Scrubs: storia e gloria di una serie apparentemente normale 0 4178

È difficile parlare di Scrubs in un periodo in cui è tanto popolare: si rischia di tralasciare qualcosa, di dimenticare qualche dettaglio, di saltare qualche passaggio importante. Per quelle due persone nel cosmo che non conoscono nemmeno di sfuggita Scrubs, e che quindi non rispondono nemmeno con: “Aaaah, sì, la serie di medici che davano su MTV”, ecco la sinossi in breve: Questo mostro di marketing e di idee che è la serie di Scrubs nasce nel 2001 dalla mente di Bill Lawrence, che presentò la serie come: “Più clinico di ER, più cinico di Ally McBeal, più piccante di Sex and the City, più frizzante di Friends”. Insomma, sparò un pochino alto, citando alcune delle serie che all’epoca riempivano di soldi le tasche dei produttori dei vari network americani (tranne Ally McBeal, nessuno se la ricorda mai). Il nome stesso della serie è un gioco di parole: con il termine scrub, infatti, si può indicare il camice indossato da medici e infermieri o la pratica chirurgica di lavarsi accuratamente le mani prima di un intervento, ma anche una persona insignificante o di poco conto: un pivello.

La serie è una fiction a tema medico la cui storia è narrata in prima persona da John Dorian, per gli amici JD. Questi è un medico di belle speranze con la testa di un sognatore che lavora a Los Angeles, all’ospedale del Sacro Cuore, ove entra in contatto con svariati personaggi: Carla Espinoza, irritante determinata infermiera ispanica; Chris Turk, suo migliore amico da sempre e valente chirurgo con la passione per il ballo e la musica, il più figo dei fighi; Perry Cox, suo mentore che lo apostrofa di continuo con nomi femminili e gli sbatte in faccia quanto sia patetico (grazie, Perry); Robert Kelso, primario dell’ospedale attaccato solo ai soldi (una sorta di dottor Scrooge); infine, il suo eterno amore, Elliott Reid, svampita ma simpatica biondina del sud sempre preda di insicurezze e ansia generalizzata. Ora che ci siamo levati il dente, si passi alla domanda che sorge spontanea a chiunque bazzichi un po’ il webbe: nonostante sia una serie defunta (è infatti finita nel 2009), come mai continua a riscuotere tanto successo? E com’è possibile che la sua fanbase si accresca sempre più?

Quella che inizialmente partì come una serie televisiva scanzonata facente il verso comico alla moltitudine di medical drama presenti sul mercato, divenne poi un fenomeno sociale di portata globale, generando una vera e propria microsezione della cultura pop. Quali sono i motivi che ne hanno fatto un vero e proprio status symbol della nuova generazione?

Il concetto di gavetta, tanto per cominciare: oggigiorno noi giovani siamo continuamente messi alla prova da una società che si mostra sempre più conservatrice e poco incline al ricambio generazionale. Il concetto fondamentale di Scrubs è il sentirsi l’ultima ruota del carro, l’ultimo insignificante ingranaggio di una complessa e potentissima macchina da guerra. JD è proprio così: un giovane capace e dai sani principi, ma in una posizione lavorativa arretrata e in netto contrasto con le sue facoltà umane e intellettive. La carriera che il protagonista svolge (prima specializzando, poi assistente e solo in seguito medico) è lo specchio di ciò che accade a un qualsiasi ragazzo che intraprende un percorso professionale, permettendo a quest’ultimo di immedesimarsi all’istante nei temi affrontati dalla serie e relative situazioni.

Ricollegandoci al punto precedente, possiamo dire che Scrubs si sofferma sull’uomo e non sul medico, come fa invece spesso e volentieri l’illustre rivale, Grey’s Anatomy (seriamente, basta, a quante stagioni siamo? Undici?). Difatti, Scrubs è la mosca bianca nella massa uniforme e ronzante composta da serial medici. Mettiamo da parte la natura drammatica o comica delle sceneggiature: per la prima volta nella storia della televisione, una serie ospedaliera con protagonisti medici, tirocinanti e addetti ai lavori non massacra la sceneggiatura con pallose disquisizioni riguardanti la professione o con confronti/duelli accademici tra dottori. Anche perché – ad essere sinceri – sarebbe curioso e un po’ cringe inserire un’idealizzazione drammatica e culturale del lavoro medico all’interno di una serie che si propone decisamente come light opera ammazza tempo (attenzione, che si propone come tale). Appare dunque disarmante la capacità degli scrittori di lasciarci entrare nella storia semplicemente raccontandoci le sensazioni dei personaggi. Riflettori puntati dunque sull’uomo e non sulla sua figura professionale, una scelta stilistica/narrativa che ha contribuito all’immedesimazione, avvicinando radicalmente pubblico e cast dei personaggi, e che riesce ad avvicinarne ancora oggi, in barba a quei solenni allocchi che dicono che le serie vecchie ormai non se le fila nessuno. Poveri stolti.

Potremmo continuare ad analizzare questa serie in vari modi e tutte le volte l’analisi ne restituirebbe l’importanza: la regia innovativa, il racconto sempre in prima persona; l’onirico dei sogni ad occhi aperti, ripresi ampiamente dai Griffin; la caratterizzazione dei personaggi, le guest star. Ricordiamoci che in 8 anni abbiamo visto, col camice bianco, gente come Michael J. Fox (sì, quello di Ritorno al Futuro, piccoli nerd). Ma si potrebbe anche parlare della musica, importantissima nella serie: ci sono un paio di puntate interamente dedicate a “A Little Respect” degli Erasure o a “Overkill” di Colin Hay. Negli anni, ha fatto conoscere a tutti i The Shins, i Decemberists o i The Weepies, ha sdoganato i chitarrini e l’indie folk, ha regalato la scena più straziante della storia della commedia, perfettamente calibrata su “Winter” di Joshua Radin (e qui sta a voi ricordare).

L’amicizia è un altro tema fondamentale: l’amicizia tra JD e Turk, talmente stretta da rasentare l’omoerotismo e comunque totalmente invidiabile (tanto che ha dato vita al termine bromance), basata sugli opposti che si attraggono. Tanto è insicuro uno quanto è spavaldo l’altro, i due si completano e ti ci fanno credere di brutto. Sì, in quel senso.

Altro tema importantissimo, l’amore: il sogno della persona giusta, come capita tra Turk e Carla, che si amano dal giorno uno e che riescono superare tutte le avversità rimanendo insieme; ma anche il tifo che viene spontaneo verso la coppia JD/Elliott, scritti in modo da rendere palese che sono fatti per stare insieme per sempre senza accorgersene mai, vuoi per paura o per orgoglio. E che dire dei monologhi del Dottor Cox?, tra le più belle pagine nella storia degli attacchi d’ira furenti e sagaci, resi in italiano dal magistrale genio del doppiaggio Angelo Maggi. Alla fine, il misantropo totale che non vuole essere seccato per nessun motivo al mondo, si ritroverà ad aver fatto, consapevolmente o meno, da mentore a JD e da buon compagno per Jordan, l’ex moglie con cui avrà sempre un amore conflittuale.

Una famiglia a dir poco disfunzionale che permette al pubblico di accettare le proprie debolezze, i fallimenti, facendo comprendere le difficoltà del ritrovarsi fuori dall’università ad affrontare il lavoro senza essere affatto pronti, meglio di qualsiasi stage non pagato. Ha veicolato messaggi antirazzisti e antiomofobi meglio di una qualsiasi campagna del PD (non che ci voglia molto), affermando altresì che l’amore è importante, sconvolgente e inesplicabile, che la perfezione non esiste e che il lavoro di squadra in fin dei conti paga. Ecco spiegato perché ogni tanto, quando su MTV danno una replica, sempre più persone si ritrovano a guardarla tutta, anche quelli che l’hanno già vista e si sentono un po’ orfani.

In fin dei conti, chi ha visto la serie sa quanto si sente il bisogno delle frasi di JD che a fine puntata tira le somme e se ne esce con la sua morale: ora viene chiamato a caso buonismo, moralismo, comunismo, ipersensibilità, kaffeèèéèèèè!1!1!!, e che invece prima era solo tentare di fare la cosa giusta.

Un piccolo fun fact: vi dice niente la parola friendzone? Se oggi, grazie soprattutto al grande trasporto del web, la parola è di uso comune, un tempo non lo era affatto. La prima sitcom a concettualizzarne il significato è stata Friends, ma è nettamente Scrubs la prima opera in cui si rende in maniera concreta l’idea espressa dal termine in questione. Scrubs è andato in onda dal 2001 al 2009 (la nona stagione è un penoso tentativo mal riuscito di fare un po’ di soldi su una serie che aveva già offerto ogni cosa potesse e, pertanto, non esiste) e nel corso degli anni ha introdotto nelle nostre case un leggero umorismo derisorio che, ben presto, ha raggiunto l’animo comico di ognuno di noi, finendo con il diventare una costante nella vita di ogni giorno.

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The End of the F***ing World, Netflix inizia il 2018 col botto 0 1431

The End of the F***ing World è una serie amara; una serie che, partendo dal topos del viaggio, tenta di narrarci un romanzo di formazione fuori dagli schemi, colmo di dolore sopito, ma anche di gioia e di quieta speranza nei confronti del mondo.

[SPOILER ALERT]

Da pochi giorni è uscita su Netflix una serie che aveva, già dal trailer, catturato la nostra attenzione; vuoi per la trama che lasciava intravedere, vuoi per il nome – di per sé abbastanza particolare – sta di fatto che The End of the F***ing World (e questo è il titolo originale, non c’è alcuna censura) ce lo siamo letteralmente mangiato. Ma cosa è esattamente questa serie tv?

Si tratta di un adattamento di un fumetto dell’americano Charles Forsman che, in otto episodi da circa venti minuti ciascuno, segue la storia di due diciassettenni: James (Alex Lawther, che abbiamo potuto apprezzare nell’episodio “Zitto e balla” di Black Mirror), convinto di essere psicopatico ed incline all’omicidio, e Alyssa (Jessica Berden), ragazza diffidente e a tratti aggressiva che si innamorerà di lui. Entrambi adolescenti dal passato burrascoso e dal presente incerto, intenzionati a scappare dalle loro vite, finiranno in un vortice di nascondigli, inseguimenti e reati di ogni genere per arrivare a trovare il padre della ragazza.

Alyssa e James in una scena del film

La sceneggiatura segue gli stilemi tipici del black humour all’inglese, dando vita ad una serie dramedy in cui la caratterizzazione dei due protagonisti rappresenta il fiore all’occhiello dell’intera produzione. James e Alyssa sono due facce della stessa medaglie: due ragazzi che, al netto delle loro difficoltà a comprendere sè stessi e il mondo, affrontano un viaggio che farà scoprire loro i lati luminosi e oscuri della propria persona e di ciò che li circonda.

Merito di tutto ciò è senza dubbio la recitazione di Lawther e Berden, in particolar modo del primo; la sua interpretazione collima con i tipici atteggiamenti di chi mostra uno spettro autistico, recitata così bene al punto da cozzare con un paio di scene che lo vedono protagonista di atti fin troppo da macho. Un esempio è sicuramente il punto in cui, dopo averci mostrato un James anaffettivo e apatico (anche dal punto di vista sessuale) con Alyssa, il ragazzo la bacia di sua spontanea volontà, dando allo spettatore quell’effetto di “ma da dove c***o è uscita questa idea?” che tanto piacerebbe a chi ha scritto questa serie. Ad ogni modo, Lawther ci regala una prova senza sbavature, cosa non del tutto scontata quando devi interpretare un personaggio afflitto da problematiche relazionali.

Jessica Barden (che incredibilmente ha 25 anni) interpreta, invece, un’Alyssa profonda e sfaccettata fino alla quarta puntata, ma che poi tende a calare in modo, su questo si può stare tranquilli, non troppo invalidante. Tutto il suo background psicologico, caratterizzato da una certa furbizia e intraprendenza, viene meno dall’incontro col padre, in un susseguirsi di avvenimenti che non renderanno giustizia al personaggio (magnifico, senza dubbio) che impariamo a conoscere. Complice di questa piccola involuzione potrebbe essere forse il cambio di look che opera nel corso della fuga, tingendosi i capelli da rossi a biondi. O forse no, ma sta di fatto che noi la preferiamo rossa e ci stupiamo di come James non provasse interesse nei suoi confronti… o meglio, un interesse diverso dal volerla uccidere.

Si tratta comunque di lievi difetti di sceneggiatura, che non tolgono certo pathos alle scene più emozionanti (meno la scena del bacio di cui sopra) e a quelle più divertenti, ma che risultano deboli nella sottotrama di investigazione che si andrà a creare, in cui le agenti Eunice (Gemma Whelan) e Teri (Wunmi Mosaku) dovranno far luce sulla fuga e i reati dei ragazzi, sullo sfondo di un non ben precisato episodio intimo accaduto tra loro. Solo altra inutile carne a cuocere.

La regia di Jonathan Entwistle e Lucy Tcherniak ricopre un ruolo importante, poiché, accompagnato da una fotografia a tratti anni ’90, rende bene l’idea della fugacità e dell’incertezza di James e Alyssa con inquadrature convincenti e stacchi ragionati, scongiurando una regia alla Wes Anderson che si può notare nella prima parte del primo episodio e che sarebbe stata, senza mezzi termini, una spina nel fianco per la credibilità dell’intera opera.

Un ottimo esempio del rapporto fra i due protagonisti

I punti più alti sono i momenti più intimi ed emozionali dei due protagonisti, che delineano un approfondimento psicologico spiegato attraverso i pensieri e i gesti di due ragazzi che vogliono trovare il loro posto nel mondo senza mai riuscirci fino in fondo; la semplicità di ciò che pensano è in realtà qualcosa di reale e profondo, capace di scavare nelle paranoie e nei dolori che i protagonisti hanno vissuto, vivono e, probabilmente, continueranno a vivere.

The End of the F***ing World è una serie amara; una serie che, partendo dal topos del viaggio, tenta di narrarci un romanzo di formazione fuori dagli schemi, colmo di dolore sopito, ma anche di gioia e di quieta speranza nei confronti di un mondo dove ognuno, a suo modo, si sente incompreso, tanto che, come dice Alyssa, “bisognerebbe scappare per vivere in un mondo nuovo”.

La BBC realizzera’ una serie tratta dalle avventure di Charles Dickens 0 589

Se fra i banchi di scuola avete a lungo fantasticato sulle mirabolanti avventure descritte da Charles Dickens, questa notizia darà uno scossone in positivo alla vostra giornata. L’emittente americana BBC ha infatti annunciato che realizzerà, entro dicembre 2019, degli adattamenti per il piccolo schermo delle più celebri storie dell’autore inglese.

A presiedere l’impresa Stephen Knight, già creatore dell’acclamata serie Peaky Blinders, e Tom Hardy, nelle vesti di produttore.  La prima opera di Dickens drammatizzata per il piccolo schermo sarà “Canto Di Natale”, divisa in tre episodi di un’ora ciascuno. Pubblicato per la prima volta nel 1843, “A Christmas Carol” (nome in lingua originale) racconta le disavventure di Ebeneezer Scrooge, un sadico e arcigno vecchio che la notte della vigilia di Natale riceve la visita di tre fantasmi: il fantasma del Natale passato, Il fantasma del Natale presente ed il fantasma del Natale futuro. Questi incontri sovrannaturali sproneranno l’uomo a diventare più mite e gentile. Un messaggio che attraversa i secoli e sembra essere attuale ancora ai giorni nostri.

A sinistra, Tom Hardy. A destra, Stephen Knight

Knight scriverà l’adattamento che sarà prodotto dalla società di Hardy in associazione alla Scott Free London del regista Ridley Scott (anche lui strettamente collegato al progetto). Non è la prima collaborazione per Knight ed Hardy, che hanno già lavorato insieme per Peaky Blinders e per Taboo, andata in onda quest’anno.

Knight è da sempre un grandissimo fan di Dickens, tanto da aver affermato, due anni fa, che proprio l’influenza dell’autore inglese, è stata di centrale importanza nella stesura di Peaky Blinders. “Ogni domanda che riguarda lo storytelling ha avuto una risposta da Dickens” afferma l’autore “Avere l’opportunità di rivisitare il testo e interpretarlo in maniera nuova è un grande privilegio. Abbiamo bisogno di fortuna e saggezza per rendergli giustizia.”

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