Siamo stati al concerto di Claudia Sala: che bomba! 0 264

Murphy diceva che quando credi qualcosa possa andare storto, probabilmente andrà così. Per me è diverso: quando non so bene cosa aspettarmi succede sempre la cosa più inaspettata. Questa è ormai una regola per me – La legge di Dario – e non ci sono eccezioni. È successo anche due sere fa al Ballarak per il concerto di Claudia Sala, cantautrice palermitana, per l’occasione in duo acustico con Nicolò Florio (Inside out, tribute band dei Pink Floyd) e accompagnata dal grande violinista e polistrumentista – nonché suo produttore – Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers.

Il locale è stracolmo di gente, i posti sono già tutti occupati e la strada per arrivare alla cassa e prendere una birra è più disincentivante del cammino di Santiago a piedi scalzi. Nonostante tutto, io e i miei amici riusciamo non solo a prendere una birra, ma anche a trovare posto sfrattando bellamente quelli che stavano seduti là da circa un’ora (dettagli). Dopo cinque minuti, tra candele, vinili sparsi e gente accatastata, sale sul palco Claudia Sala: si presenta, presenta il chitarrista Nicolò, e inizia a parlare del suo primo EP ‘È ora‘. È uscito il 15 febbraio dell’anno scorso e contiene sei brani, di cui tre in inglese scritti da lei e tre in italiano scritti dal cantautore palermitano Carmelo Piraino: uno di questi è un omaggio a Luca Lanzi, cantante della band aretina La casa del vento.

Il concerto comincia sulle note di È Ora, brano omonimo, che invita a godersi il momento, perché il tempo passa e quello che abbiamo sprecato ad aspettare non ci torna indietro. La filosofia dell’hic et nunc, tanto cara agli esistenzialisti, viene strumentalizzata e ribadita più volte nel testo, come nel pezzo che fa “voglio vivere qui e ora al ritmo del mio tempo”. La sua voce potente si scalda e scalda il pubblico che la ascolta.

Claudia Sala È ora

Dopo gli applausi è il momento di chiamare sul palco il terzo componente “a sorpresa” della band: è Moneti che entra, saluta tutti, scherza sul suo aumento estemporaneo di peso, imbraccia il violino e chiede un po’ di volume (che non guasta mai). Giusto il tempo di sistemarsi e parte Pioggia e Vento, un brano dal mood riflessivo e malinconico dal quale emerge una certa componente emozionale. Questa è un po’ un’autobiografia. È una storia di riscatto, di chi lotta contro tutto pur di realizzare i propri sogni.

Prima di attaccare con Don’t set Limits, Claudia ci tiene a raccontare un po’ di sé e del suo viaggio musicale che l’ha portata più volte negli Stati Uniti – dal 2010 al 2012 ha partecipato, per tre estati, alla Festa italiana di Cuyahoga Falls, Cleveland e Ohio – ma anche in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Svizzera e Inghilterra, al fianco di Pippo Pollina (cantautore palermitano trapiantato a Zurigo) e le sorelle Prestigiacomo (cantautrici trapanesi). In questo pezzo la sua voce si assottiglia e si estende, ma non perde mai d’intensità. È un brano frutto di un dialogo interiore, scritto in un momento di crisi dovuta alla fine di un amore viscerale. Parla di coraggio, del coraggio che ci vuole a trasformare il dolore in forza. Fry ormai è partito e non si può fare altro che andare avanti con I know it, I want it. È un brano più distensivo, che parla di consapevolezza: “Now I know it, now I want it!

Arriva il momento degli inediti che faranno parte del nuovo EP (ancora in registrazione, uscirà ad aprile in Germania e Svizzera): Nessuno e Hold me. Il primo è un brano scritto di getto in una notte di due anni fa, e parla della delusione nei confronti di una società che ha perso il contatto con le cose reali e si accontenta di vivere nell’illusione. È una società che preferisce una felicità posticcia invece di andare alla ricerca di quella vera; e che crede che la libertà sia quella catena che le tiene legati stretti i polsi. Si salva soltanto chi sogna, perché chi sogna conosce una strada che nessun altro conosce, e la percorre senza voltarsi indietro finché non arriva a destinazione. La seconda canzone, invece, è una ballad folk che parla di un amore sbocciato ma mai colto. È la storia di due ragazzi che s’innamorano e vivono momenti intensi e fugaci, ma che non riescono, per cause di forza maggiore, a stare insieme.

C’è spazio per le cover dei cantautori che lei ama: Talkin’ about Revolution di Tracy Chapman, Both Sides, Now di Joni Mitchell e Blowing in the Wind di Bob Dylan. L’atmosfera è perfetta per suonare e cantare queste canzoni, il mandolino elettrico di Fry esalta la sua voce e rende tutto più magico. È un connubio perfetto.

Il tempo delle cover non è finito, ma questa più che una cover è un tributo ai suoi maestri. Parte l’arpeggio e la gente – seppur invitata – si alza e si unisce al tributo. È il momento di Ebano dei Modena City Ramblers; è il momento della catarsi.

Riprendersi non è facile, ma il concerto continua. È il momento giusto per fare una piccola parentesi di musica celtica e della tradizione irlandese (questa è una delle tante passioni di Claudia che dal 2009 fa parte dei “The Cliffs” band di musica folk-irlandese con cui ha girato la Sicilia e il nord Italia). La parentesi si apre con A Kiss in the Morning Early, brano della tradizione popolare interpretato da molti artisti, tra cui Mick Hanly e Niamh Parsons. Moneti è visibilmente nel suo mondo, il suo violino è preciso come la spada di Zorro che ti disegna una “Z” sul petto senza arrecarti il minimo danno fisico. Sul palco sale anche Federico Chisesi, ufficialmente tecnico del suono, ufficiosamente percussionista “improvvisato”, che comincia a tambureggiare sul corpo di una chitarra acustica. La parentesi si chiude con Galway Girl, un pezzo strumentale coinvolgente e sconvolgente introdotto da una danza irlandese.

C’è ancora tempo per due pezzi. Il mood è lo stesso, le intenzioni pure. Ormai sono tutti in piedi, fomentati dalla parentesi Irish. C’è chi balla, chi beve, chi è già alla settima Trappist-1, chi si abbraccia, chi ride, chi guarda il cellulare perché è disperato e chi è disperato perché guarda il cellulare. Si respira comunque un clima di festa e di convivialità che sfocia nell’estasi quando dal palco partono le note di In un giorno di pioggia e I Cento Passi dei Modena. Uno dei titolari del locale sale sul palco, proprio sulle note de I Cento Passi, e lancia un messaggio tutt’altro che banale: Palermo è nostra, non di cosa nostra. Sì, perché Palermo è questa: è fatta di persone che non hanno paura di urlare che “la mafia è una montagna di merda”, di persone che non hanno paura di vivere senza compromessi, ma soprattutto di persone che non hanno paura di inseguire i propri sogni.

Il percorso di Claudia è fatto di ricerca, studio e tanti sacrifici, che l’hanno portata ad abbandonare il lavoro al call center, per il quale stava rischiando di rovinarsi la voce, e puntare tutto sulla musica. Io direi che la scommessa è pienamente vinta!

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Ascoltare i Quercia per perdersi e ritrovarsi 0 113

È uscito il 20 febbraio scorso ‘Di Tutte le Cose che Abbiamo Perso e Perderemo‘ il nuovo LP dei Quercia, band cagliaritana dalla fortissima attitudine punk, che negli anni ha saputo coniugare l’alternative con l’emo e il pop con lo screamo, il post hardcore e, ovviamente, il post rock. In quest’ultimo lavoro – interamente autoprodotto – c’è tutto questo, ma anche di più. C’è il dadaismo intenzionale di band emergenti come i Cucineremo Ciambelle (forieri del math rock in Italia), il graffio dei Gazebo Penguins di Legna, ma anche il groove dei CCCP, insomma: storia, tradizione e irrazionalità. Il tutto è condito con una buona dose d’introspezione, un pizzico d’insofferenza e una spruzzata di malinconia. Questo disco ha un filo conduttore: la perdita. Relativa a persone, cose, sentimenti ed emozioni, la perdita è legata a un senso di vuoto che attiva in noi un meccanismo inerziale che ci spinge a cercare un “rimpiazzo” e ci porta a tracciare i contorni – prossimi alla dissolvenza – di ciò che abbiamo perso, su quelli dell’eventuale rimpiazzo. Non siamo disposti ad accettare l’oblio né tantomeno la perdita, per questo tentiamo di esorcizzarla ed esorcizzare la sofferenza che ad essa è legata. Con la musica si può fare.

La copertina del nuovo disco dei Quercia

Il disco si apre con Buio: brano potentissimo, urlato, quasi sputato in faccia a chi ascolta. Chitarre distorte e un ritmo martellante di una batteria ormai usurata: è il pezzo con la cazzimma, quello che ti spettina e ti fa ribollire qualcosa dentro. È il varo che porta la nave lontano, fra le onde della melanconia e quelle del destino (con buona pace di Lars von Trier).

Il viaggio continua con Finestra, brano che incarna perfettamente lo spirito screamo. Il testo è imperniato sulla domanda “che cosa ci manca davvero?”, e proprio la mancanza – come già detto – è il filo conduttore di tutto il disco. Il graffio della voce esalta il testo stringato ma essenziale e mai banale.

Torri è il pezzo multanime, quello che comincia in un modo e finisce in un altro. L’inizio soft con un bel riff lascia presto il posto alla prepotenza della voce e della batteria. Questo brano è un invito cinico a dimenticare tutto ciò che è stato e che probabilmente non sarà più. Dimenticare – fare tabula rasa – per ricostruire e ricostruirsi, per non perdersi nei ricordi e andare avanti, questo è il messaggio.

Pogare è lecito, soprattutto per pezzi come Corridoio che ti sollevano letteralmente da terra (provate ad ascoltarlo col surround acceso a volume alto, ma state lontani dai vetri!). Il post-rock, il punk, l’emo, si sentono tutti e si avvicendano in un preciso gioco di rimandi. Questo pezzo sembra descrivere la memoria come un corridoio che percorriamo a ritroso per trovare i ricordi migliori. I peggiori li lasciamo dissolvere nel buio dell’oblio.

Quercia band

Voci distorte, frasi che s’incastrano perfettamente e licenze poetiche. Problema è una confessione accompagnata da un groove avvolgente: “L’inferno che conserviamo nelle stanze di noi stessi brucia chi non lo capisce”. Abbiamo tutti un inferno privato che non siamo disposti a condividere, perché siamo convinti che nessuno sia in grado di comprendere. Non è sbagliato pensarlo, ma non è neanche giusto: è semplicemente relativo (anche se è risaputo che all’inferno ci sono solo stanze singole!).

Capolinea è un brano più lento e cupo ma non per questo meno intenso. È un pezzo alla Gomma (band post- punk casertana) da cui traspare l’anima intimista della band: noi siamo il capolinea del treno e non si può più andare oltre.

Si cambia completamente stile in Altalena, pezzo strumentale, quasi ambient. È un brano rilassante e cullante, un unicum nell’intera produzione dei Quercia.

C’è un trait d’union che lega Altalena e l’ottava traccia del disco; è un filo sottilissimo che unisce i due brani e li rende complementari. Con Pozzanghere si torna nell’alveo dell’emo, seppur con qualche sfumatura punk. Il pezzo è un invito ad asciugarsi le lacrime, a smettere di piangere e fare pozzanghere, perché c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Questo è il tentativo di esorcizzare la pena che segue una perdita.

L’attacco è di quelli potenti: “Tutte le cose che abbiamo perso e perderemo, non sono mai nostre davvero”. Fiammiferi è il pezzo più breve ma il più intenso dell’album. È privo di sovrastrutture e l’incipit si ripete così tanto da rimanere impresso nel cervello. Sì, è il brano che preferiamo.

Siamo soliti costruire muri per evitare di continuare a guardare ciò che ci disturba e ci fa male. Il muro è un confine mentale e/o fisico che c’impedisce di guardare, ma non c’impedisce di pensare: occhio non vede, cuore non duo-…no, troppo banale! Muro non lo è e ci porta a riflettere sull’inutilità di continuare a costruire qualcosa che finiremo, comunque, per distruggere, se non fisicamente almeno col pensiero. La chitarra nel finale si prende meritatamente la scena!

Bivio ha un testo verace, a tratti poetico. L’anima alternative e post rock del pezzo si tinge di punk, l’elemento distintivo della band. Qui troviamo l’arrangiamento più bello dell’album; ovviamente, come ripete sempre un mio amico “De gustibus […]”.

Il pezzo che chiude il disco s’intitola Ridevamo ed è una sorta di avviso ai naviganti: c’è sempre un motivo per non stare fermi e andare avanti. Il tempo passa e non possiamo far altro che farci trovare pronti per non arrivare in ritardo al nuovo appuntamento. Il gattopardismo larvato nel testo tradisce l’insofferenza per un posto che è, allo stesso tempo, sempre troppo uguale e troppo diverso.

Non bisogna limitarsi all’apparenza. Per capire i Quercia e la loro musica bisogna andare in profondità, senza scarnificarli. Al primo ascolto sembrano i cinque ragazzotti che ti urlano in faccia l’incazzatura dei vent’anni. Approfondendoli, invece, ci si rende conto che hanno le palle e meritano tanto!

Abbiamo ascoltato in anteprima TeRAPia di Picciotto 0 129

TeRAPia è il nuovo concept album di Picciotto, storico rapper della scena palermitana, che è da sempre cantore cupo e appassionato della degradata realtà delle periferie meridionali. Per quest’ultimo lavoro, in uscita il 15 marzo, Picciotto dimostra di non aver perso lo smalto della scrittura chiara e potente e anche di poter variare, con ottimi risultati, lo stile musicale delle basi, grazie ad una produzione di alto livello, affidata ora a Gheesa, Naiupoche, Bonnot e Dj Spike.

Il pezzo d’apertura, Illusione, è un esordio che ammutolisce. Caratterizzato da un ritmo e da una narrazione nostalgica e drammatica, Picciotto ricorda le speranze della sua gioventù per un mondo migliore; si tratta, però, di speranze tradite, rifugio ormai di tristi ricordi che hanno il potere di farci guardare avanti. Il secondo pezzo Come Stai, che dipinge con arguzia la superficialità dei rapporti al giorno d’oggi, tenta, invece, di scrollarsi di dosso quell’atmosfera, dando vita ad un new soul dinamico, anche per via degli scratch di qualità di Dj Delta, una delle collaborazioni più gustose dell’album.

Sempre a proposito di collaborazioni, quella con Shakalab e Roy Paci nel terzo estratto, Hashtag la Victoria, è una carta indiscutibilmente vincente. Il pezzo, che critica la sempre più comune tendenza a fare politica sui social network, risente positivamente dell’eclettismo dei suoi ospiti, riuscendo comunque a trasportare l’ascoltatore anche al successivo Capitale, un inno sentito ed emozionante a Palermo.

L’argomento politico viene approfondito e sviscerato nelle seguenti quattro canzoni. Abbiamo dapprima Come non ho fatto mai, un pezzo che esclama la necessità dell’impegno politico tanto nel locale quanto nelle questioni globali, tanto da avere leggere e stuzzicanti influenze musicali tipicamente estere. Ci troveremo poi davanti ad Ashadogan, il quale mette alla berlina l’insensatezza e la pericolosità del razzismo, non risparmiando certo stoccate a personaggi che lo alimentano, come il ministro Salvini. C’è poi Lividi, in cui Picciotto, con un doppio feauturing ‘O ZulùDavide Shorty, indossa i panni di Stefano Cucchi, mettendoci in guardia su come quello che ha passato potrebbe succedere ancora, e sull’importanza di non dimenticare mai. Legato al ricordo è anche il pezzo successivo, Ancora Vive, cantato insieme a Simona Boo. Ancora Vive ha un testo e una musica di assoluta profondità, diventando un monito che vuole affermare l’importanza di ricordare la lotta politica e sociale partigiana, una lotta da cui prendere spunto per migliorare la società.

Concluso questo blocco prettamente politico, si passa a D’amore e D’accordi, un pezzo che infonde speranza ad ogni giovane musicista che non vede riconosciuta la propria arte, unica via per conoscere e conoscersi. La scrittura è viva e incisiva, frutto della reale esperienza di Picciotto, che con questa canzone ci offre uno degli spaccati più veri di cosa un artista dovrebbe essere.

Il decimo brano, Da grande – Rap Neomelodico, è quella che possiamo definire senza troppi problemi la vera hit di TeRAPia. Scanzonata ed ironica, la canzone ci trasporta direttamente nella periferia palermitana, tra note di pezzi neomelodiche napoletani e voglia di riscatto sociale. La collaborazione con il partenopeo Enzo Savastano contribuisce alla grande alla riuscita di questo pezzo da riascoltare e canticchiare.

Dopo questa nota pop, però, segue il pezzo, anzi, seguono i due pezzi, probabilmente più iconici e potenti dell’intero album: Sogno vs Incubo. Si tratta di un’unica traccia dove le personificazioni del Sogno e dell’Incubo parlano (pardon: rappano) con Picciotto. Il Sogno ci ricorda quanto il suo compito sia vitale nella nostra vita, diventando l’unico carburante che ci permette di migliorare, e lo fa con un flow disteso e morbido; l’Incubo, invece, parla di come il mondo sia in realtà crudele, di quanto l’opportunismo regni nelle coscienze delle persone, e per farcelo capire come si deve non esita ad affidarsi ad un rap hardcore, potente ed intenso.

La personale seduta di Picciotto, a questo punto, volge al termine, e lo fa grazie a Colloquio, una sorta di summa di tutto questo viaggio dentro e fuori il suo mondo. Un colloquio certamente complesso e stratificato, come dimostra il mix di suoni elettronici e più old-school che rendono questo pezzo un diamante raro.

L’ultimo brano è Terapia Popolare, dove il rapper riprende la sua identità di artista del popolo, criticando sferzante l’industria mainstream e rivendicando la musica come strumento per analizzare e criticare la società, soprattutto quella delle periferie. D’altro canto, come dice lo stesso Picciotto “Non è arte popolare, ma è il popolo che fa l’arte”.

TeRAPia è quindi, più che una cura, un colloquio psicanalitico tra il Picciotto artista e il Picciotto uomo, un album che cerca di comprendere la diversità e la complessità del mondo popolare, servendosi della musica rap, ora più classica ora più all’avanguardia. Un risultato iconico, che segna per tutti gli amanti del genere un ascolto consigliatissimo.

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