“Sai Dirmi Perché?”, l’ottimo esordio dei Problemi di Gibbo 0 143

Ci sono dei meccanismi particolari di attrazione e repulsione che decretano la nascita di un legame o il suo pieno disfacimento. L’attrazione è quel meccanismo inconscio che prescinde da qualsiasi volontà e si attiva principalmente sulla base di quelle che vengono definite affinità elettive. È, dunque, sulla base di queste affinità che nasce il gruppo reggiano I problemi di Gibbo, fondato da Stefano Gibertoni e Daniele Prandi. Lo scorso 14 febbraio è uscito il loro album d’esordio “Sai dirmi perché?”, un lavoro che fonde sapientemente il cantautorato italiano all’indie folk americano (un po’ come se Ermal Meta entrasse a far parte dei Mumford & Sons). Il loro è un sound fresco, caratterizzato dalla compresenza di chitarre acustiche ed elettriche, sintetizzatori e arpeggiatori, che unisce la tradizione e la modernità. La levità dei testi è la qualità che più risalta in questo lavoro: frasi semplici che celano interrogativi importanti e dubbi insolubili, come quella che dà il titolo all’album. Introspezione e riflessività sono le chiavi di volta di questo lavoro, a cui hanno contribuito sapientemente: Alessandro Stocchi alla chitarra elettrica, Carlotta Gibertoni, ai cori e al basso synth, Luca Serio Bertolini (Modena City Ramblers), Andrea Fontanesi (VoxRecording Studio) e Simone Ferrarini che ha realizzato la copertina.

L’atmosfera cullante creata dalla chitarra acustica ci accompagna in “Tutto il mondo”, brano che parla di cambiamenti. “Tutto il mondo può cambiare” è ripetuto nel pezzo come un monito o un leitmotiv, ed è un messaggio chiaro, preciso e diretto, preceduto dall’invito a non accontentarci mai di quello che vediamo e di fare tesoro delle lezioni del passato che troppo spesso releghiamo all’oblio.

L’arpeggiatore e i synth si prendono la scena in “#Buonumore“, pezzo di stampo marcatamente pop che parla di una storia di amore che finisce ma non lascia scorie. Non c’è spazio per la rabbia, la delusione e l’amarezza, bisogna guardare al bicchiere mezzo pieno, al sentimento e a tutto ciò che ha portato felicità e gioia.

Si torna all’acustica in “Come tu mi vuoi” un pezzo leggero, pulito, quasi etereo, caratterizzato da un sound malinconico. Il verso “non sarò mai come tu mi vuoi” è un urlo sommesso, un’eco che si propaga e acquista sempre più vigore. Il messaggio è chiaro: l’amore non è un compromesso, un vincolo, o una pastoia da cui liberarsi, ma accettazione incondizionata (non accondiscendenza).

La distorsione ricrea l’atmosfera vaporosa del ricordo. “Lei ballava” è il racconto intimo di una memoria estiva, di qualcosa che ha lasciato un segno indelebile: tre vite che s’incrociano per poi tornare alla normalità quotidiana, conservando però il ricordo di quell’attimo. È il pezzo più rappresentativo di tutto l’album, quello in cui viene fuori l’essenza di questo gruppo.

Superman” è la quota electro-rock di quest’ album. È il pezzo in cui si spinge un po’ l’acceleratore, ma senza esagerare! Tutti abbiamo bisogno di staccare e di pensare ogni tanto a noi stessi, per quanto questo possa sembrare sfacciatamente egoistico. Fermarsi è utile, talvolta necessario, per arrivare sicuri a destinazione.

Smettere di fare” è un po’ il continuum del brano precedente. Il mood riflessivo accompagna il messaggio chiaro e preciso: perdersi è necessario per ritrovarsi e ritrovare la giusta strada. La seconda parte è decisamente più ritmata ed energica; il pezzo si chiude in un crescendo piacevole.

Un suono flebile, a tratti impercettibile, segna l’inizio di “Solo rosso”, l’ultima traccia dell’album. Questa è un rivisitazione di “All Systems Red” dei Calexico, un pezzo delicato e graffiante che segna la fine di un lavoro sincero e onesto, seppur a tratti acerbo.

Essendo il primo disco non si può valutare una maturità fattuale dal punto di vista della musica e/o della scrittura. C’è tutto il tempo per migliorare, la strada è quella giusta.

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“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 338

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

“Walking on Tomorrow”, Anthony omaggia l’hard rock degli ’80s 0 378

Arriva dopo quasi sette anni di lavorazione “Walking on Tomorrow”, il primo album solista di Antonio Valentino (in arte Anthony), cantautore milanese classe 1985 ed ex frontman dei Night Road. Un’attesa insolitamente lunga, quella per un disco che ha visto il suo autore iniziare la fase di scrittura dei primi brani già nel 2013, per poi arrivare alla pubblicazione di una prima demo solo quattro anni più tardi. L’anno scorso, poi, l’approdo in studio per le prime vere sessioni di registrazione e mixaggio professionale. E ora la pubblicazione. Di esperienze Anthony deve averne vissute parecchie durante il lungo arco di tempo che ha accompagnato la produzione del suo primo lavoro. Va da sé, dunque, che questo “Walking on Tomorrow” non possa non considerarsi la sommatoria di tutte le gioie, le passioni, le delusioni, le speranze, le paure e i desideri provati dal suo autore durante la sua scrittura. In altre parole: un album estremamente personale.

Hard Rock anni ‘80 e Sleaze Metal le influenze che sono alla base della formula musicale adottata dal cantautore milanese. Per il cantato, invece, Axl Rose e James Hetfield sembrano essere i due principali punti di riferimento.

L’apertura è affidata alle poderose “Sweet Hell” e “I Want a Lie”, energici brani heavy rock che si presentano come sentiti tributi ai Guns N’ Roses (la prima) e Metallica (la seconda). Scaldati i motori, si passa poi al malinconico intro dell’epica ballad rock dal sapore classico “The Old Witch”.

Virtuosismi, assoli “pettina capelli” carichi di wah-wah e massicci riff sorreggono le successive “Run Oh My Baby” e “Get Off”, con la seconda che in un passaggiosembra quasi voler citare esplicitamente la melodia del ritornello della celebre “Paradise City” dei Guns.

C’è poi spazio per un brano strumentale, “Your Eyes”, in cui regnano atmosfere dark e minacciose. Un omaggio al cinema Horror che tratta i temi della paura e della tensione pur senza l’ausilio di una vera e propria narrazione, ma servendosi unicamente delle suggestioni suscitate dalla musica.

 “My Light Found in The Rain” è una spiazzante (ma gradita) variazione sul tema che apre a influenze vagamente folk prima di sfociare nel consueto “ritornellone” epico cantato a squarciagola.

Ritroviamo l’acustica anche nella vera e propria “mosca bianca” del disco: “American Dream”: un brano scanzonato e sfacciatamente Rockabilly che vuole essere un accorato tributo alla patria del Rock n’Roll e del Blues.

Chiude il lotto “Schathing Time”, un’ odissea rock che parte con arpeggi di chitarra alla “Nothing Else Matter” per poi sfociare nel solito ritornello impetuoso.

Di questo “Walking on Tomorrow” restano impresse le capacità compositive di Anthony e le abilità tecniche sfoggiate nel suonare brani di non semplice resa. Un album dal sapore nostalgico che, ai limiti del manierismo, cristallizza il suo sound riportandolo a una specifica decade (gli anni ’80) e incastonandolo all’interno di un determinato genere (hard rock), dal quale raramente decide di allontanarsi.

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