Riscopriamo gli Anonima Folk, gemma rara nella musica italiana 0 839

La musica, la vera musica non rispetta i crismi che vorrebbero etichettarla e racchiuderla, aprioristicamente, in un genere piuttosto che in un altro. È una commistione di stili; una contaminazione continua che porta alla nascita di nuovi fenomeni. Non supporta l’Aut Aut kierkegaardiano: non è esclusivamente o folk o pop, o rock o punk, o tribale o celtica. La vera musica nasce dalla fusione di diversi generi e stili, da una sorta di liaison dangereuse che può dare alla luce dei veri e propri capolavori. Lo sanno bene quattro ragazzi di Taranto che hanno dato vita a un progetto unico: Anonima Folk. Il loro sound è una “crasi” mistica che unisce musica celtica, gipsy, funk, blues, jazz e si realizza in qualcosa di veramente speciale e indefinibile. Dall’amalgama emerge sempre prepotentemente un meraviglioso violino che ti proietta in un altro tempo e in un’altra dimensione: se chiudi gli occhi, a tratti, pensi di essere in un pub di Dublino o al concerto della Bandabardò per la festa patronale del paese. È un po’ come se Paddy Moloney incontrasse Erriquez nel bar sotto casa per la festa di San Cataldo.

A discapito del nome, però, gli Anonima non sono folk; non sono blues né rock, non sono jazz o funk, non fanno musica gipsy o celtica o tribale. Sono tutto questo, insieme, nelle persone di: Francesco Santoro (voce e chitarra), Claudio Merico (magico violino), Remigio Furlanut (basso elettrico), Gianfranco Vozza (batteria). La loro musica non conosce muri né confini, e proprio per questo non ha limiti. I testi sono spaccati di vita quotidiana, piccole memorie dal sottosuolo: racconti di uomini e donne sullo sfondo di quella meravigliosa terra che è il Salento. Sospesi tra onirismo e fredda realtà i pezzi rimangono vere e proprie perle da scoprire e da apprezzare, ma solo chi avrà il coraggio di cercarle in fondo al mare ne potrà godere.

Il 15 marzo del 2005 esce l’album omonimo Anonima Folk, che vanta le collaborazioni di diversi musicisti della scena pugliese, tra cui: Giuseppe de Trizio e Adolfo La Volpe dei Radicanto. I dodici brani sono dodici differenti tessere che compongono un mosaico meraviglioso, poliedrico ed eterogeneo.

Apre il disco Emigranti: la storia di un uomo che si imbarca su una nave in cerca di fortuna e di un futuro per se stesso e per la propria donna. Sa che probabilmente non rivedrà più la terra amata – martoriata dalla guerra – e canta, accompagnandosi con una fisarmonica «Terra, terra, dalla terra sto partendo e forse non ritornerò». La musica lo sosterrà per tutto il viaggio, diventerà la sua sola compagna di vita, il porto sicuro cui approdare ogniqualvolta si sentirà solo. Senza più una donna – persa tra le braccia di un giovane marinaio –  e una terra a cui tornare, non gli rimane altro che «musica, rimpianti e memoria», in questo suo infinito viaggiare. È la storia di mio nonno, partito per l’America negli anni cinquanta. È la storia di chi, ancora oggi, parte alla ricerca di un futuro, ma si perde nel limbo di un presente senza fine.

Onirica è una poesia senza fine, un richiamo alle sonorità celtiche dei Pogues e il balkan groove dei Municipale Balcanica. Questa canzone è un’apologia del sogno lucido, in cui l’onironauta chiede di non essere svegliato, perché nel sonno è in grado di salvare se stesso e salvare il mondo.

L’atmosfera onirica continua, come un leitmotiv, anche in Dalla Seta. Una canzone d’amore delicata, una serenata atipica accompagnata dal suono incantatore del violino. È un richiamo dissacrante alla donna angelo, entità fittizia a fantasmatica di cui, però, si immaginano le forme, impresse come note sulla seta.

Fogliami è la quarta tessera del mosaico. Un inno alla caducità e alla precarietà della vita. Noi siamo come le foglie che in autunno smettono tutto, ingialliscono e si disperdono nel vento. Non c’è scampo per quelle deboli, solo le più forti rimangono appese, rinverdiscono e vivono una nuova estate. Il testo di stampo ungarettiano è impreziosito da sonorità celtiche e gipsy.

Il parallelismo con la Bandabardò trova pieno riscontro nel brano Una Cassa di Rhum. Il ritornello richiama molto quello di 20 bottiglie di vino della band fiorentina. Questo è il brano che ti aspetti di sentire dal vivo; quello per cui hai la fregola durante tutto il concerto e che quando arriva ti coglie impreparato e ti spiazza. È il pezzo “ska”, quello che ti fa cantare e ballare insieme agli amici, che ti coinvolge e ti travolge fino a stordirti.

Avete presente l’Otello di Shakespeare? Esatto, la tragedia piena di fraintendimenti, macchinazioni e intrecci che ricorda Beautiful. Gli Anonima – dopo un attento processo ermeneutico – l’hanno ripreso, ridotto in pezzi e ricostruito in chiave funky. Il risultato è Romantigedia, una canzone leggera e distensiva, ma dal significato profondo e sacrilego.

In Joe Randa – la settima traccia dell’album – il folk rock di stampo “evolutivo” incontra l’elettronica. Da questo sposalizio nasce un pezzo riuscitissimo che è un po’ l’emblema della band, capace di unire e racchiudere in un unico corpo la tradizione e la modernità.

La stessa chiave folk rock contraddistingue Beato Me, un brano impreziosito dalle atmosfere medievali che accompagnano la storia di un uomo, che può essere definito un self-made man, che canta la sua felicità di non essere nato re, di essersi “fatto” da sé: “beato me che non son nato re, io sono un menestrello ed un giullare”.

Le melodie balcaniche arricchiscono Come se Fosse, una canzone dall’anima popolare che richiama molto la tradizione salentina da Zimbaria agli Après La Classe.

Gli Anonima Folk live al concerto del Primo Maggio di Taranto.

In Il Cane del Pastore Merico si supera. Il suo violino è un pennello che dapprima scorre liscio, ma poi smette di seguire i contorni del disegno e inizia a improvvisare come un Kandinskij che ribadisce, per l’ennesima volta, la potenza dell’astratto. Il finale è da brividi.

Storia di un Musicista Amante è la canzone che ha consacrato gli Anonima. Questo pezzo è valso loro il Premio De André per la migliore interpretazione nel 2004 e la consacrazione come migliore tra le band emergenti di quello stesso anno. Un premio meritato per questo lavoro che, a mio parere, è ancora un unicum nel panorama italiano. Questa ballata popolare parla di un cantore che ammalia “la figlia del signore” (il despota di turno) soltanto per fare uno sgarbo al padre. La donna dapprima lo corrisponde, ma poi, per scampare all’ira del padre padrone, si rifugia in convento e lascia da solo il giovane menestrello che rimane vittima del suo stesso smacco.

Il mosaico si completa con Nu Suname un brano che racconta una serata andata a male. I ragazzi chiamati a suonare per una serata si trovano davanti un locale vuoto e squallido – allegoria della gavetta, di chi parte dal basso – in cui non hanno neanche la possibilità di cenare, e quindi si rifiutano di esibirsi. In questo brano ci sono tutte le anime e tutti i volti di questa band geniale.

Ogni altra parola sarebbe superflua. Smettete di fare qualunque cosa stiate facendo e dedicatevi a quest’ ascolto, vi cambierà la giornata (forse la vita).

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 242

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 443

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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