Ready Player One: Spielberg gioca (molto bene) con i nostri sentimenti 0 714

Che succede quando uno dei più grandi registi viventi decide di realizzare un film che racchiuda oltre 40 anni di cultura nerd? Che succede quando, per portare avanti questo obiettivo, trae ispirazione da un romanzo epico e dal grande afflato come quello di Player One di Ernest Cline? Ma soprattutto, cosa accade quando quel regista è Steven Spielberg, un uomo che ha contribuito a creare quella stessa cultura? Il risultato è Ready Player One, una delle creature più ispirate dello Spielberg di questi ultimi anni.

Per chi se lo stesse chiedendo, sì, la storia non è completamente uguale a quella del libro, ma la trama di base rimane la stessa: Wade Watts (interpretato da Tye Sheridan) è un adolescente di Columbus, in Ohio, nel 2045, in una società dove l’inquinamento e il monopolio delle multinazionali hanno rovinato la vita di milioni di persone. L’unica vera e propria fuga dalla realtà risulta essere OASIS, un videogioco in realtà aumentata che è, a tutti gli effetti, una società parallela. Qui Wade è conosciuto con il nickname di Parzival, e con i suoi amici virtuali cercherà di vincere delle sfide che James Halliday (Mark Rylance), l’anziano creatore di OASIS, ha predisposto prima della sua morte. Il vincitore riceverà, infatti, l’eredità milionaria di Halliday ed il pieno controllo della sua creazione, prospettiva che fa gola alla IOI di Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), la seconda multinazionale più importante del mondo, che cercherà in ogni modo di ostacolare i ragazzi in un pericoloso conflitto fra il videogioco e la vita reale

Il protagonista, Wade Watts, nei panni del suo avatar virtuale Parzival

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La storia non si presenta, dunque, come un’innovazione sostanziale, ma risulta adeguata agli obiettivi che il film si prefigge: creare un blockbuster stupefacente, dall’altissimo livello di intrattenimento. Il merito maggiore, da questo punto di vista, va dato senza dubbio alla regia di Spielberg: una regia coinvolgente e ritmata, accompagnata dei campi lunghi che ci riescono a far ammirare OASIS in tutta la sua artificiale bellezza e la terra in tutta la sua reale decadenza. La cinepresa non si limita, però, a delle inquadrature puramente barocche, difatti nelle scene più concitate si comporta quasi come fosse la telecamera di un videogioco: Spielberg si diverte ad usare la levetta destra del suo joystick per sperimentare punti di vista poco sfruttati nel cinema classico, regalandoci delle scene action di totale maestria e di massimo coinvolgimento. Da far brillare gli occhi.
Com’era facilmente prevedibile, gli effetti speciali giocano una parte importante nella buona riuscita della pellicola, dimostrandosi, senza nessuna esagerazione, praticamente perfetti poiché ottimamente contestualizzati. Se, infatti, nel mondo reale raggiungono un altissimo livello di fotorealismo, in OASIS la CGI, presente in ogni personaggio, ben si sposa all’estetica dei videogiochi, rendendo le ambientazioni (stupefacenti durante tutto il corso del film) dettagliate all’inverosimile, come nei videogiochi tripla A di ultimissima generazione.

L’estetica di Ready Player One risulta molto ispirata

Tutto questo carosello di meraviglie tecniche, come già scritto, non accompagna certo una storia complicata o fin troppo mutevole, ma fa da sfondo a personaggi abbastanza carismatici ed in grado di farsi volere bene, a cominciare da Wade e da Samantha Cook (username Art3mis, interpretata da Olivia Cooke), convincenti nella loro recitazione, ma soprattutto Halliday, presenza costante dall’inizio alla fine nonostante la sua morte. Qui più che nel libro viene delineata man mano la storia personale e intima del genio informatico senza precedenti, un uomo tanto ricco e affermato quanto solo e desideroso di rapporti sociali che non è mai riuscire a portare avanti, con un Mark Rylance che rende ottimamente le difficoltà relazionali di un personaggio non banale e che non mancherà di stupire, a differenza del villain Nolan Sorrento. L’imprenditore interpretato da Mendelsohn risulta non troppo riuscito, dando qualche volta l’impressione di non essere una reale minaccia, mentre altre ancora pare essere anche eccessivamente malvagio. Questa non troppo grossa lacuna non riesce, comunque, ad inficiare né la credibilità del pericolo a cui vanno incontro i protagonisti, né il film in se.

Una delle caratteristiche più divertenti del film è quello della nostalgia (degli anni ’80 soprattutto) e della caccia alle citazioni. Ready Player One è un continuo susseguirsi di citazioni visive, iconografiche, registiche, musicali e di sceneggiatura. Quest’ultima, co-scritta da Zak Penn e dallo stesso autore del libro Cline, è infarcita di dialoghi e scelte lessicali strappate con prepotenza da decenni di film, serie tv, libri e videogiochi della cultura popolare.
Inutile parlare delle citazioni dirette ed evidenti a personaggi, eventi e luoghi, che ha nella seconda prova per conquistare la chiave il suo picco massimo. Una libidine per chi ama il cinema.
Da non sottovalutare, anche sotto questo punto di vista, è infine la colonna sonora dell’immortale Alan Silvestri: un soundtrack meraviglioso, che (indovinate un po’) cita i motivetti che hanno accompagnato le nostre vite, addirittura riprendendo le sue stesse creazioni! E forse non poteva essere altrimenti, da uno che ha composto anche per la trilogia di Ritorno Al Futuro di Zemeckis…
Tutta questa festa orgiastica di citazioni, comunque mai ampollosa o banale, riesce nell’arduo compito di emozionare e divertire più generazioni di spettatori, che riconosceranno KEAT di Supercar piuttosto che Tracer di Overwatch, giusto per dirne un paio e non fare troppi spoiler.

Notate qualche volto conosciuto?

La tematica nostalgic è quindi trattata molto bene e con la giusta dovizia di particolari, cosa che però è mancata in una parte che nel romanzo ha maggior rilievo: la situazione politica e sociale della Terra nel 2045. Del nostro mondo sappiamo il minimo indispensabile, ossia che moltissime persone sono confinate nelle cosiddette cataste (quasi delle favelas futuristiche) e che sfuggono dall’oppressione della realtà grazie a OASIS, nulla di più. Potenzialmente il discorso sociale da poter fare è gigantesco: disparità sociale portata dall’avanzamento tecnologico, multinazionali e privati con potere sempre maggiore a scapito dei più deboli, alienazione dalla realtà… Le tematiche erano tante e attuali e dovevano essere approfondite.
Se volessimo trovare altri difetti in questo film lo possiamo fare parlando dei difetti che Spielberg ha sempre dimostrato di avere, nel corso della sua lunga carriera: approfondimento psicologico dei personaggi poco presente, elaborazioni di lutti affrettati e storie d’amore non particolarmente coinvolgenti. C’è da dire che, ad ogni modo, queste ultime piccole note dolenti sono quasi ininfluenti per l’ottima riuscita del film, e che passano in secondo piano in quello che è, a tutti gli effetti, un blockbuster d’intrattenimento. Un film certamente dal grande afflato, stupefacente, esteticamente e iconicamente emozionante, ma pur sempre d’intrattenimento.

Su una cosa si può essere assolutamente certi: Spielberg è riuscito, questa volta come in poche altre, ad imprimere a fuoco un’autorialità tutta sua, fatta di sogno fanciullesco e di spettacolo visivo, rendendo Ready Player One la consacrazione definitiva dei valori e dei disvalori sociali, estetici e iconografici di un intero immaginario pop e una vorticosa riflessione sui lasciti di quell’immaginario, che poi è l’immaginario di molti di noi.

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“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 239

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

vito solfrizzo la terra dei re recensione blunote music

La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

“Alone, Vol. 2”: Maroccolo ci porta nell’Abisso 0 566

“Trattieni il respiro, Deepesh, trattienilo all’infinito, ce la farai, in fin dei conti hai una lunga frequentazione con la morte. Non cedere, trattienilo, non badare agli altri, non guardare il bianco dei loro occhi che esplode nel nero della notte. Trattieni la vita, piccolo uomo, non aprire i tuoi polmoni, non tentare di respirare! NO! E il mare, nero e spumante denso catrame, spalanca le fauci: ingoia, spezza e ghermisce il respiro, accartocciandolo nel sibilo atroce della resa alla morte”

(Mirco Salvadori)

Il 17 giugno scorso Gianni Maroccolo ha “sfornato” il capitolo due del suo lungo e intenso percorso: Alone, Vol 2ABISSO. Il lavoro fa parte di un tragitto molto lungo iniziato sei mesi fa, il 17 dicembre 2018; ed è definito dallo stesso autore come un “disco perpetuo”. Un lungo, infinito e sperimentale cammino che si “fermerà” – per modo di dire – due volte l’anno: il 17 dicembre e il 17 giugno. Questo secondo progetto, arricchito come sempre dalle illustrazioni di Marco Cazzato, dalla “penna” di Mirco Salvadori e dalla supervisione di Alessandro Nannucci (aka. Il Tozzo), si impronta sul tema dell’acqua; sull’abisso, quel misterioso luogo che suscita allo stesso tempo paura, mistero e fascino.

Se dovessi riassumere Abisso in cinque termini – e probabilmente cinque lo sminuirebbero – non potrei fare a meno di definirlo come affascinante, tenebroso, visionario, riflessivo e sperimentale. Il fascino del passato che riecheggia nel presente, attraverso la scelta di intitolare i brani in latino; brani che, nel loro insieme, ruotano attorno a Imus, che in latino significa sia “andiamo” che “profondo”. Verso l’abisso, verso le tenebre, verso un luogo buio che non è altro che l’altra faccia di questa medaglia che definiamo “terra”; perché dovrebbe farci paura se in fondo le tenebre e i misteri ci sono anche “dall’altra parte”?

Questo strumentale e sperimentale percorso parte dal naufragio della F174avvenuto la notte di natale del 1996 al largo di Porto Palo di Capo Passero – in cui morirono 283 persone. Un evento che ha dato l’ispirazione per creare un’odissea sonora in chiave musicale; un riflessivo insieme di “schiaffi” tramutati in onde sonore che restituiscono a chi ascolta i vari momenti di disperazione vissuti dai migranti; dall’annegamento al momento in cui si va oltre.

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La copertina di “Alone, Vol. 2 – Abisso”

L’intero progetto musicale è diviso in due parti: Lato A e Lato B. Aditus è lo strumentale che dà inizio alle danze, un intro in forma di bolerino cadenzato che funge da filo conduttore con il finale del volume 1; e come per il primo, lo stesso Imus dà, attraverso il suo visionario e impeccabile sound, le giuste note e temi per rendere coerente l’inizio del b-side. Quest’ultima parte “virtuale” del progetto vede la presenza di prestigiosi musicisti al fianco di Marok; collaboratori che con le loro sfumature musicali hanno fornito i tasselli necessari per ripercorrere in senso inverso la discesa verso l’abisso del lato A.

Il b-side, composto da sette tracce, è il risultato di un insieme di variegate influenze musicali che hanno saputo cogliere il tema principale in maniera impeccabile. Discessio apre le danze attraverso la batteria di Marina Rei, si riallaccia all’ultima traccia del lato A e, attraverso un ritmo e un mood punk, introduce l’unico brano con un titolo non in latino – nonché l’unica cover dell’album -: “The Abyss” (Chelsea Wolf), interpretato dalla profonda voce di Angela Baraldi. Il terzo brano, Submersio, è un affascinante interpretazione sonora del tema centrale dell’album; concretizzato grazie al piano solo di Alessandra Celletti, attraverso un’esegesi intensa e sofferente del lungo percorso che Abisso vuole narrare. Naufragium vede la chitarra di Adriano Viterbini (BSBE) affiancata dai corti dei Life in the Woods e Aetatis Progressu funge da “sound spezza-mood” attraverso il groove e le basi sonore di Howie B e ai versi di Francesca Bono. Il penultimo brano (Cursus) è un dialogo con il mare, con le voci disperate dei naufraghi, con le loro storie e il passato che vorrebbero lasciare alle spalle; un racconto che solo un contrabbasso, con la sua profondità, può concretizzare; come quello di Andrea Cavalieri.

Cavalieri introduce l’ultima traccia, quella che chiude questo secondo capitolo: “Exitus”. Un lavoro che rivede la batteria di Marina Rei e che è introdotto dagli archi di Beppe Brotto. Il brano parla del momento della riemersione, del nastro che si riavvolge, del ritorno alla vita. “Una vera e propria supplica affinché il viaggio verso l’abisso della F174 sia d’ora in avanti un viaggio verso la vita garantito ad ogni essere umano”.

Ed è proprio questa seconda parte, il b-side, che fa risaltare davvero il visionario che vive all’intero di Gianni Maroccolo. Un musicista con un lungo trascorso musicale che ha saputo evitare la fossilizzazione di chi ha vissuto un determinato periodo storico (musicalmente parlando); che ha colto anno dopo anno l’ispirazione necessaria per dare qualcosa di nuovo, senza cadere nella banalità o nel ripetitivo. Attraverso questo “disco perpetuo” ha quasi dimostrato di saper prevedere il futuro; oggi più che mai, a quasi un mese dalla sua pubblicazione, è necessario che tutti capiscano il messaggio che Marok vuole comunicare.

“Narro la morte perché amo la vita e tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta”

Gianni Maroccolo

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