“Rive, volume 1” di Fabio Curto: un viaggio musicale lungo le sponde del blues e del soul americano 0 2708

Forse in molti lo ricorderanno come il vincitore dell’edizione del 2015 di The Voice of Italy, ma in realtà l’esperienza musicale di Fabio Curto, giovane cantautore polistrumentista di origini calabrese, va ben oltre la vittoria del talent musicale di casa Rai.

Dopo aver imparato a suonare a 5 anni e aver iniziato a comporre le prime canzoni a 12, Fabio si trasferisce a Bologna per intraprendere il suo ciclo di studi universitari. Questo non lo allontana dalla musica, tanto che inizia ad esibirsi con assiduità tra le strade della sua nuova città. Nel 2013 esce il disco auto prodotto “Stelle, rospi e farfalloni”, mentre nel 2015 – come detto – arriva la notorietà grazie al programma televisivo The Voice, che Fabio vince assicurandosi il suo primo contratto discografico con una major (ndr: l’Universal). Un exploit al quale, però, segue un periodo relativamente lungo d’inattività, interrotto solo nell’aprile 2017 con la pubblicazione del singolo “Via da qua”.

Ad un anno di distanza, dopo mesi passati a rielaborare testi (molti dei quali riscritti in italiano dopo esser stati concepiti in lingua inglese) e a sperimentare nuove sonorità, esce “Rive, volume 1”, l’album di inediti che segna la prima vera ripartenza del cantautore di Acri dopo la vittoria del talent che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

La copertina di “Rive, Volume 1”, il nuovo disco di Fabio Curto

“Rive” è innanzitutto un disco fortemente personale, frutto di un lavoro svolto a 360 gradi da parte del suo autore che, oltre ad aver scritto ciascuno dei 10 brani che compongono la tracklist (8 più 2 bonus tracks), ha anche suonato gran parte degli strumenti e collaborato alla produzione. Il risultato è un album evidentemente indirizzato verso un blues/soul di matrice statunitense, che non può non suscitare facili parallelismi (anche per via del timbro graffiante della voce di Fabio) con chi di questo genere ha saputo appropriarsi, adattandolo alla perfezione al cantautorato nostrano, ovvero Zucchero. Ma, benché i riferimenti siano tanti e neanche troppo nascosti, si farebbe un errore a considerare “Rive” una sbiadita imitazione della produzione musicale del cantautore reggiano. Curto dimostra, infatti, abilità nel non adagiarsi sui saldi binari dell’ R n’ B e della black music sui quali viaggia spedito il suo treno sonoro, non disdegnando incursioni sporadiche lungo i più moderni sentieri dell’elettronica e del pop da classifica. Ciò che ne deriva è un disco godibile e scorrevole che, anche grazie alle melodie immediate dei suoi ritornelli, trasuda efficacia e incisività.

Si parte con il dark blues di “Suona con me”, un invito a continuare a correre senza voltarsi, a credere in sé stessi e a lasciarsi andare per liberarsi dalla stretta delle «sabbie mobili di questo vivere». L’incedere inesorabile della cassa e dei clap intesse un beat cadenzato sul quale si arrampicano strumming di chitarra acustica e ancestrali cori gospel, mentre l’impeto spirituale del coinvolgente ritornello rappresenta l’apice del crescendo sul quale si regge l’intero brano.

Atmosfere più ballabili con la successiva traccia (nonché primo singolo estratto) “Mi sento in orbita”, che riprende le atmosfere soul/funky tipiche dello Zucchero di “Diavolo in me” e le innova con un piglio leggermente più rock.

Con “Neve al sole” vengono momentaneamente lasciate da parte le sonorità primordiali del blues afro americano per abbracciare un pop elettronico dal respiro più moderno, che unisce ritmiche dance e ballabili a un vellutato riff di chitarra elettrica che ricorda lontanamente il fraseggio che introduce la bellissima “Spanish Sahara” dei Foals.

Abbandonate le atmosfere da dancefloor di “Neve al sole” si passa a respirare l’aria di un contemporary soul/R n’ B alla Rag n’ Bone Man con la successiva Only You, una densa ballata con la quale il cantautore rivisita le macerie di una storia d’amore complicata e distruttiva.

“Un’ora fa” è invece un brano accattivante e coinvolgente che celebra la libertà vissuta in ogni suo aspetto da un’autostoppista, che si sposta da un luogo all’altro senza mai temere l’imprevedibilità del suo percorso.

Ritmi più contenuti per l’”Airone”, una ballata intensa e riflessiva che tratta il delicato tema della malattia e il tentativo di affrontarla col sorriso, cercando di non darle alcun peso.

Provoca sensazioni contrastanti la successiva “Fragile” che, pur convincendo per melodia e testo, sembra essere uscita fuori direttamente da un disco di Zucchero (“Shake, ad esempio).

Si ritorna a percorrere le “rive” del Mississipi con il blues malinconico di “Domenica”, una perla guidata dalla voce rauca di Fabio e dagli arpeggi nubilosi della sua chitarra acustica.

C’è infine spazio per due bonus track, Alonee “Via da qua”. La prima, come lascia intendere il titolo, è l’unico brano del disco cantato interamente in inglese (lingua con la quale la timbrica di Fabio si sposa perfettamente). L’arrangiamento orchestrale e l’andamento solenne conferiscono epicità ad un brano dai contorni cinematici e solenni.

“Via da qua”, invece, è un brano già edito (come detto pubblicato nel 2017), che per l’occasione viene recuperato e riproposto in veste di traccia aggiuntiva. Il pezzo, per quanto orecchiabile e gradevole, si dimostra sin dal primo ascolto un corpo estraneo rispetto al resto del disco. Niente atmosfere soul o blues, ma sonorità indie folk in pieno stile Mumford & Sons per una canzone che dimostra, se non altro, tutta la voglia di sperimentare e di innovare il proprio sound che deve aver accompagnato Fabio Curto nella lavorazione di questo suo “Rive, volume 1”. Il testo, sicuramente molto personale, racconta la voglia di evasione da parte dell’artista verso tempi e luoghi indefiniti ma migliori, lontano dalle aride logiche di profitto di un’industria musicale nella quale è sempre più difficile sentirsi valorizzato.

In conclusione “Rive, volume 1”, pur eccedendo in slanci un po’ troppo derivativi, è un disco piacevole e coerente, impreziosito da una scrittura matura e consapevole e da un arrangiamento curato e strutturato. Un disco che sicuramente lascerà soddisfatti i fan di Zucchero (e più in generale del genere di riferimento) e che non deluderà gli appassionati dello stesso Curto, i quali apprezzeranno la maturazione e l’evoluzione di un sound trascinato dal cantautore calabrese verso nuove sponde. In attesa di conoscere verso quali rive ci condurrà il “volume 2”.

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 379

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 552

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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