“Per tutti questi anni”: il passionale esordio di ZuiN, tra cantautorato moderno e alternative anni ’90 0 97

Si intitola “Per tutti questi anni” il disco d’esordio di ZuiN, il progetto solista dell’ex frontman dei Ninfeanera (Massimo Zuin) nato nel 2016 con la voglia di raccontare storie, sentimenti e sensazioni che parlassero in prima persona. Un’urgenza comunicativa fortemente personale, condivisa con il pubblico di mezza Italia attraverso un tour sublimato dall’esibizione tenuta sul palco di Piazza San Giovanni lo scorso 1 maggio a Roma.

Mesi d’intensa attività live, dunque, a precedere l’uscita del primo lavoro in studio per l’artista lombardo. Un lavoro spontaneo e diretto, sincero ed emotivo, che poggia le basi su un cantautorato tradizionale per struttura, ma allo stesso tempo fresco e moderno per arrangiamenti. Il tutto attingendo qua e là da quell’alternative rock statunitense anni ’90 che aveva caratterizzato il sound dei Ninfeanera.

La tracklist si apre con “Fantasmi”, un brano che cala efficacemente l’ascoltatore nel sound che caratterizza quest’opera prima. La chitarra acustica stende un tappeto sonoro sul quale si articolano le distorsioni di chitarre graffianti, mentre la voce ruvida e sporca di ZuiN sputa fuori – quasi di getto – un testo molto personale.

Leggermente più upbeat la successiva “Io non ho paura”. Come intuibile dal titolo, il brano è un focus sulle paure di chi, a trent’anni, si trova ad affrontare un domani “senza prospettive”.

“Monza Saronno” è una malinconica ballata, a metà tra i Negrita più riflessivi e quelle sonorità anglo-americane anni ’90 che permeano l’intero lavoro.

Melodie più immediate e facili per la successiva “Hannah Baker” che, a dispetto dell’approccio pop, prende di petto una tematica di estrema delicatezza come quella del suicidio.

Ritmiche hip hop/downtempo per la sofferta “Credimi”. Un brano che fa dell’intensa interpretazione il suo punto di forza e che, probabilmente, necessita di più ascolti per essere assimilata al meglio.

Cosa sicuramente non necessaria per “Oh mio Dio!”, di gran lunga il brano più immediato del disco. Melodie orecchiabili e ritornello catchy che però non tradiscono la solita malinconia di fondo, espressa come sempre dal cantato sofferto di ZuiN.

“Sottopelle”, “Caro amico (ti sfido)” e “Il profumo di un albero” danno corpo alla sezione più intimistica del disco. La prima, guidata dalla voce rauca di ZeiN e dalla sua chitarra acustica, sfocia verso il finale in un’esplosione di dissonanze di chitarre elettriche al limite dello stoner rock. La seconda, al ritmo di un beat di batteria cadenzato, è caratterizzata dall’ingresso improvviso di un synth nevrotico che crea un effetto gradevolmente straniante in un brano, altrimenti, abbastanza prevedibile. “Il profumo di un albero”, per sound e dinamiche, ricorda invece i primi Radiohead, quelli di “Pablo Honey” e “The Bends”.

Chiusura di notevole impatto emotivo lasciata alla struggente “Bianco”: un pezzo delicato e atmosferico che, grazie alla voce raffinata di Daniela D’Angelo e a un arrangiamento orchestrale (quasi post rock), lascia l’ascoltatore sospeso a metà strada tra un senso di dolce malinconia e confortante speranza.

A dispetto di una seconda parte un po’ ripetitiva, nella quale rischia di far calare l’attenzione di chi ascolta, “Per tutti questi anni” è un più che sufficiente esordio per ZuiN. Un disco che fa della scrittura lucida e matura il suo punto di forza e che riesce a fotografare con onestà i ricordi, i sogni, i rapporti e le paure dei primi trent’anni di vita del suo autore.

 

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Il poetico inno alla vita di Mannarino 0 110

Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione di Apriti Cielo, l’ennesimo capolavoro firmato da Alessandro Mannarino. Un album pieno di pretese da parte degli ascoltatori, nate dalla voglia di risentire un Mannarino puro, come quello che si ascoltava in strada e nel primo album. Non che gli altri album e i nuovi arrangiamenti siano da buttare, ma alla gente, quando menzioni Mannarino, viene subito in mente il classico canto a squarciagola. Quello che elimina i pensieri, che ti fa abbracciare gli amici da ubriaco, il canto che allieta i falò, che riporta in mente amori passati, speranze future, illusioni e messaggi scritti insieme all’alcool. Anzi: dall’alcool. Addio dignità ma sensazioni bellissime.

Credo quindi che l’essenza di questo album la si possa ritrovare nell’ultimo brano: un’estate. Un “concentrato” d’amore e di voglia di vivere che crea in me delle sensazioni assurde. Dal primo ascolto ho iniziato ad aver i brividi durante il ritornello, dal secondo a partire dal primo accordo, e la cosa che notai fu che per la prima volta nella vita, preferivo ascoltare una canzone attraverso video amatoriali piuttosto che tramite fonti ufficiali, vevo, cd, cazzi e mazzi vari. Questo perché si tratta di un brano “puro”, semplice, diretto e sincero. E il bello di questi brani è che permettono di unire 4000 sconosciuti e di renderli una persona sola – si, adesso penserete che accade in ogni concerto, ma qui per me è diverso e probabilmente si tratta di sensazioni soggettive – Mannarino e quell’unica entità chiamata “pubblico”, sinonimo di famiglia, di vita. “E daje regá beviamo tutti insieme che ci si vuole bene”: immagino così la prima frase post canzone tra gli ascoltatori (e magari scende anche Mannarino dal palco, perché non da la sensazione di uno che rifiuta una bevuta. Anzi..)

Prendete un video a caso su YouTube, fatto da un qualunque tizio che saltella e ascoltatelo. Iniziate a cantare anche voi e aspettate – con la pelle d’oca – la seguente frase: cantavamo senza paura…

Ecco, da quel momento in poi nel pubblico succede qualcosa. È come se in quell’istante ogni problema, ogni singola preoccupazione e qualunque altra cosa di negativo, si trasformi in energia e dia forza a tutti. Come una droga ma senza danni fisici e mentali, solo positività e voglia di vivere. Unendoli, dandogli quella cosa che illude e che allo stesso tempo fa stare bene: la speranza. La speranza di un’estate, la stagione dei pensieri rimandati all’autunno, con il desiderio che quel momento non arrivi mai e comunque poco importa, godiamoci il momento. O almeno proviamoci…

“Si, ho costruito una bandiera, di stracci. Ci ho messo sopra pezzi di bandiera che non si riconoscono più, sono diventati solo colori, non ci sono concetti dentro. Ci sta un pezzo di bandiera di pirati e un pezzo di stoffa del cuscino in cui ho dormito. Questo perché la bandiera italiana con i tre colori era un po’ poco, poca fantasia. Non ho mai creduto a sistemi politici che affermano di essere perfetti, migliori di altri, e allora invece di parlare di sistemi politici, mi piace pensare che la mia identità non me la da la mia carta d’identità ma me la da chi sono io umanamente. È difficile trovare la propria strada, il proprio modo di vivere, al di fuori di quello che sembra un carcere a cielo aperto, una caserma. Un modo di pensare che deve essere uguale per tutti. E tanta gente finisce male, tanti muoiono di freddo alla stazione e altri ubriaconi. E allora ho scritto una canzone che parla della ricerca, della libertà, quando stai solo in una camera d’albergo con la persona che ami, lì non c’è più niente. Si cerca l’umanità che abbiamo dentro. Tengo molto a questa canzone e attraverso essa spero in un’utopia, con un futuro che facendoci guardare indietro ci farà dire: erano tempi duri.

gridavamo senza paura…”

Fame ed attitudine in “Disordinata Armonia”: Don Diegoh e Macro Marco sono la prova che l’hip hop sopravvive e non è mai cambiato 0 271

Il 2018 è stato un anno ricco di sorprese per il rap italiano. La lista di artisti che hanno rilasciato album di spessore, ripagando a pieno le lunghe attese degli ascoltatori, è molto lunga, e a questa si aggiungono senza dubbio i nomi di Don Diegoh e Macro Marco: il 14 dicembre esce “Disordinata Armonia”, un lavoro che a distanza di tre anni ci riporta in cuffia le strofe del rapper di Crotone sulle basi di uno dei deejay e producer più apprezzati dello Stivale.

Distaccato e retrospettivo, Don Diegoh è un’artista profondamente influenzato dall’eredità della Golden Age, statunitense e italiana, che continua in maniera ostinata e contraria alle tendenze della scena a fare rap per se stesso e per amore della musica, mantenendola vera, così come quando ha iniziato. Il grande banco di prova del suo talento, nella metrica e nei contenuti, è stato “Latte & Sangue” (2015), album interamente prodotto dal leggendario Ice One, che vanta collaborazioni con alcuni degli artisti più importanti del panorama italiano; oggi, il sodalizio con Macro Marco, fondatore dell’etichetta indipendente che porta il suo nome, Macro Beats, nonché dei Blue Knox e dei Real Rockers, ciurma composta da Moddi MC, Ensi, Madkid e lo stesso Marco, con cui ha partecipato all’ultimo Red Bull Culture Clash. La cura certosina dei beat e la passione incommensurabile che trasuda dalle liriche, si incontrano in un disco dal titolo ossimorico, che però assume significato proprio se messo in relazione al suo contenuto: “Disordinata Armonia” è un concetto che si carica di senso se l’album viene ascoltato nel suo complesso, indipendentemente se dalla prima all’ultima traccia, o nel senso inverso. Ciò non toglie che ogni canzone abbia la sua specificità: Diegoh semina in ogni verso un pezzo dei suoi ricordi e racconta di tutte le cose che per lui hanno importanza, anche se sembra che il resto del mondo le abbia dimenticate. La sua scrittura, che spesso si riferisce ad un interlocutore diretto, un tu, fa in modo che ci si possa riconoscere e stabilire un contatto empatico con quelle storie, che parlano da una persona comune a una persona comune, senza pretesa alcuna di sentirsi al di sopra degli altri (“La ragione per cui ascolti questa roba credo sia/ritrovare almeno un po’ della tua vita nella mia”).

Disordinata Armonia” è un disco compatto, composto da otto tracce in totale. Prima della pubblicazione, Don Diegoh ha anticipato il contenuto delle canzoni sul suo profilo Instagram; inoltre, il disco è stato rilasciato solo in vinile (500 copie in edizione limitata) e su digital stores per volere degli artisti. La scelta delle collaborazioni è interessante e inaspettata, anche in questo caso sinonimo della maturità artistica di Diegoh e Marco, capaci di rendersi versatili pur rimanendo nelle trame di un disco che fa bum cha e muove le teste su e giù dalla prima all’ultima traccia. Il viaggio attraversa ancora una volta le tappe della vita di tutti i giorni, motivo fondamentale e costante nelle strofe di Don Diegoh, dai sogni chiusi a chiave nel cassetto, passando per le delusioni fino ad un microfono stretto in mano sopra un palco. Le canzoni sono costellate di citazioni che alzano il livello dell’album e rendono chiaro il background musicale e culturale degli artisti.

Il disco si apre con una traccia malinconica, ma dal retrogusto dolce. Marco costruisce sulle sue tastiere un loop dai toni nostalgici per “Replica”, una “Foto di gruppo” dei momenti più intensi che hanno lasciato spazio all’abitudine e alla routine di ogni giorno. Don Diegoh tratteggia un fondale invernale, in cui le città diventano deserti freddi, malgrado il via vai delle persone perse nell’anonimato delle vite comuni. La passione per la musica e il tentativo di mantenerla vera, a differenza delle mode più recenti, sono le ragioni per sfuggire al ripetersi di istanti tutti uguali.
Sigarette morbide” e il primo featuring dell’album, in collaborazione con Killacat. Le barre di Diegoh si impastano con il soul caldo di Killacat su una base orientata al funk, creando complessivamente un prodotto degno della tradizione della black music. Un altro testo ricco di citazioni da cogliere al primo ascolto ad artisti e canzoni che hanno fatto la storia del rap italiano (tra queste, inoltre, rientrano “Lettera d’amore” e la ripresa di un verso di “Alpha e omega”, poi cambiato rispetto alla canzone precedente), ma in assoluto è sorprendente la ricostruzione della celebre scena de “La haine” in cui il deejay mixa KRS-One con Édith Piaf alla finestra del suo palazzo, e suona per tutto il quartiere.
XL” è il pezzo con cui tutto è cominciato. Pubblicato come primo singolo più di un anno fa, è in collaborazione con DJ Shocca aka Roc Beats, all’unanimità uno dei migliori in Italia, che ha curato i cuts. Il video, inoltre, vanta la partecipazione di “Jedi Master” Danno e Rancore, che realizza alcuni trick con lo skate. Il lungo periodo di gestazione che ha separato il singolo dall’uscita dell’album è la prova concreta dell’accuratezza e della passione che hanno portato alla realizzazione dell’album. Per il resto, base rompicollo e flow incredibile.
#NoFilter” non è un pezzo, ma sono tre pezzi insieme. 4 minuti e 19 secondi per spiegare praticamente che cosa significa questo disco: rime, beat e scratch appunto “senza filtro”, nudi e crudi così come è nato il rap. Riconosci il vero appena Diegoh entra su cassa e rullante.
Marco è sicuramente uno dei migliori quando si tratta di produzioni “alla vecchia maniera”, ma è anche vero che ha un gusto fine per le contaminazioni. “Rimmel” è in collaborazione con una delle voci più interessanti degli ultimi anni, ossia quella di CRLN, anche lei appartenente alla scuderia Macro Beats. La traccia è praticamente divisa in due: la prima parte è cantata da CRLN, mentre la seconda è rappata da Diegoh. Il prodotto è la prova che mettere insieme due artisti appartenenti a generi musicali diversi è tutt’altro che impossibile, e il risultato è a dir poco sorprendente.
Per sempre” è il secondo singolo estratto dall’album, pubblicato a distanza di un anno da “XL”. Diegoh ci mette tutto se stesso passando in rassegna i momenti e i compagni della sua adolescenza, in cui ha incontrato l’hip hop e se n’è innamorato. Sulla bilancia ci sono solo i sacrifici e ricordi di una vita, che si fanno grandi come ombre man mano che il tempo avanza. Gli anni sono treni che passano, a volte si ha il tempismo giusto per salirci, altre li si perde per una manciata di secondi. Ciò che resta sei soltanto tu, solo con te stesso e la dedizione che metti in quello che fai. La campionatura di “Shook ones, Pt. II” nella seconda strofa è la ciliegina su una produzione che suona come un classico, cucita appositamente per essere indossata dalle rime di Don Diegoh.
La penultima canzone della tracklist ricorda per certi versi le atmosfere di alcune produzioni di “Fuori da ogni spazio ed ogni tempo”, disco di qualche anno fa realizzato da Kiave e lo stesso Macro Marco. “Dodicesima ripresa” è la cronaca delle lotte che ognuno deve quotidianamente affrontare per provare a restare in piedi. Il flow di Diegoh è molto introspettivo, e sputa fuori il suo malessere come se fosse una confessione, amplificato dalle immagini incisive che crea con le parole (“Mani in aria, entro, sembro solo nella sala/strumento muto in un assolo al Teatro della Scala”).
Domenica” è l’ultima traccia dell’album. La canzone è sicuramente una delle migliori dell’album, in collaborazione con Bunna degli Africa Unite e curata da Kiave per la parte audio, e chiude un cerchio in un certo senso, ricollegandosi per molti aspetti a “Replica”, la traccia iniziale. Dalle liriche emerge un forte senso di solitudine, per molti una trappola, che non può essere superata se non restando attaccati alle proprie ambizioni. Diegoh riversa in questo testo le sue incertezze nei confronti del futuro come se fosse il diario di bordo, appunto, di una domenica malinconica, il giorno in cui tutto si ferma fino a che la settimana non inizia nuovamente con i suoi ritmi e gli impegni di ogni giorno.

Disordinata armonia” è un disco che fa bene al rap italiano. “Ideologie” a parte, in una realtà in cui la musica viene il più delle volte prodotta esclusivamente al fine di guadagnare, album come questo sono utili per ricordarci come andrebbe fatta, a prescindere dall’essere “vecchi” o dal seguire le nuove mode: Don Diegoh potrebbe rappare su qualsiasi base, e Macro Marco ha un talento naturale nel suo lavoro che sconfina in una gamma molto vasta di generi musicali, ma ciò che li accomuna è la passione per questa cosa, e il fatto di fare musica per amore della musica. Il risultato è un lavoro che sicuramente durerà nel tempo, e questo non dipende in prima linea dai canoni puramente tecnici a cui risponde, ma dall’attitudine con cui è stato portato a termine e il messaggio che trasmette. Rap puro, rime e beats di altissimo livello: niente di più, niente di meno. Nessun consiglio per l’ascolto in particolare, se non quello di calare le cuffie e mettere il disco in play. Funziona bene, soprattutto in quei giorni lì, in cui quando suona la sveglia hai già pensato almeno una volta di non potercela fare.

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