“Ollolanda”: Fabio Celenza produce la prima hit di Giorgia Meloni 0 4590

È bastata una Stratocaster al fianco di Giorgia Meloni per creare quello che potrebbe essere definito “il primo singolo del Presidente di Fratelli d’Italia”.

Su LA7, in diretta, la Meloni spiega il suo punto di vista sulla questione immigrazione; parlando di Olanda, sbarchi, mosse estreme e vere e proprie lotte in mare degne di un pirata, sostenendo di voler affondare le navi straniere che illegalmente varcano i confini della propria terra. In più, però, durante la puntata dà spunto a terzi per la produzione della sua prima hit musicale: “Ollolanda”.

Il singolo viene creato e prodotto dall’ormai famoso Fabio Celenza, un doppiatore – ma soprattutto genio – che è diventato famoso grazie ai doppiaggi al leader dei Rolling Stones, Mick Jagger. La canzone in questione, dalle chiare influenze brasiliane, è stata proposta dapprima nel programma Propaganda Live. In seguito, il video è stato pubblicato sul canale Youtube dello stesso Celenza e, attraverso una Fender Stratocaster e delle scale musicali, amplifica il messaggio dell’imperatrice di Fratelli d’Italia.

Ma la Meloni non è nuova a queste vicende e, soprattutto, alla satira di Propaganda Live, col programma che per diverse puntate di fila ha riproposto in chiave musicale un altro suo discorso, questa volta sul Global Compact: Emma Marrone, Jovanotti e Samuel dei Subsonica sono i tre artisti che hanno messo in musica le parole della deputata. A seguire, in un’altra puntata, l’attore Valerio Mastandrea ha interpretato il testo in chiave drammatico-teatrale. Il risultato, inutile dirlo, è tutto da ridere.

Una strategia, quella di associare il pensiero politico al mondo della musica, che porterà sicuramente l’attuale Governo alle elezioni…in un eventuale cartone animato di Celentano.

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Once Liam Gallagher, forever Liam Gallagher 0 152

I live for now, not for what happens after I die

Vivo per l’oggi, non per quello che succederà quando morirò”. Esordiva così davanti ai giornalisti, con una delle sue solite massime, l’Oasis nostalgico: Liam Gallagher. Un continuo susseguirsi di atteggiamenti “ribelli” per creare quel personaggio duro e rock ‘n’ roll che è rimasto impresso nell’immaginario di tutti noi. Ma Liam è davvero così?

Torniamo un attimo indietro al 2009. Quell’anno, per un fan sfegatato degli Oasis, è stato un colpo al cuore; come perdere un parente caro. Da quel momento in poi i fratelli Gallagher si divisero, ognuno andò per la sua strada accompagnato dal proprio ego e dal forte orgoglio che li contraddistingue. Un sentimento eccessivo che sembra appartenere sempre meno al fratello più piccolo, Liam. Dal 2009 sono successe molte cose nelle loro vite: entrambi, senza ripensamenti, hanno portato avanti la propria carriera musicale. Noel iniziò a esibirsi da solista e nel luglio del 2011 formò “Noel Gallagher’s High Flying Birds”. Nel caso di Liam sono stati tre gli avvenimenti degni di nota: per iniziare, i successi maggiori rispetto a quelli del fratello; un documentario con grande consenso e una figlia incontrata dopo vent’anni. Tre elementi che hanno mostrato un Liam Gallagher diverso da quello che ci mostrano continuamente i media e da quello che lo stesso ha mostrato – per questioni d’immagine, probabilmente – nel corso degli anni.

noel gallagher liam gallagher

Il suo ultimo lavoro, “Why me? Why not?”, è un album che mostra un uomo sensibile e soprattutto nostalgico di un passato che non ritornerà – e lo sa bene – ma che continua ad apparire come una costante nella sua vita, influenzandola sempre di pi, non solo professionalmente parlando. “Why me? Why Not?” è un disco pieno di amore e di odio e un esempio è la traccia “One of Us”: una canzone con un testo indirizzato a una persona che gli ha chiuso le porte in faccia. Piena di riferimenti alla famiglia, all’amicizia e al senso di appartenenza; non può che far pensare a Noel, il fratello che non vuole riunire gli Oasis; lo stesso che ha alimentato un lungo litigio mediatico per le tracce musicali degli Oasis nel documentario su Liam: As it Was. Per voi chi è il fratello arrogante e odioso?

Dal documentario si nota – ed è normale direi – un certo risentimento di Liam nei confronti di Noel e, allo stesso tempo, sommando quanto detto dallo stesso durante le interviste e attraverso i propri testi, ciò che emerge è un Liam diverso da quello che credevamo. Ogni brano del suo ultimo lavoro rafforza questa teoria ma uno su tutti risalta la tesi: Once. La traccia, presentata per la prima volta attraverso il documentario, mostra un aspetto caratteriale a tanti sconosciuto e da molti mal interpretato. Once è sentimentalità, romanticismo, fragilità e soprattutto riflessione; una delle canzoni migliori di Liam a detta dello stesso.

Il testo narra di un ritorno al passato, ai momenti che non si ripetono e che vorresti ri-concretizzare dopo anni, con l’illusione e la speranza che tutto possa ritornare come prima senza distorsioni dettate dai cambiamenti che il passare del tempo comporta. Un pezzo che abbandona l’arroganza riscontrabile in molti testi del cantautore inglese e, soprattutto, un brano che probabilmente l’allontanerà sempre di più. Un profondo e ulteriore sguardo al passato; all’adolescenza, agli amori, a quando i rapporti con Noel erano buoni. Una canzone con la C maiuscola che rimanda alle ovvie influenze Lennoniane, alle atmosfere di Wonderwall e, purtroppo per lui, a quel che stato è che mai più sarà…

It was easier to have fun back when we had nothing
Nothing much to manage
Back when we were damaged
Sometimes the freedom we wanted feels so uncool
Just clean the pool
And send the kids to school

Questa è Once e chi la canta è il vero Liam.

“Ceppeccàt”, la Sossio Banda racconta l’uomo in un disco perfetto 0 271

Superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia e avarizia; un vizio capitale per brano, con il fine di analizzare l’uomo moderno attraverso i suoi peccati, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le conseguenze dietro le scelte pilotate dai vizi stessi. Fin dai tempi di Aristotele i vizi e le virtù hanno permesso di tracciare i confini all’interno delle società, di individuare di volta in volta chi è l’essere umano e di identificare la “naturale” contrapposizione che andava crearsi e ad intensificarsi: quella dell’uomo alla volontà di Dio.
Il titolo scelto dalla Sossio Banda per il loro ultimo lavoro è Ceppeccàt, un titolo emblematico che in dialetto barese significa “che peccato” e che, soprattutto, ha un doppio significato: “che peccato” per l’uomo, “c’è peccato” dell’uomo. La band, composta da 6 musicisti e nata a Gravina (BA) nel 2008, ha un repertorio molto particolare, incentrato sulla propria tradizione regionale e su un sound originale e innovativo; Ceppeccàt, molto probabilmente, ha le sembianze del loro picco artistico.

Un album variegato, frizzante, con sonorità balcaniche contrapposte a sound malinconici dettati da ritmi incalzanti e dai suoni e crudi del contrabbasso. Sette tracce che prendono le fattezze di un’osservazione di secondo ordine; abbandonando i termini tecnici: un’analisi che si rispecchia nel personaggio di Palomar di Italo Calvino (esempio tra i tanti). Uomini moderni che osservano e analizzano altri uomini moderni, l’osservatore che viene osservato, con i sette vizi capitali come punti di riferimento. La Superbia nei confronti dell’ambiente e del mondo animale, che sta portando lentamente all’autodistruzione; l’Invidia che serpeggia e mortifica qualsiasi iniziativa distruggendo i rapporti umani; l’Accidia che ha a che fare direttamente con lo scorrere inesorabile del tempo il quale, stanco di vedersi trascorrere inutilmente, diventa egli stesso accidioso; l’Ira che tante vittime ha provocato nella storia dell’umanità ma che allo stesso tempo ha dato la forza a milioni di individui di emanciparsi e conquistare valori universali come la libertà, la democrazia e la dignità personale; la Lussuria che sistematicamente si presenta e primeggia in un mondo guidato e governato da essa; l’Avarizia che regala una vita misera fondata sul terrore del futuro, in cambio di una morte da ricchi; e infine la Gola, fame di potere e denaro, ingordigia di pochi individui che si arricchiscono e speculano a discapito della maggioranza. Insomma, un contenuto ispirato dal libro “I vizi capitali e i nuovi vizi”, scritto dal professore Umberto Galimberti.

Dietro lo spirito creativo della band vi è la tradizione, “illustrata” attraverso strumenti tipici delle bande pugliesi che riproducono melodie “mediterranee” – contesto di scambio e di confronto per la banda pugliese – e soprattutto l’utilizzo del dialetto; il cosiddetto “vernacolo”, una lingua parlata di un luogo o di una regione che, in molti casi, si identifica con il dialetto. Quest’ultimo sta al centro del loro repertorio ma, all’interno del lavoro, ad alcune tracce è lasciato l’italiano, quella che viene definita dalla banda come “la lingua ufficiale, lo scheletro su cui si sorregge la nostra identità come nazione” e che lascia al vernacolo il compito di divenire e accentuare l’espressione dell’anima, della bellezza e della diversità delle tante comunità italiane.

Sette tracce che danno inizio alle danze attraverso un sound balcanico, fatto di trombe e atmosfere danzanti aventi lo scopo di introdurre la splendida voce di Loredana Savino, da sempre Lead Voice del gruppo. Ritmi che non fanno altro che ripetersi, attraverso diverse ed originali forme nei successivi sei brani. Ceppeccàt è un lavoro profondo, con un significato non di poco conto che – come la musica anempatica nel cinema – va a creare una sorta di paradosso con il contenuto presente nel testo. Frasi pesanti che descrivono l’uomo moderno non certo nella migliore delle sue condizioni e che, allo stesso tempo, non riescono a farti smettere di ballare attraverso melodie tranquillamente definibili “alienanti”; di quelle che nelle sere d’estate ti fanno danzare spensierato sotto il palco, con gli occhi al cielo e i pensieri, per un attimo che sembra infinito, nel dimenticatoio.

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