“Revival”, l’ultimo album di Eminem (speriamo): se non l’avete ancora ascoltato, non siete costretti a farlo 0 2639

Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.

È sempre molto difficile trovare un equilibrio tra una parte del mondo che esulta per l’ultima uscita del suo mito o leggenda adolescenziale e l’emisfero destro del cervello che rischia di riportare quasi sempre gravi danni permanenti. E in questo ha anche una forte influenza l’immagine (individuale o collettiva) che si ha in testa del personaggio in questione.
Revivalesce il 15 dicembre 2017, già preceduto da alcuni singoli. La copertina dell’album è una bandiera americana sovrapposta al viso di Marshall abbassato e sorretto dalla sua mano, probabilmente in segno di cordoglio. Sono presenti canzoni dalle tematiche impegnate, ma questo stupisce poco, visto l’attivismo del rapper in diversi show e performance precedenti alla pubblicazione contro il presidente Donald Trump (ma che novità).

Tralasciando la storia dell’album fino al suo rilascio, che è una pressoché intricata forma di social media marketing e comunication ben studiata tra twitts, foto e messaggi promozionali in altrettante foto, Walk on water apre la pista ad altre diciotto tracce, e lo fa con la regina dell’R’n B americana, ovvero Beyoncé. Un pezzo introspettivo e strappalacrime, niente beat, un pianoforte e la voce della cantante nei refrain. Nelle strofe il rapper rivela quanto sia ancora importante per lui comporre, il microfono e le rime, e di quanto non si senta il king, citando una serie di nomi fondamentali e meritevoli di un tale fregio. Malgrado questi presupposti, le aspettative sono sempre molto alte, da parte dei suoi fan ma anche con se stesso, e il suo obiettivo è cercare di non deluderle mai. Da questo, il (banale) ritornello, che aiuta capire che Marshall è un essere umano come tutti: anche lui commette errori, e anche lui può camminare come tutti sopra l’acqua, ma solo quando si ghiaccia (tautologia o affermazione esistenziale?).
L’outro di Walk on water  fornisce l’aggancio a Believe. Il beat trap è costruito su un giro di piano, occorre sperimentare. Siccome la traccia che segue è “quella che fa venire i brividi, corri a sentirla su YouTube”, si skippa, e sapendolo, Eminem scrive un generico testo “alla Eminem”, in cui racconta come ha iniziato da zero fino ad arrivare in cima, chiedendo retoricamente a chi lo ascolta se ancora abbia fede in lui. Le metriche e le skills si auto confermano comunque, anche nella più noiosa Chloraseptic, in collaborazione con Phresher. Peccato per questo rapper imbruttito dalle grandi doti vocali degne di Busta Rhymes, che occupa il ritornello, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, d’altronde.


La quarta traccia è veramente una bomba. Untouchable è una traccia potente, che dà l’illusione di tornare all’inizio del millennio, quando qualcuno ancora produceva basi utilizzando samples e campionature. La traccia in questione è Earache my Eye dei Cheech and Chong, duo ricordato nella storia sicuramente per le sue doti comiche, un po’ meno per quelle musicali. Untouchable riprende la linea di Like toy soldiers come lunghezza, metrica, storytelling e corposità del testo ma, a differenza del brano contenuto in Encore (2005), questo ha una linea meno personale e più politico-sociale. Il testo si divide in due parti: nella prima e seconda strofa, la storia è raccontata dal punto di vista di un poliziotto bianco; nella terza e più lunga strofa, dal punto di vista di un afroamericano. Il ritornello suona ossessivo e idolatrante:

White boy, white boy, you’re a rockstar
(My momma talkin’ to me, tryna tell me how to live)
White boy, white boy, in your cop car
(But I don’t listen to her, ‘cause my head is like a sieve)
White boy, white boy, you’re untouchable
(The world’s coming to an end, I don’t even care)
Nobody can tell me shit ‘cause I’m a (big rockstar)

All’inizio della terza strofa, inoltre, è contenuta una piccola scaramuccia con i Die Antwoord, a cui i due risponderanno con una timida storia Instagram.
River è la quinta traccia dell’album in collaborazione con Ed Sheeran. Difficile esprimersi su un testo dalla storia così profonda quanto imbarazzante, se poi valutata sulla base di un beat da MTV Awards. Questa “Love the way you lie” – parte due si apre con Ed Sheeran che canta il ritornello: bel concept dalla matrice probabilmente biblica in cui, idealmente, le acque del fiume che scorre laverebbero lo sporco e i peccati commessi dalla coscienza, come il fiume Giordano nel Vangelo. Ma la storia racconta con fredda schiettezza l’affaire amoroso tra una donna ed un terzo (Eminem), dopo che lei scopre il tradimento da parte del suo fidanzato; il terzo accetta la freschezza del momento, pur sapendo di essere solo usato. A sua volta, il fidanzato di lei scopre la tresca, e quindi tutta la storia, che di verosimile forse aveva solo i personaggi, salta in aria: ripudiata, lei corre dall’amante raccontandogli tutto; il terzo le spiega che a lui non importa niente di lei; lei ha una novità per lui, e la porta in grembo; finale drammatico e commovente, a cui supporto rientra l’incantevole voce di Ed Sheeran. Vincerà il Premio per la miglior collaborazione ai prossimi Grammy Awards.

Remind me è un pezzo così importante per l’album che ha addirittura un Remind me (intro): è proprio in questo pezzo, infatti, che Slim Shady dimostra di non aver mai finito le scuole. Questa canzone dall’ignoranza straordinaria è a tratti il vero cavallo di battaglia dell’album, costruita anch’essa su un sample molto famoso, ossia “I love Rock ‘n Roll” di Joan Jett & the Blackhearts. Dalle tematiche poco interessanti, il testo è fitto di giochi di parole e comicità a doppio senso sulle donne e l’effetto che fanno sugli uomini.
Revival (Interlude) segna il fatto che si è giunti (vivi) a metà, e per questo motivo, Marshall dedica alla traccia numero nove il momento più profondo dell’album (è un pezzo dove lui non canta). La voce che si ode in questi cinquantuno secondi appartiene ad Alicia Lemke, cantante alternative pop conosciuta anche come Alice and the Glass Lake, passata a miglior vita il nove agosto del 2015 poco dopo aver pubblicato “Chimaera”, il suo album, a causa della leucemia. Il breve interludio è cantato su un sample di pianoforte campionato dalla traccia “Human of the year” dei Regina Spektors.
Momento preparatorio ad una serie di collaborazioni, di cui la prima è una genuina dichiarazione di amore patriottico ad una America diversa, che può cambiare, dal titolo Like home. Alicia Keys accompagna Shady con la sua voce strappalacrime nei ritornelli e nel bridge in questo attacco diretto al quarantacinquesimo presidente. Potrebbe diventare strumentalmente la colonna sonora di qualche film americano. Per quanto riguarda la tempistica, forse Marshall è un po’ ritardo, ma non è solo questo a rendere il pezzo peggiore di ciò che hanno fatto altri artisti in precedenza. Menomale The Storm precede l’album.
Bad Husband è un confessionale, traccia in cui la voce di Ed Sheeran sarebbe stata probabilmente più adatta rispetto agli X-Ambassador, un po’ fuoriluogo, un po’ esitenzialisti.

“You were the beat I loved with a writer’s block/the line thet’s hot, that I forgot/we laughed a little, cried a lot”

La canzone è una pubblica richiesta di perdono alla sua ex moglie Kim, madre di Hailey, con cui Marshall è recentemente tornato insieme. Il mondo conosce la storia di questa coppia soprattutto attraverso gli orridi dissing lanciati dal rapper in passato, che hanno contribuito alla sua fama ma anche a costruirgli attorno un’immagine controversa. Ad ogni modo, non è l’originalità delle liriche a prendere al cuore, ma proprio il fatto di svestirsi degli abiti sporchi del passato, macchiato dai propri errori, e di farlo con una sincerità autopurificatrice che, dall’alto del trono su cui siede l’artista, è emozionante e disarmante. La parola più bella del testo è un infantile “dad” campionato dalla voce di una piccolissima Hailey, già per altro utilizzato in My dad’s gone crazy.
Tragic endings è in collaborazione con Skylar Grey. La cantante aveva già in precedenza lavorato assieme a Slim Shady (i più, ricorderanno I need a doctor, in cui è presente anche lo stesso Dr. Dre), e ha inoltre curato alcune lyrics di Revival, tra cui Walk on water. Sicuramente, Skylar Grey ha alle spalle un’esperienza diversa da quella degli altri artisti presenti nell’album: alcuni di loro sembrano comparse (prima tra tutti, Beyoncé), altri dei jolly pescati a caso dal mazzo. Dalla traccia si evince, invece, una solida simbiosi tra il rapper e la voce femminile, che dà un contributo partecipato e non a sé, su un testo dalla narrazione scottante soprattutto in tempi di femminicidio.

“It took a while for me to get it
But I think I’ve figured it out
She don’t want me, she just don’t wanna
See me with someone else
The idea of seeing me happy
Destroys her in itself
To see me falling to pieces
Brings her joy, brings her hell”

Featuring migliore dell’album, passerà inosservato ai più fanatici e meno attenti.
In Framed, Eminem mette mani anche alla produzione del beat. Meglio soli che male accompagnati: fuori dal tunnel della collaborazioni, il rapper propone una traccia di sano horrorcore, in cui racconta svariate scene di  violenza, implicando la presenza di alcuni personaggi famosi con una sadica ironia. Malgrado l’ambiguità del testo, la forza del beat e del rap grezzo di Eminem riesce a veicolare il messaggio di allarme legato a tutto ciò che è violento, sanguinoso e deviante, mostrato ormai ovunque come se fosse la normalità, rimbalzando par ricochet nella testa dei comuni mortali come fosse addirittura motivo di acquisire notorietà.


Kehlani è presente in Nowhere fast, traccia che descrive l’incertezza e l’inquietudine nei confronti del mondo e del suo futuro. È un peccato per un beat dal sound futuristico e a tratti apocalittico squartato improvvisamente e senza pietà dalla voce di Kehlani, che è per metà una cantante e per metà un computer.
Sample campionato da una clip del film Boogie Nights del 1997, in cui John C. Reilly dà voce a quello che oggi è il ritornello di Heat: traccia scritta a cuor leggero su un groove rock, fresco, incalzante e nostalgico “alla Run DMC”.

“Ass that she wants a computer lodged in her vagina/said my dick is an apple, she said put it inside her”

In Offended, Eminem si riserva la facoltà di insultare coloro che lo sono già stati in passato, nonché personaggi nuovi, tra cui i soliti Donald Trump, consorte, discendenti e compagnia brutta. Lo si evince anche dal ritornello cantilenante e canzonatorio, che da un lato, però, rischia di spingere la traccia stessa all’eccesso, rendendola ridicola. Notevole, però, come alla fine della terza strofa Marshall batta il record da lui stesso prestabilito (in Rap God) di maggior quantità di parole pronunciate in un secondo, malgrado bisogna ammettere che la prima resterà sicuramente nella storia per l’impatto avuto sul grande pubblico ed una coerenza dal punto di vista del beat che invece manca in Offended, rendendola caotica e disorientante.
Need me è l’ultima collaborazione dell’album (evviva!) ed è anche quella uscita peggio. Pink c’entra con Eminem meno di Fabri Fibra con Elisa. Canzone banalissima dall’inizio alla fine. Canzone che pare sia scritta da Pink con la collaborazione di Eminem. Canzone che non sarebbe mai esistita probabilmente, se fosse dipeso unicamente dalla cantante, ma Skylar Grey, che ancora una volta partecipa alla stesura del testo, ci dimostra di avere un fiuto particolarmente acuto per i (futuri) successi radiofonici.
Come si reputa In your head? Non saprei, tutti conoscono Zombie dei Cranberries e apprezzano la voce di Dolores O’ Riordan. Che è l’unica ragione di esistere per questa canzone di puro riempimento dell’album. Otto e mezzo alla nostalgia degli anni novanta. Cilecca più grande del 2017, se si considera l’intro della traccia seguente, che si attacca al fade-out del ritornello di Zombie. Generico testo sulla falsa riga di Bad Husband, non dedicato e meno romantico, in cui il rapper parla del conflitto tra sé e Slim Shady.
Castle suona come il seguito di Mockingbird. E questo è un bene, per una traccia che racconta una storia che i fans hanno conosciuto proprio attraverso la canzone suddetta o altre tracce come When I’m Gone. Laddove è il nome di Hailie a fare da musa ispiratrice, Eminem riesce sempre a fare bene, e questa volta supportato anche dalla voce di Liz Rodrigues dei New Royales nei ritornelli. Bel concept, simile a quello di Stan, in cui il rapper scrive attraverso delle lettere, questa volta con date precise ed ovviamente indirizzate a sua figlia. La traccia si chiude con rumori che lasciano pensare all’assunzione di farmaci e un corpo che cade per terra tra i gemiti.
Arose chiude Revival, ma chiude anche un decennale capitolo della vita dell’artista. La canzone è divisa in due parti: nella prima, Eminem rivive il momento in cui stava per morire di overdose lontano da casa, non riuscendo ad essere presente per il compleanno di Hailie. Nell’idea di rivivere gli ultimi momenti della propria vita come se fosse il rewind di una canzone, il rapper racconta una serie di allucinazioni che avrebbe avuto se quello fosse stato davvero il suo ultimo giorno sulla Terra, partendo da Hailie e il momento del suo diploma a cui non sarebbe potuto essere presente l’anno successivo, passando per la storia con Kim, l’amicizia con Proof, morto nel 2006, fino al ricordo di suo padre, da cui ha imparato a non commettere gli stessi errori, e sua madre, per cui darebbe ogni cosa pur di parlarci un momento a cuore aperto. La prima parte così emozionale e intima rappata sulla base di una canzone composta per il film “Napoleon Dynamite”, è seguita da una ripresa del precedente Castle, in cui Eminem ringrazia coloro che l’hanno tenuto in vita (non solo dal punto di vista biologico, ma anche artistico), chiudendo la traccia con il rumore dei farmaci gettati nello scarico.

“I’ll always love ya, and I’ll be in the back of your memory 
And I know you’ll never forget me
just don’t get sad when remembering”

“I’m proud to be back
I’m ‘bout to, like a rematch
Outdo Relapse with Recovery, Mathers LPII
Helped propel me to
Victory laps
Gas toward ‘em and fast forward the past”

Dopo questa analisi, sembra comunque difficile sciogliere il dubbio con cui si è aperta questa recensione. Si può sempre fare un paragone: Bolt corre per il suo ventesimo oro tra mondiali e olimpiadi; Bolt corre nonostante non fosse favorito, nonostante l’età, e fallisce alla partenza; Bolt non corre più.
Allo stesso modo, si potrebbe pensare a quell’Eminem che rilascia Recovery nel 2010, dopo un album nudo e crudo come Relapse, manieristicamente “alla vecchia maniera”. Recovery era legittimo, fine a se stesso, più aperto al grande pubblico, in cui non si percepisce la smania di dimostrare qualcosa; quell’album pubblicato esattamente per sportività, di cui si possono perdonare anche Lil Wayne e Rihanna. Sarebbe stato un ottimo momento per fermarsi, prendersi almeno una pausa. E invece l’industria americana con gli anni che passano non fa altro che assomigliare sempre di più ad Hollywood. Recovery rappresentava un punto di non ritorno.

Revival si rivela essere un album mediocre. Tutti gli importantissimi nomi presenti sono solo giullari alla corte del re, ma bisogna anche ammettere che emerge un Eminem sempre più interessato allo show, meno all’influenza che può avere ciò che produce, come quando anni fa per molti il suo rap era legge. Nei tweet e nelle foto da social a scopo pubblicitario, Revival veniva idealizzato come una medicina o una ricetta medica; personalmente, più assimilabile a quel piatto che la mamma prepara e che si mangia a testa bassa solo per evitare litigi, perché in fondo in fondo non va proprio giù. Di diciannove tracce, quelle salvabili si contano sulle dita di una mano; molto intrattenimento, pochi contenuti. Quale sarebbe il momento giusto della giornata per ascoltare quest’album? Eccessivo per la doccia, improponibile per il lavoro o lo studio, monotono per una festa con gli amici. In macchina avrei paura di andare fuori strada.
Eminem non resterà nella memoria per Revival, e Revival non resterà nella memoria.

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 130

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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