Il ritorno di Jovanotti, accompagnato da un veterano musicale, è uno specchietto per le allodole 0 1372

Dunque, dopo 2 anni dall’ultimo album Lorenzo 2015 CC. (di cui purtroppo non ricordo nessuna canzone rilevante), Jovanotti torna con Oh, Vita!, disco atteso per via della produzione da parte di Rick Rubin. Chi? Oh, nessuno di importante.

A me Jovanotti non piace. Non mi piaceva quando avevo 6 anni e mia madre mi rappava “piove, guarda come piove…” ogni mattina prima di andare a scuola quando fuori pioveva; non mi piaceva quando mia nonna, un pò ubriaca alle cene di famiglia, cantava senza il benché minimo senso del ritmo “Tanto tanto tanto tanto tanto” e non mi piaceva quando ho toccato il punto più basso della mia vita e ho pianto abbracciata al mio ragazzo mentre in radio c’era “A Te”, mossa dalle parole della canzone. Quindi, perché dovrei cambiare idea nel 2018? Sono prevenuta e anche lievemente traumatizzata, quindi se siete dei fan, empatia per favore.

Dunque, dopo 2 anni dall’ultimo album Lorenzo 2015 CC. (di cui purtroppo non ricordo nessuna canzone rilevante), Jovanotti torna con Oh, Vita!, disco atteso per via della produzione da parte di Rick Rubin. Chi? Oh, nessuno di importante, davvero, solo lo storico produttore di Red Hot Chili Peppers, Johnny Cash, Slayer e System Of A Down (per citarne alcuni). La posta in gioco è alta, così come le aspettative che questo improbabile duo ci fa avere.

Singolo omonimo dell’album e suo predecessore, Oh, Vita! ne è anche la prima track. Un motivo per cui non guardo più la televisione sono le pubblicità con i tormentoni di turno, esattamente come questo. Quando l’ho ascoltata dall’album, dopo una nota, sapevo già che canzone fosse. L’avevo già ascoltata, mio malgrado, molte volte e nemmeno lo sapevo. Ma, ecco, non credo che questo singolo sia completamente da buttare; nonostante il testo inverosimilmente ottimista, il ritmo coinvolgente si amalgama bene con le chitarre. Seconda track dell’album, invece,Sbagliato , sembra portarci indietro nel tempo, in un’epoca che riviviamo spesso attraverso le parole dei nostri nonni, tempi migliori e “più semplici”. Sia musicalmente, ballata poco intricata e più simile ai cantautori italiani della vecchia scuola, che con i testi, la sensazione è quella di un Jovanotti più saggio ma anche con forse meno idee: “Una musica semplice/ In un mondo intrecciato/ Una musica giusta/ In un mondo sbagliato”.

Terza track, Chiaro Di Luna, è la classica ballata acustica romantica alla Jovanotti. Come A Te, e tante altre, Chiaro Di Luna è una di quelle canzoni che se stai troppo attento al testo e sei poco poco sensibile, ti ritrovi a piangiucchiare. Io lo chiamo “effetto video del leone che rincontra il suo allevatore dopo 10 anni”: è triste, non ti ci puoi nemmeno lontanamente relazionare, ma piangi lo stesso. A volte, infatti, penso alla moglie di Jovanotti e provo invidia.

Arriviamo così a In Italia, canzone estremamente funky che però, secondo me, non sa bene dove andare a parare. Il testo è più che altro una lista della spesa di cose, città e situazioni “tipiche” italiane , con alti e bassi del caso. Certo, ci sarebbe molto da dire sul nostro paese; le posizioni sono tante, tutti abbiamo Facebook o Twitter per leggere e scrivere opinioni poco interessanti in merito, e, proprio per non cadere nel qualunquismo, essere la Svizzera non aiuta nella stesura di una testo e lo rende pericolosamente vicino all’essere populista. C’è un’ingenuità di sottofondo che sfocia in un odioso ritornello con tanto di autotune “artistico”, per poi ogni tanto ripetere la frase “campioni del mondo” qualcosa che sembra una dozzina di volte. Un’altra canzone che ho trovato poco piacevole è SBAM!. Il contrasto tra il reggae e la quasi assordante dubstep del ritornello è troppo netto e ancora non ne capisco lo scopo e le intenzioni. Una specie di parodia italiana mal mescolata di Make It Bun che dura 4:20. In Amoremio troviamo, invece, di nuovo l’autotune artistico, dettaglio che rinforza la mia teoria secondo la quale Jovanotti è il Bono Vox nostrano.

Tutto l’album è un mix eterogeneo di vari stili dove ogni canzone è completamente differente dalla precedente, salvo ovviamente lo stile canoro. Abbiamo del jazz, del funk, elettronica, pop, reggae, soul e via dicendo, che non si mischiano quasi mai insieme in un solo pezzo, rimanendo quindi molto spesso limitati ad una sola nuance. Quasi uno specchietto per le allodole che fa leva sulle grandi masse e su i fan del cantautore; i vari “mood” si susseguono nella loro diversità per non annoiare chi ascolta, pur non avendo davvero nulla di particolare nella parte strumentale e, specialmente, nello stile canoro e rap di Jovanotti. Per qualcuno abituato ad ascoltare la radio, o ai grandi fan, questo album in realtà potrebbe sembrare un grande affare. Pur non piacendomi davvero nessuna canzone, non mi sono annoiata troppo ad ascoltare l’intero disco, e l’ho ascoltoto tutto quanto… più volte.

 

Ma rimango comunque con un vuoto nel cuore. Ho intrapreso questo viaggio sperando di potermi finalmente riconciliare con Jovanotti, ma sono rimasta delusa. Sarebbe meglio qualche seduta psichiatrica per sciacquarmi via i traumi a cui le canzoni di Jovanotti mi hanno sottoposta, ma sono al verde, quindi ho deciso che affronterò il problema scegliendo la mia canzone preferita dell’album parlandone bene. Ed effettivamente non devo sforzarmi troppo: Navigare, a mio parere, è il fiore all’occhiello di Oh, Vita!. Un’elettronica elegante e soft che sembra uscita fuori dagli anni ’80 fa da cornice ad un testo finalmente non ottimista fino all’osso, più introspettivo e sentito. Qui gli anni si fanno sentire nella voce del rapper, dando alla canzone una malinconia piacevole e una velata tristezza. Risuona in me la voce di mia nonna ubriaca che mi prende il braccio e mi chiede allegra: “Ma ti piace Jovanotti? è bravo, eh? Che bravo ragazzo, mi piace proprio!”.

 

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 224

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 417

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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