Riscopriamo gli Anonima Folk, gemma rara nella musica italiana 0 357

La musica, la vera musica non rispetta i crismi che vorrebbero etichettarla e racchiuderla, aprioristicamente, in un genere piuttosto che in un altro. È una commistione di stili; una contaminazione continua che porta alla nascita di nuovi fenomeni. Non supporta l’Aut Aut kierkegaardiano: non è esclusivamente o folk o pop, o rock o punk, o tribale o celtica. La vera musica nasce dalla fusione di diversi generi e stili, da una sorta di liaison dangereuse che può dare alla luce dei veri e propri capolavori. Lo sanno bene quattro ragazzi di Taranto che hanno dato vita a un progetto unico: Anonima Folk. Il loro sound è una “crasi” mistica che unisce musica celtica, gipsy, funk, blues, jazz e si realizza in qualcosa di veramente speciale e indefinibile. Dall’amalgama emerge sempre prepotentemente un meraviglioso violino che ti proietta in un altro tempo e in un’altra dimensione: se chiudi gli occhi, a tratti, pensi di essere in un pub di Dublino o al concerto della Bandabardò per la festa patronale del paese. È un po’ come se Paddy Moloney incontrasse Erriquez nel bar sotto casa per la festa di San Cataldo.

A discapito del nome, però, gli Anonima non sono folk; non sono blues né rock, non sono jazz o funk, non fanno musica gipsy o celtica o tribale. Sono tutto questo, insieme, nelle persone di: Francesco Santoro (voce e chitarra), Claudio Merico (magico violino), Remigio Furlanut (basso elettrico), Gianfranco Vozza (batteria). La loro musica non conosce muri né confini, e proprio per questo non ha limiti. I testi sono spaccati di vita quotidiana, piccole memorie dal sottosuolo: racconti di uomini e donne sullo sfondo di quella meravigliosa terra che è il Salento. Sospesi tra onirismo e fredda realtà i pezzi rimangono vere e proprie perle da scoprire e da apprezzare, ma solo chi avrà il coraggio di cercarle in fondo al mare ne potrà godere.

Il 15 marzo del 2005 esce l’album omonimo Anonima Folk, che vanta le collaborazioni di diversi musicisti della scena pugliese, tra cui: Giuseppe de Trizio e Adolfo La Volpe dei Radicanto. I dodici brani sono dodici differenti tessere che compongono un mosaico meraviglioso, poliedrico ed eterogeneo.

Apre il disco Emigranti: la storia di un uomo che si imbarca su una nave in cerca di fortuna e di un futuro per se stesso e per la propria donna. Sa che probabilmente non rivedrà più la terra amata – martoriata dalla guerra – e canta, accompagnandosi con una fisarmonica «Terra, terra, dalla terra sto partendo e forse non ritornerò». La musica lo sosterrà per tutto il viaggio, diventerà la sua sola compagna di vita, il porto sicuro cui approdare ogniqualvolta si sentirà solo. Senza più una donna – persa tra le braccia di un giovane marinaio –  e una terra a cui tornare, non gli rimane altro che «musica, rimpianti e memoria», in questo suo infinito viaggiare. È la storia di mio nonno, partito per l’America negli anni cinquanta. È la storia di chi, ancora oggi, parte alla ricerca di un futuro, ma si perde nel limbo di un presente senza fine.

Onirica è una poesia senza fine, un richiamo alle sonorità celtiche dei Pogues e il balkan groove dei Municipale Balcanica. Questa canzone è un’apologia del sogno lucido, in cui l’onironauta chiede di non essere svegliato, perché nel sonno è in grado di salvare se stesso e salvare il mondo.

L’atmosfera onirica continua, come un leitmotiv, anche in Dalla Seta. Una canzone d’amore delicata, una serenata atipica accompagnata dal suono incantatore del violino. È un richiamo dissacrante alla donna angelo, entità fittizia a fantasmatica di cui, però, si immaginano le forme, impresse come note sulla seta.

Fogliami è la quarta tessera del mosaico. Un inno alla caducità e alla precarietà della vita. Noi siamo come le foglie che in autunno smettono tutto, ingialliscono e si disperdono nel vento. Non c’è scampo per quelle deboli, solo le più forti rimangono appese, rinverdiscono e vivono una nuova estate. Il testo di stampo ungarettiano è impreziosito da sonorità celtiche e gipsy.

Il parallelismo con la Bandabardò trova pieno riscontro nel brano Una Cassa di Rhum. Il ritornello richiama molto quello di 20 bottiglie di vino della band fiorentina. Questo è il brano che ti aspetti di sentire dal vivo; quello per cui hai la fregola durante tutto il concerto e che quando arriva ti coglie impreparato e ti spiazza. È il pezzo “ska”, quello che ti fa cantare e ballare insieme agli amici, che ti coinvolge e ti travolge fino a stordirti.

Avete presente l’Otello di Shakespeare? Esatto, la tragedia piena di fraintendimenti, macchinazioni e intrecci che ricorda Beautiful. Gli Anonima – dopo un attento processo ermeneutico – l’hanno ripreso, ridotto in pezzi e ricostruito in chiave funky. Il risultato è Romantigedia, una canzone leggera e distensiva, ma dal significato profondo e sacrilego.

In Joe Randa – la settima traccia dell’album – il folk rock di stampo “evolutivo” incontra l’elettronica. Da questo sposalizio nasce un pezzo riuscitissimo che è un po’ l’emblema della band, capace di unire e racchiudere in un unico corpo la tradizione e la modernità.

La stessa chiave folk rock contraddistingue Beato Me, un brano impreziosito dalle atmosfere medievali che accompagnano la storia di un uomo, che può essere definito un self-made man, che canta la sua felicità di non essere nato re, di essersi “fatto” da sé: “beato me che non son nato re, io sono un menestrello ed un giullare”.

Le melodie balcaniche arricchiscono Come se Fosse, una canzone dall’anima popolare che richiama molto la tradizione salentina da Zimbaria agli Après La Classe.

Gli Anonima Folk live al concerto del Primo Maggio di Taranto.

In Il Cane del Pastore Merico si supera. Il suo violino è un pennello che dapprima scorre liscio, ma poi smette di seguire i contorni del disegno e inizia a improvvisare come un Kandinskij che ribadisce, per l’ennesima volta, la potenza dell’astratto. Il finale è da brividi.

Storia di un Musicista Amante è la canzone che ha consacrato gli Anonima. Questo pezzo è valso loro il Premio De André per la migliore interpretazione nel 2004 e la consacrazione come migliore tra le band emergenti di quello stesso anno. Un premio meritato per questo lavoro che, a mio parere, è ancora un unicum nel panorama italiano. Questa ballata popolare parla di un cantore che ammalia “la figlia del signore” (il despota di turno) soltanto per fare uno sgarbo al padre. La donna dapprima lo corrisponde, ma poi, per scampare all’ira del padre padrone, si rifugia in convento e lascia da solo il giovane menestrello che rimane vittima del suo stesso smacco.

Il mosaico si completa con Nu Suname un brano che racconta una serata andata a male. I ragazzi chiamati a suonare per una serata si trovano davanti un locale vuoto e squallido – allegoria della gavetta, di chi parte dal basso – in cui non hanno neanche la possibilità di cenare, e quindi si rifiutano di esibirsi. In questo brano ci sono tutte le anime e tutti i volti di questa band geniale.

Ogni altra parola sarebbe superflua. Smettete di fare qualunque cosa stiate facendo e dedicatevi a quest’ ascolto, vi cambierà la giornata (forse la vita).

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Woodstock 50: storia di un fallimento annunciato 0 108

Il concerto celebrativo per i cinquant’anni di Woodstock non si farà. Almeno così sembrerebbe, stando all’annuncio rilasciato lo scorso 29 aprile dalla Dentsu Aegis Network, società organizzatrice del festival. Problemi logistici e di sicurezza alla base dell’inaspettato dietro front che tanto sta facendo discutere. Soprattutto perché Micheal Lang, storico ideatore dell’evento originale, aveva annunciato già da qualche mese quella che sarebbe stata la line-up definitiva: ad alcuni veterani del 1969 (Santana, David Crosby, John Fogerty) si sarebbero aggiunti esponenti dell’alternative rock (The Black Keys, The Killers, Greta Van Fleet) e del pop contemporaneo (Imagine Dragons, Miley Cyrus, Jay-Z). E poco importa se, come sembra, 30 milioni di dollari fossero stati già investiti e molti degli artisti pagati. La Dentsu non finanzierà più Woodstock 50, perché «non ritiene che la produzione del festival possa essere eseguita come un evento meritevole del nome che porta».

Verrebbe, a questo punto, da chiedersi se il vero motivo di questa improvvisa ritirata sia davvero da ricercare, come trapelato, in problemi burocratici di permessi non ottenuti e di sicurezza pubblica (il concerto era stato programmato a Watkins Glen, nei pressi della location del festival originario), o altrove. Come, ad esempio, nella scarsa attrattiva della line-up di un festival evidentemente privo di quello stesso spirito dirompente che nel ’69 lo aveva portato a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia della musica. Diversi i tempi, diverso il contesto socio-culturale, diversi gli artisti, verrebbe da pensare.

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È chiaro che ricercare in un evento di questo tipo un’essenza diversa da quella della più classica delle operazioni nostalgia (e, perché no, anche commerciali) risulterebbe pretestuoso. Woodstock, per ovvi motivi, non può avere nel 2019 lo stesso significato politico-ideologico che ebbe per i giovani di cinquant’anni fa. Tantomeno la stessa rilevanza mediatica. Verrebbe, dunque, da interrogarsi sull’effettiva necessità di un evento dalla natura inevitabilmente anacronistica e, per questo, dalla pericolosa riuscita.

Dall’altro lato, si potrebbe dire che il cinquantesimo anniversario di un evento di simile calibro capiti una volta soltanto e che, pertanto, valga la pena celebrarlo. Purché lo si faccia nel migliore dei modi possibili. L’impressione è che la Dentsu non abbia tutti i torti quando parla di «festival non meritevole del nome che porta». E non tanto per la presenza di popstar e rapper tra gli headliner selezionati per le serate dal 16 al 18 agosto (sarebbe impensabile non tener conto delle attuali tendenze musicali, in favore di un improbabile revival nostalgico all’insegna dell’egemonia del rock), ma di nomi poco capaci di suscitare un adeguato entusiasmo tra il pubblico. Fatte le dovute – minime – eccezioni, la scaletta di Lang ha avuto il demerito di affiancare artisti ormai superati (per quanto storicamente rilevanti) ad altri solo sulla carta commerciali, ma di fatto non più di richiamo (si pensi ad Akon o alla stessa Miley Cyrus). Il risultato? Una scaletta trascurabile e incoerente: in altre parole, un fallimento annunciato.

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La Dentsu ha deciso di staccare la spina, tuttavia la prognosi rimane riservata. Con l’aspettativa che, nei giorni a seguire, potremo conoscere meglio il destino di un festival che ormai sembra destinato a non farsi. E se la prospettiva era quella di passare dall’immagine di Jimi Hendrix, che con le dissonanti distorsioni della sua leggendaria Stratocaster bianca distruggeva e disintegrava l’inno degli Stati Uniti d’America nel pieno di una guerra tanto controversa quanto contestata, a quella di una folla danzante sulle note di Party in the USA, forse non ci dispereremo troppo.

Francesco Carrieri

Dario Dee si racconta in “Dario è uscito dalla stanza” 0 121

Primo album ufficiale di Dario Dee, “Dario è uscito dalla stanza.” è il continuo musicale (e anche logico) di un progetto discografico antecedente, contenente la favola Nella stanza di Dario. In quest’ultimo LP si trovano 16 brani all’insegna di un pop contaminato da neo soul e elettronica anni ’80.

Dario Dee, cantautore, pugliese, classe 1982, inizia la sua avventura musicale al conservatorio di Bari, passando per vari cori – gospel e non – e gruppi vocali. Infine approda alla scrittura e alla composizione di inediti, intraprendendo la via del cantautorato. Nel 2015 pubblica il suo primo EP Sopra le righe 2.015, mentre nel 2018 escono alcuni singoli che anticipano il suo ultimo lavoro; nel frattempo, partecipa a svariate competizioni e manifestazioni musicali, tra Roma e la Puglia.

Dario Dee Dario è uscito
Cover dell’album “Dario è uscito dalla stanza.” di Dario Dee.

INTRO apre le danze: sotto le sognanti note del Valzer Op. 69 n. 1 di Chopin, la voce sussurrata di Dario Dee introduce delicatamente all’ascolto, tirando un po’ le somme e ringraziando chi di dovere.
Il mio pesce corallo rosso è una sorta di filastrocca che non concede di prendere fiato neanche un secondo. La tastiera sembra restituire un suono “subacqueo”, mentre il basso segue il ritmo serrato del testo, sovrastando il tutto con uno effetto wah forse troppo accentuato.
In auto con RAF racconta un amore solido e duraturo, ricostruendone ombre e luci. Lo spirito guida del non-a-caso citato Raf pervade l’intero brano, cullato da giri di pianoforte.

In SeNZa GRaviTà si fa più evidente l’influsso del soul. Il ritmo traballante, diviso tra shuffle, stop ricorrenti e improvvise accelerazioni della linea vocale, rende bene l’idea di una divagazione che sfugge alla forza di gravità.
Noi2Vele esordisce con un breve parlato, mentre un basso sincopato e una cassa regolare – un’accoppiata che ricorre spesso – aumentano d’intensità. Particolarmente riuscito è il prechorus, con degli accenti in levare incalzanti, mentre il rullante nel ritornello fa più da rumore di disturbo che abbellimento.
La title track Dario è uscito dalla stanza è un racconto ben narrato che alterna parti parlate e cantate in un ottimo equilibrio, sopra a una base accattivante. Bisogna dire che sentire Dario Dee parlare di Dario in terza persona fa un po’ strano, ma la vena umoristica saggiamente attenua questa gran quantità di ego.

Nell’atmosfera eterea creata da cori sintetici e tastiere di INTERLUDE I, viene ripetuta quasi come un mantra la frase “un sogno ci salverà”, che è un po’ il nucleo tematico fondante dell’intero lavoro.
Il testo sarcastico e sopra le righe di LeONi, si innesta sopra a una base che vagamente ricorda qualcosa di Fatboy Slim: cori in falsetto, linea di basso minimale in loop, abbondanza di effetti e suoni variegati. Il risultato è buono e sa prendere.
Con Su di me ci troviamo immersi in un ambiente pop che sta a cavallo fra anni ’80 e ’90. Questo sembra essere l’habitat naturale per la voce di Dario Dee, che riesce a esprimere al meglio tutto il suo potenziale. Unico neo, l’effetto phaser iniziale un po’ straniante e non molto fluido.
Il primo minuto di Caldo d’Estate, freddo a Natale vede protagonista un testo sentito sul delicato argomento della violenza sulle donne. All’entrata di tastiera e drum machine, si delinea più chiaramente una struttura da lenta ballad in 6/8, nel complesso ben riuscita.

I cori e le poche note di tastiera del secondo intermezzo INTERLUDE II creano la giusta atmosfera che anticipa una cover del brano di Pino Daniele Arriverà l’Aurora. Alla canzone viene fatto indossare un vestito elettronico e moderno, che tutto sommato non le sta male.
In Neve cade… si ritrova una scia dance primi anni duemila che ci accompagna spensieratamente per tutto il brano. Nascosto in una fugace citazione, c’è anche un’altra probabile influenza proveniente dal panorama pop italiano, ovvero Tiziano Ferro.
Con MiRiaM_Aria_ viene trattato l’impegnativo tema del conflitto siriano, attraverso il racconto, quasi rappato, di un’infanzia perduta allo scoppio delle bombe. Giocando con la parola centrale “aria”, viene inserita la Aria sulla quarta corda, riarrangiamento di August Wilhelmij di un’aria di Bach. Tanto per capirci, la sigla di Superquark.
You can’t hurry LOVE (outro) è un brevissimo omaggio a cappella al celebre brano delle The Supremes. D’altronde soul e Motown sono riferimenti importanti per Dario Dee.
Infine, si chiude con il messaggio positivo e il sound rilassato di CuORe ImPAviDo (+). Menzione d’onore per il riff distorto che segue i ritornelli e che dona la giusta energia al tutto.

In generale “Dario è uscito dalla stanza.” è un disco interessante, che però possiede dei difetti evidenti. Ogni brano contiene un suo punto di forza, come una narrazione fluida, una sperimentazione sonora stimolante o una porzione particolarmente orecchiabile. D’altro canto la godibilità dei pezzi viene spesso oscurata da qualche neo: un effetto disturbante, un’imprecisione della voce, un suono troppo artificioso, un’equalizzazione non perfetta. Il potenziale non manca, ma forse servirebbe un’attenzione maggiore ai dettagli e un lavoro di rifinitura più attento.


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