“Stages of a Growing Flower”: l’esordio di Miza Mayi è un percorso di crescita interiore tra elettronica, soul e R’n’B 0 347

Lo scorso 11 gennaio è uscito Stages of a Growing Flower, il primo album da solista di Miza Mayi. Un lavoro che si presenta come una sorta di concept album autobiografico, all’interno del quale la cantante di origini congolesi – già voce del trio Pinkpolkadots – esplora e attraversa diversi stati emotivi, lungo un ideale percorso di crescita interiore. Resilienza, desiderio, coraggio, delusione, nostalgia, rabbia, speranza, amore illuminato, amore cosciente, amore universale, leggerezza: questi gli “stadi di crescita” contenuti nel disco e rappresentati da brani ora oscuri, ora introspettivi, ora romantici. Il tutto oscillando tra diversi generi musicali quali soul, R’n’B, funk ed elettronica.

Un percorso che parte con la cavernosa Golden, che unisce atmosfere dark e sensuali allo stesso tempo. L’elettronica glaciale incontra i groove di piano, mentre la voce della Mazi giunge quasi sussurrata all’orecchio dell’ascoltatore.

Il calore di un basso avviluppante ci guida lungo “Burn Down my Soul, brano neo soul/R&B arricchito dalle incursioni del sax di Jessica Cochis.

Più riflessiva e introspettiva la successiva Walk Away, ballata romantica che sfocia nel blues dell’elegante assolo di chitarra finale.

Ritorna prepotente l’elettronica in The Third Way, brano vivace e ballabile che aumenta i BPM pur non rinunciando al mood malinconico che caratterizza l’intero lavoro.

Abbandonati gli intrecci glitch delle drum machines e la cassa dritta di “The Third Way”, si passa alla più tradizionale In My Dreams: sognante ballata piano driven nella quale la cantante italo-congolese dà grande dimostrazione delle sue abilità vocali.

Jazz That Funksi apre con un frizzante lead di synth, per poi lasciare spazio a un sax vellutato e conturbante. Il cantato, a tratti rappato, ci guida verso l’accattivante ritornello, in un brano dalle influenze R’n’B/funk che strizza l’occhio a Stevie Wonder e Marvyn Gale.

Si ritorna ad attraversare atmosfere nebulose e rarefatte con Waters, altra ballata riflessiva che, accompagnata dalle solite incursioni elettroniche, sfocia in un ritornello vibrante ed emozionale.

Non cambia lo spartito con la successiva Kundani Love: altra traccia dai ritmi dilatati, arricchita e impreziosita dalla presenza di strumenti etnici.

Violini gitani, invece, per Assurditè: trascinante brano dalle venature deep house che riporta direttamente alle atmosfere da dancefloor di fine anni ’90.

Si rimane nell’alveo della dance anche con la successiva Flowers che, nonostante i ritmi ballabili, rimane avvolta dal solito velo di malinconia e nostalgia.

A dare una sferzata di colore ci pensa lo swing della conclusiva Tom tom town, euforico brano in chiave lounge intarsiato di virtuosismi vocali.

Si chiude così Stages of a Growing Flowers, un disco che ­– come già il titolo vorrebbe suggerire – fa del mutamento il suo leitmotiv. Un mutamento che inevitabilmente finisce per interessare le sonorità di un album camaleontico, capace di toccare diversi generi senza risultare mai incoerente o privo di identità.

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Ricordati Chi Sei, il nuovo singolo di ElleBlack 0 146

Ha soli 17 anni, un talento raffinato ma soprattutto una grande valigia piena di sogni. Luigi Orlando, in arte ElleBlack, rapper originario di Palagiano, in provincia di Taranto, comincia sin da piccolo a scrivere le prime poesie strutturate come fossero lettere e, negli anni successivi, comincia a cimentarsi nei testi in chiave musicale, con immediati consensi.

Secondo “Rock it”, il più grande portale di musica italiana, ElleBlack “dimostra una buona maturità e inserisce nei suoi testi riferimenti parecchio elevati, come citazioni poetiche, piuttosto rare sempre considerando la sua età e la sua spontaneità e la sua sincerità sono da salvaguardare”.

Dopo lo straordinario successo di “Sono a casa“, album uscito a gennaio e che ha ottenuto recensioni più che positive nell’intero panorama musicale nazionale, esattamente come l’hit estiva “Snapshot”, lunedì 11 novembre a mezzanotte uscirà, su tutte le piattaforme digitali, il nuovo singolo “Ricordati chi sei”.

Prodotto da NotJerk e registrato, mixato e masterizzato dalla Valentino Records, il brano è pubblicato da Top Records, nota casa discografica di Milano.

“‘Ricordati chi sei’ è un brano rap cantautorale  con tonalità più dolci rispetto al passato – spiega ElleBlack – e racconta la storia di un ragazzo che ha perso la memoria di chi è realmente, della sua figura. Per ritrovarla inizia un dialogo con una persona cara che però non c’è più: si tratta di un colloquio spirituale, attraverso cui il giovane ritrova sé stesso e ricorda al suo interlocutore ciò che ha svolto nella sua vecchia vita”.

Il brano è autobiografico: “Questa canzone nasce da un’esigenza personale ed arriva come conseguenza di un avvenimento realmente accaduto, la morte di mio nonno, a cui ha fatto seguito per me un periodo di forte smarrimento”.

‘Ricordati chi sei’ rappresenta una nuova tappa nella carriera musicale di ElleBlack: “E’ una sorta di ancora al mio vecchio stile di fare musica – precisa il giovane cantautore – è una traccia di chiusura di una mia stagione musicale e un punto di partenza per altri progetti”.

L’essenziale ritorno dei Save Our Souls rimanda all’alternative anni ‘90 0 92

Si chiama “Esse o Esse” l’album di ritorno dei Save Our Souls (S.O.S.), la band bergamasca capitanata da Marco Ferri (in arte Bruco). Nati nel 1993 su iniziativa del loro fontman, gli S.O.S hanno saputo costruirsi una lunga carriera, segnata da cambi di formazione, intensa attività live, importanti collaborazioni e vittorie di rassegne e festival. Un bagaglio d’esperienza messo a disposizione di questo loro ultimo lavoro, che la band stessa descrive come «schietto e sincero e che rinuncia a fronzoli e orpelli puntando all’essenziale».

Forse gli orpelli ai quali si è deciso di rinunciare sono ammiccamenti all’elettronica o abbellimenti vari in fase di produzione, dato che il disco sembra voler catapultarci ad inizio/metà degli anni ’90 e all’alternative rock di quel periodo.  Negrita, Timoria, il primo Ligabue sono i primi nomi che vengono in mente sentendo le otto tracce che compongono un disco caratterizzato dalla semplicità degli arrangiamenti (nei quali dominano le chitarre), dall’immediatezza dei testi e dalla ricerca di melodie accattivanti. Non mancano, comunque, rimandi a un indie rock più fresco e scanzonato, sorretto da ritmiche più ballabili.

È il caso dell’opening “Venere acida”: un brano dedicato alla Musica, la dea dell’amore con la quale ogni musicista vive un costante rapporto di odio e amore.

Sorretta dai suoi riff poderosi di chitarra, arriva “Non mi fermare”: un inno punk sulla “lucida follia” di chi vuole trasformare la propria passione in un lavoro, non curandosi delle parole di chi invece prova a tracciare limiti.

Fa il suo ingresso l’acustica (che sarà molto presente nel proseguo del disco) nella successiva “E non sai più cosa sei”, brano che parla dell’alienazione, della spersonalizzazione e dell’apatia causate dall’uso (o, meglio, dall’abuso) dei social network e di internet.

Echi di britpop in “Madre”, ballatona già presente nel disco d’esordio (datato 1993) e per l’occasione ri-arrangiata in una nuova veste.

Si rialza il ritmo con “Ancora vivere” in attesa e in preparazione della romantica “Corri Luna”, malinconica ballata sulla paternità che rimanda alle sonorità e alle melodie dei Litfiba nei loro momenti più “morbidi”.

Timoria e Negrita a influenzare la successiva “Ancora un’ora”, che anticipa il brano di chiusura, “Presidente” (già registrato nel 2017 e inserito nella compilation prodotta e distribuita da NDS Music e allegata al mensile Tribuna Magazine). Cambia il tono – più ironico e scanzonato – in un brano che vuole essere un monito: diffidare dai leader dalle facili promesse, figure tanto affascinanti quanto abbindolatrici. Il cantato di Bruco, come per tutto il resto del disco, oscilla tra soluzioni che ricordano un po’ Piero Pelù, un po’ Francesco Renga,mentre alle immancabili chitarre si uniscono sintetizzatori dal sound futuristico.

Si chiude così un disco breve, diretto ed essenziale che, pur senza offrire brani sensazionali o particolari spunti d’interesse, si lascia ascoltare con godibilità. Non particolarmente attuale o innovativo nel suo intento di riprendere sonorità appartenenti al passato (per quanto recente), ma comunque apprezzabile per le sue melodie orecchiabili e il suo discreto songwriting.

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