“Revival”, l’ultimo album di Eminem (speriamo): se non l’avete ancora ascoltato, non siete costretti a farlo 0 3790

Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.

È sempre molto difficile trovare un equilibrio tra una parte del mondo che esulta per l’ultima uscita del suo mito o leggenda adolescenziale e l’emisfero destro del cervello che rischia di riportare quasi sempre gravi danni permanenti. E in questo ha anche una forte influenza l’immagine (individuale o collettiva) che si ha in testa del personaggio in questione.
Revivalesce il 15 dicembre 2017, già preceduto da alcuni singoli. La copertina dell’album è una bandiera americana sovrapposta al viso di Marshall abbassato e sorretto dalla sua mano, probabilmente in segno di cordoglio. Sono presenti canzoni dalle tematiche impegnate, ma questo stupisce poco, visto l’attivismo del rapper in diversi show e performance precedenti alla pubblicazione contro il presidente Donald Trump (ma che novità).

Tralasciando la storia dell’album fino al suo rilascio, che è una pressoché intricata forma di social media marketing e comunication ben studiata tra twitts, foto e messaggi promozionali in altrettante foto, Walk on water apre la pista ad altre diciotto tracce, e lo fa con la regina dell’R’n B americana, ovvero Beyoncé. Un pezzo introspettivo e strappalacrime, niente beat, un pianoforte e la voce della cantante nei refrain. Nelle strofe il rapper rivela quanto sia ancora importante per lui comporre, il microfono e le rime, e di quanto non si senta il king, citando una serie di nomi fondamentali e meritevoli di un tale fregio. Malgrado questi presupposti, le aspettative sono sempre molto alte, da parte dei suoi fan ma anche con se stesso, e il suo obiettivo è cercare di non deluderle mai. Da questo, il (banale) ritornello, che aiuta capire che Marshall è un essere umano come tutti: anche lui commette errori, e anche lui può camminare come tutti sopra l’acqua, ma solo quando si ghiaccia (tautologia o affermazione esistenziale?).
L’outro di Walk on water  fornisce l’aggancio a Believe. Il beat trap è costruito su un giro di piano, occorre sperimentare. Siccome la traccia che segue è “quella che fa venire i brividi, corri a sentirla su YouTube”, si skippa, e sapendolo, Eminem scrive un generico testo “alla Eminem”, in cui racconta come ha iniziato da zero fino ad arrivare in cima, chiedendo retoricamente a chi lo ascolta se ancora abbia fede in lui. Le metriche e le skills si auto confermano comunque, anche nella più noiosa Chloraseptic, in collaborazione con Phresher. Peccato per questo rapper imbruttito dalle grandi doti vocali degne di Busta Rhymes, che occupa il ritornello, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, d’altronde.


La quarta traccia è veramente una bomba. Untouchable è una traccia potente, che dà l’illusione di tornare all’inizio del millennio, quando qualcuno ancora produceva basi utilizzando samples e campionature. La traccia in questione è Earache my Eye dei Cheech and Chong, duo ricordato nella storia sicuramente per le sue doti comiche, un po’ meno per quelle musicali. Untouchable riprende la linea di Like toy soldiers come lunghezza, metrica, storytelling e corposità del testo ma, a differenza del brano contenuto in Encore (2005), questo ha una linea meno personale e più politico-sociale. Il testo si divide in due parti: nella prima e seconda strofa, la storia è raccontata dal punto di vista di un poliziotto bianco; nella terza e più lunga strofa, dal punto di vista di un afroamericano. Il ritornello suona ossessivo e idolatrante:

White boy, white boy, you’re a rockstar
(My momma talkin’ to me, tryna tell me how to live)
White boy, white boy, in your cop car
(But I don’t listen to her, ‘cause my head is like a sieve)
White boy, white boy, you’re untouchable
(The world’s coming to an end, I don’t even care)
Nobody can tell me shit ‘cause I’m a (big rockstar)

All’inizio della terza strofa, inoltre, è contenuta una piccola scaramuccia con i Die Antwoord, a cui i due risponderanno con una timida storia Instagram.
River è la quinta traccia dell’album in collaborazione con Ed Sheeran. Difficile esprimersi su un testo dalla storia così profonda quanto imbarazzante, se poi valutata sulla base di un beat da MTV Awards. Questa “Love the way you lie” – parte due si apre con Ed Sheeran che canta il ritornello: bel concept dalla matrice probabilmente biblica in cui, idealmente, le acque del fiume che scorre laverebbero lo sporco e i peccati commessi dalla coscienza, come il fiume Giordano nel Vangelo. Ma la storia racconta con fredda schiettezza l’affaire amoroso tra una donna ed un terzo (Eminem), dopo che lei scopre il tradimento da parte del suo fidanzato; il terzo accetta la freschezza del momento, pur sapendo di essere solo usato. A sua volta, il fidanzato di lei scopre la tresca, e quindi tutta la storia, che di verosimile forse aveva solo i personaggi, salta in aria: ripudiata, lei corre dall’amante raccontandogli tutto; il terzo le spiega che a lui non importa niente di lei; lei ha una novità per lui, e la porta in grembo; finale drammatico e commovente, a cui supporto rientra l’incantevole voce di Ed Sheeran. Vincerà il Premio per la miglior collaborazione ai prossimi Grammy Awards.

Remind me è un pezzo così importante per l’album che ha addirittura un Remind me (intro): è proprio in questo pezzo, infatti, che Slim Shady dimostra di non aver mai finito le scuole. Questa canzone dall’ignoranza straordinaria è a tratti il vero cavallo di battaglia dell’album, costruita anch’essa su un sample molto famoso, ossia “I love Rock ‘n Roll” di Joan Jett & the Blackhearts. Dalle tematiche poco interessanti, il testo è fitto di giochi di parole e comicità a doppio senso sulle donne e l’effetto che fanno sugli uomini.
Revival (Interlude) segna il fatto che si è giunti (vivi) a metà, e per questo motivo, Marshall dedica alla traccia numero nove il momento più profondo dell’album (è un pezzo dove lui non canta). La voce che si ode in questi cinquantuno secondi appartiene ad Alicia Lemke, cantante alternative pop conosciuta anche come Alice and the Glass Lake, passata a miglior vita il nove agosto del 2015 poco dopo aver pubblicato “Chimaera”, il suo album, a causa della leucemia. Il breve interludio è cantato su un sample di pianoforte campionato dalla traccia “Human of the year” dei Regina Spektors.
Momento preparatorio ad una serie di collaborazioni, di cui la prima è una genuina dichiarazione di amore patriottico ad una America diversa, che può cambiare, dal titolo Like home. Alicia Keys accompagna Shady con la sua voce strappalacrime nei ritornelli e nel bridge in questo attacco diretto al quarantacinquesimo presidente. Potrebbe diventare strumentalmente la colonna sonora di qualche film americano. Per quanto riguarda la tempistica, forse Marshall è un po’ ritardo, ma non è solo questo a rendere il pezzo peggiore di ciò che hanno fatto altri artisti in precedenza. Menomale The Storm precede l’album.
Bad Husband è un confessionale, traccia in cui la voce di Ed Sheeran sarebbe stata probabilmente più adatta rispetto agli X-Ambassador, un po’ fuoriluogo, un po’ esitenzialisti.

“You were the beat I loved with a writer’s block/the line thet’s hot, that I forgot/we laughed a little, cried a lot”

La canzone è una pubblica richiesta di perdono alla sua ex moglie Kim, madre di Hailey, con cui Marshall è recentemente tornato insieme. Il mondo conosce la storia di questa coppia soprattutto attraverso gli orridi dissing lanciati dal rapper in passato, che hanno contribuito alla sua fama ma anche a costruirgli attorno un’immagine controversa. Ad ogni modo, non è l’originalità delle liriche a prendere al cuore, ma proprio il fatto di svestirsi degli abiti sporchi del passato, macchiato dai propri errori, e di farlo con una sincerità autopurificatrice che, dall’alto del trono su cui siede l’artista, è emozionante e disarmante. La parola più bella del testo è un infantile “dad” campionato dalla voce di una piccolissima Hailey, già per altro utilizzato in My dad’s gone crazy.
Tragic endings è in collaborazione con Skylar Grey. La cantante aveva già in precedenza lavorato assieme a Slim Shady (i più, ricorderanno I need a doctor, in cui è presente anche lo stesso Dr. Dre), e ha inoltre curato alcune lyrics di Revival, tra cui Walk on water. Sicuramente, Skylar Grey ha alle spalle un’esperienza diversa da quella degli altri artisti presenti nell’album: alcuni di loro sembrano comparse (prima tra tutti, Beyoncé), altri dei jolly pescati a caso dal mazzo. Dalla traccia si evince, invece, una solida simbiosi tra il rapper e la voce femminile, che dà un contributo partecipato e non a sé, su un testo dalla narrazione scottante soprattutto in tempi di femminicidio.

“It took a while for me to get it
But I think I’ve figured it out
She don’t want me, she just don’t wanna
See me with someone else
The idea of seeing me happy
Destroys her in itself
To see me falling to pieces
Brings her joy, brings her hell”

Featuring migliore dell’album, passerà inosservato ai più fanatici e meno attenti.
In Framed, Eminem mette mani anche alla produzione del beat. Meglio soli che male accompagnati: fuori dal tunnel della collaborazioni, il rapper propone una traccia di sano horrorcore, in cui racconta svariate scene di  violenza, implicando la presenza di alcuni personaggi famosi con una sadica ironia. Malgrado l’ambiguità del testo, la forza del beat e del rap grezzo di Eminem riesce a veicolare il messaggio di allarme legato a tutto ciò che è violento, sanguinoso e deviante, mostrato ormai ovunque come se fosse la normalità, rimbalzando par ricochet nella testa dei comuni mortali come fosse addirittura motivo di acquisire notorietà.


Kehlani è presente in Nowhere fast, traccia che descrive l’incertezza e l’inquietudine nei confronti del mondo e del suo futuro. È un peccato per un beat dal sound futuristico e a tratti apocalittico squartato improvvisamente e senza pietà dalla voce di Kehlani, che è per metà una cantante e per metà un computer.
Sample campionato da una clip del film Boogie Nights del 1997, in cui John C. Reilly dà voce a quello che oggi è il ritornello di Heat: traccia scritta a cuor leggero su un groove rock, fresco, incalzante e nostalgico “alla Run DMC”.

“Ass that she wants a computer lodged in her vagina/said my dick is an apple, she said put it inside her”

In Offended, Eminem si riserva la facoltà di insultare coloro che lo sono già stati in passato, nonché personaggi nuovi, tra cui i soliti Donald Trump, consorte, discendenti e compagnia brutta. Lo si evince anche dal ritornello cantilenante e canzonatorio, che da un lato, però, rischia di spingere la traccia stessa all’eccesso, rendendola ridicola. Notevole, però, come alla fine della terza strofa Marshall batta il record da lui stesso prestabilito (in Rap God) di maggior quantità di parole pronunciate in un secondo, malgrado bisogna ammettere che la prima resterà sicuramente nella storia per l’impatto avuto sul grande pubblico ed una coerenza dal punto di vista del beat che invece manca in Offended, rendendola caotica e disorientante.
Need me è l’ultima collaborazione dell’album (evviva!) ed è anche quella uscita peggio. Pink c’entra con Eminem meno di Fabri Fibra con Elisa. Canzone banalissima dall’inizio alla fine. Canzone che pare sia scritta da Pink con la collaborazione di Eminem. Canzone che non sarebbe mai esistita probabilmente, se fosse dipeso unicamente dalla cantante, ma Skylar Grey, che ancora una volta partecipa alla stesura del testo, ci dimostra di avere un fiuto particolarmente acuto per i (futuri) successi radiofonici.
Come si reputa In your head? Non saprei, tutti conoscono Zombie dei Cranberries e apprezzano la voce di Dolores O’ Riordan. Che è l’unica ragione di esistere per questa canzone di puro riempimento dell’album. Otto e mezzo alla nostalgia degli anni novanta. Cilecca più grande del 2017, se si considera l’intro della traccia seguente, che si attacca al fade-out del ritornello di Zombie. Generico testo sulla falsa riga di Bad Husband, non dedicato e meno romantico, in cui il rapper parla del conflitto tra sé e Slim Shady.
Castle suona come il seguito di Mockingbird. E questo è un bene, per una traccia che racconta una storia che i fans hanno conosciuto proprio attraverso la canzone suddetta o altre tracce come When I’m Gone. Laddove è il nome di Hailie a fare da musa ispiratrice, Eminem riesce sempre a fare bene, e questa volta supportato anche dalla voce di Liz Rodrigues dei New Royales nei ritornelli. Bel concept, simile a quello di Stan, in cui il rapper scrive attraverso delle lettere, questa volta con date precise ed ovviamente indirizzate a sua figlia. La traccia si chiude con rumori che lasciano pensare all’assunzione di farmaci e un corpo che cade per terra tra i gemiti.
Arose chiude Revival, ma chiude anche un decennale capitolo della vita dell’artista. La canzone è divisa in due parti: nella prima, Eminem rivive il momento in cui stava per morire di overdose lontano da casa, non riuscendo ad essere presente per il compleanno di Hailie. Nell’idea di rivivere gli ultimi momenti della propria vita come se fosse il rewind di una canzone, il rapper racconta una serie di allucinazioni che avrebbe avuto se quello fosse stato davvero il suo ultimo giorno sulla Terra, partendo da Hailie e il momento del suo diploma a cui non sarebbe potuto essere presente l’anno successivo, passando per la storia con Kim, l’amicizia con Proof, morto nel 2006, fino al ricordo di suo padre, da cui ha imparato a non commettere gli stessi errori, e sua madre, per cui darebbe ogni cosa pur di parlarci un momento a cuore aperto. La prima parte così emozionale e intima rappata sulla base di una canzone composta per il film “Napoleon Dynamite”, è seguita da una ripresa del precedente Castle, in cui Eminem ringrazia coloro che l’hanno tenuto in vita (non solo dal punto di vista biologico, ma anche artistico), chiudendo la traccia con il rumore dei farmaci gettati nello scarico.

“I’ll always love ya, and I’ll be in the back of your memory 
And I know you’ll never forget me
just don’t get sad when remembering”

“I’m proud to be back
I’m ‘bout to, like a rematch
Outdo Relapse with Recovery, Mathers LPII
Helped propel me to
Victory laps
Gas toward ‘em and fast forward the past”

Dopo questa analisi, sembra comunque difficile sciogliere il dubbio con cui si è aperta questa recensione. Si può sempre fare un paragone: Bolt corre per il suo ventesimo oro tra mondiali e olimpiadi; Bolt corre nonostante non fosse favorito, nonostante l’età, e fallisce alla partenza; Bolt non corre più.
Allo stesso modo, si potrebbe pensare a quell’Eminem che rilascia Recovery nel 2010, dopo un album nudo e crudo come Relapse, manieristicamente “alla vecchia maniera”. Recovery era legittimo, fine a se stesso, più aperto al grande pubblico, in cui non si percepisce la smania di dimostrare qualcosa; quell’album pubblicato esattamente per sportività, di cui si possono perdonare anche Lil Wayne e Rihanna. Sarebbe stato un ottimo momento per fermarsi, prendersi almeno una pausa. E invece l’industria americana con gli anni che passano non fa altro che assomigliare sempre di più ad Hollywood. Recovery rappresentava un punto di non ritorno.

Revival si rivela essere un album mediocre. Tutti gli importantissimi nomi presenti sono solo giullari alla corte del re, ma bisogna anche ammettere che emerge un Eminem sempre più interessato allo show, meno all’influenza che può avere ciò che produce, come quando anni fa per molti il suo rap era legge. Nei tweet e nelle foto da social a scopo pubblicitario, Revival veniva idealizzato come una medicina o una ricetta medica; personalmente, più assimilabile a quel piatto che la mamma prepara e che si mangia a testa bassa solo per evitare litigi, perché in fondo in fondo non va proprio giù. Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.
Eminem non resterà nella memoria per Revival, e Revival non resterà nella memoria.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 285

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 481

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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