Siamo stati al Medimex, il più grande funerale di musica elettronica 0 12108

È iniziato ieri il Medimex, L’International Festival and Music Conference promosso da Puglia Sound e tenutosi quest’anno a Taranto. Non un semplice festival come tanti in Europa, ma una vera conferenza arricchita di workshops, incontri con professionisti del settore musicale, mostre e installazioni. Il tutto spalmato su quattro giorni (dal 7 al 10 giugno) e condito, ovviamente, da tre concerti con nomi di tutto rispetto: Kraftwerk, Placebo e Nitro. Noi siamo stati al concerto dei primi, ma più che un concerto è stato un funerale: il più grande funerale di musica elettronica.

I Kraftwerk, per chi non li conoscesse (ahi, ahi…), sono una band tedesca di musica elettronica, considerati i veri pionieri del genere e di tutto ciò che ne deriva. Attivi ormai dal 1970, con quattordici album in studio pubblicati, mancavano da un anno l’appuntamento italiano; fino a ieri. Ma non si è trattato proprio di un grande ritorno. La colpa non va però certo attribuita ai Kraftwerk che, checché se ne dica, a quasi cinquant’anni di carriera, hanno ancora qualcosa da offrire – anche se chi scrive non è un grande amante delle band “classiche”, soprattutto quando si parla di musica elettronica: il principio, a mio parere, è lo stesso di qualsiasi apparecchio elettronico: se è vecchio non è davvero utile, se non per dire a qualcuno “ehi, guarda, ho un MS-DOS a prendere polvere in cantina”. Ma non è questo il caso.

Guardandosi attorno, la percezione generale era quella di un pubblico capitato lì per caso. Ci si poteva tranquillamente chiedere dove avessero regalato tutti questi biglietti – o se il sito da cui li abbiamo acquistati non fosse in realtà una truffa su un evento ad ingresso libero – perché la situazione si poneva davvero ai limiti del normale. Era addirittura evidente anche la poca quantità di cellulari alzati, roba da non credere nel 2018. E sì, va bene, mille battaglie contro quelli che passano il concerto a riprendere col telefonino, ma è anche vero che questo brutto vizio può essere un indice di gradimento. E ieri, il gradimento, era davvero basso.

Non è stata tanto la staticità della folla a sorprendere – e ho visto comunque più movimento con certe cover band di Ligabue et similia– quanto alcuni, piccoli particolari. Ma andiamo per ordine. I primi venti/trenta minuti di concerto sono stati praticamente non-stop, un susseguirsi di tracce da dieci o quindici minuti l’una tra intro e outro. Proprio in questo frangente sono iniziati i primi dubbi collettivi: “Quando bisogna applaudire?”; “Ma è finita la canzone?”; “Chi sono io e che ci faccio ad un concerto dei Kraftwerk?”. Più o meno queste le frasi facilmente captabili dallo sguardo dei dieci-quindicimila presenti. Poi il delirio.

Essì, il delirio. Perché, diciamolo, per rendersi conto dell’umore generale di una folla non serve certo un esperto, e l’umore generale di chi era lì era quello di chi ci stava per caso. Forse solo le trenta persone attaccate alla transenna davanti erano davvero consci di chi fossero i Kraftwerk; il resto era un misto di sguardi assenti, ondeggiare scoordinato e qualche sparuto battimani fuori tempo. Fin quando non è partita la melodia principale di ‘Computer Love’. Lì urla, salti di gioia, un’ovazione degna di uno stadio di Serie A. Almeno per poco, il tempo di rendersi conto che quella melodia aveva una progressione diversa… Ma dove l’ho già sentita? Ah, sì: i Coldplay.

E che ne sai tu, hai chiesto a diecimila persone se la conoscevano già?”; No. Ma è facile intuire da chi non conosce una sola parola di ‘Robots’ o ‘Radioactivity’ che quella melodia non sapeva certo fosse dei Kraftwerk. E se non lo capisci subito da te, lo lasciano intendere gli attimi di confusione, imbarazzo e silenzio generale che sono seguiti e che hanno accompagnato il resto della canzone e tutto il concerto fino alla fine. Solo in qualche altra occasione il pubblico ha risposto bene: quando sul maxischermo ci sono finite delle foto di Taranto: in pratica si è preferito applaudire di più alla propria città che a chi ci è venuto a suonare.

Un discorso a parte va fatto sul 3D tanto decantato prima dell’inizio del concerto. È dal 2011 ormai che i Kraftwerk propongono questi concerti 3D, che paiono però, a questo punto, essere solo uno specchietto per le allodole. Ieri il 3D è stato, paradossalmente, la cosa meno sorprendente di tutti. Dopo i primi cinque minuti di assestamento, quando ancora la folla fingeva sorpresa per degli effetti alla pari di Gesù dei Griffin che fa i trucchi con le dita, il concerto è proseguito nella più totale monotonia di un qualsiasi maxischermo. Inoltre, una stretta di mano vigorosa a chi ha deciso di dotare il pubblico di occhialetti 3D di cartone in una sera di giugno a Taranto: i miei sono tornati a casa sciolti.

Diffidate quindi dai titoloni che troverete oggi sui giornali: nessuna “festa”, nessuna “folla in delirio”, nessuna “piazza ballante”. Un funerale in piena regola, silenzioso oltre alla musica, immobile oltre alle immagini. Ci si aspettava una risposta diversa dalla città di Taranto, dove un concerto del genere mancava dai tempi d’oro del Tursport. Invece siamo riusciti a ridurre un concerto dei Kraftwerk alla stregua di una sagra di paese, dove ci si beve una birra e si chiacchiera con la persona accanto del più e del meno. E no, non sto scherzando: sentivo benissimo la ragazza accanto a me parlare della sua ultima, pessima, frequentazione a concerto inoltrato, tra birra e sigaretta. Ora, però, c’è bisogno di una risposta diversa da parte dei tarantini. Questa sera sarà la volta dei Placebo che, ad onor del vero, sono un tantino più ballabili: Taranto deve dimostrare di meritarsi un evento come il Medimex, dopo anni di discorsi sulla riconversione economica e sul turismo da far crescere. Il passo da funerale a cimitero può essere molto breve.

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‘Night Ride’, il nuovo album della Municipale Balcanica ne conferma l’assoluta brillantezza 0 894

La Municipale Balcanica è, dal 2003, un punto di riferimento della musica balcan del bel Paese, e con il loro ultimo lavoro, ‘Night Ride‘, confermano ed anzi arricchiscono un repertorio musicale eclettico e coinvolgente. È infatti evidente uno studio formale variegato, merito delle diverse culture musicali dei membri del gruppo, che è stato, sin dai tempi dello stupefacente ‘Fòua‘, il punto di forza che ha elevato la Municipale da gruppo della provincia pugliese a realtà riconosciuta a livello internazionale.

Da sempre ammaliati e ammaliatori di sonorità meridionali, ebraiche e, ovviamente, balcan-rock, in ‘Night Ride’ Raffaele Tedeschi e compagnia cantante vengono contaminati (o meglio, si lasciano contaminare) da vie musicali a più ampio raggio. L’album diventa così un passpartout per una giostra di generi e stili eterogenei, che ci accoglie con un pezzo, ‘Constellation’, nelle classiche corde della band, in un susseguirsi di pop balcanico e propositivo. Per iniziare a godere di un’esperienza musicale così divertente è, senza dubbio, il brano perfetto.

La copertina di ‘Night Ride’, il nuovo disco della Municipale Balcanica

A seguire troviamo ‘Transylvania Party Hard‘ che, sempre continuando il nostro parallelismo con le giostre, si presenta come la classica “casa degli orrori”. È un pezzo certamente tenebroso, ma si rifà a quell’estetica horror scanzonata degli anni ‘80 che non vuole certo rovinare la festa di ‘Night Ride’, ma che anzi stuzzica il nostro udito anche grazie all’interpretazione azzeccata di Tedeschi.

Kill slow, Kill fast‘ è il terzo brano, squisitamente country, il quale è seguito da ‘Rusty‘, un’ottima strumentale balcan che funge quasi da intermezzo.

La strumentale migliore è però la successiva, ‘Martin Got Lost‘, in cui possiamo immergerci in un’atmosfera dal retrogusto morriconiano.

Polvo y Sueños‘, cantato in spagnolo, convince quanto basta musicalmente ma pare abbastanza telefonato a livello di testi; le continue citazioni a motti e slogan spagnoli contribuisce a non dare il giusto merito ad un pezzo che, ad ogni modo, si innesta perfettamente nel corpo dell’album.

L’unica canzone in italiano è la suadente ‘Ogni Stella‘, quasi un arrivederci malinconico che è il preludio all’ultimo brano, la strumentale ‘Deserto Non Deserto‘, che ci abbandona in una distesa arabeggiante con sonorità nuove e interessanti.

La produzione, di ottimo livello, ci regala un disco di pregevole fattura, in cui la Municipale Balcanica si riprende e si reinventa, dimostrando di essere, ancora una volta, tra gli artisti più originali del panorama della musica world italiana.

L’adrenalinico EP d’esordio dell’Ira di Febo: perfetto connubio tra rap e funk 0 787

Unire funk, rock e rap, trasmettendo quel sentimento primordiale e viscerale al quale il nome stesso del gruppo fa riferimento. Con questo intento l’Ira di Febo, giovane band bitontina nata dall’incontro del bassista Federico Marinelli, del batterista Antonio Allegretti, del chitarrista Gigi Laricchia e del rapper Valerio Vacca, presenta il suo primo eponimo lavoro. Un EP di cinque canzoni che mescola suadenti groove di basso e scatenati riff di chitarra alle impegnate rime “rappate” di Valerio Vacca. Seguendo il solco tracciato tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 da band del calibro di Primus, Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine, i quattro ragazzi pugliesi danno vita ad un disco adrenalinico dall’identità chiara e ben definita.

La copertina del disco a cura di Michele Santoruvo

Si parte con l’energica “Get Up”, un’esortazione ad “alzarsi” e a reagire con positività e determinazione alle avversità che la vita ci presenta. Il brano, breve ed incisivo, funziona bene come singolo apripista e anticipa quello che sarà il canovaccio musicale che i quattro ragazzi di Bitonto seguiranno pedissequamente per il resto dell’EP.

La successiva “What’s up Doc?” parte con un riff abrasivo e tagliente che riporta alla mente i primi Red Hot Chili Peppers. La chitarra e il basso dialogano ossessivamente, intrecciandosi e annodandosi tra di loro, intessendo ponti sonori sui quali viaggia spedito il rap a perdifiato di Valerio Vacca (che qui alterna italiano e inglese con maggior frequenza). Cambio di registro nella parte finale del brano, quando il ritmo rallenta e un morbido assolo di chitarra ci accompagna verso una placida conclusione.

Willie Peyote che incontra i Rage Against the Machine. Questa l’insolita suggestione portata alla mente dell’ascoltatore dalla successiva “Sì sì come no”. Il ritornello, orecchiabile e accattivante, è accompagnato da acidi assoli di chitarra carica di wah-wah e dai soliti groove disegnati dal basso galoppante di Marinelli. Ancora una volta i ragazzi pugliesi si dimostrano abili nel trovare la giusta alchimia tra il rap del cantato e le distintive sonorità funk rock che permeano l’intero lavoro.

Ritmi leggermente meno sostenuti per “Cavie”, brano che fa della lucida amarezza del testo il suo punto di forza. In un mondo nel quale “la verità non è mai abbastanza” e “il vero si estingue” l’imperativo categorico rimane uno soltanto: “credere in sé”.

Chiusura affidata a “What the Funk”, brano che si potrebbe definire un manifesto programmatico della band. A partire dal titolo che, con il  suo evidente ­gioco di parole, unisce l’identità musicale del gruppo ad uno sbotto che ben fotografa quello stato psichico (l’ira) del quale i quattro ragazzi bitontini vogliono farsi cantori. L’”incazzatura” in questione è data da una società che non asseconda, o più semplicemente non capisce, l’esigenza di reinventarsi e uscire fuori da schemi preordinati di chi vuole solo inseguire le proprie passioni.

Quello dell’Ira di Febo è un lavoro immediato e scorrevole, accattivante ed euforico. Un disco che con audacia volge lo sguardo al passato, riprendendo un sound che sicuramente poco ha a che spartire con le tendenze del momento (per quanto gli ultimi anni siano stati caratterizzati da una riproposizione di sonorità vintage), ma che, allo stesso tempo, si dimostra specchio fedele delle eterogenee passioni musicali di un gruppo di ragazzi che dimostra di avere qualcosa di interessante da dire. E, soprattutto, di possedere il giusto fervore (o ira, se preferite) per farlo.

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