“Stages of a Growing Flower”: l’esordio di Miza Mayi è un percorso di crescita interiore tra elettronica, soul e R’n’B 0 250

Lo scorso 11 gennaio è uscito Stages of a Growing Flower, il primo album da solista di Miza Mayi. Un lavoro che si presenta come una sorta di concept album autobiografico, all’interno del quale la cantante di origini congolesi – già voce del trio Pinkpolkadots – esplora e attraversa diversi stati emotivi, lungo un ideale percorso di crescita interiore. Resilienza, desiderio, coraggio, delusione, nostalgia, rabbia, speranza, amore illuminato, amore cosciente, amore universale, leggerezza: questi gli “stadi di crescita” contenuti nel disco e rappresentati da brani ora oscuri, ora introspettivi, ora romantici. Il tutto oscillando tra diversi generi musicali quali soul, R’n’B, funk ed elettronica.

Un percorso che parte con la cavernosa Golden, che unisce atmosfere dark e sensuali allo stesso tempo. L’elettronica glaciale incontra i groove di piano, mentre la voce della Mazi giunge quasi sussurrata all’orecchio dell’ascoltatore.

Il calore di un basso avviluppante ci guida lungo “Burn Down my Soul, brano neo soul/R&B arricchito dalle incursioni del sax di Jessica Cochis.

Più riflessiva e introspettiva la successiva Walk Away, ballata romantica che sfocia nel blues dell’elegante assolo di chitarra finale.

Ritorna prepotente l’elettronica in The Third Way, brano vivace e ballabile che aumenta i BPM pur non rinunciando al mood malinconico che caratterizza l’intero lavoro.

Abbandonati gli intrecci glitch delle drum machines e la cassa dritta di “The Third Way”, si passa alla più tradizionale In My Dreams: sognante ballata piano driven nella quale la cantante italo-congolese dà grande dimostrazione delle sue abilità vocali.

Jazz That Funksi apre con un frizzante lead di synth, per poi lasciare spazio a un sax vellutato e conturbante. Il cantato, a tratti rappato, ci guida verso l’accattivante ritornello, in un brano dalle influenze R’n’B/funk che strizza l’occhio a Stevie Wonder e Marvyn Gale.

Si ritorna ad attraversare atmosfere nebulose e rarefatte con Waters, altra ballata riflessiva che, accompagnata dalle solite incursioni elettroniche, sfocia in un ritornello vibrante ed emozionale.

Non cambia lo spartito con la successiva Kundani Love: altra traccia dai ritmi dilatati, arricchita e impreziosita dalla presenza di strumenti etnici.

Violini gitani, invece, per Assurditè: trascinante brano dalle venature deep house che riporta direttamente alle atmosfere da dancefloor di fine anni ’90.

Si rimane nell’alveo della dance anche con la successiva Flowers che, nonostante i ritmi ballabili, rimane avvolta dal solito velo di malinconia e nostalgia.

A dare una sferzata di colore ci pensa lo swing della conclusiva Tom tom town, euforico brano in chiave lounge intarsiato di virtuosismi vocali.

Si chiude così Stages of a Growing Flowers, un disco che ­– come già il titolo vorrebbe suggerire – fa del mutamento il suo leitmotiv. Un mutamento che inevitabilmente finisce per interessare le sonorità di un album camaleontico, capace di toccare diversi generi senza risultare mai incoerente o privo di identità.

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Medimex: Liam Gallagher porta gli anni Novanta a Taranto 0 64

Dopo l’apertura di Cigarettes After Sex ed Editors, il Medimex prosegue la sua cavalcata trionfante a Taranto con un altro concerto di successo: Liam Gallagher. L’ex Oasis ha regalato poco più di un’ora di concerto ai propri fan, cantando i vecchi successi della band che ha fatto grande il britpop, qualcosa dell’ultimo disco solista ed il suo nuovo singolo.

medimex blunote music

Il concerto inizia intorno alle otto, quando sul palco salgono i JoyCut, gruppo musicale dark-wave elettronico formatosi nel 2003 a Bologna. La giusta alchimia fra synth, batteria e tastiere dà la carica al pubblico che aveva già iniziato ad affollare la rotonda del lungomare dalle 18, molto prima del concerto di ieri.

Dopo un’ora sale sul palco King Hammond, musicista londinese accompagnato dalla sua band: un po’ B-52s, un po’ sagra di paese in senso buono, King Hammond suona per quaranta minuti il suo raggae-ska movimentando la folla, ormai in trepida attesa di Liam Gallagher.

Alle 22.20 sale sul palco l’ex Oasis: classico giaccone invernale, storico tamburello in mano e tutti gli anni 90 sulle spalle. Il concerto si apre con Rock ‘N’ Roll Star, singolo datato 1995 uscito dal disco Definitely Maybe del 94: uno dei brani più rappresentativi degli Oasis. E non è da meno il secondo brano in scaletta, Morning Glory, title track del disco che fece grandi gli Oasis con sedici milioni di dischi venduti, terzo disco più venduto di sempre in Inghilterra, dietro a Beatles e Queen. Piccolo siparietto per concludere l’introduzione al concerto, con Liam che si “libera” del suo tamburello lanciandolo nel pubblico (se sei il fortunato ad averlo preso, mandaci una foto in DM su Facebook e Instagram!)

Il concerto prosegue con Wall of Glass, singolo di punta del disco solista di Liam Gallagher, As You Were. Da qui parte una piccola parentesi di tre canzoni estratte da questo disco, fra cui l’altro singolo di successo, For What it’s Worth. Ed è proprio dopo quest’ultima che arriva un bel momento: l’anteprima italiana del nuovo singolo, Shockwave, pubblicato il giorno prima ed estratto dal nuovo disco in arrivo del cantante inglese: Why Me? Why Not.

Liam Gallagher è esattamente come te lo immagini, come lo hai visto dai video: mani dietro la schiena, espressione costantemente arrogante, non sai mai chi del pubblico manderà a fanculo. È per questo che gli si vuole tanto bene, penso. Intanto che penso, il live prosegue e sul palco si suona una bellissima Some Might Say, cui segue Universal Gleam, fino ad arrivare alla spettacolare Lyla.

foto panoramica di Rosa De Benedetto

Il pubblico risponde benissimo, molti sventolano le maglie del Manchester City, qualcuno alza una maglia dei Noel Gallagher’s High Flyin’ Birds; Liam risponde in inglese: “Preferisco altre maglie. Preferisco la mia!” indicandone una lì vicino. E riprende a suonare: Cigarettes and AlcoholEh La, e si arriva al momento atteso da tutti: Wonderwall. Salti, urla, occhi lucidi.

Liam saluta, ma si sa che è solo per poco. Rientra e riattacca a suonare: la potenza di Roll With It, brano di apertura di quel What’s The Story Morning Glory di cui prima, risuona in tutta la città. E risuona forte anche nel cuore dei fan, che non sentivano questo pezzo live da ben dieci anni. Finisce Roll With It e Liam annuncia l’ultima canzone, partono le note e tutti sanno che si tratta di Champagne Supernova, alla quale viene affidata quasi sempre la chiusura dei suoi concerti.

Ci son poche parole per descrivere il momento storico che ha vissuto ieri la città di Taranto e la gente accorsa da tutto il Sud per questo live. Chi ha vissuto gli anni ’90 può desiderare solo tre cose nella vita: un appuntamento con Jennifer Aniston, una settimana col Drugo e un concerto di uno dei Gallagher. Ieri almeno uno di questi desideri si è avverato.

Californication compie vent’anni: riscopriamolo 0 127

Sapevamo che il disco aveva avuto un largo successo quando andammo in Europa per un giro di conferenze stampa. Eravamo in Italia, io e John stavamo sul sedile posteriore di una Mercedes con il finestrino aperto. Un motorino con due ragazzi italiani si fermò accanto a noi. Guardarono dentro e cominciarono a urlare: “Ehi, Californication, Californication!”. Poi si misero a cantare Scar Tissue. Il disco era uscito da cinque giorni. Ovunque andassimo, tutti i negozi suonavano il nostro disco. L’Italia aveva preso fuoco. Passammo dal vendere una manciata di dischi al venderne più di chiunque altro quell’anno in Italia. Com’è che un Paese intero decide di cominciare ad amarti in un giorno?

Così Anthony Kiedis decise di parlare di Californication all’interno della sua biografia, “Scar Tissue”, proprio come uno dei singoli estratti dall’album che ha fatto grande la band americana nel mondo. Californication usciva oggi, 8 giugno, vent’anni fa, nel 1999, segnando per sempre quell’estate e la storia della musica. Ma anche la storia della band losangelina.

Usciti un po’ malconci dal rilascio di One Hot Minute, stroncato dalla critica, e orfani del chitarrista sostituto di Frusciante, Dave Navarro, licenziato per incompatibilità con il resto della band, i Red Hot avevano bisogno del rilancio – un rilancio dovuto, per altro; non fosse solo per il successo che ebbe Blood Sugar Sex Magic, soprattutto in America.

Così, nell’estate del 1998, Flea riesce a convincere Frusciante, nel frattempo disintossicatosi dalla dipendenza dall’eroina, a rientrare nel gruppo. Il disco inizia a prendere forma grazie al lavoro di quest’ultimo, accompagnato dalle liriche del frontman e dalle jam session che da sempre hanno contraddistinto lo sviluppo dei dischi dei peperoncini.

Il sound vira: vengono abbandonate le sperimentazioni che ammiccavano al metal – frutto probabilmente del chitarrista ex-Jane’s Addiction – puntando tutto sull’alternative con il giusto mix di quel funk-rock che fece la fortuna della band agli inizi. Quello che non cambia è il produttore: Rick Rubin seguirà infatti la band per questo terzo lavoro di fila, dopo aver prodotto i già citati One Hot Minute e BSSM.

Il disco vide la luce proprio l’otto giugno del 1999, anticipato di un paio di settimane dal singolo Scar Tissue, uno dei brani più rappresentativi del gruppo. Fu un successo di critica e di vendite; qualcuno elogiò un Anthony Kiedis in grande spolvero, molti attribuirono la qualità al ritorno di Frusciante. Californication raggiunse la prima posizione in classifica in nove Paesi diversi – fra cui l’Italia, dove vendette 700.000 copie in due anni – aggiudicandosi ben undici dischi d’oro.

Oggi Californication rimane una pietra miliare della musica mondiale, uno di quei dischi che tante band sperano di rilasciare un giorno. E anche se oggi i Red Hot non sono più gli stessi, con il secondo abbandono di Frusciante e le speranze di un suo ritorno ormai rasentanti lo zero, ascoltare le prime note del brano omonimo durante un live è come tornare piccoli, o giovani, per rivivere i magici momenti dell’ultima estate del secolo scorso.

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