Riscopriamo gli Anonima Folk, gemma rara nella musica italiana 0 536

La musica, la vera musica non rispetta i crismi che vorrebbero etichettarla e racchiuderla, aprioristicamente, in un genere piuttosto che in un altro. È una commistione di stili; una contaminazione continua che porta alla nascita di nuovi fenomeni. Non supporta l’Aut Aut kierkegaardiano: non è esclusivamente o folk o pop, o rock o punk, o tribale o celtica. La vera musica nasce dalla fusione di diversi generi e stili, da una sorta di liaison dangereuse che può dare alla luce dei veri e propri capolavori. Lo sanno bene quattro ragazzi di Taranto che hanno dato vita a un progetto unico: Anonima Folk. Il loro sound è una “crasi” mistica che unisce musica celtica, gipsy, funk, blues, jazz e si realizza in qualcosa di veramente speciale e indefinibile. Dall’amalgama emerge sempre prepotentemente un meraviglioso violino che ti proietta in un altro tempo e in un’altra dimensione: se chiudi gli occhi, a tratti, pensi di essere in un pub di Dublino o al concerto della Bandabardò per la festa patronale del paese. È un po’ come se Paddy Moloney incontrasse Erriquez nel bar sotto casa per la festa di San Cataldo.

A discapito del nome, però, gli Anonima non sono folk; non sono blues né rock, non sono jazz o funk, non fanno musica gipsy o celtica o tribale. Sono tutto questo, insieme, nelle persone di: Francesco Santoro (voce e chitarra), Claudio Merico (magico violino), Remigio Furlanut (basso elettrico), Gianfranco Vozza (batteria). La loro musica non conosce muri né confini, e proprio per questo non ha limiti. I testi sono spaccati di vita quotidiana, piccole memorie dal sottosuolo: racconti di uomini e donne sullo sfondo di quella meravigliosa terra che è il Salento. Sospesi tra onirismo e fredda realtà i pezzi rimangono vere e proprie perle da scoprire e da apprezzare, ma solo chi avrà il coraggio di cercarle in fondo al mare ne potrà godere.

Il 15 marzo del 2005 esce l’album omonimo Anonima Folk, che vanta le collaborazioni di diversi musicisti della scena pugliese, tra cui: Giuseppe de Trizio e Adolfo La Volpe dei Radicanto. I dodici brani sono dodici differenti tessere che compongono un mosaico meraviglioso, poliedrico ed eterogeneo.

Apre il disco Emigranti: la storia di un uomo che si imbarca su una nave in cerca di fortuna e di un futuro per se stesso e per la propria donna. Sa che probabilmente non rivedrà più la terra amata – martoriata dalla guerra – e canta, accompagnandosi con una fisarmonica «Terra, terra, dalla terra sto partendo e forse non ritornerò». La musica lo sosterrà per tutto il viaggio, diventerà la sua sola compagna di vita, il porto sicuro cui approdare ogniqualvolta si sentirà solo. Senza più una donna – persa tra le braccia di un giovane marinaio –  e una terra a cui tornare, non gli rimane altro che «musica, rimpianti e memoria», in questo suo infinito viaggiare. È la storia di mio nonno, partito per l’America negli anni cinquanta. È la storia di chi, ancora oggi, parte alla ricerca di un futuro, ma si perde nel limbo di un presente senza fine.

Onirica è una poesia senza fine, un richiamo alle sonorità celtiche dei Pogues e il balkan groove dei Municipale Balcanica. Questa canzone è un’apologia del sogno lucido, in cui l’onironauta chiede di non essere svegliato, perché nel sonno è in grado di salvare se stesso e salvare il mondo.

L’atmosfera onirica continua, come un leitmotiv, anche in Dalla Seta. Una canzone d’amore delicata, una serenata atipica accompagnata dal suono incantatore del violino. È un richiamo dissacrante alla donna angelo, entità fittizia a fantasmatica di cui, però, si immaginano le forme, impresse come note sulla seta.

Fogliami è la quarta tessera del mosaico. Un inno alla caducità e alla precarietà della vita. Noi siamo come le foglie che in autunno smettono tutto, ingialliscono e si disperdono nel vento. Non c’è scampo per quelle deboli, solo le più forti rimangono appese, rinverdiscono e vivono una nuova estate. Il testo di stampo ungarettiano è impreziosito da sonorità celtiche e gipsy.

Il parallelismo con la Bandabardò trova pieno riscontro nel brano Una Cassa di Rhum. Il ritornello richiama molto quello di 20 bottiglie di vino della band fiorentina. Questo è il brano che ti aspetti di sentire dal vivo; quello per cui hai la fregola durante tutto il concerto e che quando arriva ti coglie impreparato e ti spiazza. È il pezzo “ska”, quello che ti fa cantare e ballare insieme agli amici, che ti coinvolge e ti travolge fino a stordirti.

Avete presente l’Otello di Shakespeare? Esatto, la tragedia piena di fraintendimenti, macchinazioni e intrecci che ricorda Beautiful. Gli Anonima – dopo un attento processo ermeneutico – l’hanno ripreso, ridotto in pezzi e ricostruito in chiave funky. Il risultato è Romantigedia, una canzone leggera e distensiva, ma dal significato profondo e sacrilego.

In Joe Randa – la settima traccia dell’album – il folk rock di stampo “evolutivo” incontra l’elettronica. Da questo sposalizio nasce un pezzo riuscitissimo che è un po’ l’emblema della band, capace di unire e racchiudere in un unico corpo la tradizione e la modernità.

La stessa chiave folk rock contraddistingue Beato Me, un brano impreziosito dalle atmosfere medievali che accompagnano la storia di un uomo, che può essere definito un self-made man, che canta la sua felicità di non essere nato re, di essersi “fatto” da sé: “beato me che non son nato re, io sono un menestrello ed un giullare”.

Le melodie balcaniche arricchiscono Come se Fosse, una canzone dall’anima popolare che richiama molto la tradizione salentina da Zimbaria agli Après La Classe.

Gli Anonima Folk live al concerto del Primo Maggio di Taranto.

In Il Cane del Pastore Merico si supera. Il suo violino è un pennello che dapprima scorre liscio, ma poi smette di seguire i contorni del disegno e inizia a improvvisare come un Kandinskij che ribadisce, per l’ennesima volta, la potenza dell’astratto. Il finale è da brividi.

Storia di un Musicista Amante è la canzone che ha consacrato gli Anonima. Questo pezzo è valso loro il Premio De André per la migliore interpretazione nel 2004 e la consacrazione come migliore tra le band emergenti di quello stesso anno. Un premio meritato per questo lavoro che, a mio parere, è ancora un unicum nel panorama italiano. Questa ballata popolare parla di un cantore che ammalia “la figlia del signore” (il despota di turno) soltanto per fare uno sgarbo al padre. La donna dapprima lo corrisponde, ma poi, per scampare all’ira del padre padrone, si rifugia in convento e lascia da solo il giovane menestrello che rimane vittima del suo stesso smacco.

Il mosaico si completa con Nu Suname un brano che racconta una serata andata a male. I ragazzi chiamati a suonare per una serata si trovano davanti un locale vuoto e squallido – allegoria della gavetta, di chi parte dal basso – in cui non hanno neanche la possibilità di cenare, e quindi si rifiutano di esibirsi. In questo brano ci sono tutte le anime e tutti i volti di questa band geniale.

Ogni altra parola sarebbe superflua. Smettete di fare qualunque cosa stiate facendo e dedicatevi a quest’ ascolto, vi cambierà la giornata (forse la vita).

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 200

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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