Siamo stati al concerto di Claudia Sala: che bomba! 0 678

Murphy diceva che quando credi qualcosa possa andare storto, probabilmente andrà così. Per me è diverso: quando non so bene cosa aspettarmi succede sempre la cosa più inaspettata. Questa è ormai una regola per me – La legge di Dario – e non ci sono eccezioni. È successo anche due sere fa al Ballarak per il concerto di Claudia Sala, cantautrice palermitana, per l’occasione in duo acustico con Nicolò Florio (Inside out, tribute band dei Pink Floyd) e accompagnata dal grande violinista e polistrumentista – nonché suo produttore – Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers.

Il locale è stracolmo di gente, i posti sono già tutti occupati e la strada per arrivare alla cassa e prendere una birra è più disincentivante del cammino di Santiago a piedi scalzi. Nonostante tutto, io e i miei amici riusciamo non solo a prendere una birra, ma anche a trovare posto sfrattando bellamente quelli che stavano seduti là da circa un’ora (dettagli). Dopo cinque minuti, tra candele, vinili sparsi e gente accatastata, sale sul palco Claudia Sala: si presenta, presenta il chitarrista Nicolò, e inizia a parlare del suo primo EP ‘È ora‘. È uscito il 15 febbraio dell’anno scorso e contiene sei brani, di cui tre in inglese scritti da lei e tre in italiano scritti dal cantautore palermitano Carmelo Piraino: uno di questi è un omaggio a Luca Lanzi, cantante della band aretina La casa del vento.

Il concerto comincia sulle note di È Ora, brano omonimo, che invita a godersi il momento, perché il tempo passa e quello che abbiamo sprecato ad aspettare non ci torna indietro. La filosofia dell’hic et nunc, tanto cara agli esistenzialisti, viene strumentalizzata e ribadita più volte nel testo, come nel pezzo che fa “voglio vivere qui e ora al ritmo del mio tempo”. La sua voce potente si scalda e scalda il pubblico che la ascolta.

Claudia Sala È ora

Dopo gli applausi è il momento di chiamare sul palco il terzo componente “a sorpresa” della band: è Moneti che entra, saluta tutti, scherza sul suo aumento estemporaneo di peso, imbraccia il violino e chiede un po’ di volume (che non guasta mai). Giusto il tempo di sistemarsi e parte Pioggia e Vento, un brano dal mood riflessivo e malinconico dal quale emerge una certa componente emozionale. Questa è un po’ un’autobiografia. È una storia di riscatto, di chi lotta contro tutto pur di realizzare i propri sogni.

Prima di attaccare con Don’t set Limits, Claudia ci tiene a raccontare un po’ di sé e del suo viaggio musicale che l’ha portata più volte negli Stati Uniti – dal 2010 al 2012 ha partecipato, per tre estati, alla Festa italiana di Cuyahoga Falls, Cleveland e Ohio – ma anche in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Svizzera e Inghilterra, al fianco di Pippo Pollina (cantautore palermitano trapiantato a Zurigo) e le sorelle Prestigiacomo (cantautrici trapanesi). In questo pezzo la sua voce si assottiglia e si estende, ma non perde mai d’intensità. È un brano frutto di un dialogo interiore, scritto in un momento di crisi dovuta alla fine di un amore viscerale. Parla di coraggio, del coraggio che ci vuole a trasformare il dolore in forza. Fry ormai è partito e non si può fare altro che andare avanti con I know it, I want it. È un brano più distensivo, che parla di consapevolezza: “Now I know it, now I want it!

Arriva il momento degli inediti che faranno parte del nuovo EP (ancora in registrazione, uscirà ad aprile in Germania e Svizzera): Nessuno e Hold me. Il primo è un brano scritto di getto in una notte di due anni fa, e parla della delusione nei confronti di una società che ha perso il contatto con le cose reali e si accontenta di vivere nell’illusione. È una società che preferisce una felicità posticcia invece di andare alla ricerca di quella vera; e che crede che la libertà sia quella catena che le tiene legati stretti i polsi. Si salva soltanto chi sogna, perché chi sogna conosce una strada che nessun altro conosce, e la percorre senza voltarsi indietro finché non arriva a destinazione. La seconda canzone, invece, è una ballad folk che parla di un amore sbocciato ma mai colto. È la storia di due ragazzi che s’innamorano e vivono momenti intensi e fugaci, ma che non riescono, per cause di forza maggiore, a stare insieme.

C’è spazio per le cover dei cantautori che lei ama: Talkin’ about Revolution di Tracy Chapman, Both Sides, Now di Joni Mitchell e Blowing in the Wind di Bob Dylan. L’atmosfera è perfetta per suonare e cantare queste canzoni, il mandolino elettrico di Fry esalta la sua voce e rende tutto più magico. È un connubio perfetto.

Il tempo delle cover non è finito, ma questa più che una cover è un tributo ai suoi maestri. Parte l’arpeggio e la gente – seppur invitata – si alza e si unisce al tributo. È il momento di Ebano dei Modena City Ramblers; è il momento della catarsi.

Riprendersi non è facile, ma il concerto continua. È il momento giusto per fare una piccola parentesi di musica celtica e della tradizione irlandese (questa è una delle tante passioni di Claudia che dal 2009 fa parte dei “The Cliffs” band di musica folk-irlandese con cui ha girato la Sicilia e il nord Italia). La parentesi si apre con A Kiss in the Morning Early, brano della tradizione popolare interpretato da molti artisti, tra cui Mick Hanly e Niamh Parsons. Moneti è visibilmente nel suo mondo, il suo violino è preciso come la spada di Zorro che ti disegna una “Z” sul petto senza arrecarti il minimo danno fisico. Sul palco sale anche Federico Chisesi, ufficialmente tecnico del suono, ufficiosamente percussionista “improvvisato”, che comincia a tambureggiare sul corpo di una chitarra acustica. La parentesi si chiude con Galway Girl, un pezzo strumentale coinvolgente e sconvolgente introdotto da una danza irlandese.

C’è ancora tempo per due pezzi. Il mood è lo stesso, le intenzioni pure. Ormai sono tutti in piedi, fomentati dalla parentesi Irish. C’è chi balla, chi beve, chi è già alla settima Trappist-1, chi si abbraccia, chi ride, chi guarda il cellulare perché è disperato e chi è disperato perché guarda il cellulare. Si respira comunque un clima di festa e di convivialità che sfocia nell’estasi quando dal palco partono le note di In un giorno di pioggia e I Cento Passi dei Modena. Uno dei titolari del locale sale sul palco, proprio sulle note de I Cento Passi, e lancia un messaggio tutt’altro che banale: Palermo è nostra, non di cosa nostra. Sì, perché Palermo è questa: è fatta di persone che non hanno paura di urlare che “la mafia è una montagna di merda”, di persone che non hanno paura di vivere senza compromessi, ma soprattutto di persone che non hanno paura di inseguire i propri sogni.

Il percorso di Claudia è fatto di ricerca, studio e tanti sacrifici, che l’hanno portata ad abbandonare il lavoro al call center, per il quale stava rischiando di rovinarsi la voce, e puntare tutto sulla musica. Io direi che la scommessa è pienamente vinta!

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“Love and Rain”: Savage ci riporta negli anni ’80 0 266

1984, 2010, 2020.
Il debutto, la fase di mezzo e il ritorno di Roberto Zanetti; in arte Savage.

Chi è Roberto? Se ci avessero fatto questa domanda nella sua “era”, nei magici anni ’80, un’occhiataccia dettata da un “ma davvero non sai chi sia?” ci sarebbe arrivata. Ma adesso, a distanza di trentasette anni dal suo debutto, in un periodo storico totalmente diverso, ci sentiamo in dovere di rispondere tranquillamente. Roberto nasce a Massa nel 1956, inizia la sua carriera con diversi gruppi (Fathima, Pronipoti Sangrìa, Santarosa e Taxi), partecipa a diverse trasmissioni ottenendo numerosi successi e collabora da anni con artisti di un certo spessore: tra i tanti, Zucchero. Mi piace definire questo artista come il Giorgio Moroder dell’italo-disco e dell’eurodance. Inizia la sua carriera nel 1983 e, un anno più tardi, pubblica il suo primo album: Tonight (1984). Da quel periodo in poi inizia la sua ascesa: conosce Zucchero, produce, cavalca l’onda della musica house e lancia alcuni artisti di grande successo come Alexia. Nel 2010, a distanza di 26 anni dal primo, pubblica il suo secondo album (anche se definirlo così è errato; si tratta di greatest hits: Ten Years Ago (2010), fermandosi in seguito per altri dieci anni e ripresentandosi oggi con il suo ultimo lavoro: Love and Rain (2020). Quest’ultimo, presentato a San Valentino attraverso il singolo I Love You, è un omaggio agli anni ’80, un regalo ai nostalgici, un passato che si ripropone andando a creare i famosi nostalgici di un qualcosa che non si è vissuto; gli anni ’80 hanno questo potere.

Love and Rain è un lavoro composto da sedici canzoni; quelle che a parer nostro basterebbero per creare una serata degna di tale nome nelle attuali discoteche italiane. L’album viene definito scherzosamente dall’artista come guitar free, per il fatto che non sono state usate chitarre in nessuna canzone. Sono presenti violini veri che si sposano perfettamente con l’elettronica pop, creando il sound romantico di Savage. Un disco dove canzoni d’amore e malinconia vanno alla ricerca del tipico sound elettro-pop contaminato da batterie elettroniche e sintetizzatori. Con una copertina che rimanda al Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich: un uomo in abito nero, di spalle, con le mani in tasca e lo sguardo rivolto in avanti, verso l’alto. Tanti sono i significati e, personalmente, a noi piace attribuire quello del piacere del viaggiare, della scoperta. Un viaggio a ritroso nel tempo fino ad arrivare negli anni ’80; una scoperta per alcuni, un ritorno al passato per molti altri. Un’arma per andare avanti data dall’esperienza di anni che non abbiamo vissuto ma che possiamo vivere attraverso questo lavoro.

Quindici inediti, sommati alla versione sinfonica del suo più grande successo dal titolo Only You, danno vita a questa capsula del tempo. Viaggio che ha inizio attraverso una breve e romantica introduzione, Every second of my life, caratterizzata da violini e da una voce struggente. Dal secondo brano in poi si entra, di colpo, negli anni ’80: Don’t say you leave me è questo; un uomo cade dal cielo, dal futuro, trovandosi di colpo nelle atmosfere pop sinfoniche degli anni ’80. Atmosfere che faranno da sfondo a tutti i brani presenti in Love and Rain, senza rendersi mai banali e presentandosi prive di scontatezza. Sound, che dalla prima alla sedicesima canzone, si offre a diversi temi. Come quello dell’amore, presente nella maggior parte dei brani e in diverse forme. L’amore che crea delusioni (Alone); che riappare dopo anni sotto forma di ricordo (Remember Me); che dà vita a un tributo (Italodisco); che si dichiara per la prima volta (Your Eyes); e l’amore per ciò che ci circonda, per la vita, per il nostro ambiente: “We are the future”.

Un eterno romantico. Un uomo che attraverso la sua musica ha il potere di far innamorare una nuova generazione e, soprattutto, la possibilità di consolidare il rapporto con chi quel periodo lo ha vissuto davvero, dicendogli: “nulla è andato”. Ri-accendendo speranze che da trent’anni a questa parte sembrano svanite. Savage è questo: una donna che si culla tra le braccia di un uomo sotto una luce stroboscopica; un abbraccio nel tempo, tra gli anni ’80 e i 2000 inoltrati. Tra le speranze di allora e le consapevolezze di adesso, ma con la forza necessaria per andare verso l’ignoto.

“Romantica Io”: Pia Tuccitto scrive una pagina del rock italiano 0 475

D’amore e ombra – come il titolo di un famoso romanzo di Isabel Allende -: è di questo che parla “Romantica Io“, l’ultimo album di Pia Tuccitto, rocker bolognese dall’animo nobile. Il lavoro, uscito il 31 gennaio e interamente autoprodotto, è figlio della poliedricità di questa grande artista che ne ha curato ogni minimo dettaglio, dalle musiche ai testi, passando per la copertina. Cantautrice, pittrice, protagonista/deuteragonista/voce dello spettacolo Ioelei, messo in scena con la compagna di palco Federica Lisi, la sua carriera parte nel 1993 quando, dopo la partecipazione al festival Nuove Voci di Castrocaro, viene notata da Vasco Rossi che ne apprezza il talento e la invita a far parte della sua scuderia. Da qui nasce un sodalizio artistico che la porta a scrivere per interpreti del calibro di Patty Pravo, Irene Grandi e lo stesso Vasco.
Romantica Io” è l’opera terza ed esce a quindici anni di distanza dall’album d’esordio “Un segreto che” e a dodici da “Urlo” prodotto da Frank Nemola e Guido Elmi per l’etichetta Bollicine/EMI Capitol Music. Questo lavoro è un compendio: racchiude l’essenza di dodici anni di “inattività” discografica che sono stati invece ricchissimi dal punto di vista artistico e amoroso. L’amore, appunto, è il filo conduttore dell’album e  viene declinato in tutte le sue forme. Alla realizzazione e alla limatura hanno partecipato: Corrado Castellari in veste di autore delle musiche di due brani, Bettina Baldassarri, Luca Bignardi che ha curato l’arrangiamento di sette brani e Frank Nemola che ha arrangiato i restanti quattro brani.

Romantica io” (title track) è il brano d’apertura, la dichiarazione d’intenti di un lavoro perfettamente messo a fuoco da un’artista matura. Questa maturità artistica corrisponde – mutatis mutandis – ad una maturità sul piano amoroso e questo è chiaro già nell’incipit del brano: “io per amarti son dovuta invecchiare”. Così com’è chiara, sempre dalle prime battute, l’attitudine rock dell’artista bolognese che non usa espedienti o mezzi termini: “io per amarti ti ho lasciato suonare la mia chitarra da rocker”.  Il graffio nella voce ricorda molto Patty Pravo, ma anche e soprattutto Irene Grandi in “Colpa del Lupo”. L’influenza è evidente e non per via di una supponente forma di pareidolia, per la quale noi che recensiamo siamo tenuti a ricondurre il tutto a qualcosa di conosciuto.

Atmosfera cupa e onirismo in “Come nei films”. Il sound distorto e la voce sensuale ci danno l’abbrivio e ci trasportano all’interno di un racconto di un amore immaginario. Un amore senza confini e che attraverso la voce e le parole cerca la sua reificazione. L’inizio ricorda molto “Tre volte dentro me” di Mina e Afterhours.

L’animo rock emerge prepotentemente in “Com’è bello il mio amore”. La chitarra e la batteria seguono un ritmo preciso e martellante e accompagnano la voce fino all’esplosione nel ritornello. Questo brano è l’essenza del disco.

La chitarra lascia il posto alla tastiera nell’intento di ricreare una precisa atmosfera malinconica. “Perché tutto muore” è un brano ricco di pathos e dal carico emozionale abnorme. Parla dell’amore che finisce, di un sentimento nocivo e logorante che si dissolve nel vento come il fumo di una sigaretta che si spegne e ti lascia un imperituro amaro in bocca.

My Radio” ci riporta agli anni ‘80 quando il binomio dance-rock dava vita a spettacoli corali allietati da gioie lisergiche. Allora l’avanguardia era definita new wave e sfociava spesso in quello che profanamente veniva chiamato alternative rock. In questo pezzo vengono fusi assieme Neil Tennant, Freddie Mercury e Patty Pravo e il risultato è sorprendente. È il pezzo che continui a cantare per tutto il giorno e che provoca l’orchite/colpite a tutti quelli che ti stanno accanto.

Il sesto brano non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di “E…”, pezzo scelto e portato al successo da Vasco, che l’autrice riabbraccia come un figlio che ha vissuto all’estero e non vedeva da tempo. Questa è la dichiarazione d’amore per eccellenza, priva di perifrasi e circonlocuzioni (che poi sono la stessa cosa).

Tu Sei Un Sogno Per Me” è il leitmotiv che accompagna lo spettacolo Ioelei messo in scena dall’artista insieme a Federica Lisi. Si tratta di un brano intimo e sincero che si fa colonna sonora di un amore, di una vita, di un viaggio.

L’eterogeneità di stili e generi è esplicitata in “Sto benissimo”: l’inizio in stile Subsonica lascia presto il posto al graffio della chitarra elettrica che sposta il focus è riporta il brano nell’alveo del rock puro e grezzo. L’armonia di chitarre e batteria è perfetta, come in tutto il resto del disco.

Stupida per te” ha l’incedere lento e malinconico di una classica ballad. Questo è la riprova che questa grande artista – come ogni grande artista – non si focalizza su un unico genere, ma spazia all’interno di un ventaglio di stili e generi che le appartengono tutti.

Nel disco c’è spazio per una sorta di intermezzo: “Quante volte sono da sola con te”. Ancora una volta è forte, oltre che necessario, il richiamo a Mina. Si tratta del pezzo più breve dell’album, ma che – per l’icasticità delle immagini che evoca – risulta uno dei più intensi.

Il brano che chiude l’album è “7 aprile”, pubblicato precedentemente in un Ep nel 2013. Si tratta del pezzo mancante, quello che completa e sublima il puzzle. È un brano ricco di colori e sfumature: la chitarra acustica presente all’inizio del pezzo viene sostituita e sovrastata da quella elettrica nel ritornello. La natura multiforme dell’album emerge in modo prepotente in questo brano.

Pia Tuccitto ha scritto un’altra pagina importante del rock italiano. La sua maturità artistica è la vera chiave di volta di questo grande album: la cura minuziosa di ogni dettaglio, l’attenzione e l’oculatezza di ogni singola scelta – dalle parole alle musiche – sono i due ingredienti di questo cocktail perfetto. Rimanendo in campo alcolico si potrebbe dire che sia come il vino che col passare del tempo migliora!

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