Siamo stati al concerto di Claudia Sala: che bomba! 0 472

Murphy diceva che quando credi qualcosa possa andare storto, probabilmente andrà così. Per me è diverso: quando non so bene cosa aspettarmi succede sempre la cosa più inaspettata. Questa è ormai una regola per me – La legge di Dario – e non ci sono eccezioni. È successo anche due sere fa al Ballarak per il concerto di Claudia Sala, cantautrice palermitana, per l’occasione in duo acustico con Nicolò Florio (Inside out, tribute band dei Pink Floyd) e accompagnata dal grande violinista e polistrumentista – nonché suo produttore – Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers.

Il locale è stracolmo di gente, i posti sono già tutti occupati e la strada per arrivare alla cassa e prendere una birra è più disincentivante del cammino di Santiago a piedi scalzi. Nonostante tutto, io e i miei amici riusciamo non solo a prendere una birra, ma anche a trovare posto sfrattando bellamente quelli che stavano seduti là da circa un’ora (dettagli). Dopo cinque minuti, tra candele, vinili sparsi e gente accatastata, sale sul palco Claudia Sala: si presenta, presenta il chitarrista Nicolò, e inizia a parlare del suo primo EP ‘È ora‘. È uscito il 15 febbraio dell’anno scorso e contiene sei brani, di cui tre in inglese scritti da lei e tre in italiano scritti dal cantautore palermitano Carmelo Piraino: uno di questi è un omaggio a Luca Lanzi, cantante della band aretina La casa del vento.

Il concerto comincia sulle note di È Ora, brano omonimo, che invita a godersi il momento, perché il tempo passa e quello che abbiamo sprecato ad aspettare non ci torna indietro. La filosofia dell’hic et nunc, tanto cara agli esistenzialisti, viene strumentalizzata e ribadita più volte nel testo, come nel pezzo che fa “voglio vivere qui e ora al ritmo del mio tempo”. La sua voce potente si scalda e scalda il pubblico che la ascolta.

Claudia Sala È ora

Dopo gli applausi è il momento di chiamare sul palco il terzo componente “a sorpresa” della band: è Moneti che entra, saluta tutti, scherza sul suo aumento estemporaneo di peso, imbraccia il violino e chiede un po’ di volume (che non guasta mai). Giusto il tempo di sistemarsi e parte Pioggia e Vento, un brano dal mood riflessivo e malinconico dal quale emerge una certa componente emozionale. Questa è un po’ un’autobiografia. È una storia di riscatto, di chi lotta contro tutto pur di realizzare i propri sogni.

Prima di attaccare con Don’t set Limits, Claudia ci tiene a raccontare un po’ di sé e del suo viaggio musicale che l’ha portata più volte negli Stati Uniti – dal 2010 al 2012 ha partecipato, per tre estati, alla Festa italiana di Cuyahoga Falls, Cleveland e Ohio – ma anche in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Svizzera e Inghilterra, al fianco di Pippo Pollina (cantautore palermitano trapiantato a Zurigo) e le sorelle Prestigiacomo (cantautrici trapanesi). In questo pezzo la sua voce si assottiglia e si estende, ma non perde mai d’intensità. È un brano frutto di un dialogo interiore, scritto in un momento di crisi dovuta alla fine di un amore viscerale. Parla di coraggio, del coraggio che ci vuole a trasformare il dolore in forza. Fry ormai è partito e non si può fare altro che andare avanti con I know it, I want it. È un brano più distensivo, che parla di consapevolezza: “Now I know it, now I want it!

Arriva il momento degli inediti che faranno parte del nuovo EP (ancora in registrazione, uscirà ad aprile in Germania e Svizzera): Nessuno e Hold me. Il primo è un brano scritto di getto in una notte di due anni fa, e parla della delusione nei confronti di una società che ha perso il contatto con le cose reali e si accontenta di vivere nell’illusione. È una società che preferisce una felicità posticcia invece di andare alla ricerca di quella vera; e che crede che la libertà sia quella catena che le tiene legati stretti i polsi. Si salva soltanto chi sogna, perché chi sogna conosce una strada che nessun altro conosce, e la percorre senza voltarsi indietro finché non arriva a destinazione. La seconda canzone, invece, è una ballad folk che parla di un amore sbocciato ma mai colto. È la storia di due ragazzi che s’innamorano e vivono momenti intensi e fugaci, ma che non riescono, per cause di forza maggiore, a stare insieme.

C’è spazio per le cover dei cantautori che lei ama: Talkin’ about Revolution di Tracy Chapman, Both Sides, Now di Joni Mitchell e Blowing in the Wind di Bob Dylan. L’atmosfera è perfetta per suonare e cantare queste canzoni, il mandolino elettrico di Fry esalta la sua voce e rende tutto più magico. È un connubio perfetto.

Il tempo delle cover non è finito, ma questa più che una cover è un tributo ai suoi maestri. Parte l’arpeggio e la gente – seppur invitata – si alza e si unisce al tributo. È il momento di Ebano dei Modena City Ramblers; è il momento della catarsi.

Riprendersi non è facile, ma il concerto continua. È il momento giusto per fare una piccola parentesi di musica celtica e della tradizione irlandese (questa è una delle tante passioni di Claudia che dal 2009 fa parte dei “The Cliffs” band di musica folk-irlandese con cui ha girato la Sicilia e il nord Italia). La parentesi si apre con A Kiss in the Morning Early, brano della tradizione popolare interpretato da molti artisti, tra cui Mick Hanly e Niamh Parsons. Moneti è visibilmente nel suo mondo, il suo violino è preciso come la spada di Zorro che ti disegna una “Z” sul petto senza arrecarti il minimo danno fisico. Sul palco sale anche Federico Chisesi, ufficialmente tecnico del suono, ufficiosamente percussionista “improvvisato”, che comincia a tambureggiare sul corpo di una chitarra acustica. La parentesi si chiude con Galway Girl, un pezzo strumentale coinvolgente e sconvolgente introdotto da una danza irlandese.

C’è ancora tempo per due pezzi. Il mood è lo stesso, le intenzioni pure. Ormai sono tutti in piedi, fomentati dalla parentesi Irish. C’è chi balla, chi beve, chi è già alla settima Trappist-1, chi si abbraccia, chi ride, chi guarda il cellulare perché è disperato e chi è disperato perché guarda il cellulare. Si respira comunque un clima di festa e di convivialità che sfocia nell’estasi quando dal palco partono le note di In un giorno di pioggia e I Cento Passi dei Modena. Uno dei titolari del locale sale sul palco, proprio sulle note de I Cento Passi, e lancia un messaggio tutt’altro che banale: Palermo è nostra, non di cosa nostra. Sì, perché Palermo è questa: è fatta di persone che non hanno paura di urlare che “la mafia è una montagna di merda”, di persone che non hanno paura di vivere senza compromessi, ma soprattutto di persone che non hanno paura di inseguire i propri sogni.

Il percorso di Claudia è fatto di ricerca, studio e tanti sacrifici, che l’hanno portata ad abbandonare il lavoro al call center, per il quale stava rischiando di rovinarsi la voce, e puntare tutto sulla musica. Io direi che la scommessa è pienamente vinta!

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L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 107

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

Lei contro Lei: i Newdress cantano i due animi del mondo femminile 0 200

È uscito lo scorso 11 ottobre “Lei contro Lei”, ultimo lavoro dei bresciani Newdress, band attiva da più di dieci anni e con sei dischi all’attivo (tre ep e tre lp). Per l’occasione Stefano Marzioli e Jordan Vianello, storici fondatori della band e unici membri ad avervi fatto parte continuativamente sin dalla sua nascita, si sono avvalsi delle collaborazioni – tra gli altri – di Antonio Aiazzi (Litfiba) e del chitarrista Stefano Brandoni,

Con l’immediato ed esplicito intento di rendere omaggio, e di attingere a piene mani, al synthpop e alla electro wave anni ’80 (Duran Duran, New Order) senza tralasciare le sue derive più dark e decadenti (Depeche Mode, Gary Numan), “Lei contro Lei” si propone come un concept album che ruota intorno alla figura femminile. Da Marylin Monroe a Amelia Earhart, da Joyce Lussu a Greta Thunberg: sono tante e diverse le “muse” che hanno ispirato le dieci canzoni che compongono la tracklist dell’album. Positive e negative, perché con questo lavoro l’intento dei Newdress è quello di celebrare l’antitesi fra i due animi opposti del mondo femminile. Un intento ambizioso, ma non particolarmente riuscito. Sia per via di testi non sempre particolarmente a fuoco e in sintonia con il tema principale (si pensi all’opening “Vacanza Dark” o a “Il tipo banale”), sia per la scelta di un sound fin troppo derivativo e non particolarmente brillante per personalità.

Come detto, l’album si apre con l’interlocutoria “Vacanza Dark”, che con i suoi intrecci di tastiere dai suoni futuristici rimanda alle atmosfere di Digitalism e Ou Est la Swimming Pool.

Segue “Overdose in L.A.”, che cerca di immaginare l’ultima travagliata notte della diva del cinema Marylin Monroe. Sebbene sorretta da accattivanti sequenze di synth, poderosi e taglienti, il brano manca d’incisività, complice la piattezza della linea melodica del cantato.

Maggiore presa per le successive – e convincenti – “Pallida” (il singolo, che vede la partecipazione di Stefano Brandoni) e “Freelove Dating”, che parla di relazioni nate sul web.

La politica fa il suo prepotente ingresso nella più riflessiva “L’alieno e la bambina”, nella quale s’immagina un ipotetico incontro tra un visitatore dello spazio (che torna sulla Terra a 2000 anni dal suo primo approdo) e la paladina del movimento ambientalista Fridays for Future Greta Thunberg. Un pretesto per riflettere sui cambiamenti climatici causati dalla sconclusionata gestione delle risorse da parte dei nostri Capi di Stato.

Con la sua intro in stile Eurythmics arriva l’accattivante title track “Lei contro Lei” che, complice la melodia della strofa e la seconda voce al femminile, proprio non può non rimandare ai connazionali Baustelle. Al centro della narrazione del testo c’è lo scontro antitetico tra Lillith e Eva, le due moglii di Adamo.

La successiva “Joyce” vede la collaborazione di Antonio Aiazzi alla voce e alla produzione. Dave Gahan e soci presenti con la loro influenza in ogni nota pulsante di synth, mentre le parole di Marzoli si succedono come una preghiera notturna dedicata alla partigiana, scrittrice e poetessa Joyce Lussu.

È invece Amelia Earhart, prima donna ad aver sorvolato l’Oceano Pacifico, la protagonista de “Il Rumore di te”, che aggiunge poco a quanto già sentito in precedenza.

Segue la banale “Il tipo banale”, che potremmo riassumere parafrasandone il testo: “Le tastiere? Sempre uguali. La batteria? Sempre uguale. Le atmosfere? Sempre uguali.”

Terza collaborazione del disco per il brano di chiusura, “Bolle di sapone”, che si avvale del featuring di Diego Galeri alla batteria. Questa volta a essere cupenon sono solo le atmosfere ma lo è anche il soggetto del brano, che racconta una storia di credulità e magia, ignoranza e cupidigia, sentimenti e istinti primitivi, mortificazioni e dolore. Protagonista di questa macabra canzone è la serial killer Leonarda Cianciulli, nota come la “saponificatrice di Correggio”.

In definitiva “Lei contro Lei” si dimostra un disco riuscito solo in parte. Le melodie e i testi – solo a tratti particolarmente ispirati – lasciano intravedere l’indubbio potenziale di una band con una storia e un percorso di tutto rispetto. Ma l’idea di riproporre un sound sentito e risentito negli ultimi dieci anni (senza personalizzarlo o portarlo avanti in qualsiasi altra direzione) non giova a un lavoro che finisce per incartarsi nel suo stesso manierismo. Il tutto senza mantenere neanche una piena coerenza con l’idea di concept album. La seconda metà della prima decade degli anni 2000 è passata da un po’ e cavalcare l’onda di un revival ormai quasi del tutto sopito è una scelta che lascia il tempo che trova, per quanto nobili possano essere le influenze alle quali si vuole attingere. 

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