Il remake di It promosso a pieni voti 0 816

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia

Probabilmente ogni appassionato di narrativa horror riuscirebbe a riconoscere questo incipit. È l’inizio del monumentale “It”, tredicesimo romanzo di Stephen King, con protagonisti sette ragazzini (l’autoproclamato “club dei perdenti”) e – soprattutto – il clown ballerino Pennywise, entrato ormai nell’immaginario collettivo e simbolo di innumerevoli episodi di coulrophobia.

Trasporre una storia di King sullo schermo non è mai semplice. Dopo la miniserie omonima del 1990 diretta da Tommy Lee Wallace (invecchiata malissimo, c’è da dire; ma un iconico Tim Curry ha reso It un vero e proprio gioiellino nostalgico) si tenta per la prima volta di adattare per il grande schermo un vero e proprio cult. Sostituto di Curry per il ruolo di Pennywise è il giovane Bill Skarsgård, figlio e fratello d’arte; i Losers sono invece Jaeden Liebeher (Bill), la bravissima Sophia Lillis (Beverly), il tenero Jeremy Ray (Ben), la star di Stranger Things Finn Wolfhard (Richie), Wyatt Olef (Stan), Chosen Jacobs (Mike) e Jack Dylan Grazer (Eddie).

Da appassionata di King, una volta appreso che avrebbero realizzato il film, ero emotivamente scissa tra una incontrollabile frenesia e il più atroce dei timori – cioè di vedere completamente smembrato uno dei miei libri preferiti. La miniserie, che comunque apprezzai e apprezzo tutt’ora nonostante i grossi difetti (non sempre dovuti allo scarso budget), aveva completamente mutilato la trama, mantenendo sì i punti cardine ma tralasciandone altrettanti. Tre ore e mezza non bastavano e non bastano a sviscerare la complessità del romanzo. Infatti Muschietti, che ha esordito con il sorprendentemente godibile La madre nel 2013, decide saggiamente – sulla scia di precedenti saghe cinematografiche – di riservare parte della storia per un secondo film. Questo primo capitolo si concentra principalmente su quello che vivono i Losers durante l’infanzia – ciò che li porta a scontrarsi con il malvagio clown per la prima (ma non ultima) volta.

Siamo nel 1989, a Derry nel Maine. I sette perdenti, com’è intuibile, sono tutti ragazzini problematici: Bill è balbuziente e non si rassegna alla tragica scomparsa del fratellino Georgie; Ben, il “new kid on the block” è tanto sovrappeso quanto intelligente ed educato; Mike e Stan, rispettivamente un ragazzino di colore e un ragazzino ebreo, rappresentano le minoranze oppresse; Richie è il classico nerd preso di mira dai bulletti di quartiere per la sua linguaccia; Eddie è gracilino, ipocondriaco, oppresso da una madre odiosa ed insieme patetica; Beverly (forse il personaggio più fedelmente rappresentato), insultata dalle compagne ed additata come ragazza facile, dietro la facciata “tosta” porta il peso di un segreto inconfessabile. Tutti loro hanno delle paure, da quelle più irrazionali tipiche dei bambini a quelle più “adulte” e concrete. Tutti loro, durante una caldissima estate, si scontrano con un’entità maligna che scoprono essere responsabile della scomparsa di tantissimi ragazzini di Derry.

Il film affronta e rappresenta bene l’anima e lo spirito di It. Pennywise è un essere sovrannaturale perverso e inquietante che si nutre, letteralmente, del terrore e della cattiveria delle persone in maniera capillare come i cunicoli delle fogne dove abita. Sfrutta ciò che è dentro la mente, il subconscio, i traumi o la pazzia (come nel caso del bulletto Henry Bowers), per sfamarsi e autoalimentarsi. Nel regno di It, “tutti galleggiano nella luce dei defunti”. Pennywise gioca con le proprie vittime, godendo della paura che genera dentro di loro – nel caso di Georgie, lo adesca (come farebbe probabilmente un vero pedofilo) con promesse di dolcetti e giochi da circo prima di mozzargli il braccio a morsi; durante lo scontro nella casa di Neibolt Street, si diverte a traumatizzare Eddie fino a causargli una crisi asmatica. Skarsgård, attraverso la mimica facciale e le movenze dinoccolate, incarna un mostro grottesco che si compiace della sua depravazione.

Il film non è privo di difetti. Tra questi, un uso talvolta eccessivo del jumpscare (abusatissimo nelle pellicole horror dagli anni 2000 in poi), alcune scene che stillano da ogni angolatura citazionismo anni ‘80 e il poco tempo dedicato a personaggi pur protagonisti (Stan e Mike sono quasi marginali). Ciononostante, ho adorato la pellicola. Alcune scene, anche se magari prevedibili o scontate, mi hanno genuinamente terrorizzato e gli effetti speciali sono decisamente usati bene, come nella scena del proiettore o quella del sangue che erutta dal lavandino. I dettagli strizzano l’occhio al romanzo in maniera ottimale (vedesi la miniatura Lego della Tartaruga). La sceneggiatura, pur cambiando dei dettagli, non altera la storia – anzi, forse la rende più attuale, cavalcando anche l’ondata nostalgica cominciata proprio con Stranger Things. Apprezzabilissimo anche l’uso del solo colore rosso per i palloncini di Pennywise, che a differenza della miniserie fanno presagire sempre che dietro di loro sta accadendo qualcosa di terribile.

Ma la cosa che personalmente ho trovato più bella è l’approccio realistico ed ansiogeno a quelli che sono gli elementi non sovrannaturali. Scene tremende ma vere. Come quella delle compagne di scuola che gettano spazzatura in testa ad una loro compagna, del farmacista (uomo adulto che accetta e, peggio ancora, ricambia il finto flirt di Bev), della grassa madre di Eddie imbambolata davanti alla tv e pronta a tutto pur di tenere il figlio sotto una campana di vetro (addirittura mentendogli sulle sue malattie e riempiendolo di pillole non necessarie), del cinico nonno di Mike che rimprovera aspramente il nipote ed in ultimo – ma non meno importante – le inquietantissime scene che riguardano il signor Marsh, il padre di Beverly. Il sottile, eppur chiarissimo, riferimento agli abusi sessuali compiuti dal signor Marsh ai danni della figlia sono uno dei punti più spaventosi di tutto il film. Non è un caso che Bev sia l’unica che non ha paura di It, anche quando viene portata nel suo nascondiglio, perché il vero mostro della sua vita è proprio colui che l’ha generata.

La consapevolezza nell’affrontare il limite labile che separa l’infanzia dall’età adulta, la capacità di scindere la realtà dalla fantasia, è ciò che consente ai ragazzini di affrontare il clown e sconfiggerlo nel suo stesso regno – anche se non definitivamente. Il finale è dolceamaro, tra baci innocenti e patti di sangue, promesse che non verranno mantenute e una malinconia di fondo nell’abbandonare gli amici e quel mondo incerto, talvolta spaventoso eppure tanto caro che è l’essere piccoli. Le vere colonne portanti del film non sono (solo) il terrore e lo shock. Sono l’amicizia, la scoperta dell’ignoto, la crescita, l’innocenza infranta.

E a volte basta veramente un nulla, anche quando si diventa grandi, per piombare di nuovo in un ricordo: una bicicletta argentata, una poesia scritta su una cartolina, un album di fotografie.

Oppure, quando meno ce lo aspettiamo, un palloncino rosso che galleggia.

 

 

 

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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