One Hot Minute e la seconda vita del figlio bistrattato dei Chili Peppers 0 3773

Fino a qualche anno fa avremmo tranquillamente potuto dire che, tra gli undici lavori in studio pubblicati dalla band, i Red Hot Chili Peppers avrebbero depennato volentieri One Hot Minute dalla lista, troppo legato ad un periodo oscuro, fatto di eroina, depressione e segnato dall’abbandono di John Frusciante. Il sesto album del gruppo californiano non ha mai goduto della stessa gloria e dello stesso prestigio di qualsiasi altro loro lavoro, al punto da non inserirne più nessuna canzone in scaletta per il resto della carriera, creando un vero e proprio tabù. Tabù rotto nelle ultime uscite live, quando sono stati riproposti, a distanza di vent’anni, brani come Aeroplane e My Friends, fortemente voluti dal nuovo chitarrista Josh Klinghoffer.

La storia nasce in Giappone, nel 1992, durante il tour di Blood Sugar Sex Magik, poche ore prima dell’esibizione a Omiya. Frusciante, ormai impossibilitato dal gestire tutto il successo generato dall’album, spesso in contrasto con i membri del gruppo e ormai dipendente dall’eroina, decide lasciare i Red Hot per dedicarsi ad una carriera solista che, in tre anni, lo porterà a pubblicare due album. Ma prima verrà convinto dal manager a suonare negli ultimi due spettacoli nipponici. Alla domanda su come annunciare l’abbandono risponderà “dite semplicemente che sono impazzito“.

Uno degli ultimi scatti della band prima dell’abbandono di Frusciante. Da sinistra a destra: Flea, Frusciante, Kiedis, Smith.

Da qui, inizierà la ricerca spasmodica del sostituto, e rimpiazzare una mente brillante come Frusciante si rivelerà una vera e propria impresa. Per continuare il tour ci si avvalse di Arik Marshall dei Marshall Law, ma lavorare su un album con un chitarrista ‘non all’altezza’ era impensabile. Dopo vari provini e annunci su giornali locali, definiti da Kiedis come “perdite di tempo“, la scelta ricadde su Dave Navarro, tenebroso chitarrista dei Jane’s Addiction, che proprio l’anno prima avevano deciso di terminare il loro percorso musicale, disastrati anche loro – tanto per cambiare – da diatribe interne e problemi di droga.

One Hot Minute nacque quindi da questa scelta, in un periodo poco felice per la band: Anthony Kiedis aveva ripreso, dopo un periodo di disintossicazione, a fare uso di eroina molto più pesantemente di prima, a causa di un’anestesia a base di oppiacei durante una visita dentistica; l’abbandono di Frusciante, sempre per motivi legati alla droga, aveva scosso tutti i membri del gruppo, soprattutto lo stesso Kiedis, che si ritrovò di lì a poco a far fronte ad un blocco dello scrittore. In più, Navarro non entrò mai davvero nelle grazie dei Peppers, criticandone costantemente i metodi compositivi, facendo uso costante di cocaina (per Kiedis era una ‘brutta influenza’ per la band) e per la visione musicale molto scostante rispetto alla band. La mancanza di chimica portò inevitabilmente, pochi anni dopo il rilascio del disco, all’acida rottura, presa benissimo da Navarro (“Non sono arrabbiato, tranquilli, ma dovrete convivere con l’idea che un giorno vi ammazzerò“).

La band con Navarro in uno dei pochi scatti reperibili dell’epoca

Così, nel giro di un anno, l’album uscì nel 1995 e fu un discreto successo di critica – non equiparabile però al precedente BSSM – vendendo 7 milioni di copie. Il genio di Frusciante fu sostituito dall’energia di Navarro; i Peppers sembravano aver preso una piega più metal, cupa, mantenendo però la loro base funky che tanta fortuna gli aveva portato. Il difficile periodo che i Red Hot stavano affrontando emerse particolarmente in alcune canzoni; Warped, il pezzo di apertura, è quasi una richiesta d’aiuto del cantante, ormai rientrato nel giro dell’eroina.

My tendency for dependency is offending me,
It’s upending me
I’m pretending see to be strong and free
From my dependency
It’s warping me

Ma anche tanti altri pezzi di qualità: Aeroplane, ode alla musica in ogni sua forma: My Friends, ballad piena di sentimento (qualcuno urlò alla ‘parte 2’ di Under the Bridge); Tearjerker, dolcissimo brano tributo al frontman dei Nirvana, scomparso tempo prima, grandissimo amico della band.
A distanza di quasi venticinque anni, possiamo dire che One Hot Minute non ha nulla da invidiare a tutti gli altri lavori della formazione losangelina e che la voglia di mettersi in gioco di Klinghoffer sta dando una seconda, meritatissima vita ad un album trascurato prima dalla band e poi dai fans. Nonostante si discosti parecchio dal sound dei Chili Peppers, il disco è comunque il risultato del lavoro di quattro ottimi musicisti: le influenze dark e psichedeliche lo rendono più unico che raro, soprattutto nel contesto della band californiana, e quello che ci viene da dire è che senza quest’album i Peppers non sarebbero mai stati davvero i Peppers.

In foto, Flea e Kurt Cobain qualche anno prima della scomparsa del cantante

L’epilogo, infine, lo conosciamo tutti: la sinergia del gruppo si stava andando perdendo; gli scontri tra Navarro e gli altri componenti erano sempre più accesi e culminarono quando, in sala prove, si accennò all’allontanamento del chitarrista per i suoi problemi di droghe e il diniego di questi a entrare in riabilitazione. Pesantemente sotto effetto di droghe e alcool, Navarro cadde su un amplificatore, rendendo ancora più palese il bisogno di cambiamento. Quando tutto sembrava perduto e Flea iniziava a dubitare del futuro come band, si fece l’ultimo tentativo: far rientrare Frusciante nel gruppo. Era l’aprile del ’98 e l’ex chitarrista aveva passato gli ultimi cinque anni a disintossicarsi dall’eroina. Dopo un incontro col resto della band si decise di mettere i dissapori da parte e tornare alla formazione precedente, che di lì a poco avrebbe regalato al mondo una pietra miliare della musica: Californication. Ma questa è un’altra storia.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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