Il ritorno di Jovanotti, accompagnato da un veterano musicale, è uno specchietto per le allodole 0 727

Dunque, dopo 2 anni dall’ultimo album Lorenzo 2015 CC. (di cui purtroppo non ricordo nessuna canzone rilevante), Jovanotti torna con Oh, Vita!, disco atteso per via della produzione da parte di Rick Rubin. Chi? Oh, nessuno di importante.

A me Jovanotti non piace. Non mi piaceva quando avevo 6 anni e mia madre mi rappava “piove, guarda come piove…” ogni mattina prima di andare a scuola quando fuori pioveva; non mi piaceva quando mia nonna, un pò ubriaca alle cene di famiglia, cantava senza il benché minimo senso del ritmo “Tanto tanto tanto tanto tanto” e non mi piaceva quando ho toccato il punto più basso della mia vita e ho pianto abbracciata al mio ragazzo mentre in radio c’era “A Te”, mossa dalle parole della canzone. Quindi, perché dovrei cambiare idea nel 2018? Sono prevenuta e anche lievemente traumatizzata, quindi se siete dei fan, empatia per favore.

Dunque, dopo 2 anni dall’ultimo album Lorenzo 2015 CC. (di cui purtroppo non ricordo nessuna canzone rilevante), Jovanotti torna con Oh, Vita!, disco atteso per via della produzione da parte di Rick Rubin. Chi? Oh, nessuno di importante, davvero, solo lo storico produttore di Red Hot Chili Peppers, Johnny Cash, Slayer e System Of A Down (per citarne alcuni). La posta in gioco è alta, così come le aspettative che questo improbabile duo ci fa avere.

Singolo omonimo dell’album e suo predecessore, Oh, Vita! ne è anche la prima track. Un motivo per cui non guardo più la televisione sono le pubblicità con i tormentoni di turno, esattamente come questo. Quando l’ho ascoltata dall’album, dopo una nota, sapevo già che canzone fosse. L’avevo già ascoltata, mio malgrado, molte volte e nemmeno lo sapevo. Ma, ecco, non credo che questo singolo sia completamente da buttare; nonostante il testo inverosimilmente ottimista, il ritmo coinvolgente si amalgama bene con le chitarre. Seconda track dell’album, invece,Sbagliato , sembra portarci indietro nel tempo, in un’epoca che riviviamo spesso attraverso le parole dei nostri nonni, tempi migliori e “più semplici”. Sia musicalmente, ballata poco intricata e più simile ai cantautori italiani della vecchia scuola, che con i testi, la sensazione è quella di un Jovanotti più saggio ma anche con forse meno idee: “Una musica semplice/ In un mondo intrecciato/ Una musica giusta/ In un mondo sbagliato”.

Terza track, Chiaro Di Luna, è la classica ballata acustica romantica alla Jovanotti. Come A Te, e tante altre, Chiaro Di Luna è una di quelle canzoni che se stai troppo attento al testo e sei poco poco sensibile, ti ritrovi a piangiucchiare. Io lo chiamo “effetto video del leone che rincontra il suo allevatore dopo 10 anni”: è triste, non ti ci puoi nemmeno lontanamente relazionare, ma piangi lo stesso. A volte, infatti, penso alla moglie di Jovanotti e provo invidia.

Arriviamo così a In Italia, canzone estremamente funky che però, secondo me, non sa bene dove andare a parare. Il testo è più che altro una lista della spesa di cose, città e situazioni “tipiche” italiane , con alti e bassi del caso. Certo, ci sarebbe molto da dire sul nostro paese; le posizioni sono tante, tutti abbiamo Facebook o Twitter per leggere e scrivere opinioni poco interessanti in merito, e, proprio per non cadere nel qualunquismo, essere la Svizzera non aiuta nella stesura di una testo e lo rende pericolosamente vicino all’essere populista. C’è un’ingenuità di sottofondo che sfocia in un odioso ritornello con tanto di autotune “artistico”, per poi ogni tanto ripetere la frase “campioni del mondo” qualcosa che sembra una dozzina di volte. Un’altra canzone che ho trovato poco piacevole è SBAM!. Il contrasto tra il reggae e la quasi assordante dubstep del ritornello è troppo netto e ancora non ne capisco lo scopo e le intenzioni. Una specie di parodia italiana mal mescolata di Make It Bun che dura 4:20. In Amoremio troviamo, invece, di nuovo l’autotune artistico, dettaglio che rinforza la mia teoria secondo la quale Jovanotti è il Bono Vox nostrano.

Tutto l’album è un mix eterogeneo di vari stili dove ogni canzone è completamente differente dalla precedente, salvo ovviamente lo stile canoro. Abbiamo del jazz, del funk, elettronica, pop, reggae, soul e via dicendo, che non si mischiano quasi mai insieme in un solo pezzo, rimanendo quindi molto spesso limitati ad una sola nuance. Quasi uno specchietto per le allodole che fa leva sulle grandi masse e su i fan del cantautore; i vari “mood” si susseguono nella loro diversità per non annoiare chi ascolta, pur non avendo davvero nulla di particolare nella parte strumentale e, specialmente, nello stile canoro e rap di Jovanotti. Per qualcuno abituato ad ascoltare la radio, o ai grandi fan, questo album in realtà potrebbe sembrare un grande affare. Pur non piacendomi davvero nessuna canzone, non mi sono annoiata troppo ad ascoltare l’intero disco, e l’ho ascoltoto tutto quanto… più volte.

 

Ma rimango comunque con un vuoto nel cuore. Ho intrapreso questo viaggio sperando di potermi finalmente riconciliare con Jovanotti, ma sono rimasta delusa. Sarebbe meglio qualche seduta psichiatrica per sciacquarmi via i traumi a cui le canzoni di Jovanotti mi hanno sottoposta, ma sono al verde, quindi ho deciso che affronterò il problema scegliendo la mia canzone preferita dell’album parlandone bene. Ed effettivamente non devo sforzarmi troppo: Navigare, a mio parere, è il fiore all’occhiello di Oh, Vita!. Un’elettronica elegante e soft che sembra uscita fuori dagli anni ’80 fa da cornice ad un testo finalmente non ottimista fino all’osso, più introspettivo e sentito. Qui gli anni si fanno sentire nella voce del rapper, dando alla canzone una malinconia piacevole e una velata tristezza. Risuona in me la voce di mia nonna ubriaca che mi prende il braccio e mi chiede allegra: “Ma ti piace Jovanotti? è bravo, eh? Che bravo ragazzo, mi piace proprio!”.

 

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L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 720

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

“Il mondo secondo Marco” è il primo album di Marco Negri: una miscela di rock, pop, brit e nostalgia 0 192

Ognuno vede il mondo sotto la propria lente d’ingrandimento, e Marco Negri ha intenzione di raccontarci il suo punto di vista con il suo album d’esordio “Il mondo secondo Marco”, in arrivo il 25 settembre 2018. Quella di Marco sembra essere la storia di qualcuno che mai si sarebbe aspettato di arrivare dov’è ora, nella vita così come nel suo percorso musicale, e che guarda alle sue disavventure passate con disillusione mista a malinconica ironia. Dai natali nella pianura mantovana, Marco Negri approda nel 2012 a X-Factor, ottenendo una buona risposta dal pubblico, fin quando nel 2015 non conosce il produttore Carlo Cantini, con il quale lavora al suo primo album. “Il mondo secondo Marco” è stato anticipato dal singolo Doroty.

Ciò che colpisce di Marco Negri è la scrittura provocatoria e l’approccio a volte stanco, quasi pigro, nei confronti delle vicissitudini più o meno autobiografiche che si accinge a raccontare. Non ci si aspetti di trovarsi di fronte a testi di difficile comprensione: è proprio il suo essere essenziale, unito agli interventi elettronici del synth di Cantini, il pilastro principale dell’album. Pare che cammini come un funambolo su un filo sottile che è la sua rassegnazione, a volte esorcizzata, altre volte presa sul serio. In ogni caso, però, ciò che resta è sempre un retrogusto malinconico, anche dai pezzi più esplosivi, perché a suonare è quest’uomo di quasi quarant’anni, dall’espressione illeggibile, la barba incolta, e un’evidente passione/nostalgia per le atmosfere brit pop. Un mondo abbastanza eterogeneo, ma per il quale è impossibile non provare una certa simpatia. “Simpatia” nel senso di comprensione, perché alla fine dei conti Marco Negri è sincero, non si sente compiuto come molti artisti già all’inizio della loro carriera, non si comporta da star. Potrebbe essere quell’amico che ti dà un buon consiglio di sera al pub, quando la tua ragazza ti ha lasciato, e magari ti offre pure una birra.

Il disco si apre con un intro elettronica, che fa da sfondo a “Non è questo il male”, una canzone che parla del difficile rapporto tra genitore e figlio. Non si tratta di un brano alla Yusuf Cat Stevens, ma di una potente invettiva sull’incomunicabilità traghettata da ritmi elettronici anni ’80 di cui Garbo potrebbe andare fiero. Il pezzo, intermezzato da suoni monosillabici e voci di sottofondo di cui è difficile cogliere l’origine, si chiude con un verso riprodotto al contrario (sintomo che la vicenda raccontata appartiene con molta probabilità al passato dell’artista).
Prendi il sole” è una canzone dalla grande carica rock, che racconta le insicurezze di chi non si sente all’altezza di certe situazioni (nella fattispecie concreta, insieme alla sua “sirena” in spiaggia).
La traccia successiva è una delle migliori dell’album. “L’ultimo sole#2” è il racconto della fine di una estate colma di difficoltà e drammi esistenziali, in cui Marco confessa di tutte le volte in cui ha perseverato nel seguire i suoi sogni, malgrado sia spesso inciampato nelle incomprensioni di chi gli è stato vicino. “L’ultimo sole” può essere interpretato come l’ultimo tramonto estivo, o in generale, come l’ultima luce alla fine del giorno: in ogni caso, un momento in cui si traccia un bilancio dei propri fallimenti e delle proprie vittorie personali, con la fiducia inarrestabile che nonostante tutto, domani sarà un giorno diverso, e ci sarà un sole diverso. Una bella canzone, dalla struttura semplice ma efficace, che ricorda il sound di una qualsiasi canzone dei Negrita con un ritornello cantato alla Liam Gallagher, candidabile per essere il prossimo estratto.
Le chitarre elettriche annegano in “Da questo mare”, una ballata elettroacustica dal gusto malinconico e dolceamaro, che fa da spartiacque all’interno dell’album rompendo con la carica dei brani precedenti.
Segue un’altra breve intro a “Quella volta che”, un’ennesima canzone sulla scia delle aspettative deluse. Il gusto latino delle note si mischia ad un testo ricco di anafore, dall’alta fruibilità, dimostrando la spiccata versatilità di Marco Negri a chi, fino a qui, ha creduto che fosse un’artista un po’ “old fashioned”.
Cose che ho tradito” ne è un’altra conferma: un pezzo in cui raggae e pop si intrecciano, o meglio, si dividono lo spartito. La prima parte è infatti sicuramente caratterizzata dai suoni di oltreoceano (con una campionatura in background), mentre la seconda si avvicina molto di più alla maniera italiana di chiudere i brani con acuti e chitarre elettriche ostinate.
Alla numero otto arriva “Doroty”, la traccia tutta rock che ha anticipato l’album. Anche in questo caso, il testo è interpretabile in due modi: può trattarsi di una donna molto attraente di cui il protagonista è invaghito, ma che ha dietro di lei una fila di uomini pronti a possederla, e in confronto ai quali lui non si sente all’altezza (come chi soffre perché non può raggiungere un frutto che è cresciuto troppo in alto); d’altro canto, se si attribuisce un significato ai simboli disseminati nel testo (“Quanto son buie le tue galere”, “Parigi furbetta”, “Gioconda che stai lì a giocare”), allora la “mela” di cui Marco Negri parla potrebbe essere la “mela del peccato”, e Doroty potrebbe essere una prostituta.

Appeso al ramo non riesco a saltare / se la tua mela non posso comprare / c’è già quell’altro che sta lì a guardare / mi metto in fila, nient’altro da fare
Appeso al ramo ti lascio cadere / sei sempre quella ora lasciami andare / c’è già la fila di chi vuol comprare / la tua dolcezza che strega l’amore

Superstar!” è nostalgico quasi quanto un pezzo degli 883: una canzone da intonare in coro mentre ci si abbraccia, che parla di chi in passato ha vissuto da fenomeno ma che, come tutti, è stato vinto dalle abitudini del tempo e dalle necessità della vita. Sarebbe stata probabilmente la più adatta a chiudere il disco, ma Marco Negri ha deciso di cambiare registro anche con l’ultima traccia, “Te l’ho detto”, prima dell’outro finale. Si tratta di un discorso con la propria autocoscienza, dalla struttura avulsa rispetto al resto dell’album: Marco si convince che tutte le sue scelte sono state giuste, e che ha fatto bene a scambiare una velenosa normalità, fatta di materialismo e noiose certezze, con il rischio di realizzare i suoi sogni.

Il mondo secondo Marco”, in conclusione, non è sicuramente “il migliore dei mondi possibili”, come avrebbe ottimisticamente suggerito Leibniz qualche secolo fa. Anzi, a dirla tutta, se la storia di Marco Negri avesse un corrispettivo letterario, assomiglierebbe molto più a quella di Candido, strattonato da tutti e con il peso del mondo addosso. Ma è proprio questo a rendere l’artista interessante: il gusto di fare musica per il piacere di farla, per esorcizzare i propri drammi, per scaricare le sue tensioni emotive. A Marco Negri forse non interessa sapere chi lo ascolta; sembra invece che le sue canzoni siano pensieri ad alta voce, che lui abbia bisogno di cantarle in un microfono e registrarle per potersi riascoltare. Sono piacevoli anche i brani più frivoli, perché un po’ di sportività è necessaria in un Paese dove ormai le playlist e le radio sono costellate di amori tristissimi e storie finite male. Marco Negri è un artista sincero, che non sente l’esigenza di piacere a tutti i costi. La strada per il grande pubblico forse potrebbe essere meno breve quanto sembri di questo passo, e chissà, forse anche con il supporto costante del maestro Cantini, tra qualche anno lo rivedremo su palchi importanti.

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