti e le iridescenti lance di Zeus accompagneranno ogni scena del film con ossessiva devozione. No, la presenza oppressiva del maltempo è una cupa costante, la vera cornice che abbraccia gli eventi narrati che contribuisce a creare l’atmosfera di grevità e angoscia che il film emana.

The Gangster (in italiano tradotto con Violenza, con vaga metamorfosi del titolo), è un noir di un’altra epoca, era l’anno 1947 dell’era cristiana, di un’altra estetica fondata su antinomie perfettamente tangibili e palpabili, corrispondenze tra suoni, immagini, parole e finanche travagli interiori. Il rapporto speculare tra il cielo in tempesta e i moti dell’animo del gangster che dà titolo al film esemplifica perfettamente tale concetto: nella pioggia si aprirà la sua parabola, nella pioggia essa troverà la sua tragica fine.

Di che parabola si tratta? Ecco, in questa direzione il film si muove su percorsi già ampiamente trattati: Shubunka (Barry Sullivan) è un criminale, il Gangster di cui sopra, e la narrazione complessiva, la cornice entro cui le maschere danzano, concerne nient’altro che una banale lotta di potere tra le nuove leve della criminalità e il potere consolidato. La dicotomia tra le due parti si consuma tra la spregiudicatezza dei primi e la neghittosa calma del secondo.

Chi è Shubunka? Egli è  l’indiscusso protagonista della pellicola, il re di Neptune Beach, dalle cui ombre emana i suoi editti. Vive da solo nel suo bell’appartamento, arredato con stile più sobrio di quello che ci si aspetterebbe da un gangster, lontano dagli sproloqui chiassosi della moderna estetica criminale. La stessa eleganza di Shubunka si esprime in un doppio livello e contribuisce a corroborarne l’attrattiva: il suo modo di comunicare laconico e persuasivo, sia nelle forme della comunicazione orale, sia nel linguaggio del corpo fatto di una gestualità quieta e statica.

Ciò che vediamo dinanzi a noi è una roccia il cui cuore appare inscalfibile e nella silenziosa stasi del suo volto scorgiamo vivide tracce di apatia che, tuttavia, verrà gradualmente corrotta in una spirale in discesa. Solo una cicatrice solca la sua guancia, che altrimenti la pellicola in bianco e nero, e il trucco, restituirebbe virginea come la luna leopardiana.

Shubunka è un duro d’altri tempi, di quelli seri che non fanno una battuta nemmeno per errore. Egli gestisce ogni racket intorno alla zona della Neptune Beach, lo fa da solo: è il tipo d’uomo che tiene in mano ogni redine della sua vita, privata e non. Lo fa da anni, lo rivendica orgogliosamente: il potere conduce alla solitudine.

Il primo momento in cui ci accorgiamo che abbiamo dinanzi a noi nient’altro che un uomo, polvere ed ossa, si compie quando il gangster passeggia tra le tenui dune di sabbia, nei percorsi non tracciati della spiaggia, con l’amata, l’astro nascente Nancy (Belita), la ragazza dal volto puro incorniciato in quei riccioli puerili e biondi: il suo amore, la sua debolezza. È l’unico momento in cui non vi è poggia e il cielo è limpido. Serenità astrale che corrisponde alla serenità dell’animo del nostro protagonista, benché quest’ultima sia effimera. Non manca tuttavia l’elemento idrico, che fino ad ora è stato protagonista delle esterne: le onde scorrono nel loro perenne flusso e con esse l’iconico rumore del loro infrangersi contro la terra. Così come le onde scorrono alla rinfusa, così i pensieri e le sue malinconie, espresse in una delle più classiche forme dell’introspezione: il ricordo.

I saw a man and a girl kissing. Embracing. Funny I don’t know. It’s nothing, small thing. I don’t think I’ll ever forget.

Da quel fondamentale momento, che non a caso occupa la sezione centrale della pellicola  è una ineludibile discesa.  La lotta per il potere si intensifica incarnata perlopiù da Cornwell, una sua antitesi un po’ più sorridente, sicura di sé, più platealmente arrogante, come solitamente lo è un giovane in ascesa. Gangster come lui, ma pieno d’ambizione. Se Shubunka è la stasi di chi oramai ha consolidato il suo potere e non ha ragione di correre freneticamente, Cornwell rappresenta esattamente questa frenesia e tensione verso il potere a cui ambisce.

Ogni piccola sottotrama va via via stringendosi in un unico continuum narrativo, una corrente che diviene un tutt’uno impetuoso e forte e che inevitabilmente trascina con sé Shubunka relegandolo ad ineluttabile destino il cui compimento è la sua stessa morte la quale, con tragica ironia, avviene per un malinteso, quando sembrava che almeno la vita egli avesse salvato, dopo aver perduto i propri affari, tradito peraltro da colei a cui aveva rivelato le sue più profonde intimità.

The Gangster è un noir spiccatamente introspettivo. Le vicende che ruotano intorno a Neptune Beach costituiscono una mera, ma efficace, cornice con lo scopo di creare la pesante atmosfera che attornia il film dall’inizio alla fine. Quella stessa pesantezza d’animo del suo protagonista che va progressivamente svuotandosi e incrinandosi fino al crollo finale di un piccolo uomo tradito, in primo luogo da sé stesso, e fatto a pezzi.

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L’atto d’amore definitivo di Tarantino nei confronti del cinema 0 353

«Ma nelle pagine della storia, di tanto in tanto, il fato si ferma a guardarti e ti tende la mano…cosa diranno i libri di storia?»

Sta tutto qui, in questa battuta pronunciata dallo spietato colonnello delle SS Hans Landa, il senso di “Bastardi senza gloria”. Il cult del 2009 con il quale Quentin Tarantino riscrisse la Seconda Guerra Mondiale, raccontando la caduta del regime nazista per mano di un gruppo di mercenari e di una ragazza desiderosa di vendetta. Una storia nella Storia, dunque, capace di alterare il corso degli eventi, restituendo allo spettatore una versione alternativa rispetto a quella originale. Spettacolare e soddisfacente. Una riscrittura resa possibile grazie all’utilizzo di un mezzo dallo straordinario potere: il cinema (non è un caso che l’alto comando del III Reich trovasse la propria fine all’interno di una sala cinematografica). Cinema che Tarantino ama più di ogni altra cosa al mondo, come i suoi film da sempre testimoniano.

Non fa certamente eccezione “C’era una volta a…Hollywood”, nono lungometraggio del cineasta statunitense, che riprende la formula “storia nella Storia” di Bastardi Senza Gloria. Lo fa riportandoci indietro di cinquant’anni, nell’assolata Los Angeles del 1969, dove, nella notte dell’8 agosto, si consumò l’efferato e tristemente noto “omicidio Tate”. Ma il film di Tarantino vuole essere tutt’altro che una ricostruzione, per quanto fantasiosa, dell’eccidio di Cielo Drive, i quali fatti s’incastrano solo collateralmente all’interno della trama principale.

Una trama che vede protagonisti Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt), rispettivamente la star di telefilm western anni ‘50 e la sua storica controfigura. Due personaggi in difficoltà, che con affanno cercano di rimanere al passo con i cambiamenti che in quegli anni stavano stravolgendo Hollywood (e, in generale, l’America intera). Rick, attore in declino e dedito ai vizi, non riesce a compiere il tanto agognato “salto” che dalla televisione lo farebbe approdare al cinema. Complice anche l’incapacità di comprendere l’evoluzione dei suoi tempi (disprezza gli “spaghetti western” e il movimento hippie), Rick è incastrato in ruoli marginali e ripetitivi, che lo portano a temere per il proseguo di una carriera ormai in crisi. Come lo è anche quella di Cliff che, allontanato dai set per via di una (esilarante) rissa con Bruce Lee e sospettato di uxoricidio, ha dovuto riciclarsi nei panni di autista/tuttofare del suo amico Rick. Due falliti, simbolo di un’America retrograda e reazionaria – arroccata nelle sue tradizioni e minacciata dai fermenti e dalle novità del momento – che si riscopriranno eroi sui generis in questa che, come già il titolo vuole suggerire, si presenta come una vera e propria fiaba moderna.

E come in ogni fiaba che si rispetti ci sarà una fanciulla da salvare. Non una principessa, ma una vicina di casa, bellissima e famosa. L’attrice Sharon Tate (Margot Robbie), della quale Tarantino sembra volerci trasmettere tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’incanto di una giovane donna trapiantata in un posto da sogno. Che rischierà, però, di diventare un incubo.

Così come in “The Hateful Eight”, Tarantino limita l’azione e la violenza (sempre volutamente posticcia e poco realistica) all’atto conclusivo. Non prima di aver restituito allo spettatore una lunga, dettagliata, didascalica diapositiva del cinema del periodo – nello specifico, quello di serie B –. Un cinema che Tarantino ama e nei confronti del quale si produce in una serie infinita di citazioni e omaggi. Nulla di nuovo, per un regista che si è sempre distinto per una certa autoreferenzialità. Ma l’impressione è che mai come in questo caso Tarantino abbia voluto fare un film prima di tutto per se. Anche perché, più che in passato, si diverte a disseminare rimandi e riferimenti interni all’universo filmico creato da lui stesso con le sue opere passate (tra l’altro, chiamando a raccolta molti dei suoi attori feticcio).

Ed è forse questo il difetto maggiore di un ottimo film che, però, non riesce a essere grandioso. Almeno non quanto capolavori del calibro di Pulp Fiction, Le Iene o Jackie Brown. Già, perché se cinefili incalliti e tarantiniani doc, presumibilmente, finiranno per amare “C’era una volta a…Hollywood”, i non appartenenti a queste prime due categorie potrebbero, invece, trovarlo lento e poco comprensibile. Complice anche la mancanza di un intreccio vero e proprio e l’assenza di dialoghi memorabili (da sempre dimostrazione massima della grandezza di Tarantino).

D’altro canto l’autore, pur rinunciando alla solita verbosità, riesce ancora una volta a presentarci dei personaggi riuscitissimi. Dei personaggi che vuole farci amare tanto quanto lui ama loro e che decide di seguire in qualsiasi momento, anche il più superfluo, delle loro giornate. Ed ecco che osserveremo Rick ripassare delle battute a bordo piscina nella sua lussuosa abitazione, Cliff preparare la cena al proprio cane, Sharon entrare in un cinema per vedere un film con lei protagonista, spiando le reazioni del pubblico in sala. Tutto è rilevante ai fini del racconto del quotidiano che Tarantino mette in scena. Un racconto che passa al setaccio il mondo dell’industria cinematografica (un po’ come fatto dai fratelli Coen qualche anno fa nel loro “Ave, Cesare!”), tenendo conto non solo di attori e registi, ma anche di produttori e stuntman (figura per la quale Tarantino già in passato aveva dimostrato grande interesse).

“C’era una volta a…Hollywood” è, a tutti gli effetti, un atto d’amore spassionato di un regista nei confronti del suo lavoro. Del suo mondo. Della storia di questo  mondo. Ed è, soprattutto, una sorta di summa tarantiniana che sintetizza e condensa in 160 minuti quasi trent’anni di carriera. Si è vociferato che questo potesse essere l’ultimo film di Quentin Tarantino. Pare, invece, che il regista di Knoxville voglia arricchire la sua filmografia con un decimo titolo. Se anche così non fosse “C’era una volta a…Hollywood” rappresenterebbe la coerente conclusione di una carriera interamente dedicata alla celebrazione e alla venerazione di un’unica grande musa: il cinema.

Cinzella Festival: ritorna la mitica pecorella 0 447

L’Associazione Culturale AFO6 – Convertitori di idee in collaborazione con RADARConcerti e con il patrocinio di APULIA film Commission, annuncia i protagonisti del Cinzella Festival, il festival dedicato a musica e cinema che si terrà dal 17 al 20 agosto a Grottaglie (TA), nell’incantevole e unico scenario delle Cave di Fantiano, per la direzione artistica dell’attore Michele Riondino.

Cinzella è il festival dedicato alla musica e al cinema che lo scorso anno è diventato un autentico polo di attrazione artistica e culturale tra le splendide colline murgiane e i profondi lembi di mare della penisola jonico-salentina. Una scommessa vinta grazie a una line up di eccellenze musicali e alle rassegne cinematografiche d’autore legate a musica e arte. Questa nuova edizione avrà luogo alle Cave di Fantiano di Grottaglie, location dall’inestimabile valore paesaggistico, costellata di scenari mozzafiato: una ex cava di tufo ora divenuta un parco naturale dalle caratteristiche uniche, palcoscenico di eventi e manifestazioni culturali di rilievo nazionale. 

Cinzella Festival deve il suo nome a una figura molto nota alla cultura popolare tarantina. Cinzella, infatti, è stata una celebre “accompagnatrice” di uomini e di adolescenti, una donna così speciale da rimanere impressa nella memoria collettiva. Il logo del festival è la pecora, un tributo a un fatto di cronaca legato alla prima culla del festival, la Masseria Carmine di Taranto, divenuto simbolo dell’inquinamento dopo che, tra il 2008 e il 2010, sono stati abbattuti 600 ovini contaminati dalla diossina. Proprio lì, nel 2017, è nato il Cinzella Festival, in una splendida masseria persa in una valle di ulivi e diventata la speranza di una rinascita, di una “ventata” di cambiamento per la città e per l’intera provincia.

17 AGOSTO – BATTLES, I HATE MY VILLAGE, DIGITALISM dj set

BATTLES, ovvero la Networked Band: un progetto capace di combinare arte, sperimentazione e tecnologia nella musica, in un’unica esclusiva data italiana per presentare in anteprima il nuovo album in uscita in autunno per Warp Records. Nato nel 2002 dalle menti del batterista John Stanier (Helmet e Tomahawk), del chitarrista e tastierista Ian Williams (Don Caballero e Storm & Stress) e del chitarrista David Konopka (Lynx), il (super)gruppo unisce avanzi prog al rock più sperimentale, per sonorità segnate dall’era post industriale e computerizzata.

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Battles

Gli special guest della serata saranno gli I HATE MY VILLAGE. Fabio Rondanini (batteria di Calibro 35, Afterhours) e Adriano Viterbini (chitarra di Bud Spencer Blues Explosion e molti altri) presentano questo loro nuovo progetto che testimonia l’amore viscerale dei due per la musica africanaun amore nato sui palchi – accompagnando maestri quali Bombino e Rokia Traoré – e poi cresciuto in sala prove con la curiosità di chi ha costantemente voglia di contaminarsi e divertirsi nell’ampliare il proprio orizzonte. Alberto Ferrari (Verdena) si inserisce con la sua inconfondibile vocalità donando all’amalgama strumentale un ulteriore elemento capace di unire mondi – apparentemente lontani – che in I Hate My Village sembrano coesistere da sempre.

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I Hate My Village

Seguirà DIGITALISM dj set, i re del clubbing mondiale fin dalla fondazione nel 2004, in console per chiudere all’insegna delle danze la serata di inaugurazione del Cinzella Festival.

18 AGOSTO – WHITE LIES, MARLENE KUNTZ

White Lies presenteranno dal vivo il nuovo album Five, uscito il 1° febbraio per PIAS Recordings, che festeggia i dieci anni della band. Il disco vede un’energia rinnovata nella creatività del trio londinese, ancora una volta capace di allargare i suoi territori sonori dall’electro rock al synth pop. Il risultato è un album importante e ambizioso, che segna il capitolo più maturo della discografia dei White Lies, nei testi e nella sperimentazione musicale.

Marlene Kuntz festeggeranno sia i trent’anni di attività che il ventennale del loro terzo disco Ho Ucciso ParanoiaUn viaggio a ritroso ricco di emozioni che per qualcuno potranno anche trasformarsi in nostalgia, ma densa di vitalità positiva e rigenerante: lo faranno con 10 concerti doppi (da cui 30-20-10MK al quadrato), un primo tutto acustico e un secondo elettrico, per un totale di quasi tre ore di spettacolo. 

“Abbiamo deciso di portare avanti l’esperimento fatto lo scorso ottobre a Milano, quando un pubblico attento ed emozionato ci seguì in queste due nostre dimensioni. Allora fu un esperimento, ora sarà una conferma, assecondando il desiderio di portare in giro per l’Italia la doppia anima che è insita nel nostro stesso nome.”

(Marlene Kuntz)
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19 AGOSTO – AFTERHOURS

A sorpresa, dopo poco più di un anno dalla memorabile e ormai storica data del 10 Aprile 2018 al Forum di Assago da cui, lo ricordiamo, è stato tratto un CD/DVD live dal titolo “NOI SIAMO AFTERHOURS” la band capitanata da MANUEL AGNELLI ha recentemente annunciato la partecipazione al Sonic Park Festival di Bologna, il 18 Luglio. Oggi, a distanza di qualche settimana, gli Afterhours ci sorprendono di nuovo dando notizia di una seconda, ultima ed esclusiva data per il 2019.
Saranno le sole due opportunità per vedere su un palco la band milanese che ha scelto, dopo il Forum, di prendersi un lungo periodo di lontananza dalle scene.
La location scelta è il Cinzella Festival di Grottaglie (TA) nell’incantevole scenario delle Cave di Fantiano, e la data è fissata per il 19 Agosto.

“Abbiamo scelto Taranto perchè negli ultimi anni ci siamo particolarmente legati a questa città. Taranto vive di grandi contraddizioni ma negli ultimi anni grazie anche al lavoro di molti artisti ed operatori culturali liberi si sta rilanciando alla grande e noi siamo felici di fare parte in qualche modo di questo rilancio”, dice la band. “Ci sembrava inoltre un gesto rispettoso e affettuoso nei confronti di tutti i fan del sud Italia che avranno così modo di vederci dal vivo dopo un lungo periodo di assenza”.

(Afterhours)
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20 AGOSTO – FRANZ FERDINAND

Pietra miliare dell’indie pop, Franz Ferdinand hanno pubblicato il 9 febbraio 2018 Always Ascending.
Prodotto da Philippe Zdar dei Cassius
, il disco rinnova ma non tradisce le radici indie pop/rock dei FF e fa innamorare di sé pubblico e critica.  “Always Ascending is, everywhere you look, a record driven by vim, vigour and ideas, and plenty of Kapranos’ idiosyncratic way with a lyric.” (NME) Always Ascending è solo l’ultimo tassello di una carriera iniziata con l’indimenticabile esordio discografico Franz Ferdinand (2004) che ha portato la band a essere considerata oggi un’istituzione della musica alternative e uno dei progetti più illuminanti del nuovo millennio musicale

Come ogni anno, il Cinzella avrà poi una sezione dedicata al cinema d’autore. Verranno presto annunciati nuovi nomi in cartellone musica. Per info e aggiornamenti vi rimandiamo alla pagina Facebook e Instagram dell’evento.

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