Roger Waters aggiunge due date italiane a luglio 0 487

Per chi ama i Pink Floyd questa sarà una notizia più che gradita: Roger Waters amplia il suo tour italiano, aggiungendo ben due nuove date alle sei previste in aprile a Milano e Bologna. In scena a Lucca (all’ex Campo Balilla, a ridosso delle Mura Medioevali) e a Roma (al Circo Massimo) rispettivamente i prossimi 11 e 14 luglio ci sarà uno show mai visto capace di regalare emozioni paragonabili solo a quelle del Desert Trip dell’ottobre 2016.

L’allestimento dello show avrà uno speciale impianto audio quadrifonico e una scenografia che citerà i classici topos floydiani, dall’immancabile maiale volante alla Battersea Power Station: non a caso la data dell’11 luglio a Lucca, che sarà ospitata dall’area adiacente le mura medioevali avrà una platea ristretta per fare spazio all’imponente palco.

Per entrambe le date, le prevendite generali verranno aperte sul circuito TicketOne a partire da giovedì 14 dicembre. I biglietti per entrambe le date saranno in vendita a 80 euro per l’ingresso ordinario e a 110 per il pit: agli importi riportati vanno aggiunti diritti di prevendita ed eventuali commissioni addizionali.

Gli organizzatori ci tengono a sottolineare l’unicità dei concerti di Lucca e Roma: “lo spettacolo sarà diverso rispetto a quelli che proporrà con i concerti in primavera. Se musicalmente si tratta della stessa scaletta, dal punto di vista scenico sarà uno show completamente diverso: ci saranno effetti speciali, un palco innovativo, cose che non si vedranno nei concerti primaverili. Insieme al concerto di Hyde Park, quelle di Lucca e Roma saranno le uniche date in Europa di ‘Us + Them'” assicurano.

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Fatoumata Diawara: Africa, impegno e coraggio all’Estragon di Bologna 0 176

Un connubio di Africa, energia e femminilità. Stiamo parlando del concerto di Fatoumata Diawara organizzato dal Locomotiv Club e tenutosi ieri, 22 febbraio 2019 presso l’Estragon Club di Bologna. Sold out per la seconda tappa italiana di questa artista maliana in grado di offrire momenti musicali di grandissima intensità.

Si presenta sul palco con un lungo vestito rosso, colore che simboleggia energia e intensità. Fatou sul palco non si limita a cantare e suonare, cosa che fa benissimo con la sua strepitosa band, ma si impegna a lanciare messaggi profondi, senza mai perdere il suo sorriso. Tra un brano e l’altro la sua parola si trasforma, come in un comizio musicale dedicato a un’Africa nuova, alle donne, ai diritti umani, alla pace. Siamo tutti uguali e il colore di pelle non importa, perché abbiamo tutti lo stesso sangue. Fatoumata urla “aprite i porti!” e ricorda a tutti noi che le diversità ci fanno crescere e un mondo tutto bianco o tutto nero sarebbe un mondo molto più povero. Insegnamenti fondamentali che mai come oggi abbiamo incredibilmente bisogno di sentire.

Fatoumata Diawara

Fatoumata Diawara, 36enne nata in Costa d’Avorio e cresciuta in Mali, ha sentito che questo era il momento giusto per ribadire con forza ciò che le sue canzoni fanno in tutto il mondo: raccontare un continente che in realtà conosciamo pochissimo. La musica, più di ogni altra arte, unisce con la sua inesauribile capacità di abbattere ogni barriera, ogni confine geografico. La sua musica è coraggiosa, calda, coinvolgente, impegnata e, forse, necessaria.

Donna dal carattere ribelle e indipendente, sfuggì ad un matrimonio imposto quando era ancora una adolescente. Parigi la accolse e iniziò la sua carriera prima come ballerina e attrice, poi come cantante e chitarrista, cominciando ad accompagnare le sue prime canzoni. Debuttò nel 2011 col suo primo album “Fatou”, presentando nello scorso anno il suo terzo album intitolato “Fenfo”, che in lingua bambara significa ‘qualcosa da dire‘. Infatti è un album che ha molto da raccontare.

Il live si è aperto con il brano “Don Do” che sembra quasi recitato e descrive in maniera dolorosa un amore non corrisposto. A seguire “Kokoro” che significa ‘patrimonio ancestrale’: questo brano è un fusion di blouse elettrificato che rivendica le origini e le tradizioni degli uomini africani.

La terza è una canzone scritta e composta da Fatoumata e Amine Bouhafa intitolata, “Timbuktu Fasso”. Brano lento, parla della città di Timbuktu sotto l’occupazione degli estremisti islamici che portano una bandiera nera jihadista, e i bambini del popolo malese soffrono, ma ‘il grande Mali, è destinato a vincere’.

Fatoumata Diawara

Segue il brano afro-pop sincopato: “Ou Y’an Ye” che parla di umiltà, di cessare la gelosia e del bisogno di qualcun altro che guidi attraverso la vita.

Successivamente sono spuntati strumenti in grado di evocare le sonorità antiche della kora che, combinate con il funky, hanno creato una grande forza comunicativa nelle canzoni come “Negue Negue” e “Kanoua Dan Yen” i quali reinventano il canto militante di molta musica africana rimarcando la volontà dell’autrice di evolvere la tradizione verso sfumature sonore moderne.

Diawara esorta tutti a condividere la felicità e l’amore ovunque; invita i giovani a unirsi e rendere questo mondo un posto migliore. 

Fatoumata Diawara

Le luci si animano e parte “Sinnerman”, tributo a Nina Simone rivisitato in chiave africana. Ora la situazione sul palco inizia a scaldarsi e Fatou cerca un contatto con il suo caloroso pubblico: batte le mani, balla da una parte all’altra del palco e in una mossa fa cascare il suo grande turbante mostrando i suoi bellissimi dreadlocks decorati.

Finalmente si giunge ai pezzi clou del disco, “Fenfo” e il singolo che ha riscosso enorme successo: “Nterini”. Questa canzone parla dell’angoscia sentita e dell’amore provato da due amanti separati dalla distanza. Il ritmo è cadenzato e Diawara fa ballare tutti quanti!

Sono quasi passate due ore dall’inizio del concerto e Lei è ancora raggiante e fresca come una rosa appena sbocciata.

Le luci si abbassano per un istante e dalle prime note il pubblico capisce subito di quale canzone si tratta: “Sowa”. Chiunque, all’udire il nome di questa artista, penserebbe solo ad una canzone, iniziandola a cantare: è proprio Sowa, con il suo ridondante ritornello. Fatoumata ha più volte spiegato che la parola “Sowa” è stata creata da sola per chiamare tutti i bambini che sono cresciuti senza i loro genitori o che sono stati dati in adozione forzata. La canzone narra così: “Anche senza soldi, il tuo amore sarà sufficiente per il benessere di tuo figlio e per la sua educazione. Ogni bambino ha bisogno della propria madre. Se solo tu potessi guardarlo negli occhi prima di darlo, vedresti tristezza e paura, non lo lasceresti mai andare.

Ultimo brano del live è “Bonya”, una sintesi pop trascinante come un rock’n’soul anni ’70. Bonya significa ‘rispetto’, ed è proprio di questo che si parla, del rispetto verso gli altri, del godere della vita in comunità senza dover ferire, calunniare o umiliare gli altri.

Sta per giungere la fine del mega concerto, lo si capisce perché le luci calano e dal palco spariscono tutti. La folla inizia ad esultare e ad incitare il loro ritorno così, dopo pochi minuti, rientra la band con Yacouba Kone alla chitarra e Sekou Bah al basso, i quali si scatenano in un breve duetto. Poi rientra lei, la regina della serata, tutti esultano. Fatou fa un’ultima richiesta alla platea ed esclama: “C’è qualcuno che vuole saltare sul palco qui con me per provare a ballare la mia danza africana?“.
La risposta è stato un corale ““, coi più temerari a scavalcare le sbarre del sottopalco, passando da spettatori a protagonisti di questo finale di concerto.

Una bomba atomica questa Diawara!

Fatoumata Diawara

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“Il Nuotatore”, il post-rock dei Massimo Volume era ciò di cui avevamo bisogno 0 139

Oggi a Bologna ha inizio il tour nei teatri dei Massimo Volume per presentare il loro ultimo lavoro in studio: Il Nuotatore”. Quest’album è il risultato di un’intensa carriera musicale nata a Bologna nel 1991, bloccatasi nel 2002 a causa di uno scioglimento della band e “ripresa” nel 2008. Un percorso artistico nato in una cantina, attraverso due vecchi amplificatori e una voglia di suonare con il volume al massimo (lo diciamo adesso per non scriverlo mai più, promesso) per sentire meglio il suono e riuscire ad ottenere quel sound che li contraddistingue da tutto il resto. Finalmente in Italia un post rock degno, mi sento di aggiungere.

Era il 1991, al tempo provavamo in cantina con un’attrezzatura infame, avevamo solo due vecchi
amplificatori, così per poter sentire il suono dicevamo in continuazione: Massimo volume, alza al massimo il volume!
(Emidio Clementi)

Ma cosa ha Il nuotatore di diverso rispetto agli album precedenti? In grande linee direi nulla – a parte la formazione; adesso sono un trio formato dai membri storici della band – ed è proprio questa la cosa bella. C’è coerenza musicale, voglia di suonare come ai vecchi tempi – cosa che molte band perdono dopo il primo anno di réunion – e soprattutto: riflessione. La coerenza musicale la si ritrova nelle loro scelte, in un sound ottenuto senza l’ausilio dell’elettronica ma attraverso delle perfette alchimie tra gli strumenti; un ritorno al passato, alla purezza musicale di quei tempi, ai Massimo Volume del ’91.

Un album composto da nove tracce, tante chitarre e un messaggio molto importante che si individua superficialmente già dal titolo. Un nuotatore che sguazza nel mare – un chiaro riferimento al racconto di John Cheever – in balia di un qualcosa di incontrollabile, indomabile, che può essere allo stesso tempo sia luce che buio. Capace di travolgere ogni cosa che trova e allo stesso tempo abile a tenerci a galla in un mare che non è altro che sinonimo di “vita”. Un’esistenza difficile, piena di problemi che spesso travolgono i nostri giorni togliendoci le forze per andare avanti, costringendoci a stare nell’ombra, a farcela piacere controvoglia, come Fred; che vive in una stanza fredda, assente da qualunque voglia e allo stesso tempo con diverse presenze nella sua vita che vogliono aiutarlo.

Fred è la settima traccia dell’album; un brano caratterizzato da un mood riflessivo, un groove lento, un parlato che si traveste da schiaffo. Uno schiaffo dato da un amico che prende le sembianze di uno psicologo ma con più coraggio, sbattendoti in faccia cose che soltanto lui potrebbe dirti. Per permetterci di vedere la luce anche nel buio più profondo, perché c’è sempre uno spiraglio. Quest’ultimo lo ritroviamo nel primo brano, in Una voce a Orlando. Un pezzo che fin da subito, soltanto strumentalmente, ti fa dire: “sono i Massimo Volume”. Un post-rock vecchia scuola che sfocia a tratti in un sound psichedelico, con una chitarra che ascoltandola a occhi chiusi sarebbe capace di portarti in un’altra dimensione e di farti capire davvero le parole precedenti; perché le cose in un modo o nell’altro ce le devono dire due volte per farcele capire. In ogni situazione.

Esistono case senza luce
né tetto
ma la gente ha imparato a viverci lo stesso
pur di non stare all’aperto

La ditta di acqua minerale, il secondo brano, vede un sound diverso da quello dei precedenti brani. Più “veloce”, intenso e a tratti vuoto; perfetto per spiegare la situazione che viene raccontata dal testo e con una chitarra inedita. Nei primi album non risultava molto una ricerca timbrica come quella riscontrata in questo ultimo lavoro; ecco, ho appena smentito una frase della mia introduzione, questa è una delle poche cose che differenziano questo disco dai precedenti.

Il terzo brano è intitolato Amica Prudenza. Quella che tutti vorrebbero nella loro vita, utile e inutile allo stesso tempo. Un brano “raccontato” attraverso un sound che sfocia a tratti nell’ambient o in un post-rock più “pulito”; che si intensifica, si distorce, si pulisce, si sporca.

Ed eccoci adesso alla traccia omonima, Il nuotatore. Un arrangiamento molto ritmato, caratterizzato da una batteria decisa, convinta, e una voce che emana consapevolezza cruda e spietata. Una vita dura, che cambia di colpo e che a ogni cambiamento ci grida contro dicendo: “non puoi fare nulla per impedirlo, cazzi tuoi”. tre minuti e trentasette secondi di pura poesia.

Il brano successivo, Nostra signora del caso, ha come protagonista la sorte, il destino, il fato… insomma, avete capito. Un’entità incontrollabile, che spesso sottovalutiamo pensando di tenerla in pugno; imprechiamo contro di essa giornalmente, proviamo a resistere fallendo miseramente. La traccia è costruita su un’impalcatura sonora dai tratti angoscianti, capace di rievocare quelle emozioni ansiose celate in noi stessi anche grazie alla potenza del testo; una sonorità, una perfetta correlazione tra parole e sound, un mix di emozioni riscontrabili in diverse band (ogni riferimento ai Radiohead è puramente casuale) e non da tutti. Non per tutti.

L’ultima notte del mondo, il sesto brano, è uno dei migliori pezzi della band, non solo per tecnica. Possiamo intendere questo brano come un’autobiografia, una testimonianza della cultura dei Massimo Volume in campo musicale e delle loro capacità in termini di composizione.

Adesso è tempo di introdurre due piccoli aneddoti: uno riguardante il secondo brano La ditta di acqua minerale” e l’altro per introdurre l’ottava canzone: Mia madre e la morte del gen. José Sanjurjo”.
Due personaggi che perdono tutto a causa dell’eccesso; lo zio la sua azienda e il generale – come è noto – la vita. Come dice Emidio durante delle interviste: “si tratta di grandi parabole sulla vanità”. La Storia con la S maiuscola, narrata attraverso il post-rock italiano.

Domani sapremo
ne sono quasi sicuro
se poi sarà troppo dura per noi
incolperemo qualcuno

La strofa precedente introduce l’ultimo brano: Vedremo domani. Un pezzo che inizialmente appare come diverso, scostante rispetto agli altri grazie ad una qualche influenza pop-rock estranea alla band, ma che sa riprendersi subito e che, comunque, non dispiace. Nella vita bisogna variare, ogni tanto.
Domani sapremo e nel caso incolperemo qualcun altro. Testimonianza di una band che, dopo anni di carriera, si trova in un’Italia cambiata sotto ogni aspetto e che trova le parole perfette per raffigurare e racchiudere in quattro minuti e trenta secondi il contesto in cui ci ritroviamo.

Arrivati all’ultimo brano, non posso altro che riconfermare quanto detto in precedenza: un album coerente con il loro modo di fare, che testimonia la loro cultura letteraria – da sempre, e per fortuna nostra, sfruttata per i loro testi – e che, soprattutto, trasmette un messaggio molto forte e più che attuale, lanciato da una band che da ventotto anni risiede in un’Italia in costante mutamento, sul piano musicale come su quello politico. Certo, questo è il corso della vita, è inevitabile e loro lo sanno – la signora del caso lo sa – ma sicuramente non possiamo star zitti e con gli occhi chiusi.
Questo “non è un paese per inetti”.

 

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