“Slurp.”, l’esordio dei RadioLondra è un disco da “sciroppare” tutto d’un sorso 0 607

A volte abusato, spesso utilizzato fuori contesto, non c’è dubbio che il termine “indie” sia diventato di grande tendenza ultimamente.Per chi non lo sapesse tale definizione (contrazione di independent) sta ad indicare il lavoro auto prodotto, o comunque supportato da etichette discografiche minori, di artisti che – a prescindere dal sotto-genere musicale di appartenenza – si pongono in alternativa, per tematiche e approccio, al circuito mainstream.

Tutte caratteristiche che, a ben vedere, continuano a caratterizzare tale scena musicale. Ad esser venuta meno, semmai, è quella linea di demarcazione che permetteva di distinguere ciò che era ascrivibile al sottobosco dell’“underground” da ciò che, invece, finiva per confluire all’interno dell’universo pop. Se prima, infatti, ciò che veniva prodotto in ambito indie tendeva generalmente a rimanere di nicchia, adesso trova grande risonanza mediatica, anche grazie alla spinta di canali decisamente trasversali come radio e TV nazionali. Complice la recente affermazione commerciale di artisti di provenienza indipendente (quali i TheGiornalisti, Calcutta, Cosmo, Brunori SAS ecc…), si può tranquillamente affermare che tale filone sia diventato vera e propria espressione di un nuovo genere di pop, con tanto di stilemi e tratti caratteristici che ne definiscono l’identità (dalla puntuale riproposizione di temi ricorrenti quali ansia e disagio post-adolescenziale, senso di inadeguatezza, nostalgia verso un passato idealizzato e difficoltà inter-relazionali, all’utilizzo di testi volutamente sconclusionati e talvolta al limite del nonsense, alla riproposizione di suoni retrò e per lo più anni 80).

Cosmo
Brunori
Thegiornalisti

Ne sono ben consapevoli i RadioLondra, gruppo bolognese composto da Francesco Picciano (voce, chitarra e tastiere), Carlo Rinaldini (chitarre, tastiere, programmazioni) e Filippo Zoffoli (basso e voce), che con il loro disco d’esordio, “Slurp.”, sembrano voler cavalcare in pieno il trend di cui sopra. D’altronde, sono gli stessi ragazzi emiliani a definire il loro lavoro come un disco indie pop, dove «l’essere indie sta nel fatto di non avere più direttori artistici di una Major che ti dicono come cambiare il testo o l’arrangiamento per essere più generalista e radiofonico. Finalmente fai quello che ti piace, e se piace anche agli altri, molto bene». Ed ecco il punto. Per quanto la scelta stilistica di allinearsi al trend del momento possa sembrare furba o addirittura opportunistica, non si può negare il fatto che, già ad un primo ascolto, “Slurp.” dia l’impressione di essere un disco sincero e onesto in ogni suo brano. Una risposta naturale ad un’urgenza comunicativa che, inevitabilmente, finisce per toccare quei temi che non possono non interessare qualsiasi trentenne di questa incerta generazione. E poco importa se il connubio synthpop anni ’80/cantautorato all’italiana sia stato ormai abbondantemente sviscerato negli ultimi anni. “Slurp.” è un disco che fa del proprio nome e del suo accattivante artwork (il disegno di un cono gelato che viene “sciroppato” da una mosca) una programmatica manifestazione d’intenti: essere una raccolta di canzoni pop, dirette ed immediate, da divorare e gustare fino in fondo. Proprio come fa la mosca con il suo gelato.

La copertina di “Slurp”, il disco d’esordio dei RadioLondra

Obiettivo che i RadioLondra centrano in pieno, dando vita a un disco di facile ascolto e con il quale ci si riesce tranquillamente ad immedesimare. Per melodie ed arrangiamenti, viene abbastanza naturale tracciare parallelismi con i vari TheGiornalisti (nei confronti dei quali però, per fortuna, i RadioLondra si distinguono per delle ben più apprezzabili doti di scrittura dei testi) e  – soprattutto –  Canova. Ma è impossibile pensare che i vari Battisti, Battiato, nonché i corregionali Samuele Bersani, Luca Carboni e Stadio, non abbiano influenzato il lavoro della band bolognese.

Ad aprire le danze è “Come una volta”, un vero e proprio inno nostalgico  per quel tempo, ormai lontano, in cui le responsabilità dell’«al di qua» e i piccoli e banali impegni quotidiani non toglievano il respiro. Ma c’è ancora tempo per fermarsi, prendersi una pausa, fissare lo spettacolo del cielo stellato e ritrovarsi.

“Puttane” parla invece di un amore in crisi, sull’orlo del fallimento. Un amore schiacciato dal peso degli «attacchi di paura» e di quel maledetto (e in questo disco ricorrente) senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non poter soddisfare «i progetti e le avventure» della propria amata.

Si passa poi alla bellissima “Siamo in onda”, che con il suo ritornello autoreferenziale traccia un parallelismo tra la storica radio (che durante la Resistenza riportava notizie dal fronte) e l’omonima band (che racconta storie ordinarie di gente comune, impegnata nelle guerre quotidiane della propria esistenza).

Sonorità più spiccatamente vintage per la successiva “Ognuno cammina” che, tra arpeggi di synth e un cantato vagamente “alla Battiato”, ci ricorda come ciascuno di noi sia la somma dei propri «casini», delle proprie «cicatrici», del proprio «passato» (che non passa mai del tutto), delle proprie «conquiste». Ognuno cammina con addosso il proprio vissuto, nella speranza di trovare la strada giusta per ripartire.

Si ritorna a parlare d’amore e di superficialità in “Quando sei abbronzata”, brano agrodolce che procede tra i riff melliflui delle chitarre e l’incedere di un cantato/parlato a tratti volutamente inespressivo.

“Camilla”, invece, racconta di una relazione stancamente avviata verso il punto di non ritorno. Un amore ormai sorretto solo dai ricordi estivi delle notti di passione e minato dal solito senso d’inadeguatezza provato da chi sa di non avere più molto da offrire, al di fuori delle proprie «tasche vuote».

Beat elettronici e irregolari alla Notwist incontrano morbide melodie di un ensemble di archi nella “Bersaniana” “Sulla Luna”, che invita a sollevare lo sguardo verso il cielo per contemplare l’infinitezza dell’Universo e per allentare la morsa delle miserie terrene che ci imbrigliano al suolo.

Chiusura affidata ai fraseggi di chitarra in pieno stile U2 della malinconica “Certe volte (Rework)”, che affronta le fragilità e le incertezze di chi è «eccezionale a teorizzare il dubbio» ma poi, quando si tratta di scegliere, se ne ritrova schiavo.

Si chiude così la tracklist di un disco che scorre velocemente, grazie alle sue melodie gradevoli e incisive e al suo mix di sonorità vintage e moderne. Un disco che in parte strizza l’occhio alle mode del momento, senza però mai perdere la sua chiara identità. Senza ridursi a essere una mera copia carbone di quanto ascoltato altrove, bilanciando in maniera equilibrata la leggerezza tipica del pop indipendente e la riflessività di un cantautorato maturo e mai superficiale. I RadioLondra sono in onda, sintonizzatevi.

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“Rive, volume 1” di Fabio Curto: un viaggio musicale lungo le sponde del blues e del soul americano 0 1817

Forse in molti lo ricorderanno come il vincitore dell’edizione del 2015 di The Voice of Italy, ma in realtà l’esperienza musicale di Fabio Curto, giovane cantautore polistrumentista di origini calabrese, va ben oltre la vittoria del talent musicale di casa Rai.

Dopo aver imparato a suonare a 5 anni e aver iniziato a comporre le prime canzoni a 12, Fabio si trasferisce a Bologna per intraprendere il suo ciclo di studi universitari. Questo non lo allontana dalla musica, tanto che inizia ad esibirsi con assiduità tra le strade della sua nuova città. Nel 2013 esce il disco auto prodotto “Stelle, rospi e farfalloni”, mentre nel 2015 – come detto – arriva la notorietà grazie al programma televisivo The Voice, che Fabio vince assicurandosi il suo primo contratto discografico con una major (ndr: l’Universal). Un exploit al quale, però, segue un periodo relativamente lungo d’inattività, interrotto solo nell’aprile 2017 con la pubblicazione del singolo “Via da qua”.

Ad un anno di distanza, dopo mesi passati a rielaborare testi (molti dei quali riscritti in italiano dopo esser stati concepiti in lingua inglese) e a sperimentare nuove sonorità, esce “Rive, volume 1”, l’album di inediti che segna la prima vera ripartenza del cantautore di Acri dopo la vittoria del talent che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

La copertina di “Rive, Volume 1”, il nuovo disco di Fabio Curto

“Rive” è innanzitutto un disco fortemente personale, frutto di un lavoro svolto a 360 gradi da parte del suo autore che, oltre ad aver scritto ciascuno dei 10 brani che compongono la tracklist (8 più 2 bonus tracks), ha anche suonato gran parte degli strumenti e collaborato alla produzione. Il risultato è un album evidentemente indirizzato verso un blues/soul di matrice statunitense, che non può non suscitare facili parallelismi (anche per via del timbro graffiante della voce di Fabio) con chi di questo genere ha saputo appropriarsi, adattandolo alla perfezione al cantautorato nostrano, ovvero Zucchero. Ma, benché i riferimenti siano tanti e neanche troppo nascosti, si farebbe un errore a considerare “Rive” una sbiadita imitazione della produzione musicale del cantautore reggiano. Curto dimostra, infatti, abilità nel non adagiarsi sui saldi binari dell’ R n’ B e della black music sui quali viaggia spedito il suo treno sonoro, non disdegnando incursioni sporadiche lungo i più moderni sentieri dell’elettronica e del pop da classifica. Ciò che ne deriva è un disco godibile e scorrevole che, anche grazie alle melodie immediate dei suoi ritornelli, trasuda efficacia e incisività.

Si parte con il dark blues di “Suona con me”, un invito a continuare a correre senza voltarsi, a credere in sé stessi e a lasciarsi andare per liberarsi dalla stretta delle «sabbie mobili di questo vivere». L’incedere inesorabile della cassa e dei clap intesse un beat cadenzato sul quale si arrampicano strumming di chitarra acustica e ancestrali cori gospel, mentre l’impeto spirituale del coinvolgente ritornello rappresenta l’apice del crescendo sul quale si regge l’intero brano.

Atmosfere più ballabili con la successiva traccia (nonché primo singolo estratto) “Mi sento in orbita”, che riprende le atmosfere soul/funky tipiche dello Zucchero di “Diavolo in me” e le innova con un piglio leggermente più rock.

Con “Neve al sole” vengono momentaneamente lasciate da parte le sonorità primordiali del blues afro americano per abbracciare un pop elettronico dal respiro più moderno, che unisce ritmiche dance e ballabili a un vellutato riff di chitarra elettrica che ricorda lontanamente il fraseggio che introduce la bellissima “Spanish Sahara” dei Foals.

Abbandonate le atmosfere da dancefloor di “Neve al sole” si passa a respirare l’aria di un contemporary soul/R n’ B alla Rag n’ Bone Man con la successiva Only You, una densa ballata con la quale il cantautore rivisita le macerie di una storia d’amore complicata e distruttiva.

“Un’ora fa” è invece un brano accattivante e coinvolgente che celebra la libertà vissuta in ogni suo aspetto da un’autostoppista, che si sposta da un luogo all’altro senza mai temere l’imprevedibilità del suo percorso.

Ritmi più contenuti per l’”Airone”, una ballata intensa e riflessiva che tratta il delicato tema della malattia e il tentativo di affrontarla col sorriso, cercando di non darle alcun peso.

Provoca sensazioni contrastanti la successiva “Fragile” che, pur convincendo per melodia e testo, sembra essere uscita fuori direttamente da un disco di Zucchero (“Shake, ad esempio).

Si ritorna a percorrere le “rive” del Mississipi con il blues malinconico di “Domenica”, una perla guidata dalla voce rauca di Fabio e dagli arpeggi nubilosi della sua chitarra acustica.

C’è infine spazio per due bonus track, Alonee “Via da qua”. La prima, come lascia intendere il titolo, è l’unico brano del disco cantato interamente in inglese (lingua con la quale la timbrica di Fabio si sposa perfettamente). L’arrangiamento orchestrale e l’andamento solenne conferiscono epicità ad un brano dai contorni cinematici e solenni.

“Via da qua”, invece, è un brano già edito (come detto pubblicato nel 2017), che per l’occasione viene recuperato e riproposto in veste di traccia aggiuntiva. Il pezzo, per quanto orecchiabile e gradevole, si dimostra sin dal primo ascolto un corpo estraneo rispetto al resto del disco. Niente atmosfere soul o blues, ma sonorità indie folk in pieno stile Mumford & Sons per una canzone che dimostra, se non altro, tutta la voglia di sperimentare e di innovare il proprio sound che deve aver accompagnato Fabio Curto nella lavorazione di questo suo “Rive, volume 1”. Il testo, sicuramente molto personale, racconta la voglia di evasione da parte dell’artista verso tempi e luoghi indefiniti ma migliori, lontano dalle aride logiche di profitto di un’industria musicale nella quale è sempre più difficile sentirsi valorizzato.

In conclusione “Rive, volume 1”, pur eccedendo in slanci un po’ troppo derivativi, è un disco piacevole e coerente, impreziosito da una scrittura matura e consapevole e da un arrangiamento curato e strutturato. Un disco che sicuramente lascerà soddisfatti i fan di Zucchero (e più in generale del genere di riferimento) e che non deluderà gli appassionati dello stesso Curto, i quali apprezzeranno la maturazione e l’evoluzione di un sound trascinato dal cantautore calabrese verso nuove sponde. In attesa di conoscere verso quali rive ci condurrà il “volume 2”.

Intervista a Rita Zingariello: “Volare si può, bisogna ambire al cielo” 0 348

Rita Zingariello, classe ’81, è una cantautrice pugliese originaria di Altamura. Il 6 aprile scorso è uscito il suo ultimo disco, “Il Canto dell’Ape”, terza fatica della musicista la cui carriera è iniziata ufficialmente dieci anni fa, nel lontano 2009, con un’esibizione a Sanremo. Da allora le cose sono cambiate molto, Rita è cresciuta e con lei anche la sua musica e la sua visione di quest’ultima. Se infatti il titolo del disco precedente, “Possibili Percorsi”, indicava una carriera in via di sviluppo, con quest’ultimo disco la cantautrice ha definito la propria strada; ci siamo così fatti raccontare da lei qualche curiosità su questa nuova uscita.

Ciao Rita: per iniziare, direi di partire subito dal tuo secondo, ultimo disco: Il Canto dell’Ape. Sappiamo che ci sono diversi retroscena, tra cui una tacita dedica ad una tua amica e il soprannome di “ape regina” che ti danno le persone a te vicine. Raccontaci di più.
In realtà è la stessa amica che mi ha denominata ‘ape regina’ perché pare che io sia una persona che ama circondarsi di persone che le ripongono tutte le attenzioni, e quindi di lì le ho poi dedicato una canzone in un momento in cui sembrava incupita, nella sua stanza. Una canzone di incoraggiamento ad uscire, a respirare la primavera. Devo dire che mi ha preso alla lettera, adesso non la ferma più nessuno: è volata! (ride, n.d.r.)”

Questo disco è la vera evoluzione di Rita Zingariello: dopo il precedente lavoro intitolato “Possibili Percorsi”, possiamo dire che hai scelto il tuo: di che percorso si tratta?
Sì, l’album precedente, ‘Possibili Percorsi’, è stato un disco di ricerca, di curiosità, in cui cercavo di scoprire quale fosse la mia strada. Fondamentalmente è stato l’obbiettivo raggiunto in questo nuovo lavoro, che a me piace indicare come il ‘disco della scelta’, dove fondamentalmente ho scelto un percorso e, in queste dodici tracce – che poi sono tracce che viaggiano tra diversi temi e diverse sonorità – ho capito che non c’è un percorso che possa davvero compiere: sono una persona curiosa, e questa curiosità provo a portarla all’interno delle mie canzoni.

La copertina de “Il Canto dell’Ape”

Ti cito un discorso di Togliatti che dice, riprendendo anche Virgilio: “Il ritmo di lavoro nelle officine è diventato così intenso che esaurisce un uomo nel corso di non molti anni. Ma è accaduto come per le api dell’amaro verso col quale Virgilio accusava i profittatori dell’opera sua, ricordate: voi fate il miele, o api, ma sono altri che lo godono.”. Cambiandone completamente l’accezione datagli da Togliatti, credi che la “solarità” dell’ape regina – e non si parla solo di Rita Zingariello – possa essere minacciata dalle richieste delle persone che la circondano? Può una persona esaurire la propria linfa vitale, il proprio “miele”, solo per regalarne alle persone vicine che non sono in grado di produrne per sè?
Bisogna stare molto attenti, il limite è davvero molto sottile: è vero, l’ape produce il miele e non lo fa per sé; noi produciamo canzoni, ma non lo facciamo solo per noi stessi: è un’esigenza personale, ma quando decidi di fare un disco l’obbiettivo è che ne possano usufruire molte persone. È un po’ la stessa cosa del miele, e bisogna stare attenti che gli altri non risucchino la nostra energia, non ne abusino.

Il tuo disco si apre con una frase a mio parere importantissima: “Cadere è uno stato orizzontale”, poi ripresa nel continuo della canzone con “Volare è uno stato verticale”. Fisicamente è vero, cadere è uno stato orizzontale: se pensiamo a una persona che inciampa e cade, sappiamo che cade orizzontalmente e immaginiamo un corpo parallelo al terreno. Ma l’uomo non ha ancora imparato a volare: cosa intendi con questa verticalizzazione?
Fondamentalmente dobbiamo sforzarci di capire con quale modalità possiamo rialzarci: se vogliamo rimanere realisti è chiaro che non abbiamo imparato a volare, ma sappiamo come sorvolare le nuvole: volare si può. Certo, bisogna essere in grado di tenere un piede per terra e volare con l’altro. Cadere è uno stato che sicuramente tocca la vita di ognuno di noi, e dobbiamo sperare e sognare di volare per rialzarci. Restare a terra è molto più facile, certo, ma bisogna ambire al cielo anche senza le ali: quelle possiamo sognarle, e può aiutarci.

“Simili e contrari” riprende la storia del rapporto di un qualsiasi figlio con un qualsiasi genitore: il bisogno impellente di proteggere ed essere protetti; la voglia di vedere il proprio figlio avere successo senza mai staccarsene davvero; la necessità di riscatto che si pone nelle mani dei figli, i quali vorremmo che realizzassero i nostri sogni mai realizzati. In un Paese come il nostro, nel quale i figli hanno difficoltà ad andarsene di casa e vivere autonomamente per varie ragioni culturali ed economiche, qual è la visione di Rita Zingariello? Perché i coetanei degli altri Paesi raggiungono l’autonomia già giovanissimi, intorno ai venticinque anni?
Perché sicuramente c’è una cultura, quella italiana, in cui c’è un forte senso di legame famigliare che rende complicato il distacco, e sicuramente la cosa qui al Sud, da dove vengo io, è più marcata rispetto alle regioni del Nord. È un retaggio culturale nel quale il figlio può scegliere di staccarsi se lo vuole realmente – ma è chiaro che fa comodo restare ingabbiati in un nido protetto. Bisognerebbe invece provare ad uscire dalla gabbia e quantomeno provare a realizzare quelli che sono i propri sogni senza che vadano ad interferire con quelli che sono i sogni dei propri genitori, che qualche volta potrebbero non coincidere.

In “Risalire” ci parli della difficoltà a fidarsi di sé stessi, del proprio istinto e soprattutto del proprio cuore, che troviamo a dover imbavagliare e zittire, colpevole di averci fatto soffrire. Parli anche di dimenticarsi i brutti ricordi. Ma non è forse vero che le brutte esperienze sono forse le più formative, e disegnano le persone che siamo oggi?
Sicuramente sì, il brano non si chiamerebbe ‘Risalire’ altrimenti. È un po’ lo stesso concetto della caduta: il cuore inteso in senso lato, come questa forza irrazionale che ci guida verso delle scelte che potrebbero rivelarsi sbagliate, rischia di farci soffrire per mille motivazioni. Questo non toglie che la forza di risalire può portarci a ripartire, riaprendo nuovamente il cuore ad altre situazioni. È un po’ come il discorso de ‘Il Canto dell’Ape’, che fondamentalmente parla di desideri incompiuti che però non devono bloccarci: tutto ciò che ci ferma, ci blocca, deve diventare il motivo per trovare un desiderio diverso, migliore di quello che ci ha fatto fallire la prima volta. Nella mia vita è accaduto diverse volte, bisogna essere forti e ‘Risalire’ parla di questo.

Dopo due dischi e un EP, Rita Zingariello si conferma come artista nel panorama musicale italiano. Cosa consiglieresti, dopo la tua esperienza, ad un emergente? Quali sono, ricollegandoci alla domanda di prima, gli errori che hanno segnato il tuo percorso e che consiglieresti di non fare?
Ti dirò, quando ho iniziato a fare musica l’ho fatto in una maniera molto spontanea e naturale: avessi avuto un’altra vita e le stesse esigenza, avrei scelto di iniziare prima, magari appena diciottenne, provando ad allargare il mio pubblico su palchi più prestigiosi sin da subito. Ho avuto comunque la fortuna di farlo quando avevo già una certa maturità personale e artistica. Quello che posso consigliare a chi inizia è questo: di iniziare a farlo quanto prima e di non avere paura, perché se si fa quello che si è, se si fa musica vera e si scrive quello che la propria testa e il proprio cuore ti stanno comunicando, da qualche parte qualcuno avrà voglia e soprattutto modo di conoscere la tua musica, il tuo percorso. CI vuole tanta passione e tanta pazienza.

Rita, ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo: per chiudere, quand’è che proponi una collaborazione a Brunori? Sappiamo che è l’autore italiano che stimi di più a livello lirico.
“(Ride, n.d.r.) Guarda, io sono una persona molto riservata e molto timida, non so se ci riuscirò mai… Magari un giorno lo farò!

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