“Requiem”, Claver Gold celebra il funerale del suo passato con un album da urlo 0 4042

L’album è una liturgia del rapper ascolano in ricordo di un passato defunto a carico della memoria, il dazio da pagare al passaggio tra tutto ciò che è stato e tutto quello che può essere raccontato  

Il 30 novembre 2017  Claver Gold celebra il suo personalissimo funerale al ricordo del suo passato rilasciando “Requiem”, terzo album in studio pubblicato con la “Glory HoleRecords.
L’album è uscito a due anni di distanza da “Melograno”, seguito da un lungo tour che si è chiuso lo scorso mese. L’impegno dovuto ai live non ha tenuto il rapper lontano dai fogli, costantemente accompagnato dal suo storico compagno di viaggio Dj West, che ha curato i beats e le produzioni del nuovo album.

Il “Requiem” è nella tradizione cattolica una messa celebrativa in memoria dei defunti, spesso recitata durante un evento funebre. Come insegna Dante nella Divina Commedia, anche nella religione cattolica è consolidata la convinzione che preghiere e ossequi in memoria del defunto possano abbreviare il suo passaggio dal Purgatorio al Paradiso. Se questo è il concept che ha spinto Claver a lavorare ad un album che conta una tracklist di 17 pezzi (tra cui numerose e importanti collaborazioni con personaggi illustri della scena rap italiana), allora questa è la testimonianza di chi guarda avanti senza scordarsi da dove arriva, quali sono i peccati che ha commesso, e quanto è costato il rispetto guadagnato fino ad ora. Un auto-confessionale in cui metaforicamente è la musica a fare da sacerdote, e alla quale Claver confida tutto: dall’inferno della provincia al riconoscimento dalla scena e dalla critica, il prezzo della coerenza di chi non fa rap per soldi e successo, i problemi con la droga e i drammi del suo vissuto travagliato.

Il rapper si è da sempre distinto per una metrica intimista e un flow molto introspettivo, che trovano il perfetto connubio con il lavoro di Dj West.
Questo disco è stato prodotto nel 2017.
Questo disco è stato prodotto nel 1997.
Questo disco è stato prodotto nel 2037.
Tutte e tre queste affermazioni potrebbero essere vere: ad ogni traccia il capo va ancora su e giù pompando i muscoli del collo come una volta; le strofe, oggi come allora, raccontano di drammi esistenziali, ma con un lessico evoluto, più che maturo, istruito, ed una ricchezza di allegorie e figure retoriche da invidiare. Sono pochi gli artisti che sanno narrarsi in maniera trasparente lasciando che tutto il proprio malessere impollini le orecchie dell’ascoltatore fino a farlo rivedere in ognuna di quelle storie, in ognuna di quelle paranoie, somatizzando ogni cicatrice come fosse la propria. Claver Gold si scontra con la sua autocoscienza e si supera ancora una volta di certo; noi ascoltiamo la sua vita e impariamo a distinguere gli errori (in questo disco forse è il caso di chiamarli peccati) senza averli commessi.

La copertina del disco

Il disco si apre con un intro di tutto rispetto. Dies Irae è il portale dell’anima, la formula spirituale con cui Claver si apre ai fantasmi che ritornano nel presente. Recitata più che cantata dall’ eccelso Murubutu, metà in latino, come pro forma, e metà in italiano. Come suggerisce il titolo, che non è solo un riferimento, ma una vera e propria trasposizione del verso biblico, l’introduzione rimanda al giorno del giudizio, in cui tutte le anime verranno giudicate e i buoni saliranno in Paradiso, mentre i peccatori saranno dannati per sempre. In questi pochi versi è racchiuso il concept di tutto l’album, ma Murubutu è chiaro nel precisarne le intenzioni:
“Questo è tutto per quello che è stato/per ciò che ci han dato, per ciò che è passato/niente nell’ombra è passato realmente/tutto ritorna, è un eterno presente”.

 

“Ballo coi lupi” è la traccia più “leggera” dell’album. Claver racconta da dove viene, cosa succedeva nei giorni del suo quartiere, in maniera a tratti amaramente autoironica, fino al primo incontro con la droga, e la sua fuga nella terza strofa. Senza concentrarsi troppo, chi è attento saprà ritrovare anche quello che a me sembra un props non troppo scontato.
Il singolo che ha anticipato di un mese l’uscita dell’album è “La notte delle streghe”. Il video è stato rilasciato il 31 ottobre ( niente è mai un caso ), piazzandosi finanche nella classifica delle tendenze della settimana. Onestamente, direi: uno schiaffo per chi è ancora dietro a quella storia secondo cui  “il vero hip hop è morto, ecc..”. Io credo che esista una sola verità: c’è chi crede in una cultura, e chi non ci crede. Chi ha fede, fa hip hop, gli altri fanno i soldi.
La traccia è fitta di allegorie dal gusto esoterico rispetto a quella che per un uomo è la regina delle tentazioni: le donne. Le conseguenze di una discesa nel girone delle notti di città sono l’ansia, la paura, il disagio, sostenuti dal beat cupo e tetro di Dj West. La donna-strega che porta all’autolimitazione, al timore di sentirsi completi, è la dipendenza dell’uomo dal male e l’autodistruzione.

“Butta la croce, abbraccia il male spirituale come il grande caprone di Goya/corpi dati in pasto ai corvi in fila sulla mangiatoia/tagliami la lingua con una cesoia e tirerò le cuoia/tanto so che torneranno anche solo per noia”

Il flow e le liriche ricordano quasi le filastrocche sulle figure immaginare che abitano le case nell’oscurità della provincia raccontate ai bambini. Il senso forse è proprio questo: è da bambini che ci si sente disarmati, e il mondo fiabesco dell’innocenza e della purezza deve scontrarsi anche con la dimensione delle paure più profonde. Per il resto, un semplice vocabolario forse non vi basterà per capire quanta cultura c’è dietro i testi di Claver.
Quella successiva potrebbe essere con stretto margine di discrezione la traccia più bella dell’album. Il malessere sincero che si diffonde dalle parole è un grido di rivolta a un destino infedele. “Ricordati di ricordare” necessita di un equalizzatore specifico che possa rendere giustizia alla malinconia e ai suoi bassi. Si pensi a questo pezzo come la nemesi di “Soffio di lucidità” (quinta traccia di “Mr. Nessuno”, 2014, Glory Holes), da lui stesso citata nel pezzo.

“Tu fammi veglia nell’ombra dei fossi/risplendi come l’alba lacrimando ad occhi rossi” (Soffio di lucidità)
“Tu dipingevi la parete e scendevi le scale/bella come il cielo di Norvegia, luce boreale” (Ricordati di ricordare)

Claver Gold non è un artista di facile ascolto se non si sono seguite le fasi che l’hanno portato a essere ciò che è oggi. È possibile che la nostalgia razionalizzata di questo brano sia proprio il risultato di una lucidità ritrovata a caro prezzo. L’invito in questo caso ad una donna di ricordarsi tutto ciò che lui ha fatto da quando la loro storia è iniziata, deriva dalla presa di coscienza di sé, di dove si è arrivati nonostante l’assenza di chi doveva esserci. Ora che la situazione è capovolta, non resta che ricordare e fare propri gli errori. Il ritornello spezza il fiato, vive della base di West, e viceversa.

“Deja Vù senza fiato” è la collaborazione dell’album che tutti aspettavano. Deja Vù senza fiato è veramente un back in the days. Deja Vù senza fiato è un viaggio indietro alla fine del millennio. Questa è la prima collaborazione dell’album, che vanta l’appoggio di un Fabri Fibra nostalgico e sentimentale. Non sarà spesa parola alcuna sulla questione “il vecchio Fibra”. La canzone si apre con un arpeggio acustico e racconta la storia di chi parte dalla provincia per arrivare in alto. Spesso inseguire i propri sogni nel loro labirinto ha un costo maggiore delle aspettative, e solo quando si è giunti al termine ci si accorge che, infondo, si è percorsa una strada interminabile al solo fine di giungere ad un vicolo cieco. Talvolta soli anche se unici, e il più delle volte senza un filo di Arianna per poter tornare indietro, da dove tutto è cominciato. La città apre le sue braccia se la si guarda negli occhi; appena le si voltano le spalle, sa usare le stesse per strozzare il fiato.
È la traccia numero sei a portare il nome dell’album. In “Requiem 55” Claver Gold si scontra con la sua autocoscienza sfruttando la base di West come confessionale per chiedere scusa a tutte le persone a lui care, a cui ritiene probabilmente di aver fatto del male, volontariamente o involontariamente. Evento raro, ma non unico, il rapper si misura su un suono evidentemente trap. Malgrado i drammi esistenziali e le storie evidentemente finite male da lui raccontate, è certo che l’amore che scorre fluido tra le sue rime  e le basi del suo deejay meriti di puntare a un’istanza superiore anche allo scorrere del tempo. La retorica del pezzo, però, è proprio incentrato sul tempo: quello che è passato e che non basta per dimenticare ricordi inquinati dalla droga e dalla follia, e quello che resta per poter rimediare agli sbagli, laddove siano stati commessi, per poter tornare a credere in una vita spensierata e distante dai guai.

“Quando sei con lui” è lo spartiacque dell’album. Da questa traccia in poi sarà messo in fila il blocco delle collaborazioni, alcune storiche, altre nuove e di grande rilievo nel panorama del (conscious) rap italiano. La traccia si presenta da sé già dal titolo. Claver è stato con una donna che ora ha un altro uomo, nonostante sia conscia di essere legata ancora a lui. Claver non ci risparmia riferimenti cinematografici: “io che volavo da cinquanta piani” potrebbe essere una nota al margine, ma non passa inosservata a chi conosce il ben noto film di Mathieu Kassovitz La haine(1995), con protagonista Vincent Cassel, tra gli altri. Chi ha studiato “clavergoldologia”, però, sa che potrebbe anche essere un riferimento indiretto a “Blu Cobalto” (2009), prodotto da dj West e che prevede la collaborazione di Over:
“Noi sul bordo di un palazzo di cinquanta piani, mani nelle mani/dove le vertigini spaventano il domani/siam pronti per il salto, pronti per il balzo/pronti per nuovi tramonti, nuovi giorni blu cobalto”.
È probabile che la Mallory Knox di cui parlava anni fa, sia la stessa che si lascia indetro perché “ha perso le fedi”. Basta con le allucinazioni adesso e torniamo con i piedi per terra: il ritornello in extrabeat è una bomba a idrogeno.

Davide Shorty è il primo nome del secondo blocco dell’album. “Notte di vino” è il connubio perfetto tra il flow di Claver Gold e il soul di Shorty, che ha una voce incantevole, ammaliante, e senz’alcun’ombra di dubbio la più adatta all’atmosfera e al testo del pezzo. Un pezzo, per altro, in cui Claver non spreme solo mosto amaro. È l’ebbrezza del male a comandare come sempre il ritmo del pezzo, ma c’è di più proprio oltre i contorni di quel cielo costantemente grigio che guarda dall’alto sui deliri raccontati, onirici o reali che siano. Una figura capace di sintonizzarsi sulla stessa onda di quel male, di trarne il meglio, capace di rendere meno tortuoso anche il più insidioso dei sentieri della vita.
“Uno come me” è un altro self-telling amplificato dalla cornice calda della voce di Stephkill, storico amico e collaboratore di Claver Gold, nonché artista autonomo (lo troviamo  anche in Mr. Nessuno in brani come “Mani” e “Non Basta”). Nel pezzo il rapper sembra volersi scostare dalla vita che lo ha inseguito per anni, quella della droga, della strada e dell’insuccesso. Malgrado i suoi sforzi e l’esempio che rappresenta per gli altri, gli sbagli continuano a perseguitare la vita di amici e cari, ai quali però è arrivato il momento di rinunciare, per potersi sentire se stesso. Si parla spesso di situazioni in cui o ci si resta, o da cui bisogna uscire, consapevoli di tutte le conseguenza negative. È estremamente difficile trovare un compromesso: spesso la salvezza di sé,  deve essere contrappesata dall’invidia di chi diceva di starci vicino.

Quello successivo è uno dei pezzi più forti dell’album, in collaborazione con uno dei rapper più forti del panorama italiano. È E-Green a mettere la sua firma in “Un motivo”, traccia numero dieci di Requiem. Anche stavolta, un pezzo che racconta l’ascesa dalla provincia ai palchi in città, malgrado le difficoltà e gli amici persi durante il percorso. Anche in questo caso, la scelta non sarebbe potuta cadere su nessun’altro, se non sul rapper di Busto Arsizio. La canzone è un attacco a chi racconta una falsa verità nelle canzoni, a chi parla di strada senza averla vissuta, a chi, in un modo o nell’altro, trasforma la stima in invidia nei confronti dei due cantanti, superiori alla media nazionale per il solo fatto di essere riusciti a sopravvivere alla vita che hanno condotto, mantenendosi sempre veri con se stessi.. Il refrain ha una sfumatura alla Stephen King, in cui la strada, a guisa di Pennywise, chiama ancora Claver invitandolo a “giocare con lei”.

“Non c’è show” è una traccia che, già dal titolo, si presenta come una macchina del tempo, in viaggio verso l’anno 1999. Alla fine del secolo scorso, Fritz da Cat pubblicava il leggendario “Novecinquanta”  e “Non c’è limite allo show”, con Dj Lugi alla voce, era il brano d’apertura del’ album. Claver Gold si propone questa volta in collaborazione con un’altra figura storica del rap italiano, anch’essa presente in Novecinquanta con “Street Opera”, e già dalle informazioni disseminate, pare inutile sottolineare l’importanza della presenza di Lord Bean. L’artista è inoltre la mente grafica che si cela dietro il lettering di Requiem, attività a cui ormai ha dedicato gran parte del suo tempo (rilevano anche i merchandising e le grafiche realizzate per “Numero Zero: alle origini del rap italiano”, docufilm del 2015, capitolo di storia raccontato dalle stesse voci di chi ha gettato le fondamenta per il genere nel nostro Paese ed Ensi alla guida del timone tra una testimonianza e l’altra). “Non c’è show” è tendenzialmente un pezzo autocelebrativo, che riporta nell’ hook un sample dello storico pezzo prodotto da Fritz e degli scratch straordinari di Dj West in uscita.

Arrivati a “Prima di decidere”, ci si dovrebbe coprire dai brividi che salgono lentamente su per le vertebre come fossero i pioli di una scala fino alle vostre orecchie, passando per gli occhi nel migliore dei casi, dove si potrebbero liquefare e tornare di nuovo giù. Ghemon ha recentemente pubblicato “Mezzanotte”, album fitto che conta ben quattordici tracce, e in un’intervista diceva di essere stato costretto, per motivi discografici, a scegliere “solo” quattordici delle trenta canzoni che aveva scritto. “Prima di decidere” avrebbe potuto, per ipotesi, essere una bonus track numero quindici: le note di pianoforte e gli accompagnamenti elettrici della base di West non tradiscono il soul e le doti vocali del rapper di Avellino, presente nel ritornello e nella strofa finale. Claver Gold, dal canto suo, ha il potere di rendere puro anche il peggiore dei mali interiori con le sue liriche sincere, riuscendo ad abbattere le barriere di banalità che si potrebbero innalzare attorno alla vera atmosfera del pezzo. Ghemon è complice in tutto questo, descrivendo con poetico realismo il sesso e le emozioni che è capace di partorire.

“Libertà” consta di una collaborazione con un altro membro di Glory Holes, ossia Tmhh. La traccia, che al primo ascolto può passare in sordina, si apre con un flashback in cui il professore chiede al piccolo Claver cosa significhi per lui “libertà”. La risposta alla domanda è da ritrovarsi nella personale storia di Claver e di altri personaggi, Sara e Dario, che vengono raccontati nella loro interminabile corsa per aggrapparsi ai sogni, spenti tra il malessere, i cucchiaini e i bicchieri vuoti. La libertà, però, non sta nella realizzazione dei propri obiettivi, ma proprio nell’instancabile voglia di perseguirli, sfiorarli e vederli allontanarsi per poterli rincorrere ancora su un sentiero costellato di sbagli ed errori i quali, a patto che siano frutto di scelte individuali, sono motivo di orgoglio e forse la vera essenza della libertà stessa. È emblematico il verso di Claver nella terza strofa:
“Lei, sognava un bimbo in dono per Natale/io guardavo il cielo rispecchiarsi dentro il mio fondale/nodo di sangue tra un sorriso e il pianto terminale/non mi riesco a concentrare ed Ettore respira male”
Il verso resta aperto a diverse interpretazioni, ma è sicuramente una forte testimonianza di vita. A fronte di certe esperienze vissute, riuscire a usare il rap per non parlare  di soldi e scarpe nuove, come i modaioli dell’ultima generazione, scorticandosi le cicatrici senza inibizioni, è sicuramente la conversione verbale più profonda del concetto di libertà.

“Il meglio di me” è l’ultima delle collaborazioni dell’album che vanta la presenza di Rancore, quindi a che serve parlarne, se questo basta e avanza per presentare la canzone?
Scherzetto, ne parliamo comunque. “Il meglio di me” è una delle canzoni più intime di Requiem, suona come un pezzo dedicato, e infatti lo è. Dietro le strofe aleggia il contorno di una figura che non è più presente nella vita di Claver e si susseguono anche immagini dal gusto ingenuo e infantile, che rimandano ad un’infanzia vissuta male. L’esperimento era già ben riuscito in “Tarassaco Piscialetto” con “Piove Ancora”, traccia stesa insieme ad un meraviglioso Kyodo. L’ atmosfera in Requiem assume ovviamente tratti più nostalgici e malinconici,  ad esempio:
“Mama, cambia la trama/ricoprimi di nuovo sotto frasi di lana/il freddo entrava in casa come sbirri in borghese/le mie mani eran tese verso la tua sottana”
Rancore si adatta pienamente al ritmo di Claver, è più aperto e meno ermetico, più sentimentale e meno cerebrale, lascia scorrere la rabbia repressa e il disagio come monologhi e flussi di coscienza.
“E nulla porta nostalgia più dei luoghi/ di un ricordo che ti parla, ogni fotogramma sembra un déja vù/e nulla porta ipocrisia più della poesia/che appena dici di farla, già non la stai facendo più”

Chiuso il blocco delle collaborazioni, “Luca” è il pezzo che avvia verso la fine della liturgia. Claver dedica il brano ad un suo amico, come suggerisce il titolo, e lo usa per chiedergli scusa per tutti gli errori commessi e le colpe che ancora si porta addosso, malgrado il tempo passato. Claver rievoca tutti i momenti trascorsi assieme da piccoli fino al momento in cui è scappato, per poi tornare pulito e conscio dei suoi sbagli. Il rapper non perde anche quest’occasione per disseminare perle e varchi temporali, che anche questa volta ci riportano al 1999, quando “cantava Sindrome invece di andare a scuola”. L’ultima strofa si chiude così:
“La notte è piatta e i locali chiudono all’una/il mio fegato non so per quanto regge la schiuma/ricordo vagamente ma a scatti, difatti/la mattina da sveglio tengo qualche lacuna”

Il verso che Claver utilizza in chiusura della terza strofa è lo stesso verso che Fibra utilizza in apertura della terza strofa di “Non dimentico”, traccia contenuta in “Sindrome di fine millennio” degli Uomini di Mare.
Carpa Koi” è il pezzo più adatto a chiudere il Requiem. Claver porta avanti una ricerca lessicale già iniziata e impiegata in “Melograno”, per la precisione in “Lady Snowblood” (forse non è un caso che la produzione della traccia sia affidata a Kintsugi, che ha lavorato a tutte le basi dell’album precedente). Dal gusto orientale, come suggerisce il titolo, ma anche il sample nell’hook, questo pezzo rappresenta per Claver forse l’inizio di una nuova alleanza, la speranza che una nuova unione possa passare un colpo di spugna su tutto ciò che ha passato e che ha raccontato nelle sue canzoni. Per altro, anche nella credenza cattolica ci si auspica una nuova vita dopo la morte, ma Claver preferisce utilizzare questo simpatico animaletto originario della Cina, ma importato e allevato in Giappone sotto il nome di Nishikigoi. Questi pesci sono le tradizionali carpe d’acqua dolce che vengono allevate negli stagni a scopo fondamentalmente ornamentale. Ne esistono infatti di diverse varianti e colori, e i significati che gli vengono attribuiti sono molteplici. La carpa koi è considerata infatti simbolo di perseveranza e di lotta contro le avversità, credenza nata probabilmente dal fatto che questo pesce sia capace di nuotare controcorrente; è considerato anche simbolo di amicizia e amore, nonché fiducia reciproca e fiducia nel matrimonio. Oggi trova grande successo come soggetto di diversi tatuaggi, che la raffigurano spesso circondata da onde o flutti d’acqua.
L’album si chiude con un “Outro” in cui West assembla diversi cuts e samples recuperati da parti di voce cantate all’interno dell’album.

Non c’è molto da aggiungere al termine di un’analisi abbastanza approfondita di un album del genere. Sicuramente che non sia di facile ascolto, se ci si approccia all’artista per la prima volta, per cui si rivela necessario ascoltare anche “Mr. Nessuno” e “Melograno”. A fronte di due album in cui il rapper ha trovato e provato già ogni modalità di espressione, Reqiuem si presenta come quasi un esercizio di stile, dal punto di vista formale, seppur impeccabile per la maniera in cui vengono trattati i suoi contenuti, quasi fossero una scatola con la scritta “fragile”. Lo dimostrano le collaborazioni scelte: Claver rappa accanto al meglio del meglio in Italia, e questo è in sé già sufficiente per consacrarsi come un vulcano artistico in eruzione (escludendo tutti i progetti che l’hanno visto accanto a questi e altri artisti prima che uscisse l’album). Il rapper ascolano ha inoltre la capacità di farci vivere quegli stessi artisti in maniera diversa, da un Fibra più malinconico a un Rancore schietto e senza mezze misure, trascinandoli nel vortice di nostalgia e disagio che lo caratterizza.
Questo disco è esattamente il risultato di ciò che Claver Gold ha chiesto a se stesso, ed è sicuramente ciò che i suoi fan si aspettavano da una mente come la sua. Zero compromessi, zero coinvolgimenti in una scena di cui non vuole far parte e che non è alla sua altezza, sempre vero con se stesso, Claver Gold si dimostra ancora una volta portatore di una cultura che con quest’album vive il passaggio ad una vita nuova, anche se per molti sepolta da tempo.

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Magna Grecia Festival: Jacob Collier, conto alla rovescia 0 165

Jacob Collier, ospite del “Magna Grecia Festival” sabato 20 luglio alle 21.00 nell’Arena Villa Peripato. Conto alla rovescia, dunque, per il genio musicale assoluto del ragazzo-prodigio inglese e per il suo primo concerto italiano (unico in Puglia). Collier sarà uno dei momenti di maggior richiamo della rassegna estiva a cura dell’Orchestra della Magna Grecia e del Comune di Taranto. Enfant-prodige, l’artista inglese torna nel nostro Paese con un nuovo lavoro discografico al quale si ispira il titolo della sua tournée (Djesse World Tour). Fra le collaborazioni, Metropole Orkest, Laura Mvula e Take 6.

L’atteso concerto all’interno del “Magna Grecia Festival” è a cura dall’ICO Magna Grecia e Comune di Taranto. Partner degli eventi in cartellone: Regione Puglia, MiBAC, Fondazione Puglia, “Progetto “MaTa: un Ponte per la cultura con Total, Shell e Mitsui”. Un ringraziamento a Ubi Banca, Baux cucine, Programma Sviluppo, Fondazione Puglia e al media partner myCicero. Quello in programma all’Arena Villa Peripato sarà un viaggio nella mente, nel talento e nei suoni del polistrumentista londinese pupillo di Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea e Pat Metheny che lo hanno definito «talento assoluto» e «grande innovatore del jazz». 

Nonostante la sua giovanissima età, Jacob Collier è già riconosciuto come uno degli artisti più poliedrici e pieni di inventiva del mondo. La sua proposta combina elementi che vanno dal jazz al folk, passando per trip-hop, gospel, soul, improvisation e musica brasiliana. Nato a Londra, è diventato famosissimo sul web grazie ai video pubblicati su Youtube, che mostrano il suo innato talento mentre si cimenta cantando e suonando tutti gli strumenti e curando tutti i visuals su di un mosaico di schermi. Dal 2011 a oggi, ha totalizzato più di cinque milioni di visualizzazioni e al momento conta ottantamila subscribers da ogni parte del pianeta. Collier torna in tour con un nuovissimo show concepito, come tutta la sua musica, nella sua stanza ma che trova nei suoi sensazionali live l’essenza del suo essere.

In occasione del concerto esclusivo di Jacob Collier in programma all’Arena Villa Peripato sabato 20 luglio, previsti bus-navetta gratuiti per Taranto, da Matera, Bari e Marina di Pisticci/Castellaneta. Ingresso 20 euro (più 3 euro in prevendita). 

Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

Questi gli altri appuntamenti del Magna Grecia Festival: venerdì 19 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Mozart forever” (ingresso con invito); sabato 20 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, Jacob Collier (ingresso 20euro, più 3euro di prevendita; “under 18”, 15 euro, più 3euro di prevendita); mercoledì 24 luglio ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bohemian Rhapsody – La leggenda dei Queen” (ingresso gratuito); mercoledì 31 luglio ore 20.00, ex Convento S. Antonio, “Farlibe Duo feat. Daniele Sepe” (ingresso con invito); lunedì 5 agosto ore 21.00, Arena Villa Peripato, “Bob Marley – Il mito del reggae” (ingresso gratuito).

MAGNA GRECIA FESTIVAL 2019

A cura ICO Magna Grecia e del Comune di Taranto

Jacob Collier in concerto. Sabato 20 luglio alle 21.00, Arena Villa Peripato di Taranto. Ingresso 20euro (più 3euro di prevendita); “under 18”, 15euro (più 3euro di prevendita). Biglietti (e informazioni): Orchestra della Magna Grecia, via Giovinazzi 28 (392.9199935), via Tirrenia n.4 (escluso il sabato, 099.7304422), mediante le piattaforme on line vivaticket.it e ticketone.it

“La Terra dei Re”: le mille maschere di Solfrizzo per l’unico volto del rock 0 214

Le vie del rock sono infinite, un po’ come quelle del signore (anche se forse quelle sono finite, come nel film di Troisi) e Vito Solfrizzo le percorre – quantomeno nelle intenzioni – tutte ormai da anni. Non è facile: bisogna sapersi orientare e per farlo è necessario trovare i giusti riferimenti, quelli che ti consentono di ripercorrere i tuoi passi quando ti accorgi che ti stai allontanando troppo e stai per finire fuori strada. Capita di perdersi l’importante è rendersene conto prima che sia troppo tardi. Come disse Baglioni in occasione del Festival di Sanremo “errare è umano, perseverare è artistico” o più semplicemente presuntuoso, come aggiungerei io. Il rock ha un solo volto ma cento, mille, un milione di maschere diverse da indossare secondo l’occasione, e distinguerle l’una dall’altra è difficile, quasi impossibile. Nessuno può avere la presunzione di farlo. “La terra dei re” è l’ultimo album – interamente autoprodotto – di questo giovane cantautore pugliese; è un lavoro che parte da un viaggio interiore e sfocia nella disamina della società contemporanea. Tocca diversi temi, come il precariato, la situazione politica e quello che egli definisce “l’inganno dei talent show”. Le critiche non sono larvate ma precise e mirate. Questo disco arriva a due anni di distanza da “Nove”, album d’esordio uscito nel 2017 in coproduzione con Alessandro Spenga.

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La copertina de “La Terra dei Re”, il nuovo album di Vito Solfrizzo


Si comincia con “Il paradiso dei sogni”, un brano, rude, grezzo. Chitarroni, riff graffianti e beat frenetici, a tratti nevrotici, accompagnano questo pezzo che parla dei nostri sogni, quelli che cerchiamo di realizzare a qualunque costo e che spesso ci spingono a fare cazzate. Non ce ne rendiamo conto, ma quando ci incamminiamo verso i nostri sogni non teniamo conto della strada che abbiamo già percorso né di quella che ancora ci manca per raggiungerli, non ci rendiamo conto della stanchezza e della fatica. Camminiamo per inerzia, fottuti e sfiniti, fino alla fine.

L’attacco del secondo pezzo ricorda molto “Non ci guarderemo indietro mai” dei Negrita. “La terra dei re” è il brano che dà il titolo all’album e ne dichiara le intenzioni: i “re” sono tutti coloro che credono di essere superiori solo perché siedono sugli scranni più alti o ricoprono posizioni apicali o più semplicemente perché indossano una cravatta o vestiti più costosi. I professori, i politici, i datori di lavoro, in generale coloro che si pongono al di sopra di te in un sistema gerarchico- professionale ti fanno pesare la posizione di subordinazione in cui ti trovi rispetto a loro e non puoi far altro che cercare il compromesso per garantirti un quieto vivere. A tutta questa bella gente è bene ricordare – come fa Solfrizzo – quella massima di Montaigne che recita pressappoco così: «Anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo». Degno di nota è il sound alternative che ci riporta agli anni ’90, ai primi brani dei Timoria.

Si continua con “Profumo di sabbia”, brano romantico dedicato alla sua ragazza. È un pezzo più lento, meno ritmato e dal mood riflessivo. Parla di un amore che sopravvive al cambiamento: tutto cambia, perfino i soggetti che questo amore lo vivono e lo consumano, ma il sentimento no. Quello rimane intatto, come un castello di sabbia che nessun’onda riuscirà mai ad abbattere.

I soliti riff asettici ci accompagnano in “Il dono dei furbi”. Questo è una sorta di j’accuse rivolto alla classe politica italiana, rea di tentare continuamente di affabulare e circuire quanta più gente possibile. Non tutti restano intrappolati in questa rete, molti sfuggono perché le maglie sono troppo larghe o semplicemente consunte.

America” segue un preciso crescendo, passa da un’atmosfera cupa all’esplosione del ritornello. Ha un’anima rock classica e parla dell’esperienza nella musica, della rivalità fra gli artisti e del clima di competizione in cui vivono. L’America è l’isola felice, il posto che sogni di raggiungere per realizzare i tuoi sogni. È la terra fertile, quella promessa, quella anelata. Questa è la sola maschera del rock riconoscibile e riconosciuta in tutto l’album.

E so che c’è un posto, è un sogno per me. Io voglio solo l’America, per vivere come va.

Vito Solfrizzo, “America”

La chitarra acustica dona quel tocco di malinconia che serve per raccontare di un amore mai sbocciato – come una nave rimasta ormeggiata nel porto che non prenderà mai l’abbrivio per andare al largo – per un motivo futile. “Senza età” parla di tutte quelle storie d’amore che non nascono per differenze anagrafiche. L’età è un ostacolo da superare e non tutti hanno la forza per farlo. Il pezzo è un po’ piatto all’inizio ma poi prende quota e decolla nel finale con l’assolo.

La chitarra – come si percepisce – è una sorta di coperta di Linus per Solfrizzo, che la usa tanto, forse troppo. In “Cuore di Razza” la sua preminenza rende il pezzo un po’ piatto, parole e musica non sono sullo stesso piano ma posti in modo gerarchico: prima la chitarra e poi tutto il resto. C’è una sproporzione che sfocia nel virtuosismo e nell’ostentazione ed è un vero peccato perché sia in questo sia in altri pezzi emergono una buona vocalità e una buona capacità di scrittura che vengono relegati, purtroppo, a margine. Il tema è quello trito e ritrito dell’inganno dei talent show che puntano solo agli ascolti a detrimento del talento e del valore di un’artista.

Si cambia registro in “Conquiblues“, un pezzo che parla di precariato, di sfruttamento e di tutti i problemi che attanagliano il nostro paese. Il blues rock stile anni ’70 smarca un po’ l’album dall’alveo del classic e lo avvicina più al pop. L’armonica si addice perfettamente allo stile del brano.

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La duttilità è una qualità importante, che ci consente di stare bene in qualsiasi situazione. “Mi Adatterò” è un’apologia di questa capacità, per qualcuno di poco conto o addirittura esecrabile. È un pezzo che ha due facce: una acustica e l’altra elettrica. Comincia in acustico, una chitarra in stile Cobain in qualche strana versione di Something in The Way suonata sotto un ponte, cui si unisce l’elettrica “sporca” del ritornello. “Se cambia l’orizzonte io mi adatterò” è il manifesto di questa capacità adattiva non comune.

U.R.A.” acronimo di Utopia Realmente Astratta (una specie di supercazzola a cui Nanni Moretti risponderebbe con uno schiaffo) è «un viaggio interiore intenso quanto inaspettato» come lo definisce Solfrizzo. È un viaggio dettato dal cambiamento e dalla voglia di realizzare gli obiettivi e i sogni di una vita. In esso spiccano una buona vocalità troppo spesso oscurata e un bel basso.

Si continua sulla stessa scia con “L’ombra del Sole“, un pezzo che parla della lotta interiore contro il “nostro” lato oscuro. Lottiamo affinché non prenda il sopravvento e non trovi mai la luce. Ritorna lo stile Timoria (anche la vocalità lo ricorda vagamente). Il ritmo veloce e cadenzato rende il pezzo tutto sommato lineare a parte qualche sfumatura glitch.

Di stampo decisamente cantautoriale è “La Canzone nel Vento“, brano che chiude il disco. È un pezzo dedicato al nonno scomparso nel 2007. È quello più vero e sentito di tutto l’album: non ci sono sovrastrutture né orpelli, solo sentimento. È un brano struggente ma piacevole e dall’imponente carico emozionale.

L’amatorialità di questo disco emerge ad ogni singolo ascolto. Non rappresenta una novità né un unicum nel panorama musicale italiano – che di dischi del genere è ormai saturo; ogni anno ne escono a dozzine: dozzine di dischi pseudo-rock-wannabe dal sound inconsistente. Nel caso di Solfrizzo le capacità, almeno, ci sono, ma non vengono sfruttate per colpa di un’imprecisa superficialità.

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