Intervista ai Quadrophenix: “Paraponzi il nuovo disco” 0 102

I Quadrophenix nascono a Taranto nell’estate del 2006. Dopo dei primi anni travagliati, alla ricerca della propria identità, la band tarantina vira verso un genere più scanzonato e ironico, mantenendo intatta la base pop-rock/twist sul quale viene fondata. Dalla fine di giugno è in radio il loro nuovo singolo, “Mai Più”, che anticipa il loro primo album in studio, “Paraponzi”, uscito proprio oggi. Noi abbiamo incontrato la band qualche giorno fa proprio per farci una chiacchierata su questo loro primo disco, parlando dei motivi che li hanno spinti a buttarsi nella mischia e sui progetti futuri, con un nuovo disco già pronto.

Ciao ragazzi! Rompiamo un po’ il ghiaccio: parlatemi di voi!
La cosa più importante da dire pensiamo sia che nel 2006 è nata la band. Prima facevamo una roba molto inglese, di ispirazione Gallagheriana; abbiamo poi cambiato impostazione, passando all’italiano. Quando ci siamo accorti di essere dei cazzari abbiamo spostato il modo di scrivere su un genere un po’ più allegro, ironico. È cambiata anche la formazione, stabile da cinque anni a questa parte.

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Come mai la scelta di intraprendere questo percorso più ironico, alla Elio e Le Storie Tese?
Guarda, io credo che la nostra musica sia seria! [Ride, n.d.r.] No, davvero… quello che penso è che fin quando tu scrivi rispettando quello che sei, quello è fare musica sul serio. Che non vuol dire scrivere i testi di Tenco e neanche quelli degli Skiantos. Se hai qualcosa da dire, dilla. E che sia vera. Se fatto solo per apparire, come lo era in principio – quando appunto suonavamo britpop, senza un senso – è sbagliato.

Dal 2006 ad oggi è passato davvero tanto tempo e, anche con un disco in dirittura d’arrivo, sembra comunque un’eternità. Va bene il cambio di sound, va bene il cambio di formazione, ma come mai nessuna pubblicazione in quest’arco di tempo?
Eh, penso tu ci abbia azzeccato in pieno. [Ride, n.d.r.] La questione è questa: nel 2006 esisteva My Space. Io avevo vent’anni, e vent’anni nel 2006 sono diversi dai vent’anni di oggi. Eravamo più ingenui, più genuini. Internet non era così radicato. Quando dico che esisteva My Space intendo un mondo diverso: su My Space avevi fra le amicizie Dodò, l’ingegner Filini… Era una visione del social diversa. E così cambiava anche il modo di intendere la musica, completamente diverso da oggi. Qualcosa la pubblicammo, ma non andò oltre la cerchia dei nostri amici – e noi siamo stati bravi ad approfittarne per far sparire tutto [Ride, n.d.r.]. Allo stesso tempo, l’album che siamo in procinto di pubblicare [Paraponzi, n.d.r.] è vecchio, risale al 2012, e non lo pubblicammo perché mancava l’etichetta: nel 2012 era fondamentale avere un’etichetta per pubblicare. Questo per far capire come siano cambiate le cose: oggi, nel 2019, grazie ad internet, puoi permetterti di pubblicare un disco anche senza etichetta. Ma oltre questo c’è anche altro: la verità è che stiamo disperatamente provando a pubblicare il primo disco quanto prima perché ne abbiamo già un secondo pronto!

Andiamo con ordine allora: di cosa tratta Paraponzi?
Beh, trattandosi di un disco scritto qualche anno fa, è sicuramente molto scanzonato. Rispecchia l’età che avevamo allora, gli anni dell’università, le prime libertà lontano da casa… è molto solare, prevalentemente. Molto diverso rispetto, ad esempio, al secondo che abbiamo in cantina. Per farti capire: stiamo disperatamente cercando un titolo per il secondo disco, e fra quelli che abbiamo pensato c’è “The Dark Side of the Mood”. Questo perché ha proprio un approccio diverso rispetto al nostro tradizionale modo di fare. Però è anche un’evoluzione rispetto al primo disco, motivo per il quale vogliamo pubblicarli comunque entrambi senza fare balzi in avanti. Vogliamo dare dei punti di riferimento all’ascoltatore.

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Trattandosi però di un disco scritto nel 2012, in un periodo, come dite voi, completamente diverso – ed eravate diversi anche voi – e che non rispecchia la realtà odierna, c’è stato sicuramente il bisogno di un lavoro di revisione. Come siete riusciti ad attenuare queste problematiche in vista del lancio?
La risposta è semplicissima: con l’amore. [Ridiamo, n.d.r.] Pensavi di metterci in difficoltà, ma ci hai tirato un assist fantastico. No, scherzi a parte: se in “Mai più” [il singolo, n.d.r] ci sono alcuni riferimenti, all’interno del disco non troverai mai le parole “selfie”, “facebook”. Il disco ti racconta un mondo più genuino, qualcosa che esiste anche nel 2019 ma che è solo più difficile da trovare. E parla soprattutto di amore, qualcosa che ci sarà sempre.”

La vostra musica si ispira molto alla Surf Music anni ’60 – quella dei Beach Boys per intenderci. Questo è sicuramente vero per i due brani già pubblicati, ma è così anche per il resto del disco?
’’Mai più’ sicuramente. Il resto dell’album si rifà a quel sound, ma essendo un prodotto del 2011/2012 cerca di avere le sonorità radiofoniche del tempo – nel contesto radio-pop nazionale ancora non era arrivato prepotentemente il rap a fare da padrone, andava un po’ di tutto. Che poi, radiofonico è un termine un po’ stuprato, come ‘indie’. Questo per dire che per me è un disco radiofonico, per altri magari no, perché è diventato quasi soggettivo.

Mentre nel secondo disco, invece, il sound è rimasto invariato o avete fatto altro?
Abbiamo fatto peggio! [Ride, n.d.r.] Ci siamo concentrati su quello che ci piace fare. La verità è che ci siamo detti ‘ma chi ce la fa fare’ di seguire uno schema, una moda… facciamo quello che ci piace! Abbiamo azzardato di più, se Paraponzi ha una sua coerenza, il secondo disco è un puzzle: c’è il pezzo più psichedelico, quello più pop.

Siamo in conclusione: pensate di lanciare un secondo singolo dopo l’uscita?
C’è una grossa diatriba all’interno della band su questo. Pensiamo di sì, vogliamo vedere sicuramente come va il disco e il singolo già pubblicato, ma abbiamo già individuato quello che potrebbe essere il prossimo singolo, ‘Nuvole’. Comunque sia, vogliamo fare qualcosa per poi pubblicare il nuovo disco.

Perfetto ragazzi, vi ringrazio molto!
Grazie a te!

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“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Tutte le stanze di Margherita Zanin nel suo nuovo disco 0 167

Un “non luogo”, uno spazio ideale, un piccolo ed apparentemente utopico mondo in cui chiudersi con sé stessi, trasformando per qualche minuto tutto il resto in qualcosa di superfluo; come la propria cameretta per ogni bambino. Ed è proprio questo ciò che sta dietro il nuovo album di Margherita Zanin: “Distanza in stanza”. Distanti da tutto e da tutti, con la miglior compagnia che potremmo desiderare per affrontare la quotidianità; la nostra. Anticipato dall’EP “Radiomarghe”, qui la Zanin cerca di coniugare passato, presente e futuro, dando vita ad una particolare dimensione temporale in cui riescono a convivere insieme forma, canzone e trip-hop. Ognuna delle dodici tracce è una stanza in cui è possibile ritrovarsi, cambiare, sintetizzarsi, evolversi e ragionare. E la loro unione dà vita a un concept album dalla durata di circa sessanta minuti, ottenuto grazie alle esperienze passate, alle sperimentazioni effettuate da “ZANIN” – il suo primo disco – ad oggi e, soprattutto, ai grandi nomi che hanno aggiunto diverse sfumature: Appino, Lodo Guenzi, Morgan e tanti altri

margherita zanin distanza in stanza recensione blunote music

La prima “stanza”, intitolata “Rosa”, è molto di più della classica traccia d’apertura. È una nostalgica donna che vive le sue giornate con forza, con un continuo, nonostante tutto, e con quella spensieratezza che tutti quanti dovremmo avere. Un viaggio elettro-pop che fa sognare, che fa venire voglia di viaggiare e di ricercare quelle emozioni pure che sembrano perdersi ai giorni nostri. Emozioni che sembrano nascoste, invisibili, proprio come la seconda traccia: “Invisibili”. Una traccia che ha come tema centrale l’amore, il primo sentimento che un essere umano prova, a partire dal suo primo secondo di vita; lo stesso che almeno una volta nella vita sembra perso, ma…”se l’amore è invisibile l’amore è possibile”.

“Amaro fuori, amaro dentro”, quella sensazione che tutti provano nella vita dopo una perdita, sta al centro del terzo brano: Amaro”. Un brano sperimentale, forse quello che marchia di più questa esplorazione di nuovi orizzonti: una traccia che parla di cambiamento, di rivalsa, di cadute e di rassegnazioni; un inno al non pensare troppo, all’andare avanti. Ma anche un input alla traccia seguente: “Non mi diverto se penso troppo”, una canzone che narra di mancanze, di attese, di sentimenti negativi che diventano consapevolezze e soprattutto esperienze che danno la forza necessaria per continuare il nostro “cammino”.

E si sa, lasciare andare qualcosa non è mai facile, e Margherita ce lo racconta attraverso: Un amico che va via”;una traccia più “giovanile”, come le turbe raccontate da Fabri Fibra, come il sound, come il ritornello: un chiaro omaggio all’album di Fabri Fibra prodotto da Neffa nel 2002. Si tratta in fondo di una riflessione sui rapporti, sui “via vai” della quotidianità, su quelle persone che nonostante tutto faranno sempre parte del nostro cuore. Come “Amalia”, la traccia successiva, una malinconica elettro-acustica traccia dedicata a una cara amica che è andata via. “Amalia poesia, Amalia le rose; in un giardino di spine ti sei coricata…”

La settima traccia, Ovvietà”, ci introduce nella stanza delle cose importanti che spesso trascuriamo, perché spesso le cose che ci sembrano meno ovvie sono le più importanti. Questa è la room delle riflessioni, della purezza, del tempo che passa, della nostra vita che diventa un film. La stessa ovvietà che in un certo senso possiamo riscontrare nell’ottavo brano: La stanza nel mondo”; quella stanza che ci vede entrare soltanto quando ci sentiamo perduti, falliti, da soli; la stessa che ci fa riflettere sul fatto che in fondo ci sarà sempre qualcuno che ci salverà e le persone che ci salveranno saranno sempre le più importanti. Un luogo astratto che ci fa capire il senso dei rapporti umani legati alla famiglia ed estesi a rapporti generali con il circostante.

Un’elettronica che potrebbe far tornare indietro nel tempo introduce “Casca il sogno”, un brano che parla del passaggio tra adolescenza ed età adulta, delle paure e dei sogni, del presente e del passato, del “vecchio” che ci formerà per affrontare il “nuovo”, delle difficoltà che ci danno la forza giusta. La stessa richiesta dalla traccia “Fiori di Carta”, una triste acustica ballad che ha al centro proprio il concetto espresso prima: “il senso della sofferenza è comprendere, risalire ed andare oltre, accettando anche che manchi qualcuno”.

Distanza in stanza è un album che riesce a racchiudere ogni tema attuale in dodici tracce; dodici stanze che, come detto precedentemente, trattano argomenti attualissimi e che dovrebbero portare a riflettere. Il più attuale lo si riscontra nella penultima traccia, in “Psicofermo”, un riflessivo e cupo brano che racconta la storia di un’ipotetica società futura.

“In questa canzone parlo di un’ipotetica società del futuro
immaginando l’essere umano che diventa automa in un nuovo
periodo storico pre-atomico”.

Il viaggio si conclude nel migliore dei modi, attraverso un tributo alla sua terra natia, alle sue origini, alla scena che in un modo o nell’altra ha influenzato l’artista musicalmente parlando; alla stanza più famosa di tutte e all’artista che l’ha narrata meglio di tutti: Gino Paoli. La cover in questione è ovviamente “Il cielo in una stanza”, reinterpretata in maniera molto originale, con stile e umiltà.

Questa è Margherita Zanin e questo è il suo concept album; la sua stanza. Un viaggio riflessivo, sperimentale, con uno sguardo volto al futuro per quel che riguarda il sound, dove però la Zanin riesce a rimanere ancorata alle tradizioni grazie ai suoi contenuti. Un lavoro che spazia dal trip-hop bristoliano alla forma canzone della scena genovese che ha fatto grande la sua terra. Un calderone “magico” in cui si mescolano insieme varie influenze, vari sound e mood: il risultato è la chiave per entrare in questo “non-luogo” in cui perdersi, ritrovarsi, cambiare; soprattutto, ragionare.

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