“Revival”, l’ultimo album di Eminem (speriamo): se non l’avete ancora ascoltato, non siete costretti a farlo 0 2839

Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.

È sempre molto difficile trovare un equilibrio tra una parte del mondo che esulta per l’ultima uscita del suo mito o leggenda adolescenziale e l’emisfero destro del cervello che rischia di riportare quasi sempre gravi danni permanenti. E in questo ha anche una forte influenza l’immagine (individuale o collettiva) che si ha in testa del personaggio in questione.
Revivalesce il 15 dicembre 2017, già preceduto da alcuni singoli. La copertina dell’album è una bandiera americana sovrapposta al viso di Marshall abbassato e sorretto dalla sua mano, probabilmente in segno di cordoglio. Sono presenti canzoni dalle tematiche impegnate, ma questo stupisce poco, visto l’attivismo del rapper in diversi show e performance precedenti alla pubblicazione contro il presidente Donald Trump (ma che novità).

Tralasciando la storia dell’album fino al suo rilascio, che è una pressoché intricata forma di social media marketing e comunication ben studiata tra twitts, foto e messaggi promozionali in altrettante foto, Walk on water apre la pista ad altre diciotto tracce, e lo fa con la regina dell’R’n B americana, ovvero Beyoncé. Un pezzo introspettivo e strappalacrime, niente beat, un pianoforte e la voce della cantante nei refrain. Nelle strofe il rapper rivela quanto sia ancora importante per lui comporre, il microfono e le rime, e di quanto non si senta il king, citando una serie di nomi fondamentali e meritevoli di un tale fregio. Malgrado questi presupposti, le aspettative sono sempre molto alte, da parte dei suoi fan ma anche con se stesso, e il suo obiettivo è cercare di non deluderle mai. Da questo, il (banale) ritornello, che aiuta capire che Marshall è un essere umano come tutti: anche lui commette errori, e anche lui può camminare come tutti sopra l’acqua, ma solo quando si ghiaccia (tautologia o affermazione esistenziale?).
L’outro di Walk on water  fornisce l’aggancio a Believe. Il beat trap è costruito su un giro di piano, occorre sperimentare. Siccome la traccia che segue è “quella che fa venire i brividi, corri a sentirla su YouTube”, si skippa, e sapendolo, Eminem scrive un generico testo “alla Eminem”, in cui racconta come ha iniziato da zero fino ad arrivare in cima, chiedendo retoricamente a chi lo ascolta se ancora abbia fede in lui. Le metriche e le skills si auto confermano comunque, anche nella più noiosa Chloraseptic, in collaborazione con Phresher. Peccato per questo rapper imbruttito dalle grandi doti vocali degne di Busta Rhymes, che occupa il ritornello, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, d’altronde.


La quarta traccia è veramente una bomba. Untouchable è una traccia potente, che dà l’illusione di tornare all’inizio del millennio, quando qualcuno ancora produceva basi utilizzando samples e campionature. La traccia in questione è Earache my Eye dei Cheech and Chong, duo ricordato nella storia sicuramente per le sue doti comiche, un po’ meno per quelle musicali. Untouchable riprende la linea di Like toy soldiers come lunghezza, metrica, storytelling e corposità del testo ma, a differenza del brano contenuto in Encore (2005), questo ha una linea meno personale e più politico-sociale. Il testo si divide in due parti: nella prima e seconda strofa, la storia è raccontata dal punto di vista di un poliziotto bianco; nella terza e più lunga strofa, dal punto di vista di un afroamericano. Il ritornello suona ossessivo e idolatrante:

White boy, white boy, you’re a rockstar
(My momma talkin’ to me, tryna tell me how to live)
White boy, white boy, in your cop car
(But I don’t listen to her, ‘cause my head is like a sieve)
White boy, white boy, you’re untouchable
(The world’s coming to an end, I don’t even care)
Nobody can tell me shit ‘cause I’m a (big rockstar)

All’inizio della terza strofa, inoltre, è contenuta una piccola scaramuccia con i Die Antwoord, a cui i due risponderanno con una timida storia Instagram.
River è la quinta traccia dell’album in collaborazione con Ed Sheeran. Difficile esprimersi su un testo dalla storia così profonda quanto imbarazzante, se poi valutata sulla base di un beat da MTV Awards. Questa “Love the way you lie” – parte due si apre con Ed Sheeran che canta il ritornello: bel concept dalla matrice probabilmente biblica in cui, idealmente, le acque del fiume che scorre laverebbero lo sporco e i peccati commessi dalla coscienza, come il fiume Giordano nel Vangelo. Ma la storia racconta con fredda schiettezza l’affaire amoroso tra una donna ed un terzo (Eminem), dopo che lei scopre il tradimento da parte del suo fidanzato; il terzo accetta la freschezza del momento, pur sapendo di essere solo usato. A sua volta, il fidanzato di lei scopre la tresca, e quindi tutta la storia, che di verosimile forse aveva solo i personaggi, salta in aria: ripudiata, lei corre dall’amante raccontandogli tutto; il terzo le spiega che a lui non importa niente di lei; lei ha una novità per lui, e la porta in grembo; finale drammatico e commovente, a cui supporto rientra l’incantevole voce di Ed Sheeran. Vincerà il Premio per la miglior collaborazione ai prossimi Grammy Awards.

Remind me è un pezzo così importante per l’album che ha addirittura un Remind me (intro): è proprio in questo pezzo, infatti, che Slim Shady dimostra di non aver mai finito le scuole. Questa canzone dall’ignoranza straordinaria è a tratti il vero cavallo di battaglia dell’album, costruita anch’essa su un sample molto famoso, ossia “I love Rock ‘n Roll” di Joan Jett & the Blackhearts. Dalle tematiche poco interessanti, il testo è fitto di giochi di parole e comicità a doppio senso sulle donne e l’effetto che fanno sugli uomini.
Revival (Interlude) segna il fatto che si è giunti (vivi) a metà, e per questo motivo, Marshall dedica alla traccia numero nove il momento più profondo dell’album (è un pezzo dove lui non canta). La voce che si ode in questi cinquantuno secondi appartiene ad Alicia Lemke, cantante alternative pop conosciuta anche come Alice and the Glass Lake, passata a miglior vita il nove agosto del 2015 poco dopo aver pubblicato “Chimaera”, il suo album, a causa della leucemia. Il breve interludio è cantato su un sample di pianoforte campionato dalla traccia “Human of the year” dei Regina Spektors.
Momento preparatorio ad una serie di collaborazioni, di cui la prima è una genuina dichiarazione di amore patriottico ad una America diversa, che può cambiare, dal titolo Like home. Alicia Keys accompagna Shady con la sua voce strappalacrime nei ritornelli e nel bridge in questo attacco diretto al quarantacinquesimo presidente. Potrebbe diventare strumentalmente la colonna sonora di qualche film americano. Per quanto riguarda la tempistica, forse Marshall è un po’ ritardo, ma non è solo questo a rendere il pezzo peggiore di ciò che hanno fatto altri artisti in precedenza. Menomale The Storm precede l’album.
Bad Husband è un confessionale, traccia in cui la voce di Ed Sheeran sarebbe stata probabilmente più adatta rispetto agli X-Ambassador, un po’ fuoriluogo, un po’ esitenzialisti.

“You were the beat I loved with a writer’s block/the line thet’s hot, that I forgot/we laughed a little, cried a lot”

La canzone è una pubblica richiesta di perdono alla sua ex moglie Kim, madre di Hailey, con cui Marshall è recentemente tornato insieme. Il mondo conosce la storia di questa coppia soprattutto attraverso gli orridi dissing lanciati dal rapper in passato, che hanno contribuito alla sua fama ma anche a costruirgli attorno un’immagine controversa. Ad ogni modo, non è l’originalità delle liriche a prendere al cuore, ma proprio il fatto di svestirsi degli abiti sporchi del passato, macchiato dai propri errori, e di farlo con una sincerità autopurificatrice che, dall’alto del trono su cui siede l’artista, è emozionante e disarmante. La parola più bella del testo è un infantile “dad” campionato dalla voce di una piccolissima Hailey, già per altro utilizzato in My dad’s gone crazy.
Tragic endings è in collaborazione con Skylar Grey. La cantante aveva già in precedenza lavorato assieme a Slim Shady (i più, ricorderanno I need a doctor, in cui è presente anche lo stesso Dr. Dre), e ha inoltre curato alcune lyrics di Revival, tra cui Walk on water. Sicuramente, Skylar Grey ha alle spalle un’esperienza diversa da quella degli altri artisti presenti nell’album: alcuni di loro sembrano comparse (prima tra tutti, Beyoncé), altri dei jolly pescati a caso dal mazzo. Dalla traccia si evince, invece, una solida simbiosi tra il rapper e la voce femminile, che dà un contributo partecipato e non a sé, su un testo dalla narrazione scottante soprattutto in tempi di femminicidio.

“It took a while for me to get it
But I think I’ve figured it out
She don’t want me, she just don’t wanna
See me with someone else
The idea of seeing me happy
Destroys her in itself
To see me falling to pieces
Brings her joy, brings her hell”

Featuring migliore dell’album, passerà inosservato ai più fanatici e meno attenti.
In Framed, Eminem mette mani anche alla produzione del beat. Meglio soli che male accompagnati: fuori dal tunnel della collaborazioni, il rapper propone una traccia di sano horrorcore, in cui racconta svariate scene di  violenza, implicando la presenza di alcuni personaggi famosi con una sadica ironia. Malgrado l’ambiguità del testo, la forza del beat e del rap grezzo di Eminem riesce a veicolare il messaggio di allarme legato a tutto ciò che è violento, sanguinoso e deviante, mostrato ormai ovunque come se fosse la normalità, rimbalzando par ricochet nella testa dei comuni mortali come fosse addirittura motivo di acquisire notorietà.


Kehlani è presente in Nowhere fast, traccia che descrive l’incertezza e l’inquietudine nei confronti del mondo e del suo futuro. È un peccato per un beat dal sound futuristico e a tratti apocalittico squartato improvvisamente e senza pietà dalla voce di Kehlani, che è per metà una cantante e per metà un computer.
Sample campionato da una clip del film Boogie Nights del 1997, in cui John C. Reilly dà voce a quello che oggi è il ritornello di Heat: traccia scritta a cuor leggero su un groove rock, fresco, incalzante e nostalgico “alla Run DMC”.

“Ass that she wants a computer lodged in her vagina/said my dick is an apple, she said put it inside her”

In Offended, Eminem si riserva la facoltà di insultare coloro che lo sono già stati in passato, nonché personaggi nuovi, tra cui i soliti Donald Trump, consorte, discendenti e compagnia brutta. Lo si evince anche dal ritornello cantilenante e canzonatorio, che da un lato, però, rischia di spingere la traccia stessa all’eccesso, rendendola ridicola. Notevole, però, come alla fine della terza strofa Marshall batta il record da lui stesso prestabilito (in Rap God) di maggior quantità di parole pronunciate in un secondo, malgrado bisogna ammettere che la prima resterà sicuramente nella storia per l’impatto avuto sul grande pubblico ed una coerenza dal punto di vista del beat che invece manca in Offended, rendendola caotica e disorientante.
Need me è l’ultima collaborazione dell’album (evviva!) ed è anche quella uscita peggio. Pink c’entra con Eminem meno di Fabri Fibra con Elisa. Canzone banalissima dall’inizio alla fine. Canzone che pare sia scritta da Pink con la collaborazione di Eminem. Canzone che non sarebbe mai esistita probabilmente, se fosse dipeso unicamente dalla cantante, ma Skylar Grey, che ancora una volta partecipa alla stesura del testo, ci dimostra di avere un fiuto particolarmente acuto per i (futuri) successi radiofonici.
Come si reputa In your head? Non saprei, tutti conoscono Zombie dei Cranberries e apprezzano la voce di Dolores O’ Riordan. Che è l’unica ragione di esistere per questa canzone di puro riempimento dell’album. Otto e mezzo alla nostalgia degli anni novanta. Cilecca più grande del 2017, se si considera l’intro della traccia seguente, che si attacca al fade-out del ritornello di Zombie. Generico testo sulla falsa riga di Bad Husband, non dedicato e meno romantico, in cui il rapper parla del conflitto tra sé e Slim Shady.
Castle suona come il seguito di Mockingbird. E questo è un bene, per una traccia che racconta una storia che i fans hanno conosciuto proprio attraverso la canzone suddetta o altre tracce come When I’m Gone. Laddove è il nome di Hailie a fare da musa ispiratrice, Eminem riesce sempre a fare bene, e questa volta supportato anche dalla voce di Liz Rodrigues dei New Royales nei ritornelli. Bel concept, simile a quello di Stan, in cui il rapper scrive attraverso delle lettere, questa volta con date precise ed ovviamente indirizzate a sua figlia. La traccia si chiude con rumori che lasciano pensare all’assunzione di farmaci e un corpo che cade per terra tra i gemiti.
Arose chiude Revival, ma chiude anche un decennale capitolo della vita dell’artista. La canzone è divisa in due parti: nella prima, Eminem rivive il momento in cui stava per morire di overdose lontano da casa, non riuscendo ad essere presente per il compleanno di Hailie. Nell’idea di rivivere gli ultimi momenti della propria vita come se fosse il rewind di una canzone, il rapper racconta una serie di allucinazioni che avrebbe avuto se quello fosse stato davvero il suo ultimo giorno sulla Terra, partendo da Hailie e il momento del suo diploma a cui non sarebbe potuto essere presente l’anno successivo, passando per la storia con Kim, l’amicizia con Proof, morto nel 2006, fino al ricordo di suo padre, da cui ha imparato a non commettere gli stessi errori, e sua madre, per cui darebbe ogni cosa pur di parlarci un momento a cuore aperto. La prima parte così emozionale e intima rappata sulla base di una canzone composta per il film “Napoleon Dynamite”, è seguita da una ripresa del precedente Castle, in cui Eminem ringrazia coloro che l’hanno tenuto in vita (non solo dal punto di vista biologico, ma anche artistico), chiudendo la traccia con il rumore dei farmaci gettati nello scarico.

“I’ll always love ya, and I’ll be in the back of your memory 
And I know you’ll never forget me
just don’t get sad when remembering”

“I’m proud to be back
I’m ‘bout to, like a rematch
Outdo Relapse with Recovery, Mathers LPII
Helped propel me to
Victory laps
Gas toward ‘em and fast forward the past”

Dopo questa analisi, sembra comunque difficile sciogliere il dubbio con cui si è aperta questa recensione. Si può sempre fare un paragone: Bolt corre per il suo ventesimo oro tra mondiali e olimpiadi; Bolt corre nonostante non fosse favorito, nonostante l’età, e fallisce alla partenza; Bolt non corre più.
Allo stesso modo, si potrebbe pensare a quell’Eminem che rilascia Recovery nel 2010, dopo un album nudo e crudo come Relapse, manieristicamente “alla vecchia maniera”. Recovery era legittimo, fine a se stesso, più aperto al grande pubblico, in cui non si percepisce la smania di dimostrare qualcosa; quell’album pubblicato esattamente per sportività, di cui si possono perdonare anche Lil Wayne e Rihanna. Sarebbe stato un ottimo momento per fermarsi, prendersi almeno una pausa. E invece l’industria americana con gli anni che passano non fa altro che assomigliare sempre di più ad Hollywood. Recovery rappresentava un punto di non ritorno.

Revival si rivela essere un album mediocre. Tutti gli importantissimi nomi presenti sono solo giullari alla corte del re, ma bisogna anche ammettere che emerge un Eminem sempre più interessato allo show, meno all’influenza che può avere ciò che produce, come quando anni fa per molti il suo rap era legge. Nei tweet e nelle foto da social a scopo pubblicitario, Revival veniva idealizzato come una medicina o una ricetta medica; personalmente, più assimilabile a quel piatto che la mamma prepara e che si mangia a testa bassa solo per evitare litigi, perché in fondo in fondo non va proprio giù. Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.
Eminem non resterà nella memoria per Revival, e Revival non resterà nella memoria.

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Faber Nostrum, la scena italiana canta De Andrè 0 147

È uscito Faber Nostrum (Sony Music / Legacy Recordings), l’album tributo a Fabrizio De Andrè, che vede la partecipazione speciale di alcuni dei nomi più influenti della nuova scena musicale italiana. « Sono senza dubbio favorevole a rivisitazioni che comportano scelte coraggiose e quasi spericolate, per poi scoprire, piacevolmente, che hanno ragione di esistere – commenta Dori Ghezzi – Del resto, anche Fabrizio sentiva di volta in volta l’esigenza di sperimentare e innovarsi cercando di non ripetere se stesso. Queste operazioni oltretutto ci confermano che c’è sempre un forte punto di congiunzione e comprensione fra più generazioni e diversi linguaggi». Il disco vede la partecipazione di alcuni dei nomi più influenti della nuova scena musicale italiana, dai Canova agli Ex-Otago, passando per Motta, La Municipàl e gli Zen Circus.
Faber Nostrum è disponibile al link: https://SMI.lnk.to/FaberNostrum

faber nostrum de andrè
La copertina di “Faber Nostrum”

Di seguito la tracklist completa dell’album:

Gazzelle – Sally

Ex-Otago – Amore che vieni, amore che vai

Willie Peyote – Il bombarolo

Canova – Il suonatore Jones

CIMINI feat. Lo stato sociale – Canzone per l’estate

Ministri – Inverno

Colapesce – Canzone dell’amore perduto

The Leading Guy – Se ti tagliassero a pezzetti

Motta – Verranno a chiederti del nostro amore

La Municipàl – La canzone di Marinella

Fadi – Rimini

The Zen Circus – Hotel Supramonte

Pinguini Tattici Nucleari – Fiume Sand Creek

Artù – Cantico dei drogati

Vasco Brondi – Smisurata preghiera

Mad Men per riscoprire il gusto della visione 0 212

Sarebbe inutile dire che questa non è una recensione su Mad Men: in parte lo è, ma non vuole essere una mera esposizione di cosa il prodotto offre come audiovisivo; piuttosto, di che emozioni è capace di provocare, almeno in qualcuno che apprezza una certa parte del cinema piuttosto trascurata.

“Mad Men” è una serie televisiva ideata e prodotta da Matthew Weiner e distribuita da AMC dal 2007 al 2015 molto acclamata negli States ma poco conosciuta in Italia, dove vanno molto di più le “grandi” serie e ci sfuggono sempre queste perle: Mad Men è sicuramente una delle più luminose.

La serie tratta la vita di alcuni agenti pubblicitari che lavorano in un grande ufficio di New York. La loro vita personale si intreccia con quella lavorativa, i tradimenti sono all’ordine del giorno – soprattutto da parte del protagonista Don Draper (John Hamm)– e il totale realismo ricreato fa ben percepire il pressante maschilismo dei tempi: nell’ambiente lavorativo il ruolo della donna è unicamente quello di segretaria sottomessa, come anche nel quotidiano. Ogni puntata mostra degli spaccati di vita sociale e familiare dell’america frenetica degli anni ’60: da spettatori del 2000 li troveremo giustamente disgustosi o incomprensibili.

Ma perchè Mad Men è così poco conosciuto da noi? Forse perchè i drama-storici non stuzzicano l’italico appetito? O perché non c’è un minimo d’azione? O forse perché, anche quando c’è… non è lo scontro tra Ramsey e Jon Snow?

Ci sono validi e concreti motivi per i quali la serie, da noi, non è molto conosciuta: ad esempio la pessima distribuzione del prodotto, monopolizzato dalla Rai e trasmesso a orari improponibili; da poco anche su Netflix, per fortuna. Ma il vero motivo è che la serie non presenta, volutamente, le caratteristiche cui il pubblico è abituato. Infatti, il pubblico non ne è del tutto consapevole ma è spesso attratto dai soliti “motivi” che sono minuziosamente posizionati in ogni puntata per invogliare lo spettatore a non fare cose come cambiare canale durante la pausa pubblicitaria o accrescere in lui la curiosità di vedere la puntata successiva. Mad Men rinnega queste regole: l’intreccio dei personaggi è sì molto presente e ben costruito, ma spesso porta a punti ciechi in cui ha termine. Da lì i personaggi tornano sui propri passi, verso un diverso intreccio. Capita, ad esempio, tra i personaggi di Peggy (Elisabeth Moss) e Pete (Vincent Kartheiser): i due finiscono a letto ma poi lui la convince che non dovrà più succedere perché ormai è sposato, concludendo così la side story in un niente di fatto. Ciò non rende di certo il prodotto molto allettante sulle prime, lo priva di “romanzo” e di amore, ma lo rende realistico.

Mad Men diventa così una succulenta esca per chi preferisce innamorarsi di certi dialoghi e della loro costruzione, dell’interpretazione che ne danno gli attori e della regia ricercata che ci fa tuffare, con lentezza e lunghi respiri, in un mondo passato e finito ma riproposto con assoluta perfezione, con i suoi problemi e i suoi cambiamenti.

Tutto è lento su Mad Men, ogni parola è importante. Bisogna seguire ogni frase, guardare ogni dettaglio. Le scene sono inaspettate ma quotidiane: reali, vere e crude. I personaggi e Don stesso, il protagonista, non solo non sono simpatici, ma sono proprio persone orribili, egoiste e a tratti malate. Seguono regole sociali che ci sembrano assurde, come ci sembra fastidiosa la devozione che hanno nell’osservarle, ed in generale è antiquato il loro giudizio sulle cose. Non riusciremo a empatizzare molto con loro, non ci sono character costruiti a puntino per funzionare in un contesto accattivante e farceli credere “geniali”: ci sono persone reali con problemi reali in un mondo di canaglie.

Tutti i bit cui siamo abituati in Mad Men non li troveremo; non ci sarà un particolare intreccio romantico che vorremo a tutti i costi seguire né un grande lavoro che il protagonista deve compiere per realizzarsi ed essere felice. Le puntate, al contrario, sembrano praticare cesure tra di loro. Pur seguendo gli eventi degli stessi personaggi in modo cronologico esse non sono collegate da una macro storia molto percettibile. Non ci sono fili narrativi complessi e architettati per tenerci con il fiato sospeso fino al finale di stagione.

Mad Men si premia però con dialoghi spettacolari e molto profondi che, oltre a catturare, fanno davvero riflettere se si è in grado di coglierne il sottotesto. La recitazione degli attori è ineccepibile, merito anche della regia maestrale di artisti come Alan Taylor e Tim Hunter.

È pur sempre vero che l’assenza di particolari linee narrative e un conseguente intreccio in “tre atti” non invoglia certo a spararsi una puntata dietro all’altra. Ma è giusto così: far passare del tempo tra una puntata e l’altra è probabilmente il modo migliore di guardare questo prodotto. Perché con le piattaforme virtuali come Netflix e Amazon, gli spettatori son sempre più abituati al tutto e subito: sarebbe bello invece riscoprire il magico rito di una serata dedicata alla visione, che sia da soli al cinema, per gustarsi un vecchio film degli anni ’60, magari senza effetti speciali e tanta azione ma con una grande regia, o che sia con degli amici e una pizza, sul divano di casa, a guardarsi una puntata di Mad Men.

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