“Requiem”, Claver Gold celebra il funerale del suo passato con un album da urlo 0 3800

L’album è una liturgia del rapper ascolano in ricordo di un passato defunto a carico della memoria, il dazio da pagare al passaggio tra tutto ciò che è stato e tutto quello che può essere raccontato  

Il 30 novembre 2017  Claver Gold celebra il suo personalissimo funerale al ricordo del suo passato rilasciando “Requiem”, terzo album in studio pubblicato con la “Glory HoleRecords.
L’album è uscito a due anni di distanza da “Melograno”, seguito da un lungo tour che si è chiuso lo scorso mese. L’impegno dovuto ai live non ha tenuto il rapper lontano dai fogli, costantemente accompagnato dal suo storico compagno di viaggio Dj West, che ha curato i beats e le produzioni del nuovo album.

Il “Requiem” è nella tradizione cattolica una messa celebrativa in memoria dei defunti, spesso recitata durante un evento funebre. Come insegna Dante nella Divina Commedia, anche nella religione cattolica è consolidata la convinzione che preghiere e ossequi in memoria del defunto possano abbreviare il suo passaggio dal Purgatorio al Paradiso. Se questo è il concept che ha spinto Claver a lavorare ad un album che conta una tracklist di 17 pezzi (tra cui numerose e importanti collaborazioni con personaggi illustri della scena rap italiana), allora questa è la testimonianza di chi guarda avanti senza scordarsi da dove arriva, quali sono i peccati che ha commesso, e quanto è costato il rispetto guadagnato fino ad ora. Un auto-confessionale in cui metaforicamente è la musica a fare da sacerdote, e alla quale Claver confida tutto: dall’inferno della provincia al riconoscimento dalla scena e dalla critica, il prezzo della coerenza di chi non fa rap per soldi e successo, i problemi con la droga e i drammi del suo vissuto travagliato.

Il rapper si è da sempre distinto per una metrica intimista e un flow molto introspettivo, che trovano il perfetto connubio con il lavoro di Dj West.
Questo disco è stato prodotto nel 2017.
Questo disco è stato prodotto nel 1997.
Questo disco è stato prodotto nel 2037.
Tutte e tre queste affermazioni potrebbero essere vere: ad ogni traccia il capo va ancora su e giù pompando i muscoli del collo come una volta; le strofe, oggi come allora, raccontano di drammi esistenziali, ma con un lessico evoluto, più che maturo, istruito, ed una ricchezza di allegorie e figure retoriche da invidiare. Sono pochi gli artisti che sanno narrarsi in maniera trasparente lasciando che tutto il proprio malessere impollini le orecchie dell’ascoltatore fino a farlo rivedere in ognuna di quelle storie, in ognuna di quelle paranoie, somatizzando ogni cicatrice come fosse la propria. Claver Gold si scontra con la sua autocoscienza e si supera ancora una volta di certo; noi ascoltiamo la sua vita e impariamo a distinguere gli errori (in questo disco forse è il caso di chiamarli peccati) senza averli commessi.

La copertina del disco

Il disco si apre con un intro di tutto rispetto. Dies Irae è il portale dell’anima, la formula spirituale con cui Claver si apre ai fantasmi che ritornano nel presente. Recitata più che cantata dall’ eccelso Murubutu, metà in latino, come pro forma, e metà in italiano. Come suggerisce il titolo, che non è solo un riferimento, ma una vera e propria trasposizione del verso biblico, l’introduzione rimanda al giorno del giudizio, in cui tutte le anime verranno giudicate e i buoni saliranno in Paradiso, mentre i peccatori saranno dannati per sempre. In questi pochi versi è racchiuso il concept di tutto l’album, ma Murubutu è chiaro nel precisarne le intenzioni:
“Questo è tutto per quello che è stato/per ciò che ci han dato, per ciò che è passato/niente nell’ombra è passato realmente/tutto ritorna, è un eterno presente”.

 

“Ballo coi lupi” è la traccia più “leggera” dell’album. Claver racconta da dove viene, cosa succedeva nei giorni del suo quartiere, in maniera a tratti amaramente autoironica, fino al primo incontro con la droga, e la sua fuga nella terza strofa. Senza concentrarsi troppo, chi è attento saprà ritrovare anche quello che a me sembra un props non troppo scontato.
Il singolo che ha anticipato di un mese l’uscita dell’album è “La notte delle streghe”. Il video è stato rilasciato il 31 ottobre ( niente è mai un caso ), piazzandosi finanche nella classifica delle tendenze della settimana. Onestamente, direi: uno schiaffo per chi è ancora dietro a quella storia secondo cui  “il vero hip hop è morto, ecc..”. Io credo che esista una sola verità: c’è chi crede in una cultura, e chi non ci crede. Chi ha fede, fa hip hop, gli altri fanno i soldi.
La traccia è fitta di allegorie dal gusto esoterico rispetto a quella che per un uomo è la regina delle tentazioni: le donne. Le conseguenze di una discesa nel girone delle notti di città sono l’ansia, la paura, il disagio, sostenuti dal beat cupo e tetro di Dj West. La donna-strega che porta all’autolimitazione, al timore di sentirsi completi, è la dipendenza dell’uomo dal male e l’autodistruzione.

“Butta la croce, abbraccia il male spirituale come il grande caprone di Goya/corpi dati in pasto ai corvi in fila sulla mangiatoia/tagliami la lingua con una cesoia e tirerò le cuoia/tanto so che torneranno anche solo per noia”

Il flow e le liriche ricordano quasi le filastrocche sulle figure immaginare che abitano le case nell’oscurità della provincia raccontate ai bambini. Il senso forse è proprio questo: è da bambini che ci si sente disarmati, e il mondo fiabesco dell’innocenza e della purezza deve scontrarsi anche con la dimensione delle paure più profonde. Per il resto, un semplice vocabolario forse non vi basterà per capire quanta cultura c’è dietro i testi di Claver.
Quella successiva potrebbe essere con stretto margine di discrezione la traccia più bella dell’album. Il malessere sincero che si diffonde dalle parole è un grido di rivolta a un destino infedele. “Ricordati di ricordare” necessita di un equalizzatore specifico che possa rendere giustizia alla malinconia e ai suoi bassi. Si pensi a questo pezzo come la nemesi di “Soffio di lucidità” (quinta traccia di “Mr. Nessuno”, 2014, Glory Holes), da lui stesso citata nel pezzo.

“Tu fammi veglia nell’ombra dei fossi/risplendi come l’alba lacrimando ad occhi rossi” (Soffio di lucidità)
“Tu dipingevi la parete e scendevi le scale/bella come il cielo di Norvegia, luce boreale” (Ricordati di ricordare)

Claver Gold non è un artista di facile ascolto se non si sono seguite le fasi che l’hanno portato a essere ciò che è oggi. È possibile che la nostalgia razionalizzata di questo brano sia proprio il risultato di una lucidità ritrovata a caro prezzo. L’invito in questo caso ad una donna di ricordarsi tutto ciò che lui ha fatto da quando la loro storia è iniziata, deriva dalla presa di coscienza di sé, di dove si è arrivati nonostante l’assenza di chi doveva esserci. Ora che la situazione è capovolta, non resta che ricordare e fare propri gli errori. Il ritornello spezza il fiato, vive della base di West, e viceversa.

“Deja Vù senza fiato” è la collaborazione dell’album che tutti aspettavano. Deja Vù senza fiato è veramente un back in the days. Deja Vù senza fiato è un viaggio indietro alla fine del millennio. Questa è la prima collaborazione dell’album, che vanta l’appoggio di un Fabri Fibra nostalgico e sentimentale. Non sarà spesa parola alcuna sulla questione “il vecchio Fibra”. La canzone si apre con un arpeggio acustico e racconta la storia di chi parte dalla provincia per arrivare in alto. Spesso inseguire i propri sogni nel loro labirinto ha un costo maggiore delle aspettative, e solo quando si è giunti al termine ci si accorge che, infondo, si è percorsa una strada interminabile al solo fine di giungere ad un vicolo cieco. Talvolta soli anche se unici, e il più delle volte senza un filo di Arianna per poter tornare indietro, da dove tutto è cominciato. La città apre le sue braccia se la si guarda negli occhi; appena le si voltano le spalle, sa usare le stesse per strozzare il fiato.
È la traccia numero sei a portare il nome dell’album. In “Requiem 55” Claver Gold si scontra con la sua autocoscienza sfruttando la base di West come confessionale per chiedere scusa a tutte le persone a lui care, a cui ritiene probabilmente di aver fatto del male, volontariamente o involontariamente. Evento raro, ma non unico, il rapper si misura su un suono evidentemente trap. Malgrado i drammi esistenziali e le storie evidentemente finite male da lui raccontate, è certo che l’amore che scorre fluido tra le sue rime  e le basi del suo deejay meriti di puntare a un’istanza superiore anche allo scorrere del tempo. La retorica del pezzo, però, è proprio incentrato sul tempo: quello che è passato e che non basta per dimenticare ricordi inquinati dalla droga e dalla follia, e quello che resta per poter rimediare agli sbagli, laddove siano stati commessi, per poter tornare a credere in una vita spensierata e distante dai guai.

“Quando sei con lui” è lo spartiacque dell’album. Da questa traccia in poi sarà messo in fila il blocco delle collaborazioni, alcune storiche, altre nuove e di grande rilievo nel panorama del (conscious) rap italiano. La traccia si presenta da sé già dal titolo. Claver è stato con una donna che ora ha un altro uomo, nonostante sia conscia di essere legata ancora a lui. Claver non ci risparmia riferimenti cinematografici: “io che volavo da cinquanta piani” potrebbe essere una nota al margine, ma non passa inosservata a chi conosce il ben noto film di Mathieu Kassovitz La haine(1995), con protagonista Vincent Cassel, tra gli altri. Chi ha studiato “clavergoldologia”, però, sa che potrebbe anche essere un riferimento indiretto a “Blu Cobalto” (2009), prodotto da dj West e che prevede la collaborazione di Over:
“Noi sul bordo di un palazzo di cinquanta piani, mani nelle mani/dove le vertigini spaventano il domani/siam pronti per il salto, pronti per il balzo/pronti per nuovi tramonti, nuovi giorni blu cobalto”.
È probabile che la Mallory Knox di cui parlava anni fa, sia la stessa che si lascia indetro perché “ha perso le fedi”. Basta con le allucinazioni adesso e torniamo con i piedi per terra: il ritornello in extrabeat è una bomba a idrogeno.

Davide Shorty è il primo nome del secondo blocco dell’album. “Notte di vino” è il connubio perfetto tra il flow di Claver Gold e il soul di Shorty, che ha una voce incantevole, ammaliante, e senz’alcun’ombra di dubbio la più adatta all’atmosfera e al testo del pezzo. Un pezzo, per altro, in cui Claver non spreme solo mosto amaro. È l’ebbrezza del male a comandare come sempre il ritmo del pezzo, ma c’è di più proprio oltre i contorni di quel cielo costantemente grigio che guarda dall’alto sui deliri raccontati, onirici o reali che siano. Una figura capace di sintonizzarsi sulla stessa onda di quel male, di trarne il meglio, capace di rendere meno tortuoso anche il più insidioso dei sentieri della vita.
“Uno come me” è un altro self-telling amplificato dalla cornice calda della voce di Stephkill, storico amico e collaboratore di Claver Gold, nonché artista autonomo (lo troviamo  anche in Mr. Nessuno in brani come “Mani” e “Non Basta”). Nel pezzo il rapper sembra volersi scostare dalla vita che lo ha inseguito per anni, quella della droga, della strada e dell’insuccesso. Malgrado i suoi sforzi e l’esempio che rappresenta per gli altri, gli sbagli continuano a perseguitare la vita di amici e cari, ai quali però è arrivato il momento di rinunciare, per potersi sentire se stesso. Si parla spesso di situazioni in cui o ci si resta, o da cui bisogna uscire, consapevoli di tutte le conseguenza negative. È estremamente difficile trovare un compromesso: spesso la salvezza di sé,  deve essere contrappesata dall’invidia di chi diceva di starci vicino.

Quello successivo è uno dei pezzi più forti dell’album, in collaborazione con uno dei rapper più forti del panorama italiano. È E-Green a mettere la sua firma in “Un motivo”, traccia numero dieci di Requiem. Anche stavolta, un pezzo che racconta l’ascesa dalla provincia ai palchi in città, malgrado le difficoltà e gli amici persi durante il percorso. Anche in questo caso, la scelta non sarebbe potuta cadere su nessun’altro, se non sul rapper di Busto Arsizio. La canzone è un attacco a chi racconta una falsa verità nelle canzoni, a chi parla di strada senza averla vissuta, a chi, in un modo o nell’altro, trasforma la stima in invidia nei confronti dei due cantanti, superiori alla media nazionale per il solo fatto di essere riusciti a sopravvivere alla vita che hanno condotto, mantenendosi sempre veri con se stessi.. Il refrain ha una sfumatura alla Stephen King, in cui la strada, a guisa di Pennywise, chiama ancora Claver invitandolo a “giocare con lei”.

“Non c’è show” è una traccia che, già dal titolo, si presenta come una macchina del tempo, in viaggio verso l’anno 1999. Alla fine del secolo scorso, Fritz da Cat pubblicava il leggendario “Novecinquanta”  e “Non c’è limite allo show”, con Dj Lugi alla voce, era il brano d’apertura del’ album. Claver Gold si propone questa volta in collaborazione con un’altra figura storica del rap italiano, anch’essa presente in Novecinquanta con “Street Opera”, e già dalle informazioni disseminate, pare inutile sottolineare l’importanza della presenza di Lord Bean. L’artista è inoltre la mente grafica che si cela dietro il lettering di Requiem, attività a cui ormai ha dedicato gran parte del suo tempo (rilevano anche i merchandising e le grafiche realizzate per “Numero Zero: alle origini del rap italiano”, docufilm del 2015, capitolo di storia raccontato dalle stesse voci di chi ha gettato le fondamenta per il genere nel nostro Paese ed Ensi alla guida del timone tra una testimonianza e l’altra). “Non c’è show” è tendenzialmente un pezzo autocelebrativo, che riporta nell’ hook un sample dello storico pezzo prodotto da Fritz e degli scratch straordinari di Dj West in uscita.

Arrivati a “Prima di decidere”, ci si dovrebbe coprire dai brividi che salgono lentamente su per le vertebre come fossero i pioli di una scala fino alle vostre orecchie, passando per gli occhi nel migliore dei casi, dove si potrebbero liquefare e tornare di nuovo giù. Ghemon ha recentemente pubblicato “Mezzanotte”, album fitto che conta ben quattordici tracce, e in un’intervista diceva di essere stato costretto, per motivi discografici, a scegliere “solo” quattordici delle trenta canzoni che aveva scritto. “Prima di decidere” avrebbe potuto, per ipotesi, essere una bonus track numero quindici: le note di pianoforte e gli accompagnamenti elettrici della base di West non tradiscono il soul e le doti vocali del rapper di Avellino, presente nel ritornello e nella strofa finale. Claver Gold, dal canto suo, ha il potere di rendere puro anche il peggiore dei mali interiori con le sue liriche sincere, riuscendo ad abbattere le barriere di banalità che si potrebbero innalzare attorno alla vera atmosfera del pezzo. Ghemon è complice in tutto questo, descrivendo con poetico realismo il sesso e le emozioni che è capace di partorire.

“Libertà” consta di una collaborazione con un altro membro di Glory Holes, ossia Tmhh. La traccia, che al primo ascolto può passare in sordina, si apre con un flashback in cui il professore chiede al piccolo Claver cosa significhi per lui “libertà”. La risposta alla domanda è da ritrovarsi nella personale storia di Claver e di altri personaggi, Sara e Dario, che vengono raccontati nella loro interminabile corsa per aggrapparsi ai sogni, spenti tra il malessere, i cucchiaini e i bicchieri vuoti. La libertà, però, non sta nella realizzazione dei propri obiettivi, ma proprio nell’instancabile voglia di perseguirli, sfiorarli e vederli allontanarsi per poterli rincorrere ancora su un sentiero costellato di sbagli ed errori i quali, a patto che siano frutto di scelte individuali, sono motivo di orgoglio e forse la vera essenza della libertà stessa. È emblematico il verso di Claver nella terza strofa:
“Lei, sognava un bimbo in dono per Natale/io guardavo il cielo rispecchiarsi dentro il mio fondale/nodo di sangue tra un sorriso e il pianto terminale/non mi riesco a concentrare ed Ettore respira male”
Il verso resta aperto a diverse interpretazioni, ma è sicuramente una forte testimonianza di vita. A fronte di certe esperienze vissute, riuscire a usare il rap per non parlare  di soldi e scarpe nuove, come i modaioli dell’ultima generazione, scorticandosi le cicatrici senza inibizioni, è sicuramente la conversione verbale più profonda del concetto di libertà.

“Il meglio di me” è l’ultima delle collaborazioni dell’album che vanta la presenza di Rancore, quindi a che serve parlarne, se questo basta e avanza per presentare la canzone?
Scherzetto, ne parliamo comunque. “Il meglio di me” è una delle canzoni più intime di Requiem, suona come un pezzo dedicato, e infatti lo è. Dietro le strofe aleggia il contorno di una figura che non è più presente nella vita di Claver e si susseguono anche immagini dal gusto ingenuo e infantile, che rimandano ad un’infanzia vissuta male. L’esperimento era già ben riuscito in “Tarassaco Piscialetto” con “Piove Ancora”, traccia stesa insieme ad un meraviglioso Kyodo. L’ atmosfera in Requiem assume ovviamente tratti più nostalgici e malinconici,  ad esempio:
“Mama, cambia la trama/ricoprimi di nuovo sotto frasi di lana/il freddo entrava in casa come sbirri in borghese/le mie mani eran tese verso la tua sottana”
Rancore si adatta pienamente al ritmo di Claver, è più aperto e meno ermetico, più sentimentale e meno cerebrale, lascia scorrere la rabbia repressa e il disagio come monologhi e flussi di coscienza.
“E nulla porta nostalgia più dei luoghi/ di un ricordo che ti parla, ogni fotogramma sembra un déja vù/e nulla porta ipocrisia più della poesia/che appena dici di farla, già non la stai facendo più”

Chiuso il blocco delle collaborazioni, “Luca” è il pezzo che avvia verso la fine della liturgia. Claver dedica il brano ad un suo amico, come suggerisce il titolo, e lo usa per chiedergli scusa per tutti gli errori commessi e le colpe che ancora si porta addosso, malgrado il tempo passato. Claver rievoca tutti i momenti trascorsi assieme da piccoli fino al momento in cui è scappato, per poi tornare pulito e conscio dei suoi sbagli. Il rapper non perde anche quest’occasione per disseminare perle e varchi temporali, che anche questa volta ci riportano al 1999, quando “cantava Sindrome invece di andare a scuola”. L’ultima strofa si chiude così:
“La notte è piatta e i locali chiudono all’una/il mio fegato non so per quanto regge la schiuma/ricordo vagamente ma a scatti, difatti/la mattina da sveglio tengo qualche lacuna”

Il verso che Claver utilizza in chiusura della terza strofa è lo stesso verso che Fibra utilizza in apertura della terza strofa di “Non dimentico”, traccia contenuta in “Sindrome di fine millennio” degli Uomini di Mare.
Carpa Koi” è il pezzo più adatto a chiudere il Requiem. Claver porta avanti una ricerca lessicale già iniziata e impiegata in “Melograno”, per la precisione in “Lady Snowblood” (forse non è un caso che la produzione della traccia sia affidata a Kintsugi, che ha lavorato a tutte le basi dell’album precedente). Dal gusto orientale, come suggerisce il titolo, ma anche il sample nell’hook, questo pezzo rappresenta per Claver forse l’inizio di una nuova alleanza, la speranza che una nuova unione possa passare un colpo di spugna su tutto ciò che ha passato e che ha raccontato nelle sue canzoni. Per altro, anche nella credenza cattolica ci si auspica una nuova vita dopo la morte, ma Claver preferisce utilizzare questo simpatico animaletto originario della Cina, ma importato e allevato in Giappone sotto il nome di Nishikigoi. Questi pesci sono le tradizionali carpe d’acqua dolce che vengono allevate negli stagni a scopo fondamentalmente ornamentale. Ne esistono infatti di diverse varianti e colori, e i significati che gli vengono attribuiti sono molteplici. La carpa koi è considerata infatti simbolo di perseveranza e di lotta contro le avversità, credenza nata probabilmente dal fatto che questo pesce sia capace di nuotare controcorrente; è considerato anche simbolo di amicizia e amore, nonché fiducia reciproca e fiducia nel matrimonio. Oggi trova grande successo come soggetto di diversi tatuaggi, che la raffigurano spesso circondata da onde o flutti d’acqua.
L’album si chiude con un “Outro” in cui West assembla diversi cuts e samples recuperati da parti di voce cantate all’interno dell’album.

Non c’è molto da aggiungere al termine di un’analisi abbastanza approfondita di un album del genere. Sicuramente che non sia di facile ascolto, se ci si approccia all’artista per la prima volta, per cui si rivela necessario ascoltare anche “Mr. Nessuno” e “Melograno”. A fronte di due album in cui il rapper ha trovato e provato già ogni modalità di espressione, Reqiuem si presenta come quasi un esercizio di stile, dal punto di vista formale, seppur impeccabile per la maniera in cui vengono trattati i suoi contenuti, quasi fossero una scatola con la scritta “fragile”. Lo dimostrano le collaborazioni scelte: Claver rappa accanto al meglio del meglio in Italia, e questo è in sé già sufficiente per consacrarsi come un vulcano artistico in eruzione (escludendo tutti i progetti che l’hanno visto accanto a questi e altri artisti prima che uscisse l’album). Il rapper ascolano ha inoltre la capacità di farci vivere quegli stessi artisti in maniera diversa, da un Fibra più malinconico a un Rancore schietto e senza mezze misure, trascinandoli nel vortice di nostalgia e disagio che lo caratterizza.
Questo disco è esattamente il risultato di ciò che Claver Gold ha chiesto a se stesso, ed è sicuramente ciò che i suoi fan si aspettavano da una mente come la sua. Zero compromessi, zero coinvolgimenti in una scena di cui non vuole far parte e che non è alla sua altezza, sempre vero con se stesso, Claver Gold si dimostra ancora una volta portatore di una cultura che con quest’album vive il passaggio ad una vita nuova, anche se per molti sepolta da tempo.

Previous ArticleNext Article

Lascia un commento

Intervista a Depha: “3Tone Studio ormai punto di riferimento a Roma.” 0 292

Il lavoro del producer è ormai fondamentale, nel Rap o nella Trap, per la buona riuscita di un progetto musicale: succede praticamente per ogni artista, basti pensare all’ottima coppia che formano Quentin40 e Dr. Cream, o al super lavoro di Charlie Charles all’interno della Trap. A metà fra old school e nuova scuola si trova un altro producer fra i più fruttuosi del panorama italiano: Depha Beat, all’anagrafe Edoardo Di Fazio, è un produttore classe ’86 da parecchio tempo impegnato a lavorare con molti esponenti del rap romano, fra cui Gast, Chicoria, Metal Carter, Yamba, Roma Guasta e Pa Pa. Il lavoro di Depha si concentra tutto al quartiere Africano di Roma, nel 3Tone Studio, da dove sono usciti tanti degli ultimi lavori della scena romana. Come dice Depha stesso, il 3Tone è diventato un punto di riferimento, e così anche lui: abbiamo intervistato il giovane produttore romano, parlando proprio del 3Tone Studio, degli artisti con cui lavora quotidianamente, ma anche della scena romana e dei progetti futuri.

depha beat intervista blunote music 3tone studio

Ciao Depha! Partiamo dalle basi: 3Tone Studio, attivo dal 2014. Raccontami un po’ la storia.
La storia del 3Tone Studio inizia ancora prima della sua formazione, quando si chiamava 3Q Studio. Devi sapere che sono laureato in grafica e design – sono completamente autodidatta per quello che riguarda la musica. Praticamente, tornai da Londra dopo aver fatto uno stage in uno studio di grafica dove venni trattato a pesci in faccia [Ride, n.d.r.]; da lì la decisione di aprire uno studio, visto anche che suonavo dall’età di quattordici anni. È iniziato come studio di grafica, non solo di musica, ma poi ci siamo dati solo a quest’ultima, investendoci molti soldi e rendendolo uno studio professionale.

Quanta gente passa dallo studio? Produci davvero un sacco di artisti…
Penso sia diventato un punto di riferimento a Roma, ci son passati quasi tutti per quel che riguarda il rap – o la trap, o l’hip hop, quello che vuoi. Non saprei quantificarli in numeri

Parecchi i lavori usciti nell’ultimo periodo, ad esempio il nuovo disco di Grezzo e Suarez, ‘Siberia’: parlami un po’ di questo lavoro.
Suarez non lo conoscevo ancora molto bene, Grezzo invece è un amico di vecchia data, collaboriamo già da un po’ – facemmo già un disco, Petrolio, un po’ più concettuale. Siberia è nato molto naturalmente, io e Grezzo lavoriamo molto insieme in studio; piano piano è nata l’idea del disco con Suarez e devo dire che è venuto su davvero bene, mi piace molto. È un disco parecchio in controtendenza con quello che va ora, uno dei lavori più belli che ho fatto, anche a partire dalla copertina realizzata dal Sacher Studio, a livello grafico. Ma soprattutto è nato molto naturalmente, spontaneamente.”

depha beat intervista blunote music copertina siberia grezzo suarez
La copertina di ‘Siberia’

Proprio in Siberia, nella traccia ‘Bollicine’, compare Rosa White, un’artista emergente per la quale hai prodotto l’ultimo singolo, Antidoto, che è davvero una bomba. Lei ha una voce fenomenale: dimmi qualcosa di più.
Rosa, calcola, è una macina, come si dice a Roma: è piccolina ma potente. È un concentrato di energie: ora fa una scuola per stuntman, per farti capire il tipo. Collaboriamo da un po’ insieme, me la presentò Gose; abbiamo già fatto un EP a suo tempo e come ti dicevo è un’artista davvero eccezionale: meriterebbe molto di più. Antidoto è un pezzo praticamente “suo”, è stata lei a chiedermi quella sonorità un po’ chill, un po’ jazz, in chiave molto moderna: Rosa è ‘na bella cacacazzi [Ride, n.d.r.], vuole il beat in una determinata maniera… ha il suo modo di lavorare, è giusto così. Anche con lei stiamo lavorando su nuova roba.”

Un altro degli ultimi dischi in uscita è stato ‘In Times of Need’ dei Roma Guasta. Noi li abbiamo intervistati e pensiamo siano tra i migliori emergenti italiani.
Sì, i Roma Guasta spaccano proprio! A parte questa cosa che son due fratelli, che è stata detta e ridetta, è proprio il loro avere l’hip hop nel sangue ad essere stupefacente. Incarnano molto la cultura, una cosa che si sta perdendo nell’ultimo periodo. In Times of Need ne è la dimostrazione, un super disco a metà col Cuns, altro grande producer. Per loro ho anche curato ‘RG Music’, il disco dell’anno scorso, e ora stiamo lavorando su alcuni singoli. Loro sono molto prolifici, non riescono a stare fermi: a volte gli dico ‘ A Regà, spingete il disco prima di fare altra roba’, ma loro hanno questa attitudine – una rarità, oggi – di fare musica per sé stessi; è come andare dalla psicologa per loro, la vivono in maniera appassionata.

Tra gli artisti che produci c’è anche Pa Pa, uno degli artisti più controversi della scena: nei commenti di Instagram e Youtube la gente non spende proprio belle parole, eppure le visualizzazioni non mancano. Inoltre, io ho visto una crescita davvero importante da quando lavorate insieme, sotto il punto di vista artistico.
Conosco Matteo da parecchio, tra l’altro è proprio un ‘pischello de zona’ di dove son vissuto io, al quartiere Africano. Lui è controverso, sì: o lo ami o lo odi, fondamentalmente. Diciamo che è un bel personaggio, un bel coatto – come dicono a Roma. Chi scrive su Instagram, però, non lo sa: sono chiacchiere da cellulare. Io che lo conosco posso dire che è molto reale in quello che fa. Non so se la sua crescita sia merito mio – magari sì, ho cercato di metterlo sotto assiduamente, facendolo venire in studio il più possibile. Pa Pa è l’altra faccia della mia medaglia, quello con cui facciamo roba un po’ più trap: a me piace, è real, ha quell’attitudine nera, americana, che gli permette di mangiarsi il microfono. Con Pa Pa siamo sempre a lavoro, settimanalmente.”

depha beat intervista blunote music Pa Pa
Pa Pa in un fotogramma del videoclip di ‘Guardami Baby’

Proprio i Roma Guasta e Pa Pa disegnano quella contrapposizione fra Rap e Trap che si crea nel tuo studio, dove produci artisti molto diversi fra loro a livello di sonorità. I Roma Guasta, come anche Chicoria, sono legati ad un contesto molto Old School, mentre Pa Pa, Yamba e Numi virano su un sound più moderno. Quello che volevo chiederti è: ti diverti più con il Rap o con la Trap?
Io vengo sicuramente da un contesto old school: sono cresciuto col Truceklan, coi Colle… Il Truceklan fece una vera rivoluzione a suo tempo, e ce l’ho ovviamente nel cuore. Posso definirmi sicuramente old school, ma mi è sempre piaciuta l’innovazione. Per esempio, il primo disco che produssi, chiamato Violentt Beat Vol. 1 – parliamo del lontano 2008, su quel disco c’è anche Duke Montana quando ancora non litigò col Noyz – già sperimentavamo con delle basi un po’ più south. Fondamentalmente, a me diverte fare tutto, anche altri generi musicali – pensa a Rosa White, appunto, ma anche quando sono solo in studio faccio roba-tipo-aperitivo, senza voci sopra; sarà che arrivo al burnout lavorativo e non sopporto più i rapper [Ride, n.d.r.]… in verità funziona come una continua crisi: vengo in studio ogni giorno perché per me è un bisogno, ed ogni giorno dico qualcosa tipo ‘madonna che palle ‘sta roba moderna’ o ‘e basta con ‘sto old school’, ma poi la verità è che mi piace tutto ed il giorno dopo sto punto e a capo.”

Rarissima copia di Violent Beat

Oggi possiamo definire tranquillamente il Rap come genere di punta. Dove pensi sarà il Rap fra cinque anni? Credi che riuscirà a mantenere il trend?
Spero vivamente che lo mantenga – non fosse solo per motivi lavorativi! [Ride, n.d.r.] Al di là di questo, spero si amplino gli orizzonti: adesso mi sembra che le cose che vanno di più sono molto da teenager, è difficile trovare dei testi primi in classifica che abbiano anche un minimo di profondità. Si sa, le tracce che vanno per la maggiore parlano fondamentalmente del nulla. Mi auguro che non sia così, che possa arrivare qualcosa in più sotto questo punto di vista.

E dove vedi Depha, invece, fra cinque anni?
“Sicuramente lo vedo che suona. Ti dico la verità: vorrei andarmene dall’Italia. Non trovo che sia un Paese in grado di dare prospettive future, e non solo per noi artisti: questo Stato sta letteralmente morendo. Sogno uno studio con vista sull’oceano, magari neanche troppo lontano; penso a Tenerife, ad esempio. Un mio amico l’ha fatto, sta lì. Quello è il mio sogno nel cassetto: continuare a fare questo ma in un posto più rilassato, magari lavorando a progetti miei, solo strumentali.”

depha beat intervista blunote music
Depha Beat al 3Tone Studio

Torniamo sul 3Tone Studio. Come dicevamo, sono tantissimi gli artisti che passano sulle tue basi, pressocché tutti romani. Possiamo dire quindi che sì, il 3Tone Studio rappresenta molto la scena romana, ma hai mai pensato di andare oltre quei confini oppure è una scelta stilistica quella di produrre solo gente di Roma?
È una domanda difficile. Stando a Roma mi trovo a lavorare praticamente solo con artisti romani, è una cosa che viene da sé; però è successo di avere persone che vengono da fuori, magari pischelli, o anche qualche featuring in un disco con qualcuno non di Roma. A prescindere, a me piace la realtà romana, il romano, Roma: per me è un complimento questa domanda. Ma non è che non voglio uscire da Roma; mi piacerebbe essere una di quelle persone che portano la scena romana a livelli alti come quella di Milano, o anche a livello internazionale. Roma è complicata, siamo pieni di storie, di faide fra persone, ed è difficile creare un unico ‘esercito’ di artisti: tendiamo ad escluderci l’uno con l’altro, una cosa che a Milano non succede. Infatti molti dei rapper romani che sono andati a Milano sono quelli che sono andati meglio.

Basti pensare solo a Noyz Narcos…
Sì, esatto, anche se penso che Noyz avrebbe fatto successo anche rimanendo a Roma. Guardiamo Lauro [Achille, n.d.r.], ad esempio: conosco molto bene il Quarto Blocco – stavo alle elementari con Sedato, per dire – e Lauro è stato quello che da zero è diventato un capo. Poi, puoi criticare la musica che fa adesso, può essere rap o non rap, però…

Questi discorsi li lasciamo a chi non capisce di musica: Achille Lauro è uno degli artisti migliori in Italia, se non il migliore
Son d’accordo: può piacere o no, ma tanto di cappello e tutta la mia stima, anche per come si è saputo vendere senza mai piegarsi al mercato.

achille lauro beat intervista blunote music 3tone studio
Achille Lauro

C’è qualche artista al di fuori della scena romana, magari emergente, che apprezzi particolarmente? Ad esempio, di recente sono andato in fissa con la scena napoletana che oggi ci sta regalando parecchi artisti che spaccano davvero: sicuramente il primo che mi viene in mente è Speranza, ma anche Ciro Zero, Geolièr ecc.
“Speranza mi fa sballare, mi piace troppo. È forte tecnicamente ed ha un modo di raccontare le sue storie in maniera del tutto originale. Per quello che riguarda quello che ascolto, beh, mi becchi in flagrante. Facendo rap italiano tutto il giorno è difficile che la sera, quando non sono in studio, ascolti rap italiano…”

T’ha rotto il cazzo!
Eh, sì! [Ride, n.d.r.]. Diciamo che lo ascolto perché qualcuno mi viene a dire che è uscito questo o quest’altro, ma io ascolto molto rap americano e, quando ascolto rap italiano, cerco qualcosa della mia adolescenza. Sul rap italiano posso anche definirmi ignorante; posso dirti, però, che mi piace molto Gué, ‘na cifra: ha un’arroganza che nessun rapper italiano ha. Posso dire anche che mi piace Ghali, ma rimango comunque legato al rap americano. Sono un mega fan di Nipsey Hussle – a cui  purtroppo hanno sparato da poco – e che mi fece conoscere proprio Manuel [Gast, n.d.r.]. Lui mi piaceva perché ha queste sonorità trap-west coast, e io amo la west coast. Ma anche Tyler The Creator, tutta l’ASAP, la scena di Buffalo col campione che gira loopato all’infinito. Ma posso cambiare del tutto e andare anche su Battisti, Pink Floyd… diciamo che sono un po’ eclettico [Ride, n.d.r.]. Non amo chiudermi in un genere, la trovo una cosa superficiale: c’è sempre nuova musica da scoprire, nuove emozioni da provare, a prescindere che faccia parte di una corrente o di un’altra.”

In una tua intervista del 2016 per 2Due Righe parlavi di un progetto, Grounder, fondamentalmente un’etichetta di cui però, posso immaginare, non se n’è fatto più nulla. Allo stesso tempo, però, il 3Tone Studio è diventato un’etichetta: possiamo dire che è la sua evoluzione?
Sì, non viene proprio direttamente da Grounder però sì, il 3Tone Studio è un’etichetta, abbiamo anche la distribuzione. Ovviamente abbiamo iniziato da poco a lavorare come etichetta, ma andiamo bene: puntiamo a raccogliere buona parte del panorama romano per farlo emergere di più. Speriamo!

Sempre in quell’intervista avevi anche accennato ad un disco con molti artisti che, però, ancora non è uscito. Hai abbandonato l’idea di questo lavoro?
Non è che l’ho abbandonato, è che ci sono difficoltà realizzative dovute alla mia indecisione: è difficile, a volte faccio un beat che penso di tenere per il mio progetto e alla fine, preso dall’entusiasmo, lo do ad un artista a cui piace per il suo lavoro. Ogni tanto droppo un singolo – ad esempio fra un po’ ne esce uno con Pacman. Diciamo che piuttosto che fare un disco, cosa che sicuramente farò quando mi deciderò, farò dei singoli come ‘Depha Beat X l’artista in questione’. Ho già fatto quello con i Roma Guasta, poi quello con Pacman e sicuramente uno col Chicoria…”

Ah! Finalmente il Chicoria. Ha pubblicato un singolo da poco, ma un disco di Chicoria manca da tanto, dal 2016, con Lettere.
Sì, guarda, ho visto Armando da poco. Eh… Mo ritornerà prepotentemente! Non voglio dire altro.

Parliamo di Gast, allora: Star Roller è uscito di recente: com’è andato e cosa avete in studio adesso?
Beh, il disco è andato bene, abbiamo fatto un milione e passa di streaming e sono molto contento. Con Manuel ci lavoro in maniera molto naturale, le cose vanno sempre bene con lui. Adesso ci siamo presi un attimo di pausa, stiamo respirando. Sicuramente faremo un Cime Viola 2, per ora mi godo i frutti del lavoro. Sono tanto soddisfatto di Star Roller, mi piace molto, posso dirti che la mia traccia preferita è Fuoriserie. Ma anche quella col Noyz è spettacolare. È un disco che mi piace perché è il riassunto di innumerevoli tracce che facemmo, abbiamo cercato di regalare al pubblico un lavoro più completo, che facesse vedere tutte le nostre sfaccettature. Penso ci siamo riusciti alla grande.”

Abbiamo parlato di PaPa come artista controverso, ma un altro che può rientrare in questo genere è Metal Carter, del quale hai curato l’ultimo disco uscito: com’è stato lavorarci e cosa ci dobbiamo aspettare?
Beh, lavorare col Sergente è sempre esilarante! Consiglio sempre il suo ascolto la mattina nel traffico, per motivarsi prima di andare a lavoro. [Ride, n.d.r.] Lui è molto prolifico, scrive molto, ha molto da dire anche se del suo genere di cose. Siamo già a lavoro su altra roba… A volte non ti ascolta molto, ha delle idee molto ferme – com’è giusto che sia, per carità. Anche del suo ultimo disco sono molto soddisfatto, fare ‘Pagliaccio di Ghiaccio pt.3’ per me è stato un onore. Ma poi Metal Carter mi è sempre piaciuto, è uno di quelli che mi ascoltavo quand’ero ragazzino e lavorarci oggi lo considero come un traguardo personale.

Ultima parentesi per quanto riguarda gli artisti: vedremo mai un nuovo disco di 1Zuckero?
Ma magari! È venuto in studio qualche volta, abbiamo lavorato molto bene. Per me è un culto enorme… Ora che mi ci fai pensare non è una brutta idea, gli butto un messaggio appena chiudiamo! [Ride, n.d.r.]”

Chiudiamo con uno sguardo al futuro prossimo: cosa sta per uscire?
In uscita ho vari artisti emergenti: Bebi 182, Occhiaia 47, Alo e molti altri, un pezzo di PaPa che deve uscire con Louis Papi, ma anche qualche traccia con Numi – penso che a Settembre dropperemo qualcosa; Yamba sta lavorando sul suo disco, ma anche il Chicoria… Sto lavorando con parecchia gente, non mi fermo mai. Uscirà parecchia roba, se mi son scordato qualcuno mi perdonerà!”

Perfetto Depha, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo
Ma va, grazie a te!


“@90”: Beppe Dettori torna con l’album che aveva in cantiere da più di vent’anni 0 187

Era il 1998 quando Beppe Dettori, frontman dei Tazenda dal 2006 al 2012, iniziò con Giorgio Secco una collaborazioneche portò alla scrittura e alla registrazione di un album poi mai rilasciato. Ritardi, incomprensioni, svariati problemi di pubblicazione alla base dell’arenamento di un progetto che oggi, a ben vent’anni di distanza, viene recuperato grazie al ricongiungimento dei suoi due autori. Ed ecco che dopo aver dissotterrato l’album, “pulito” e rimasterizzato le tracce, Dettori e Secco si sono resi conto di quanto questo lavoro fosse ancora attuale e sensato per loro. Di quanto sentissero ancora l’esigenza di portarlo alla luce. Da qui la decisione di pubblicarlo, senza però abbandonare quelle sonorità tipicamente anni ’90 con le quali era inizialmente nato. A conferma di ciò l’esplicativo titolo scelto, “@90”: non solo un riferimento al sound adottato, ma anche omaggio a un «periodo ricco di fermenti musicali e di cambiamenti tecnologici, di crisi economiche e politiche ma anche di grandi soddisfazioni e consapevolezze»).

11 inediti e una cover di Ivan Graziani a comporre la tracklist dell’album. Ed è proprio quest’ultima, “Monalisa”, ad aprire il disco, donando all’ascoltatore una sensazione di forza e ribellione, follia e ragione, cultura e passione per l’arte.

Si passa poi dalla positività e la spensieratezza del pop rock di “Starò meglio” – brano edificato intorno all’esigenza di tirarsi fuori dalla mediocrità e dall’omologazione sociale, fuggendo verso lidi di libertà e bellezza –  alle sonorità vagamente madchester di “Mentre passa” – anch’essa guidata dalla ricorrente voglia di ribellarsi alle paure, al dolore e alle difficoltà che la vita presenta.

Tappeti di synth e chitarre funky a colorare la romantica “Fermi il tempo”, che anticipa la ballata di stampo radioheadiano (periodo “Pablo Honey”/”The Bends”) “I’m Falling Down”.

Si passa poi a reminiscenze, rispettivamente, del primo Ligabue e di Vasco per le briose “Sono uscito” e “Quando è ora di andare”, brani accomunati dalla stessa tematica: vincere la paura di buttarsi nell’ignoto e inventarsi un nuovo futuro.

Riff di organi si arrampicano sui morbidi accordi delle chitarre acustiche nella successiva “Mi piace stare qui”: ballata emozionale nella quale Dettori si lascia andare a un cantato rabbioso e sofferto.

I ritmi non si alzano con le successive “Rabbia e dolore” e “Tutto il veleno”: ballad pop rock che racconta la storia di un soldato richiamato alle armi la prima, sussurrata parentesi folk incentrata sull’incanto dell’amore la seconda.

A chiudere le danze ci pensa, poi, la psichedelia appena accennata dalle chitarre sbilenche di “Prendo quello che c’è”: tappa conclusiva di un viaggio all’insegna di un cantautorato pop rock intimo e sincero. Non certo spiazzante o innovativo, ma comunque gradevole e confortante.

Argomenti popolari

Editor Picks

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: